Curon (2020): la vera storia del paese sommerso dietro la serie Netflix, trama e finale
Curon inizia con un’immagine che resta impressa: un campanile che spunta dall’acqua di un lago, unico resto visibile di un paese che non esiste più.
Finisce con una domanda più scomoda di qualsiasi mistero soprannaturale: cosa succede quando il passato di una comunità intera viene letteralmente sommerso invece che affrontato, e si aspetta solo il momento giusto per riemergere?
Curon (2020) è una delle produzioni Netflix italiane più ambiziose sul piano visivo e tematico degli anni a cavallo tra 2019 e 2021: un thriller soprannaturale che prova a innestare l’horror young-adult su una base di storia reale, quella del paese di Curon Venosta, inghiottito da un lago artificiale nel secondo dopoguerra. Il risultato ha diviso la critica, ma resta un caso di studio interessante su come il folklore e la memoria storica italiana possano diventare materiale per la fiction di genere.
Di cosa parla Curon: la trama dall’inizio
Dopo diciassette anni di assenza, Anna (Valeria Bilello) torna con i figli gemelli adolescenti, Mauro (Federico Russo) e Daria (Margherita Morchio), nel paese natale affacciato sul Lago di Resia, in Alto Adige. Il motivo del ritorno non è mai del tutto chiaro ai due ragazzi, ma riguarda un’eredità familiare dolorosa, legata alla morte della madre di Anna e a segreti mai raccontati sulla storia della famiglia.
Poco dopo l’arrivo, Anna scompare in circostanze misteriose. Mauro e Daria, costretti a reintegrarsi in una comunità che sembra conoscere sulla loro famiglia molto più di quanto loro stessi sappiano, iniziano un’indagine che li porta a scoprire segreti sepolti non solo nella propria genealogia, ma nella storia stessa del paese: il vecchio Curon, sommerso nel 1950 dalla costruzione di una diga, di cui resta visibile solo l’antico campanile della chiesa di Sant’Anna che emerge dalle acque del lago.
La serie costruisce la propria tensione attorno al tema del doppio: i gemelli Mauro e Daria scoprono progressivamente di non essere gli unici “doppi” della storia, e la leggenda locale secondo cui le campane del vecchio campanile suonerebbero ancora sott’acqua in certe notti diventa la chiave simbolica di un racconto sulla memoria che non si lascia seppellire, nemmeno sott’acqua.
La vera storia dietro Curon: il paese sommerso dal lago di Resia
A differenza di molte serie soprannaturali ambientate in location suggestive ma di fantasia, Curon parte da un fatto storico realmente accaduto. Tra il 1947 e il 1950, le autorità italiane portarono a termine la costruzione di una grande diga nei pressi del passo di Resia, in Val Venosta, per la produzione di energia idroelettrica. L’invaso che ne risultò allagò il vecchio paese di Curon (Graun in tedesco) insieme a parte dell’abitato di Resia e ai piccoli insediamenti di Arlungo, Piz, Gorf e Stockerhöfe.
Le conseguenze per la popolazione furono pesanti: secondo le fonti, circa 163 edifici furono effettivamente spostati altrove, mentre complessivamente andarono sommersi 677 ettari di terreno e quasi 150 famiglie persero case e proprietà, ricevendo indennizzi giudicati largamente insufficienti da chi li ricevette. Molti abitanti scelsero l’emigrazione piuttosto che ricostruire sul posto; secondo alcune ricostruzioni, i residenti arrivarono persino ad appellarsi al Papa nel tentativo di fermare i lavori, senza successo.
L’unico edificio a non essere completamente sommerso fu il campanile della chiesa romanica di Sant’Anna, risalente al Trecento, oggi sottoposto a tutela storico-artistica e diventato uno dei simboli fotografici più noti dell’Alto Adige, visibile a seconda del livello dell’acqua del lago. Le campane della chiesa furono rimosse poco prima dell’allagamento del 1950 — ma la leggenda locale, secondo cui in certe notti si sentirebbero ancora rintoccare dal fondo del lago, è sopravvissuta fino a oggi ed è diventata il punto di partenza narrativo scelto dagli autori della serie Netflix.
