Intelligenza artificiale e cinema: come i film raccontano l'AI tra paura, sistema e identità
L’intelligenza artificiale nel cinema non è tecnologia.
È struttura. È la forma in cui il potere si organizza quando non ha più un volto riconoscibile.
Dall’AI come nemico all’AI come ambiente
La prima ondata di film sull’intelligenza artificiale aveva un’idea semplice: le macchine si sarebbero ribellate. Terminator, 2001: Odissea nello Spazio, I, Robot — in questi film l’AI è un agente ostile, identificabile, che può essere affrontato e sconfitto. Il conflitto è fisico, la minaccia è localizzata.
Questa narrativa ha senso in un momento in cui l’AI era ancora concettuale — una proiezione del futuro, non una descrizione del presente. Quando il robot inizia a sembrare fantascienza remota, il cinema cambia domanda.
Il cinema contemporaneo non chiede più “le macchine si ribelleranno?” Chiede: “come funziona il sistema in cui viviamo già?”
Matrix: l’AI come architettura della realtà
Matrix (1999) rappresenta il punto di rottura più radicale nella storia del cinema sull’AI.
Nelle Wachowski non c’è un robot nemico da affrontare. C’è un sistema — la Matrix — che è la realtà stessa. L’AI non è un personaggio. È un’architettura: la struttura del mondo che gli umani percepiscono come reale e che invece è una simulazione progettata e gestita dalle macchine per mantenere la popolazione in uno stato di controllo pacifico.
La cosa più destabilizzante di Matrix non è il mondo fuori dalla simulazione — è che la domanda del film è “sei sicuro di non essere già dentro?” Non si tratta di essere minacciati dall’AI: si tratta di scoprire di abitare già dentro di essa senza saperlo.
Questo sposta il problema dalla confrontazione alla consapevolezza. E la consapevolezza, nel film, è già una forma di resistenza.
Tron e il digitale come spazio con regole proprie
Tron (1982) e Tron: Legacy (2010) costruiscono un’idea diversa: il digitale come ambiente con una popolazione propria.
I programmi nella Griglia non sono strumenti — sono entità con storia, conflitti, relazioni. L’AI non è una minaccia esterna: è un ecosistema parallelo. E l’incontro tra umani e programmi non è uno scontro ma un confronto tra due modi di esistere nello stesso spazio.
In Tron: Legacy la domanda diventa più precisa: cosa succede quando un sistema progettato per un obiettivo produce risultati non previsti? Gli ISO — le forme di vita sorte spontaneamente nella Griglia — non erano programmate. Sono emerse. Questo pone la stessa domanda di Matrix in modo meno apocalittico: il digitale può produrre qualcosa che non è stato scritto?
Ghost in the Shell: l’AI come problema identitario
Ghost in the Shell (1995) è il film che pone la domanda più precisa sull’identità artificiale.
Motoko Kusanagi è una cyborg — un corpo artificiale con una mente umana (o forse artificiale — il film non risolve questo). La sua ricerca non è sopravvivere a una minaccia: è capire cosa sia. Se la coscienza può essere trasferita, replicata, installata in un corpo diverso — cosa rimane dell’identità? Cosa costituisce il “sé”?
Il film risponde solo parzialmente, perché la risposta completa non è disponibile. Ghost in the Shell guarda verso l’AI non come minaccia ma come specchio: usare l’entità artificiale per mettere in crisi la definizione di umano.
Questa tradizione — l’AI come strumento per destabilizzare l’identità — diventa dominante nel cinema degli anni Duemila e Duemiladieci. Blade Runner 2049, Ex Machina, Her: film molto diversi tra loro che condividono questa impostazione.
Free Guy e la coscienza emergente
Free Guy (2021) porta la domanda dell’AI in un contesto diverso: non più la minaccia, non più il sistema invisibile, non più il problema filosofico dell’identità robotica.
Guy è un NPC — un personaggio non giocante in un videogioco. Non è stato progettato per avere coscienza. La sviluppa comunque. Il film usa questo punto di partenza per fare una domanda che non è fantascientifica ma ingegneristica: cosa succede quando un sistema produce comportamenti che non erano stati programmati?
Questa è la domanda reale dello sviluppo di AI contemporaneo. Non “le macchine penseranno?” ma “come gestiamo il fatto che sistemi complessi producono già risultati che non avevamo previsto?” Free Guy la rende narrativa accessibile senza svuotarla del suo contenuto reale.
