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The Americans (2013-2018): la coppia KGB più convincente della TV e il finale che cambia tutto

6 stagioni FX con Keri Russell e Matthew Rhys come agenti sovietici sotto copertura nella Washington degli anni '80
2013 ⭐ 8.5/10
The Americans (2013-2018): la coppia KGB più convincente della TV e il finale che cambia tutto
Anno 2013
Generi Spionaggio, Drama, Thriller
Stagioni 6
Episodi 75
Cast Keri Russell, Matthew Rhys, Noah Emmerich, Holly Taylor, Keidrich Sellati, Margo Martindale, Frank Langella, Alison Wright, Costa Ronin, Lev Gorn

Philip ed Elizabeth Jennings vivono nei sobborghi di Washington D.C., gestiscono un’agenzia di viaggi, hanno due figli adolescenti, sono buoni vicini. Philip organizza cene, tifa per i Washington Redskins, si fa crescere i baffi come tutti negli anni Ottanta.

Sono anche agenti del KGB.

The Americans è costruita su questa doppiezza — non come meccanismo di suspense, ma come condizione esistenziale. Philip ed Elizabeth non nascondono chi sono ai loro figli perché è pericoloso: lo nascondono perché non sanno più, dopo vent’anni di copertura, chi sono davvero. La serie non è su spie. È su persone che hanno vissuto così a lungo dentro una bugia che la bugia è diventata la loro unica verità disponibile.

Di cosa parla The Americans: la famiglia come operazione

Philip Jennings (Matthew Rhys) ed Elizabeth Jennings (Keri Russell) sono stati addestrati dal KGB, abbinati come coppia operativa, e inviati negli Stati Uniti nel 1973. Quando la serie inizia, nel 1981, hanno vissuto in copertura per quasi un decennio. Hanno due figli — Paige (Holly Taylor) e Henry (Keidrich Sellati) — nati negli USA, cittadini americani, che non sanno nulla di quello che sono i loro genitori.

La serie si svolge nell’arco di quasi un decennio — dalla presidenza Reagan al crollo imminente dell’Unione Sovietica — e segue le operazioni della coppia, le crisi interne al KGB, e soprattutto il progressivo sgretolamento dell’identità sotto la pressione di vite costruite su menzogna.

Philip Jennings è il personaggio che la serie usa come punto di vista più vicino allo spettatore: nato in Unione Sovietica in povertà estrema, cresciuto convinto dell’ideologia comunista, ma sempre più capace di vedere gli Stati Uniti non come nemico astratto ma come posto in cui ha costruito una vita reale. Philip ama suo figlio Henry. Ama la cena del Ringraziamento. Non è sicuro di credere ancora in quello per cui rischia la vita ogni settimana.

Elizabeth Jennings è la sua controparte: una credente. Più dura, più fedele all’ideologia, più disposta a fare quello che deve essere fatto senza negoziare con la propria coscienza. Keri Russell porta Elizabeth con una complessità che trasforma quello che avrebbe potuto essere un personaggio monolitico in qualcosa di più: una donna che ha scelto tutto quello che è, che non si pente, e che paga comunque un prezzo.

La dinamica tra i due è il cuore della serie: un matrimonio iniziato come convenienza operativa che è diventato qualcosa di vero, con tutta la complicazione che il reale porta con sé.

Keri Russell e Matthew Rhys: la performance centrale

The Americans è impossibile senza le sue performance centrali.

Matthew Rhys porta Philip con una vulnerabilità maschile insolita nella TV americana degli anni 2010 — un uomo che si preoccupa, che piange, che non riesce a disconnettere l’empatia dalla professione anche quando la professione lo richiede. Il gallese Rhys ha imparato l’accento americano del Midwest con una precisione tecnica che scompare nell’interpretazione — non senti più l’accento, senti solo Philip.

Keri Russell aveva costruito la sua carriera su ruoli molto diversi — Felicity, la serie universitaria degli anni Novanta — prima di diventare Elizabeth Jennings. Il salto è stato radicale, e la performance risultante è la migliore della sua carriera: una donna che usa il corpo come strumento di operazione (travestimenti, seduzione, violenza) con la stessa naturalezza con cui usa il silenzio come forma di comunicazione emotiva.

Il fatto che Russell non abbia mai vinto l’Emmy per questo ruolo è considerato uno degli errori più evidenti dell’Academy — candidata più volte, superata ogni anno. Rhys ha vinto nell’anno finale, 2018, tardivamente ma giustamente.