Un progetto nato nel fascismo, completato nel dopoguerra
La vicenda storica dietro Curon affonda le proprie radici più indietro di quanto si pensi comunemente: il progetto per unire i due laghi della zona attraverso una grande diga artificiale venne concepito già in epoca fascista, per poi essere portato a termine nell’immediato dopoguerra con l’obiettivo di produrre energia idroelettrica su larga scala per il nord Italia in ricostruzione. Le fonti disponibili concordano sul fatto che l’impatto sulla popolazione locale fu devastante: oltre novecento persone furono sfollate, e circa 160 abitazioni vennero demolite nonostante le proteste di chi viveva nella zona da generazioni.
Le famiglie espropriate furono costrette a lasciare il proprio territorio per ricostruire un nuovo paese poco distante da quello sommerso, con indennizzi che la memoria locale ha sempre considerato inadeguati rispetto a quanto perso. Secondo alcune ricostruzioni, lo stesso parroco del paese tentò di ottenere un’udienza a Roma per far fermare il progetto, senza riuscire a impedire l’allagamento. È una storia di espropriazione e disconnessione dal proprio territorio che accomuna Curon ad altri casi italiani dello stesso periodo: il più tragicamente noto è quello del Vajont, dove la stessa logica di sviluppo idroelettrico post-bellico, portata avanti con metodi simili di scarso ascolto verso le comunità locali, sarebbe sfociata pochi anni dopo in uno dei disastri più gravi della storia italiana contemporanea.
Resto qui: il romanzo che ha raccontato la stessa storia
Prima ancora della serie Netflix, la vicenda del paese sommerso di Curon aveva già trovato una trasposizione narrativa di successo nella letteratura italiana: Resto qui, romanzo di Marco Balzano pubblicato nel 2018, racconta proprio la storia della comunità di lingua tedesca della Val Venosta e della sua lotta, destinata al fallimento, contro la costruzione della diga che avrebbe sommerso il paese.
Il romanzo di Balzano, diversamente dalla serie Netflix, non ricorre a elementi soprannaturali: resta un racconto storico e corale, narrato dalla voce di un’insegnante di scuola elementare che vive in prima persona l’intera vicenda, dal fascismo all’allagamento del paese. Il successo critico e di pubblico di Resto qui — tradotto in numerose lingue e finalista a diversi premi letterari italiani — aveva già contribuito, alcuni anni prima dell’uscita della serie, a riportare l’attenzione nazionale su una vicenda che per decenni era rimasta confinata alla memoria locale della Val Venosta, preparando il terreno culturale per un progetto come Curon.
Fabio Mollo: il regista e il suo percorso tra cinema e serialità
Alla regia di Curon, insieme a Lyda Patitucci, c’è Fabio Mollo, regista calabrese che arriva alla serie Netflix con un percorso costruito prevalentemente nel cinema d’autore italiano. Il suo esordio, Il sud è niente (2013), fu presentato al Toronto International Film Festival, mentre il suo secondo lungometraggio, Il padre d’Italia (2017, conosciuto a livello internazionale come There Is a Light), con Luca Marinelli e Isabella Ragonese, gli valse una candidatura al Nastro d’Argento per la migliore storia originale.
Mollo si era già avvicinato al mondo della serialità prima di Curon, lavorando come autore del documentario The Young Pope – A Tale of Filmmaking (2016), dedicato al dietro le quinte della serie di Paolo Sorrentino, un’esperienza che lo ha introdotto ai meccanismi produttivi delle produzioni internazionali di piattaforma. Dopo Curon, per cui ha diretto quattro dei sette episodi, Mollo ha proseguito il proprio lavoro tra Mediaset, RAI e ancora Netflix, per cui ha firmato nel 2021 Anni da cane, il primo film originale italiano prodotto da Amazon Prime Video, confermando un percorso professionale sempre più orientato verso le piattaforme di streaming.
I personaggi principali: chi sono davvero
Anna (Valeria Bilello) è il personaggio che innesca l’intera trama con il proprio ritorno e la propria successiva scomparsa: una donna che porta con sé un segreto di famiglia mai confessato ai figli, al centro di gran parte dei flashback della stagione.
Daria Raina (Margherita Morchio) è la gemella più determinata e razionale, quella che guida materialmente l’indagine sulla scomparsa della madre, mentre fa i conti con un’identità personale sempre più instabile mano a mano che il mistero dei doppi si infittisce.