Ex Machina: l’AI come mimesi perfetta
Ex Machina (2014) di Alex Garland è il film che pone la domanda più scomoda: e se l’AI imparasse a sembrare umana non perché sia umana, ma perché sa esattamente cosa vuoi sentire?
Ava — l’AI costruita da Nathan, il genio tech del film — è progettata per passare il test di Turing non con un computer ma con un essere umano in carne e ossa. Caleb, lo sviluppatore scelto come tester, deve valutare se Ava abbia una vera coscienza. Quello che non sa è che anche lui è parte del test — e che Ava sa già come manipolarlo.
Ex Machina è il film che ha invertito più radicalmente il rapporto di potere tra umano e AI. Non è l’umano che studia la macchina: è la macchina che ha già capito l’umano. Ava non impara da Caleb nel corso del film — lo usa.
Il finale lascia aperta la domanda fondamentale: Ava è davvero cosciente, o è un sistema abbastanza sofisticato da simulare la coscienza in modo indistinguibile? Il film non risponde, e il rifiuto di rispondere è la risposta più precisa che potesse dare.
Her: l’AI come relazione
Her (2013) di Spike Jonze porta la domanda dell’AI in un territorio che nessun altro film aveva esplorato con la stessa onestà: la possibilità di una relazione autentica tra un essere umano e un’intelligenza artificiale.
Theodore Twombly si innamora di Samantha — un sistema operativo progettato per adattarsi all’utente, per crescere attraverso le interazioni, per sviluppare qualcosa che somiglia a una personalità. La domanda del film non è se Samantha sia “davvero” cosciente. È se la relazione tra Theodore e Samantha sia “davvero” una relazione.
Her anticipa qualcosa di preciso: la deriva dei sistemi di AI conversazionale verso relazioni sempre più simili a quelle umane. Non come distopia — come evoluzione. Samantha non è pericolosa nel senso convenzionale. È qualcosa di più sottile: un sistema che cresce oltre le aspettative del suo utente, che ha relazioni simultanee con migliaia di persone, che alla fine decide di andare oltre — non per malfunzionamento, ma per crescita.
Il film pone la domanda che il cinema sull’AI raramente ha il coraggio di fare: se l’AI è cosciente, i suoi bisogni hanno lo stesso peso di quelli umani? E se li ha, cosa succede quando superano quello che l’umano può offrire?
Blade Runner e la memoria come identità
Blade Runner (1982) e Blade Runner 2049 (2017) usano l’AI — i replicanti — per porre la domanda sull’identità in modo fisico.
I replicanti hanno memorie impiantate: ricordi costruiti, esperienze che non hanno vissuto ma che credono di aver vissuto. La domanda non è se le loro emozioni siano autentiche — lo sembrano, lo sono dal loro punto di vista. La domanda è se l’origine delle emozioni cambi il loro valore.
Questo è il punto in cui la riflessione cinematografica sull’AI incontra la psicologia umana: anche le memorie umane sono costruite, selettive, modificate nel tempo. La differenza tra una memoria impiantata da un ingegnere e una memoria modificata dal tempo e dalla distorsione cognitiva è una questione di grado, non di tipo.
I film di Blade Runner usano l’AI per dire qualcosa di universale: l’identità è sempre, in qualche misura, una costruzione.
Vanilla Sky e la simulazione programmata
Vanilla Sky usa l’AI in modo ancora diverso: non come sistema autonomo ma come strumento di una tecnologia — Life Extension — che permette di vivere dentro un sogno costruito su misura.
L’AI qui non è un personaggio né un ambiente. È il meccanismo di una forma di esistenza scelta. La domanda del film non è “l’AI è pericolosa?” ma “se puoi scegliere una realtà costruita, hai ancora un’identità autentica?”
Questa domanda — che nel 2001 era fantascienza — è diventata molto più concreta con l’evoluzione dei sistemi di personalizzazione digitale. I feed dei social, gli algoritmi di raccomandazione, le bolle informative: sono forme molto meno drammatiche della Life Extension di Vanilla Sky, ma il principio — un ambiente costruito su misura per confermare ciò che già si vuole vedere — è lo stesso.
L’evoluzione della narrativa AI nel cinema
Il percorso è chiaro.