La chimica tra i due — che si sono sposati nella vita reale durante la produzione della serie — è visibile in ogni scena: non è la chimica del desiderio romantico convenzionale, ma qualcosa di più specifico, la familiarità profonda tra due persone che si conoscono meglio di quanto vorrebbero.

Stan Beeman: il vicino che cambia tutto

Noah Emmerich come Stan Beeman — il vicino di casa dei Jennings, agente dell’FBI controspionaggio — è il cuore etico della serie.

Stan è l’uomo che dovrebbe scoprire tutto. È il suo lavoro: individuare le spie sovietiche negli USA. Non sa che vivono accanto a lui. La serie costruisce su questa ironia drammatica per sei stagioni — il pubblico sa, Stan non sa, e questo sapere trasforma ogni scena di amicizia tra Philip e Stan in qualcosa di insopportabilmente teso.

La relazione tra Philip e Stan è anche, in modo strano, la relazione più onesta della serie: Philip non può dire nulla di vero su se stesso, ma l’affetto che sviluppa per Stan nel corso degli anni è reale. Non è operativo — non serve a niente, non è parte di nessuna copertura. È solo amicizia, costruita nel modo sbagliato, ma reale.

Il finale della serie — la scena del parcheggio — è la risoluzione di tutta questa tensione. Stan che capisce tutto. Philip che non ha più niente da perdere e quindi può essere onesto per la prima volta. È la scena più emotivamente distruttiva che la serie abbia prodotto, e lo è perché sa come ha costruito verso di essa.

Martha Hanson: il personaggio più tragico della serie

Tra tutti i personaggi secondari di The Americans, Martha Hanson (Alison Wright) è quello che la serie tratta con più crudeltà e con più rispetto allo stesso tempo.

Martha è una segretaria dell’FBI che Philip seduce e sposa sotto falsa identità — “Clark” è uno dei travestimenti di Philip — per avere accesso ai file interni dell’ufficio. Il matrimonio è puramente operativo. Philip non prova niente per Martha, all’inizio.

Il problema è che Martha è innamorata. Genuinamente, completamente. Ha aspettato anni un uomo come Clark — affidabile, attento, presente. Il fatto che non esista non cambia quello che prova.

Nel corso di quattro stagioni, The Americans costruisce Martha con una cura che contraddice la sua funzione nella trama: non è solo uno strumento operativo, è una persona che viene distrutta da qualcosa che non capisce. Quando scopre parzialmente la verità — che il marito è una spia — la serie non la usa come meccanismo di suspense. La usa per chiedere: cosa succede a una persona ordinaria quando diventa involontariamente parte di qualcosa di enorme?

La risposta è che va in URSS, dove non parla la lingua, non conosce nessuno, e deve imparare a essere qualcun altro nel modo meno metaforico possibile. Alison Wright porta Martha con una precisione emotiva che ha convinto molti critici a considerarla la performance migliore dell’intera serie — in un cast pieno di performance straordinarie.

I travestimenti di Philip ed Elizabeth: il corpo come strumento

Una delle firme visive di The Americans sono i travestimenti — parrucche, trucco, protesi, accenti diversi — che Philip ed Elizabeth usano nelle operazioni.

Non sono effetti speciali eleganti: sono spesso goffi, riconoscibili come travestimenti, deliberatamente poco convincenti per lo spettatore che sa già chi ci sta sotto. Questo è il punto — la serie vuole che tu veda il travestimento come travestimento, per sottolineare quanto sia sottile il confine tra chi si è e chi si finge di essere.

Philip nel corso della serie interpreta almeno una dozzina di identità diverse. Elizabeth altrettante. Ogni identità ha un nome, una storia, un accento, un modo di camminare. Nelle stagioni migliori, la serie usa questo dettaglio per esplorare cosa rimane di Philip e Elizabeth quando tolgono l’ultimo travestimento e restano soli.

La risposta non è sempre confortante.

La musica degli anni ‘80: la terza protagonista

The Americans usa la musica degli anni Ottanta come elemento strutturale — non come nostalgia, ma come commento emotivo.

La scena più discussa della serie — la montagna di Paige nella stagione 2, in cui Elizabeth e Philip iniziano ad addestrarla al combattimento mentre suona “In the Air Tonight” di Phil Collins — usa la canzone per creare qualcosa di sublime e disturbante allo stesso tempo: una famiglia che si addestra alla violenza, al ritmo della musica pop più onnipresente del decennio.

Altre scene chiave: “Games Without Frontiers” di Peter Gabriel durante un’operazione di sorveglianza. “Tusk” dei Fleetwood Mac. “Don’t You (Forget About Me)” degli Simple Minds nel finale. La scelta musicale di The Americans è sempre precisa — non usa canzoni famose per riempire lo spazio, ma perché le canzoni dicono qualcosa che i dialoghi non possono.