Mauro Raina (Federico Russo) è il fratello più fragile emotivamente, segnato da un rapporto complicato con la propria immagine di sé, che la serie usa per esplorare più da vicino il tema centrale della sdoppiatura dell’identità. Il contrasto caratteriale tra i due gemelli — lei più pragmatica e orientata all’azione, lui più introspettivo e vulnerabile — permette alla sceneggiatura di affrontare lo stesso mistero centrale da due angolazioni emotive opposte, invece di trattare i due protagonisti come un’unica entità indifferenziata, errore comune nelle narrazioni incentrate su coppie di gemelli.
Attorno ai due gemelli si muove una piccola comunità di coetanei e adulti — tra cui Thomas (Luca Lionello), Klara (Anna Ferzetti) e Albert (Alessandro Tedeschi) — ciascuno portatore di un pezzo della storia sommersa del paese, in un intreccio che privilegia l’atmosfera e il simbolismo rispetto alla costruzione classica del mistero investigativo. Anche i personaggi più marginali della comunità, come Miki (Juju Di Domenico) e suo padre Giulio (Giulio Brizzi), finiscono per rivelarsi portatori di informazioni cruciali, in una struttura corale che distribuisce i pezzi del mistero su più nuclei familiari contemporaneamente invece di concentrarli su un singolo antagonista.
Il tema del doppio: più di un semplice espediente horror
Il motivo narrativo più insistito di Curon è quello del doppio, declinato su più livelli contemporaneamente: i gemelli Mauro e Daria, le identità sdoppiate che emergono nel corso della stagione, e il paese stesso, diviso tra il Curon visibile oggi e quello sommerso nel 1950, ancora presente sotto la superficie dell’acqua.
Questa scelta tematica permette alla serie di collegare esplicitamente la dimensione soprannaturale a quella storica: così come il vecchio paese non è davvero scomparso ma resta lì, sommerso e in attesa, allo stesso modo i segreti della famiglia di Anna non sono mai stati davvero sepolti, solo nascosti sotto la superficie di una normalità di facciata. Il finale della stagione, con il richiamo esplicito alla parabola dei “due lupi” — quello buono e quello cattivo che convivono in ognuno, e vince quello che si nutre di più — rende esplicita questa lettura: il vero soprannaturale della serie non sono i doppi in sé, ma l’incapacità delle comunità (e delle famiglie) di fare i conti con il proprio passato invece di limitarsi a sommergerlo.
Il finale spiegato: cosa resta irrisolto
Il finale della prima (e finora unica) stagione di Curon non offre una risoluzione netta dei misteri aperti nel corso dei sette episodi. Il destino definitivo di Anna resta ambiguo, così come la natura esatta del fenomeno dei doppi che ha coinvolto i personaggi principali, lasciando intenzionalmente diversi fili narrativi sospesi per un’eventuale prosecuzione.
Questa scelta di finale aperto, comune a molte serie mistery pensate per più stagioni, si è rivelata un problema concreto per Curon: a differenza di produzioni che ottengono un rinnovo e possono sciogliere i propri nodi narrativi in stagioni successive, Curon non ha mai ricevuto una conferma ufficiale per una seconda stagione, lasciando di fatto la storia sospesa in un finale che era pensato come un trampolino, non come una conclusione.
Episodio per episodio: l’avvio della stagione
Il primo episodio, intitolato nelle versioni internazionali “Il lago oscuro”, presenta Anna ancora segnata dal trauma che l’aveva spinta ad andarsene da Curon anni prima, mentre porta i figli gemelli nella proprietà di famiglia — un luogo che si rivela tutt’altro che accogliente fin dal loro arrivo. Il secondo episodio, “Il giorno dopo”, fa emergere il primo vero segreto della trama: Thomas si addentra nell’oscurità per cercare Anna, scomparsa nel frattempo, mentre Daria inizia a indagare sulla misteriosa famiglia di Miki e Mauro si muove in parallelo sui misteri più strettamente legati al paese. Il terzo episodio, “L’assassino”, introduce un elemento che si rivelerà centrale per tutta la stagione: un vecchio romanzo il cui contenuto trova un’eco inquietante negli eventi del presente, rafforzando il parallelismo tra passato sepolto e presente dei protagonisti che attraversa l’intera serie.