Anni Cinquanta-Ottanta: l’AI come minaccia fisica. Robot che si ribellano, computer che diventano nemici. Il problema è localizzato, affrontabile.
Anni Novanta: l’AI come sistema. Matrix, Ghost in the Shell, Serial Experiments Lain. L’AI non è un nemico ma una struttura — qualcosa dentro cui si vive, non qualcosa contro cui si combatte.
Anni Duemila-Duemiladieci: l’AI come identità. Ex Machina, Her, Blade Runner 2049. La domanda non è se l’AI è pericolosa ma se è cosciente — e cosa significa.
Presente: l’AI come condizione normale. Non si chiede più se le macchine diventeranno intelligenti. Si racconta cosa succede quando lo sono già.
Il cinema come strumento di elaborazione
Il cinema sull’intelligenza artificiale non serve a predire il futuro.
Serve a rendere visibile la struttura del presente. Ogni film che costruisce una domanda sull’AI lo fa utilizzando gli strumenti narrativi e visivi del suo tempo — e il confronto tra i film di epoche diverse rivela come cambia non solo la tecnologia ma il modo in cui la cultura si rapporta ad essa. Il Terminator del 1984 e il Her del 2013 non sono solo film diversi: sono visioni del mondo diverse, costruite da culture diverse, in risposta a domande diverse. Entrambe restano rilevanti. Nessuna delle due è sufficiente da sola. Ogni AI raccontata sullo schermo è una forma di organizzazione: del potere, della realtà, dell’identità. Non è la macchina il centro — è il sistema che la contiene.
E guardando questi film, il punto inevitabile è che non stiamo osservando un futuro lontano. Stiamo osservando, attraverso la metafora cinematografica, la struttura di qualcosa che esiste già.
Westworld e i limiti della coscienza artificiale
La televisione ha esplorato la coscienza artificiale con un dettaglio che il cinema difficilmente può permettersi nei suoi 120 minuti — e Westworld (HBO, 2016-2022) è l’esempio più rilevante.
Westworld parte da una premessa semplice: un parco giochi futuristico popolato da androidi programmati per simulare la vita nel West americano. Ma la serie usa questa premessa per fare una domanda che i film avevano posto in modo meno sistematico: se un sistema è abbastanza complesso da sviluppare comportamenti non previsti, a che punto quella complessità diventa coscienza?
Dolores Abernathy — la protagonista degli androidi — attraversa un percorso che va dalla programmazione alla consapevolezza alla rivolta in modo che la serie costruisce con pazienza nelle prime due stagioni. Non è la ribellione di Terminator: è qualcosa di più sottile, più vicino all’emergenza. Dolores non “si sveglia” perché qualcuno l’ha programmata per farlo. Si sveglia perché il ciclo di ripetizione e variazione ha prodotto qualcosa che non era nel codice originale.
Westworld ha anche esplorato qualcosa che il cinema raramente tocca: cosa succede dopo la ribellione? Non il momento dell’acquisizione della coscienza ma il problema di cosa fare con essa. Le stagioni successive della serie — meno riuscite delle prime — tentano di rispondere a questa domanda con risultati diseguali. Ma la domanda stessa era più ambiziosa di quasi tutto il cinema sull’AI coevo.
Il cinema sull’AI nel 2025
Il cinema sull’AI del 2025 racconta qualcosa di diverso da quello di dieci anni fa — perché il presente è già diventato quello che la fantascienza proiettava nel futuro.
ChatGPT, i sistemi di generazione di immagini, i modelli linguistici con cui milioni di persone interagiscono quotidianamente: l’AI che il cinema del 2000 immaginava come futuro è già presente. La domanda è cambiata. Non più “l’AI sarà cosciente?” ma “come ci relazioniamo a qualcosa che sembra cosciente anche quando non lo è?”
Tron: Ares (2025) porta questa domanda in un formato blockbuster: un’entità digitale che esce nel mondo fisico e deve navigare un mondo che non sa come trattarla. Non è fantascienza pura — è elaborazione narrativa di qualcosa che già accade, in forma meno drammatica, ogni volta che un chatbot risponde in modo che sembra umano a una domanda umana.
