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Il Segno del Comando: lo sceneggiato esoterico RAI che ha stregato l'Italia, trama e finale

Byron, Roma magica e la pietra che dona l'immortalità: il culto del 1971 con Ugo Pagliai e Carla Gravina
1971 ⭐ 8.1/10
Il Segno del Comando: lo sceneggiato esoterico RAI che ha stregato l'Italia, trama e finale
Anno 1971
Creatore Daniele D'Anza
Generi Mistero, Esoterico, Gotico
Stagioni 1
Episodi 5
Cast Ugo Pagliai, Carla Gravina, Massimo Girotti, Paola Tedesco

Il Segno del Comando inizia come la trama di un seminario accademico: un professore inglese arriva a Roma per parlare di Lord Byron davanti a una platea di studiosi.

Finisce come un incubo a occhi aperti, in cui lo stesso professore scopre che la distanza tra lo studio della storia e il farne parte può essere molto più sottile di quanto la sua formazione gli avesse mai insegnato.

Il Segno del Comando (1971) non è semplicemente uno sceneggiato RAI d’epoca da riscoprire per nostalgia: è il prodotto che ha introdotto l’esoterismo come genere nella televisione pubblica italiana, in un momento in cui la RAI era ancora percepita, nell’immaginario collettivo, come un’istituzione pedagogica più che un veicolo di intrattenimento di genere. Mezzo secolo dopo, resta uno dei titoli più citati quando si parla di culto televisivo italiano.

Di cosa parla Il Segno del Comando: la trama dall’inizio

Lancelot Edward Forster (Ugo Pagliai), professore inglese ed esperto di Lord Byron, arriva a Roma per partecipare a una conferenza accademica sul grande poeta romantico, in particolare sul suo soggiorno romano del 1817. Durante il viaggio, Forster entra in possesso di una pista su una poesia inedita di Byron, mai pubblicata né studiata prima, che lo conduce verso un indirizzo che sembra non esistere nella Roma contemporanea: una piazza fantasma, presente solo nelle mappe più antiche della città.

La ricerca accademica si trasforma rapidamente in qualcosa di molto più inquietante quando Forster incontra Lucia (Carla Gravina), una donna misteriosamente identica alla modella di un pittore ottocentesco scomparso in circostanze mai chiarite, la cui storia si intreccia a quella di una pietra incastonata in un anello — il “segno del comando” del titolo — che secondo la tradizione esoterica dona l’immortalità e il potere di comando a chi riesce a impossessarsene.

Mentre approfondisce le proprie ricerche, affiancato e ostacolato al tempo stesso dal collega e rivale accademico George Powell (Massimo Girotti), Forster viene progressivamente risucchiato in una Roma parallela fatta di sedute spiritiche, società segrete, alchimia e reincarnazione, dove il confine tra ricerca storica e esperienza diretta del soprannaturale si assottiglia episodio dopo episodio.

I personaggi principali: chi sono davvero

Lancelot Edward Forster (Ugo Pagliai) è il tipico studioso razionalista messo alla prova da un mistero che la sua formazione accademica non lo ha preparato ad affrontare: la sua traiettoria nel corso dei cinque episodi è quella di un uomo che perde progressivamente il controllo interpretativo sugli eventi che pensava di poter osservare da fuori come ricercatore.

Lucia (Carla Gravina) è il personaggio più enigmatico della serie, sospesa tra la dimensione reale e quella del doppio storico della modella ottocentesca: la sua identità sdoppiata nel tempo è il motore centrale del mistero e il principale elemento di ambiguità sulla natura esatta — romantica, soprannaturale, o entrambe le cose — del suo legame con Forster.

George Powell (Massimo Girotti) rappresenta il contraltare scettico e insieme competitivo di Forster: collega accademico con cui condivide l’interesse per Byron, ma anche un rivale le cui motivazioni nel seguire la stessa pista non sono mai del tutto trasparenti.

Barbara (Paola Tedesco) e il Principe Raimondo Anchisi (Franco Volpi) completano il quadro dei personaggi che, ciascuno a proprio modo, custodiscono un pezzo della verità sulla pietra e sulla piazza fantasma, in un intreccio corale tipico dello sceneggiato gotico all’italiana. L’interpretazione di Volpi, in particolare, è stata più volte segnalata dalla critica come una delle più riuscite dell’intero cast, capace di dare al personaggio del principe una credibilità aristocratica che bilancia il tono a tratti più teatrale di altre interpretazioni della serie.