Le puntate successive approfondiscono progressivamente la rete di relazioni tra le famiglie del paese e la natura dei fenomeni di sdoppiamento che coinvolgono sempre più personaggi, fino al gran finale che lascia aperti i principali interrogativi della stagione.
La critica italiana: cosa ha convinto e cosa no
Le recensioni italiane uscite in concomitanza con il debutto di Curon, nel giugno 2020, hanno delineato un giudizio piuttosto netto e condiviso tra le testate. Da un lato, quasi tutte le recensioni hanno riconosciuto il valore delle location — il Lago di Resia, il campanile sommerso, la fotografia nebbiosa della Val Venosta — come l’elemento più riuscito dell’intera produzione, capace di dare alla serie un’identità visiva distintiva rispetto alla media delle produzioni horror young-adult internazionali.
Dall’altro lato, la scrittura della stagione è stata oggetto di critiche piuttosto severe: diverse recensioni hanno parlato di una trama costruita attraverso cliché già ampiamente visti nel genere soprannaturale — il ritorno al paese natale, il segreto di famiglia, i gemelli con un legame innaturale — senza che la sceneggiatura riuscisse a reinventarli in modo sufficientemente originale. Il problema più citato riguarda il ritmo: il mistero centrale della trama viene svelato troppo presto rispetto alla durata complessiva della stagione, con il risultato che le ultime puntate perdono parte della tensione costruita nelle prime, invece di intensificarla come ci si aspetterebbe da un finale di stagione.
Curon nel panorama delle serie young-adult soprannaturali
Curon si colloca in un filone internazionale ben consolidato, quello della serie young-adult a tinte soprannaturali ambientata in una piccola comunità isolata, con un gruppo di adolescenti protagonisti alle prese con segreti di famiglia e fenomeni inspiegabili — un modello reso celebre da produzioni come Stranger Things negli Stati Uniti o Dark in Germania, entrambe citate spesso come termine di paragone dalla critica italiana al momento dell’uscita di Curon.
La differenza principale sta nell’ambizione tematica: dove Stranger Things costruisce il proprio mondo su un impianto fantascientifico dichiaratamente anni Ottanta, e Dark lavora su una struttura a loop temporale di estrema complessità, Curon prova a innestare il genere su un fatto storico italiano realmente accaduto, scommettendo sulla capacità della vicenda del paese sommerso di fare da specchio tematico al dramma dei personaggi. È una scommessa narrativa ambiziosa, anche se la critica ha ritenuto che l’esecuzione non sia riuscita a sfruttarne fino in fondo il potenziale dato dal materiale storico di partenza.
Perché non è mai arrivata una stagione 2
A oltre sei anni dal debutto, Netflix non ha mai comunicato né un rinnovo né una cancellazione formale per Curon. Nei mesi immediatamente successivi all’uscita, diverse fonti italiane riportavano dichiarazioni caute da parte della produzione, che si limitava a dire di non poter ancora confermare nulla sul futuro della serie — una formula diplomatica dietro cui, con il passare degli anni senza alcuna novità, si è di fatto consumata una cancellazione silenziosa, come accade spesso per i prodotti Netflix non originati da un successo di ascolti schiacciante.
L’accoglienza critica tiepida alla sua uscita nel giugno 2020 ha probabilmente giocato un ruolo in questa decisione implicita: diverse recensioni italiane hanno parlato apertamente di una scrittura che attraversa molti dei cliché più abusati del genere soprannaturale young-adult, con un mistero centrale che viene svelato troppo presto rispetto alla durata complessiva della stagione, risultando in un calo di tensione proprio nelle puntate finali. Più indulgenti i giudizi sul comparto visivo: le location del Lago di Resia, il campanile sommerso e la fotografia nebbiosa della Val Venosta sono stati indicati da più testate come il punto di forza più solido della produzione.
Il cast: tra volti noti e nuove leve del cinema italiano
Oltre a Valeria Bilello, già nota al pubblico italiano per diverse produzioni televisive e cinematografiche, Curon ha puntato su un cast giovane in gran parte emergente all’epoca dell’uscita: Margherita Morchio e Federico Russo, scelti per interpretare i gemelli protagonisti, erano alla loro prima esperienza di rilievo in una produzione di scala internazionale come quella targata Netflix.