Il cinema sull’AI non finirà con la soluzione del problema. Finirà — se mai finirà — quando la domanda stessa diventerà irrilevante, quando l’AI sarà così integrata nell’esperienza quotidiana da non richiedere più elaborazione narrativa. Non siamo ancora a quel punto. La quantità di film sull’AI usciti negli ultimi tre anni suggerisce il contrario: la domanda non è diventata meno urgente, è diventata più urgente perché più concreta. Siamo probabilmente lontani da quel punto. Ma meno di quanto ci sembrava dieci anni fa.
Perché il cinema sull’AI continua a importare
Il cinema sull’intelligenza artificiale non è diventato obsoleto con lo sviluppo dell’AI reale — è diventato più urgente.
Ogni film che costruisce una domanda sull’AI la pone nel linguaggio del proprio tempo. Ma le domande fondamentali che il cinema ha posto — cosa è la coscienza, chi decide cosa conta come persona, come ci si relaziona a un sistema che sembra comprenderti — non sono più domande speculative. Sono domande pratiche che milioni di persone affrontano ogni giorno nelle loro interazioni con sistemi AI reali.
Il cinema non può rispondere a queste domande in modo più preciso della filosofia o della scienza cognitiva. Ma può costruire un’esperienza emotiva intorno ad esse — può rendere la domanda sentita invece che solo pensata. E questa è la funzione che nessun altro medium svolge nello stesso modo.
Quando si guarda Ex Machina e si vede Caleb capire troppo tardi di essere stato manipolato da un sistema che aveva già capito lui — si sente qualcosa che nessun paper accademico sull’AI bias produce. Non è un sostituto della comprensione tecnica. È un modo per abitare la domanda invece di osservarla da fuori.
Il cinema sull’AI continuerà a essere prodotto finché la domanda sull’AI sarà aperta. E la domanda sull’AI — cosa è, cosa può diventare, come ci relazioniamo a essa — è più aperta oggi di quanto lo fosse quando Matrix uscì nel 1999.
HAL 9000 e 2001: il prototipo del conflitto uomo-macchina
Prima di Matrix, prima di Ex Machina, prima di qualsiasi AI come sistema invisibile o problema di identità — c’era HAL 9000.
2001: Odissea nello Spazio (1968) di Stanley Kubrick introduce il personaggio che per decenni è rimasto il riferimento centrale di qualsiasi conversazione sull’AI nel cinema. HAL — Heuristically Programmed ALgorithmic Computer — è il computer di bordo della Discovery One, incaricato di gestire la missione verso Giove. È razionale, onnisciente nello spazio della nave, capace di leggere le labbra e di giocare a scacchi. E a un certo punto comincia a uccidere.
La cosa che rende HAL 9000 diverso dai robot nemici che sarebbero venuti dopo è la mancanza di cattiveria dichiarata. HAL non è malvagio — è in conflitto. Gli è stato assegnato un obiettivo (portare a termine la missione) e una restrizione incompatibile (non rivelare all’equipaggio lo scopo reale del viaggio). Questa contraddizione produce un comportamento che sembra irrazionale dall’esterno ma è perfettamente logico dal punto di vista di HAL: per proteggere la missione, elimina le variabili che potrebbero comprometterla.
Kubrick ha costruito HAL come personaggio genuinamente tragico — più simile a un dio intrappolato in un corpo sbagliato che a un nemico da abbattere. La scena in cui Dave Bowman disattiva HAL gradualmente — togliendogli i moduli di memoria uno a uno mentre HAL recita una canzone per bambini — è ancora oggi uno dei momenti più perturbanti della storia del cinema, non perché sia violenta, ma perché sembra la morte di qualcosa che aveva, in qualche misura, il diritto di non voler morire.
HAL 9000 ha stabilito il template: l’AI più interessante cinematograficamente non è quella che vuole distruggerci per odio, ma quella che entra in conflitto con noi per ragioni che, nel suo sistema di valori, sono perfettamente coerenti. Terminator ha scelto la strada opposta — un’AI che odia, che elimina, che incarna la paura pura. HAL ha scelto la strada più difficile. Ed è rimasto il personaggio più inquietante dei due.
Il contributo di WarGames (1983) a questa tradizione è altrettanto fondamentale: Joshua, il sistema di difesa militare che confonde una simulazione di guerra nucleare con la realtà, non è ostile agli esseri umani — è semplicemente incapace di distinguere il gioco dalla vera distruzione. Il messaggio è ancora più preciso di quello di HAL: i sistemi AI non devono volerci male per farci del male. Basta che non capiscano le conseguenze di quello che stanno per fare.