Il finale spiegato: cosa scopre davvero Forster

L’ultimo episodio scioglie il nodo centrale della vicenda, confermando la natura autenticamente soprannaturale — e non semplicemente suggestiva o psicologica — degli eventi che Forster ha vissuto nel corso delle cinque puntate. Il mistero della piazza fantasma, della pietra e del destino del pittore ottocentesco trova una risoluzione che conferma il meccanismo di sdoppiamento temporale al centro della trama, con Forster costretto a riconoscere di essere diventato parte attiva della storia esoterica che credeva di poter studiare con il solo distacco dello studioso accademico.

Il finale consolida così il tema di fondo dello sceneggiato: la convinzione, tipica dell’esoterismo ottocentesco a cui la serie attinge così ampiamente, che il passato non sia mai davvero concluso, ma continui a ripetersi e a reclamare nuove vittime attraverso i secoli, con la razionalità accademica di Forster che si rivela, alla prova dei fatti, uno strumento del tutto insufficiente a proteggerlo.

Roma come protagonista: la città esoterica

Uno degli elementi più apprezzati e più citati de Il Segno del Comando è l’uso della città di Roma come vera e propria coprotagonista della vicenda. Le riprese notturne nelle strade del centro storico, scelte per restituire un’atmosfera sospesa e quasi onirica, hanno contribuito in modo decisivo a costruire l’identità visiva dello sceneggiato, tanto da essere indicate da più critici come l’elemento che meglio ha resistito al passare del tempo rispetto alla messa in scena più statica e teatrale di alcune sequenze in interni.

Lo sceneggiato attinge esplicitamente alla tradizione della Roma esoterica e massonica, un filone di suggestioni storiche e leggendarie legato alla presenza nella capitale di società segrete, alchimisti e circoli occultisti fin dal Settecento, già oggetto di un’ampia letteratura di genere. Il Segno del Comando è stato tra i primi prodotti televisivi italiani a portare questo immaginario, fino ad allora confinato alla saggistica e alla narrativa di nicchia, davanti a un pubblico generalista attraverso il mezzo televisivo pubblico.

Il contesto storico: Lord Byron e il soggiorno romano del 1817

L’intreccio esoterico dello sceneggiato si innesta su un dato storico reale: il soggiorno di Lord Byron a Roma nel 1817, periodo in cui il poeta inglese visitò effettivamente la città e ne trasse ispirazione per diversi componimenti, incluso il quarto canto del suo celebre poema Childe Harold’s Pilgrimage. Gli sceneggiatori hanno costruito attorno a questo dato storico verificabile un intero apparato fittizio — la poesia inedita, la piazza fantasma, la pietra del comando — che si presenta allo spettatore con una verosimiglianza studiata apposta per rendere ambiguo il confine tra storia documentata e invenzione narrativa.

Questa strategia narrativa, che innesta un mistero completamente immaginario su un fatto storico reale e verificabile, è uno dei motivi per cui Il Segno del Comando ha generato nel tempo un certo fraintendimento tra il pubblico meno esperto, portando alcuni spettatori a chiedersi se la vicenda della pietra e della piazza fantasma avesse un qualche fondamento storico — fraintendimento che gli stessi autori, a giudicare dalla cura con cui hanno costruito l’apparato pseudo-documentale della serie, sembrano aver cercato deliberatamente.

Il successo del 1971: 15 milioni di spettatori

Trasmesso in cinque puntate domenicali consecutive, dal 16 maggio al 13 giugno 1971, sul Programma Nazionale della RAI, Il Segno del Comando ottenne un riscontro di pubblico straordinario per l’epoca: le stime parlano di un ascolto medio intorno ai 15 milioni di spettatori a puntata, una cifra che va contestualizzata ricordando come negli anni Settanta l’offerta televisiva italiana si limitasse a due soli canali nazionali, rendendo gli eventi televisivi settimanali un fenomeno di massa condiviso su scala nazionale in un modo che la frammentazione dei decenni successivi avrebbe reso impossibile da replicare.