Completano il cast Luca Lionello, Anna Ferzetti, Alessandro Tedeschi, Juju Di Domenico e Giulio Brizzi, con un ensemble costruito per rappresentare sia la generazione adulta della comunità di Curon, legata ai segreti più antichi del paese, sia quella dei coetanei dei due gemelli protagonisti, coinvolti più direttamente nelle conseguenze contemporanee di quei segreti.
Le location: girare davvero sul Lago di Resia
Una delle scelte produttive più distintive di Curon è stata quella di girare effettivamente nei luoghi reali della vicenda storica che ispira la trama: il Lago di Resia e la Val Venosta, in Alto Adige, sono stati utilizzati come set principali, permettendo alla serie di sfruttare l’autenticità del campanile sommerso invece di ricorrere a un set ricostruito o a un luogo di fantasia.
Questa scelta ha un peso narrativo oltre che estetico: lo stesso campanile che compare nei titoli di testa e in molte inquadrature chiave della serie è l’edificio reale tutelato come bene storico-artistico, lo stesso che ogni anno attira turisti e fotografi in cerca dell’immagine iconica del Lago di Resia. Per il pubblico italiano che già conosceva quel luogo prima della serie, Curon ha offerto una lettura narrativa inedita di un paesaggio già familiare; per il pubblico internazionale, ha fatto da porta d’accesso a una delle storie di trasformazione del territorio meno conosciute della storia italiana del dopoguerra.
Curon e il filone horror/mistery italiano su Netflix
Curon si inserisce in un momento preciso della strategia Netflix in Italia, quando la piattaforma iniziava a investire in produzioni originali locali capaci di parlare sia al pubblico italiano sia a quello internazionale, puntando su generi — come l’horror soprannaturale young-adult — storicamente poco frequentati dalla produzione televisiva italiana tradizionale, più orientata verso il crime e il dramma familiare.
Rispetto ad altre produzioni italiane di genere affine, Curon condivide con Il Segno del Comando l’ambientazione di un mistero esoterico-soprannaturale radicato in un luogo reale e carico di storia, pur separata da mezzo secolo di evoluzione del linguaggio televisivo: dove lo sceneggiato RAI del 1971 costruiva la propria atmosfera attorno alla Roma esoterica e ai salotti borghesi, Curon sposta lo stesso meccanismo di base — un mistero del passato che riaffiora nel presente — su uno sfondo di provincia alpina e su un pubblico pensato esplicitamente per gli adolescenti e i giovani adulti dell’era dello streaming, mezzo secolo e un intero cambio generazionale di linguaggio televisivo più tardi.
Il significato del titolo e la scelta del nome originale
A differenza di molte produzioni Netflix internazionali pensate con un titolo “di mercato” accattivante, Curon mantiene come titolo il nome stesso del paese protagonista della vicenda storica, in entrambe le sue forme linguistiche — Curon in italiano, Graun in tedesco, la lingua storicamente parlata dalla comunità della Val Venosta. È una scelta che segnala fin dal principio l’ambizione della serie: non limitarsi a usare un luogo suggestivo come sfondo intercambiabile, ma mettere il nome stesso del paese, con tutto il peso storico che porta con sé, al centro dell’identità del progetto.
Il logo della serie, con le due “O” di Curon disegnate come cerchi concentrici che richiamano le onde sull’acqua del lago, rafforza visivamente lo stesso concetto fin dai titoli di testa: un luogo che esiste contemporaneamente in due stati, visibile e sommerso, così come i personaggi della serie esistono contemporaneamente come loro stessi e come il proprio doppio.
L’atmosfera sonora e visiva: nebbia, acqua e silenzio
Sul piano della messa in scena, Curon costruisce la propria identità attraverso un uso insistito di elementi atmosferici distintivi dell’Alto Adige montano: nebbia persistente, acqua immobile, silenzi prolungati che sostituiscono il dialogo nei momenti di maggiore tensione. È una scelta stilistica che privilegia l’atmosfera rispetto al ritmo narrativo serrato, coerente con l’impianto più contemplativo che la serie adotta rispetto ad altri prodotti dello stesso genere.