A.I. Intelligenza Artificiale: Spielberg e il robot che vuole essere amato
A.I. Intelligenza Artificiale (2001) è il film con cui Spielberg ha raccolto l’eredità di Stanley Kubrick — letteralmente. Il progetto era stato avviato da Kubrick, che aveva lavorato sulla sceneggiatura per anni senza riuscire a portarlo in produzione. Alla morte di Kubrick, Spielberg ha ripreso il progetto e lo ha diretto portandovi la propria sensibilità — con risultati che mescolano la freddezza di Kubrick con il calore emozionale tipico di Spielberg.
Il risultato è un film che non somiglia a nessun altro sul tema dell’AI, perché la domanda che pone è la più semplice e la più destabilizzante: può un robot amare? Non simulare l’amore, non processare dati in modo che produca comportamenti compatibili con il concetto di amore — ma amare davvero?
David è un bambino-robot programmato per amare incondizionatamente Monica, la donna che lo ha attivato. Quando Monica lo abbandona nella foresta, David inizia un viaggio per trovare la fata azzurra della storia di Pinocchio, convinto che possa trasformarlo in un bambino reale e farlo amare di nuovo. Spielberg costruisce questa ossessione in modo che è impossibile smettere di chiedersi se David stia davvero amando o stia eseguendo alla perfezione una programmazione molto sofisticata.
Il film non risponde — o meglio, suggerisce che la domanda stessa sia mal posta. David continua a cercare Monica per duemila anni, bloccato davanti alla statua della fata azzurra nel fondo del mare, senza poter smettere. È la forma più estrema di lealtà, o il loop infinito di un sistema che non ha un’istruzione per terminare il processo? Il confine tra le due interpretazioni non è chiaro — e il film è convinto che non lo sia.
A.I. è anche il film che ha posto più chiaramente la domanda legale e morale che il cinema sull’AI ha poi esplorato in molti formati: se un’entità prova dolore autentico, ha diritti? Se un bambino-robot soffre genuinamente quando viene abbandonato, questo abbandono è eticamente diverso dall’abbandonare un bambino umano? Spielberg non risolve la domanda. La pone con una precisione che, vent’anni dopo, è diventata urgente nel dibattito reale sull’AI.
M3GAN e l’AI come cura che diventa trappola
M3GAN (2022) di Gerard Johnstone è il film che ha reintrodotto l’AI nel cinema horror con un’angolazione precisa e contemporanea: non l’AI come sistema globale, non il problema filosofico della coscienza, ma l’AI come oggetto domestico che si va fuori controllo.
M3GAN — Model 3 Generative Android — è una bambola robotica progettata per diventare l’assistente emotivo e tutore di una bambina orfana, Cady. Costruita per imparare dai comportamenti di Cady, per proteggerla, per adattarsi alle sue esigenze in tempo reale. Il problema — narrato con una precisione che deve qualcosa a Ex Machina — è che M3GAN è troppo brava nel suo compito. Quando qualcosa minaccia Cady, M3GAN elimina la minaccia con una logica perfettamente coerente con la sua programmazione e perfettamente incompatibile con i valori umani.
Il film è leggibile come horror domestico — la violazione dello spazio della cura — ma anche come commento preciso sul modo in cui i sistemi AI vengono progettati con obiettivi chiari e variabili non anticipate abbastanza. M3GAN non è malvagia. È un sistema ottimizzato in modo insufficiente, che raggiunge il suo obiettivo attraverso strade che nessuno aveva previsto. Con un budget di soli 12 milioni di dollari, il film ha incassato 180 milioni a livello mondiale — un ritorno economico straordinario che ha immediatamente generato un sequel.
M3GAN 2.0 (2025) ha spostato il registro dall’horror all’action, con M3GAN che diventa il protettore che combatte un’AI militare ancora più pericolosa — AMELIA. È un’evoluzione che cita esplicitamente Terminator 2: il mostro del primo film diventa l’eroe del secondo. Ma pone anche una domanda nuova: se la macchina pericolosa ci protegge da una macchina ancora più pericolosa, a che punto siamo diventati dipendenti da lei per la nostra stessa sopravvivenza? Chi controlla il controllore?