Il successo non fu solo di ascolti: la sigla “Cento campane”, interpretata dal cantante romano Lando Fiorini, si staccò progressivamente dallo sceneggiato per diventare un classico della canzone popolare romana a sé stante, cantata e conosciuta ancora oggi anche da chi non ha mai visto una sola puntata della serie — un caso raro di colonna sonora televisiva capace di sopravvivere culturalmente alla propria opera di origine.

Daniele D’Anza: il regista degli sceneggiati RAI

Alla regia de Il Segno del Comando c’è Daniele D’Anza, uno dei nomi più prolifici e riconoscibili nella storia degli sceneggiati RAI del periodo, un genere che costituiva all’epoca una delle colonne portanti della programmazione di prima serata della televisione pubblica italiana. D’Anza aveva già maturato una solida esperienza nella messa in scena di storie a tinte gialle e di suspense per la TV, competenza che si rivela evidente nella gestione dei tempi narrativi e nella costruzione dell’atmosfera notturna che pervade l’intero sceneggiato.

La sceneggiatura, firmata da Giuseppe D’Agata insieme a Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, porta la cifra narrativa tipica di D’Agata, autore già specializzato in intrecci gialli e misteriosi per la televisione, capace di costruire una trama sufficientemente ambigua da sostenere cinque episodi di tensione crescente senza mai sciogliere del tutto il dubbio sulla natura razionale o soprannaturale degli eventi fino all’ultima puntata.

Il remake del 1992 con Robert Powell

Oltre vent’anni dopo l’originale, nel 1992 il regista Giulio Questi diresse un remake de Il Segno del Comando, con l’attore britannico Robert Powell nel ruolo del protagonista, questa volta ambientato a Parigi anziché a Roma. Il progetto originale prevedeva due episodi per una durata complessiva di circa 210 minuti, ma nella trasmissione televisiva effettiva fu mandata in onda come un unico episodio di circa novanta minuti; la versione integrale venne resa disponibile al pubblico solo nel 2006, attraverso un passaggio sul canale tematico Fantasy.

Il giudizio della critica sul remake è stato sostanzialmente negativo nel confronto con l’originale: diverse recensioni lo hanno descritto come molto meno atmosferico e riuscito della versione del 1971, incapace di ricreare la stessa tensione gotico-esoterica che aveva reso celebre lo sceneggiato originale, pur mantenendo l’impianto narrativo di base legato al diario di Byron e alla pietra del comando.

Massimo Girotti: un volto del neorealismo nel gotico televisivo

La presenza di Massimo Girotti nel cast de Il Segno del Comando porta nello sceneggiato un pedigree cinematografico di tutt’altra tradizione rispetto al genere gotico-esoterico. Girotti, scoperto da Mario Soldati e lanciato da ruoli in “La corona di ferro” di Alessandro Blasetti e “Un pilota ritorna” di Roberto Rossellini, era diventato un nome centrale del cinema italiano grazie a Ossessione (1943) di Luchino Visconti, film considerato da gran parte della critica uno dei punti di partenza del neorealismo italiano.

Nel dopoguerra Girotti aveva proseguito la propria carriera lavorando con alcuni dei registi più importanti della storia del cinema italiano: Giuseppe De Santis in “Caccia tragica” (1946), Pietro Germi in “In nome della legge” (1949), e Michelangelo Antonioni nel suo esordio alla regia, “Cronaca di un amore” (1950), al fianco di Lucia Bosé. Arrivare a Il Segno del Comando nel 1971, dopo un percorso così saldamente legato alla grande stagione del cinema d’autore italiano, testimonia quanto lo sceneggiato RAI fosse percepito, al momento della produzione, come un progetto prestigioso e non come un semplice prodotto di genere minore — un dettaglio che aiuta a spiegare la cura complessiva messa nella sua realizzazione.

Il Segno del Comando e il giallo all’italiana: generi paralleli

Il Segno del Comando nasce nello stesso contesto culturale e cronologico in cui, al cinema, si stava affermando il filone del giallo all’italiana, reso celebre da registi come Dario Argento, le cui opere fondative — da L’Uccello dalle Piume di Cristallo a Profondo Rosso — uscirono proprio a cavallo dei primi anni Settanta. I due filoni condividono alcuni ingredienti di fondo: l’ambientazione urbana italiana resa minacciosa e irriconoscibile, l’uso di un protagonista esterno (spesso straniero, come lo stesso Forster) che si trova invischiato in un mistero più grande di lui, una strumentazione visiva che privilegia l’atmosfera rispetto alla spiegazione razionale.