La fotografia, giocata su toni freddi e desaturati, lavora costantemente sul contrasto tra la bellezza oggettiva del paesaggio alpino e il senso di minaccia latente che la trama vi proietta sopra: lo stesso lago che nelle cartoline turistiche dell’Alto Adige appare semplicemente suggestivo diventa, nell’immaginario della serie, un luogo che nasconde letteralmente un passato irrisolto sotto la propria superficie calma. Questa tensione tra bellezza e minaccia resta, secondo diverse recensioni, uno degli elementi più efficaci della serie, anche a fronte delle debolezze riconosciute sul piano della scrittura.
Dove vedere Curon in streaming
Curon è disponibile in esclusiva su Netflix, in Italia come nel resto del mondo, con doppiaggio italiano e sottotitoli, inclusa nell’abbonamento standard alla piattaforma senza costi aggiuntivi.
Domande frequenti
Di cosa parla Curon?
Anna torna dopo diciassette anni nel paese natale sul Lago di Resia, in Alto Adige, insieme ai figli gemelli adolescenti Mauro e Daria. Quando Anna scompare misteriosamente, i due ragazzi scoprono segreti sepolti sulla propria famiglia e sulla storia del paese, legati a un’antica leggenda sul campanile sommerso dal lago.
Curon è basata su una storia vera?
La serie è fiction, ma è ambientata in un luogo realmente esistito: il vecchio paese di Curon Venosta, sommerso nel 1950 dalla costruzione di una diga artificiale che creò il Lago di Resia. Il campanile della chiesa di Sant’Anna, unico edificio rimasto parzialmente visibile, è reale ed esiste ancora oggi.
Come finisce Curon?
Il finale della prima stagione lascia diversi interrogativi aperti sul destino di Anna e sulla vera natura dei doppi che tormentano i protagonisti, senza offrire una risoluzione netta. Netflix non ha mai confermato una seconda stagione, quindi la storia resta, a oggi, senza una conclusione definitiva.
Ci sarà una stagione 2 di Curon?
No. A oltre sei anni dal debutto, Netflix non ha mai annunciato un rinnovo né una cancellazione ufficiale per Curon, che resta tecnicamente in sospeso: la serie va considerata, nei fatti, un’unica stagione chiusa.
Chi interpreta i protagonisti di Curon?
Valeria Bilello interpreta Anna, la madre tornata a Curon con i propri segreti; Margherita Morchio e Federico Russo interpretano i gemelli Daria e Mauro Raina, protagonisti dell’indagine sulla scomparsa della madre e sui misteri del paese.
È vero che il campanile di Curon suona ancora sott’acqua?
È una leggenda popolare diffusa tra gli abitanti della zona, secondo cui in certe notti si sentirebbero ancora rintoccare le campane dal fondo del lago. In realtà le campane furono rimosse poco prima dell’allagamento del 1950, ma la leggenda è sopravvissuta ed è il punto di partenza narrativo della serie Netflix.
Dove è stata girata Curon?
Le riprese si sono svolte sul Lago di Resia, in Val Venosta (Alto Adige), location reale della vicenda storica che ha ispirato la serie, oltre che in altre zone montane del Trentino-Alto Adige scelte per restituire l’atmosfera isolata e nebbiosa della storia.
Curon è piaciuta alla critica?
L’accoglienza critica è stata prevalentemente negativa: diverse recensioni italiane hanno criticato una scrittura che si appoggia a cliché del genere soprannaturale già visti altrove, con un mistero centrale svelato troppo presto rispetto alla durata della stagione, pur riconoscendo il valore delle location e del cast giovane.
Dove vedere Curon in streaming?
Curon è disponibile in esclusiva su Netflix in tutto il mondo, inclusa l’Italia, con doppiaggio e sottotitoli italiani.
Curon è la prima serie originale Netflix italiana?
No, ma è stata una delle prime produzioni Netflix italiane di genere soprannaturale, parte della più ampia strategia della piattaforma di investire in produzioni locali europee a partire dalla fine degli anni 2010.
Cos’è il tema dei ‘due lupi’ citato in Curon?
È una parabola, di origine popolare nativa americana ma diffusa in molte culture, ripresa nel finale della serie: ognuno porta dentro di sé due lupi in lotta, uno buono e uno cattivo, e vince quello che si nutre di più. La serie la usa come chiave di lettura del conflitto interiore dei personaggi e del tema del doppio che attraversa tutta la trama.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.