Joe Weisberg e gli sceneggiatori usavano la musica come stesura del copione — sceglievano le canzoni prima di scrivere le scene, e poi costruivano le scene intorno a quello che la canzone chiedeva.

Le stagioni di The Americans: consistenza rara

Stagione 1 (2013, 13 episodi): stabilisce il mondo, i personaggi, la doppia vita. Il tono è più vicino al thriller che alle stagioni successive.

Stagione 2 (2014, 13 episodi): introduce Paige come personaggio centrale. L’addestramento della figlia come potenziale operativa inizia qui — una delle linee narrative più inquietanti della serie.

Stagione 3 (2015, 13 episodi): la crisi ideologica di Philip si approfondisce. Gabriel (Frank Langella) diventa il supervisore del KGB — Langella porta un’autorità e un peso che trasforma le scene con Philip in qualcosa di quasi shakespeariano.

Stagione 4 (2016, 13 episodi): Martha. L’arco di Martha Hanson raggiunge il suo apice. Una delle stagioni più emotivamente potenti.

Stagione 5 (2017, 13 episodi): la più lenta, deliberatamente. La serie esplora la stanchezza di Philip con un’onestà che rallenta il ritmo — non per pigrizia narrativa, ma per mimetismo emotivo.

Stagione 6 (2018, 10 episodi): la conclusione. Più breve, più densa, costruita verso il finale con la precisione di chi sa dove sta andando.

The Americans è la serie che ha la distribuzione di qualità più consistente del decennio 2010-2020 — non ha stagioni davvero deboli, solo stagioni diverse nel ritmo e nella priorità.

Il finale di The Americans spiegato: il parcheggio e Paige

La scena del parcheggio nella stagione 6 è diventata immediatamente uno dei finale più discussi della storia televisiva americana.

Philip ed Elizabeth, scoperti, stanno fuggendo verso il Canada. Stan li intercetta nel parcheggio di un centro commerciale. Philip confessa — tutto, dall’inizio, chi sono, cosa hanno fatto. Non per salvarsi: è già troppo tardi per quello. Per la prima volta nella sua vita adulta americana, Philip dice la verità.

Stan non li arresta. Non può — non ha i rinforzi, sono già in fuga. Ma la scena non è sulla praticità: è sulla perdita. Stan perde, in pochi minuti, tutto quello che credeva di sapere sulla sua vita degli ultimi dieci anni.

Paige — la figlia dei Jennings, che nella quinta e sesta stagione ha scoperto la verità sui genitori e ha iniziato ad essere addestrata come operativa — scende dal treno che dovrebbe portarla in Canada con loro. Guarda il treno partire. Resta negli USA, sola, figlia di spie, con un’identità costruita su una bugia che non sa come abitare.

Philip ed Elizabeth arrivano a Mosca. Il paese dove sono nati e in cui non vivono da vent’anni. Guardano la città di notte. Non dicono niente. Non c’è niente da dire che non sia già nel silenzio.

The Americans e la Guerra Fredda sullo schermo

The Americans ha cambiato il modo in cui il cinema e la televisione americana raccontano la Guerra Fredda — non come confronto tra buoni e cattivi, ma come sistema in cui entrambe le parti producono persone traumatizzate che credono di fare la cosa giusta.

Il confronto con Homeland è inevitabile: entrambe le serie riguardano la controspionaggio americana negli ultimi decenni del conflitto est-ovest. La differenza è nella prospettiva: Homeland guarda dalla parte della CIA, The Americans guarda dalla parte del KGB. Il risultato è una compassione insolita per i nemici — non giustificazione, ma comprensione.

Con Chernobyl condivide l’interesse per il crollo imminente dell’Unione Sovietica come sfondo psicologico — personaggi che credono in un sistema che è già morente, che si chiedono se quello in cui credono sia ancora vero senza poterselo permettere di dubitare pubblicamente.

Con House of Cards condivide la Washington D.C. degli anni ‘80 come territorio di potere e doppiezza — due serie sulla capitale americana che trattano la politica come ambiente naturale per la menzogna, ognuna dalla propria prospettiva.

Dove vedere The Americans in streaming in Italia

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The Americans (6 stagioni, 2013-2018) è disponibile su Amazon Prime Video in Italia. Tutte le 75 puntate sono accessibili con abbonamento standard.