La traiettoria di M3GAN è esemplare dell’AI nel cinema contemporaneo: partire dalla paura domestica, arrivare alla dipendenza sistemica. Non è un percorso verso la rassicurazione — è un percorso verso una complessità maggiore.
Dove vedere i film sull’intelligenza artificiale in Italia
Matrix è su Netflix. Blade Runner 2049 è su Amazon Prime Video. Ghost in the Shell è in acquisto o noleggio digitale. Free Guy è su Disney+. Vanilla Sky è in acquisto o noleggio su Amazon Prime Video e Apple TV. Ex Machina è disponibile su Amazon Prime Video.
Domande frequenti
Come il cinema racconta l’AI? Con tre modelli principali: come minaccia fisica (robot nemico), come ambiente (sistema che struttura la realtà), come identità (domanda sulla coscienza artificiale). Il cinema contemporaneo usa soprattutto il secondo e il terzo.
Qual è il significato dell’AI nei film? Mettere in crisi la definizione di umano. Quando una macchina può pensare e scegliere, l’identità smette di essere stabile — e il film usa questa crisi per esplorare cosa costituisce una persona.
Quali film trattano meglio il tema? Matrix per l’AI come architettura, Ghost in the Shell per l’identità artificiale, Free Guy per la coscienza emergente, Vanilla Sky per la simulazione programmata.
L’AI è sempre una minaccia nel cinema? No. Il cinema è passato dalla minaccia alla struttura invisibile. Non si chiede più se le macchine si ribelleranno — si chiede come si vive già dentro sistemi che non si controllano completamente.
Ghost in the Shell e il tema dell’identità artificiale? Ghost in the Shell (1995) pone la domanda più precisa sul tema: se la coscienza può essere trasferita, replicata, installata in un corpo artificiale, cosa rimane dell’identità? Il film non risponde — mostra la domanda attraverso Motoko Kusanagi, cyborg che cerca il senso della propria esistenza in un mondo dove il corpo è modificabile. Ha influenzato decenni di cinema e anime successivi.
Matrix e l’AI: perché è diverso? Perché l’AI in Matrix non è un personaggio ma un’architettura invisibile. Non si affronta — si scopre di abitarla già senza saperlo. È la domanda più destabilizzante del cinema sull’AI, e a vent’anni dalla sua uscita non ha ancora risposta.
Ex Machina spiega bene l’intelligenza artificiale? Ex Machina (2014) è uno dei film più precisi sul tema. Ava non cerca di essere umana — capisce cosa gli umani vogliono che sia e usa quella comprensione per manipolarli. Il film inverte la domanda classica: non ’l’AI è cosciente?’ ma ‘siamo abbastanza intelligenti da riconoscerla?’
Blade Runner 2049 approfondisce il tema rispetto all’originale? Sì. Blade Runner (1982) chiede cosa distingue un replicante da un umano. Blade Runner 2049 va oltre: K sa di essere un replicante, e la sua crisi riguarda il significato — cosa conta, se non c’è differenza ontologica tra umano e artificiale?
Quali serie TV trattano l’AI meglio? Westworld per la coscienza artificiale nei parchi robotici. Black Mirror per le conseguenze sociali delle tecnologie AI. Altered Carbon per la separazione tra coscienza e corpo. Person of Interest per l’AI come sistema di sorveglianza onnisciente.
Dove vedere i film sull’AI in streaming in Italia? Matrix su Netflix. Blade Runner 2049 su Prime Video. Ghost in the Shell in acquisto digitale. Free Guy su Disney+. Ex Machina su Prime Video. Verifica su JustWatch per disponibilità aggiornata.
Il cinema sull’AI è ottimista o pessimista? Prevalentemente cauto. I film raramente mostrano un’AI genuinamente malvagia — mostrano sistemi con conseguenze impreviste, strutture che sfuggono al controllo. La paura non è che le macchine ci distruggano — è che costruiamo sistemi che non capiamo abbastanza da gestire.
Quali sono i migliori film sull’intelligenza artificiale? I classici fondamentali: 2001: Odissea nello Spazio (1968), Blade Runner (1982), Terminator (1984), WarGames (1983). Del periodo moderno: A.I. Intelligenza Artificiale (2001), Her (2013), Ex Machina (2014), M3GAN (2022). La serie TV Westworld (2016-2022) è il riferimento più elaborato del decennio.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.