Per chi ama lo spionaggio televisivo e le serie con protagonisti moralmente ambigui in sistemi di potere complessi: Homeland su Prime Video è il confronto più immediato — CIA invece di KGB, presente invece di anni ‘80. Per il thriller della Guerra Fredda in formato cinematografico, Bridge of Spies (2015) di Spielberg copre lo stesso territorio storico con un approccio da legal drama. Per il drama politico di Washington, House of Cards è ambientato nella stessa città ma in decenni diversi.

Joe Weisberg e la creazione della serie

Joe Weisberg è un ex agente della CIA che ha scritto The Americans dalla prospettiva di qualcuno che conosce dall’interno il mondo dello spionaggio — non i dettagli classificati, ma la psicologia, il quotidiano, il peso di vivere dentro una doppia identità.

Weisberg non ha glorificato l’intelligence americana né quella sovietica: la serie tratta entrambi i sistemi come macchine che consumano le persone che vi lavorano. L’FBI, nella persona di Stan Beeman, fa cose moralmente problematiche tanto quanto Philip ed Elizabeth. La differenza tra spionaggio americano e spionaggio sovietico nella serie non è etica — è geopolitica.

La scelta di ambientare la serie negli anni ‘80 invece del presente era deliberata: il decennio ha abbastanza distanza storica da permettere la compassione per entrambe le parti, ma abbastanza vicinanza da essere ancora emotivamente accessibile. Reagan, il missile cruise, Solidarność, l’Afghanistan — tutto è sfondo che la serie usa senza mai spiegarsi al modo di una lezione di storia, assumendo che il pubblico segua.

Il sito del NYT ha definito The Americans “la miglior serie drammatica in onda” per tre anni consecutivi nella sua corsa finale. Non ha mai vinto il Golden Globe come miglior drama. Gli Emmy l’hanno quasi ignorata fino all’anno conclusivo. Sono considerati due dei grandi errori della stagione televisiva americana.

Il centro del progetto: identità e appartenenza

The Americans pone, in sei stagioni, una domanda che non risolve mai completamente: dove si appartiene, quando si è vissuto abbastanza a lungo in un posto che non è il proprio da renderlo più proprio di quello che era?

Philip è più americano di quanto voglia ammettere. Elizabeth è più sovietica di quanto le sia utile essere. I loro figli sono completamente americani — e questo fatto, quando emerge, cambia tutto nella dinamica familiare.

La serie non risponde alla domanda su quale posto valga di più — non dice che l’America è meglio dell’URSS, non dice che l’ideologia comunista è giusta, non dice che gli americani siano ingenui o i sovietici siano mostri. Dice che le persone che vivono dentro queste categorie sono più complicate delle categorie stesse, e che questa complessità è un problema per entrambi i sistemi.

È una posizione politica in sé — la rifiuto della semplificazione binaria — e The Americans la mantiene per sei stagioni senza cedere alla pressione di scegliere un lato.

Domande frequenti

The Americans è lenta? Le prime puntate lo sembrano, perché la serie costruisce i personaggi prima delle trame. Chi persevera fino alla terza stagione raramente si ferma. Il ritmo è quello di un romanzo, non di un thriller d’azione.

I figli sapranno mai la verità? Paige lo scopre nella quinta stagione. Henry non lo scopre mai — il finale lo lascia nella sua vita universitaria ignaro di tutto. È una delle scelte più dolorose del finale: Henry è il più americano dei Jennings, e non sa niente.

The Americans è basata su spie reali? Il programma degli “illegali” del KGB è reale — nel 2010 il caso Chapman ha rivelato una rete di agenti sotto copertura negli USA. Joe Weisberg si è ispirato a questi casi storici per creare Philip ed Elizabeth.

Perché The Americans è ambientata negli anni ‘80 e non nel presente? Perché il decennio ha abbastanza distanza storica da permettere la compassione per entrambe le parti della Guerra Fredda, e abbastanza vicinanza emotiva da rendere i personaggi accessibili. Ambientarla oggi avrebbe richiesto di fare scelte politiche molto più esplicite.

Philip ed Elizabeth si amano davvero? È la domanda su cui la serie lavora per sei stagioni senza risposta definitiva. Il matrimonio era operativo all’inizio. Quello che è diventato nel tempo — attraverso due figli, due decenni di vita condivisa, tradimenti e riconciliazioni — è qualcosa che la serie lascia deliberatamente ambiguo. La scena finale a Mosca suggerisce che sì, c’è qualcosa di reale. Ma anche che entrambi sono troppo rotti per capire cosa sia.

Quanti episodi ha The Americans? 75 episodi in 6 stagioni da 13 episodi ciascuna (2013-2018), tranne la sesta che ne ha 10. Disponibile completa su Amazon Prime Video in Italia.

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