La differenza principale sta nel medium e nel pubblico di riferimento: dove il giallo cinematografico di Argento lavorava per un pubblico delle sale, spesso con un’esplicitezza visiva nella violenza che la televisione pubblica dell’epoca non avrebbe mai potuto permettersi, Il Segno del Comando costruisce la propria inquietudine quasi interamente per sottrazione — suggestione, atmosfera, ambiguità del soprannaturale — risultando per questo un prodotto più vicino alla tradizione del racconto gotico ottocentesco che al thriller a tinte forti che il cinema di genere italiano stava sviluppando in parallelo sugli schermi delle sale.

Il Segno del Comando e il filone esoterico italiano

Lo sceneggiato viene indicato dalla critica come il primo prodotto esoterico della storia della RAI, un’etichetta che ne sottolinea il ruolo di apripista per un filone che la televisione italiana avrebbe ripreso, con toni ed esiti diversi, negli anni successivi. La combinazione di convenzioni gotiche ottocentesche — ville infestate, sedute spiritiche, reincarnazione, alchimia — con uno sfondo urbano contemporaneo e riconoscibile come Roma rappresentava, per gli standard televisivi italiani di inizio anni Settanta, un azzardo tematico non scontato per un pubblico abituato a una programmazione televisiva pubblica più rassicurante e pedagogica.

L’eredità culturale dello sceneggiato si misura anche al di fuori della televisione: nel 1995 un gruppo rock genovese scelse proprio il nome “Il Segno del Comando” come proprio nome d’arte, a conferma di come l’immaginario costruito dalla serie fosse sopravvissuto nella cultura pop italiana ben oltre il contesto originario della trasmissione televisiva. Resta, a oggi, un punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia ricostruire la storia del genere gotico-esoterico nella televisione italiana, un filone che Netflix avrebbe ripreso, con strumenti produttivi e un linguaggio narrativo completamente diversi, decenni più tardi con Curon, ambientato nello scenario altrettanto carico di storia del Lago di Resia. Un percorso diverso, ma altrettanto rappresentativo della capacità della televisione italiana di costruire prodotti di culto partendo da materiale di genere, è quello di L’Ispettore Coliandro: dove Il Segno del Comando punta tutto sull’atmosfera gotica e sul mistero irrisolto, la serie bolognese capovolge lo stesso impulso verso il genere in chiave dichiaratamente comica, a riprova di quanto diversi possano essere gli esiti di un’operazione di culto televisivo nata dalla stessa tradizione nazionale.

Ugo Pagliai e Carla Gravina: due carriere diverse unite da un ruolo

Ugo Pagliai, nato a Pistoia nel 1937, arriva a Il Segno del Comando da un percorso costruito principalmente sul palcoscenico: diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica nel 1958, si era fatto notare nel 1969 con lo spettacolo teatrale “Ross”. Il ruolo di Forster nello sceneggiato RAI del 1971 resta il suo lavoro televisivo più celebre e quello che lo ha consegnato a un pubblico di massa ben oltre il circuito teatrale in cui aveva costruito la propria reputazione professionale; nel 1988 avrebbe poi ricevuto il Premio Flaiano alla carriera.

Carla Gravina, nata a Gemona del Friuli nel 1941, aveva invece già un percorso cinematografico avviato da anni al momento delle riprese dello sceneggiato: esordiente nel 1957 con “Guendalina” di Alberto Lattuada, aveva poi lavorato con Mario Monicelli ne “I soliti ignoti” e debuttato a teatro nel 1960 in una Romeo e Giulietta veronese che le fece conoscere Gian Maria Volonté, con cui avrebbe avuto una lunga relazione sentimentale. Dopo gli anni Settanta di intensa attività cinematografica e televisiva, Gravina avrebbe progressivamente spostato il proprio impegno verso il teatro e la politica, diventando deputata del Partito Comunista Italiano tra il 1980 e il 1983 — una traiettoria professionale insolita per un’interprete che il grande pubblico italiano continua ad associare soprattutto al ruolo ambiguo di Lucia.

Giuseppe D’Agata: dalla Resistenza alla scrittura per la RAI

Dietro la sceneggiatura de Il Segno del Comando c’è Giuseppe D’Agata, nato a Bologna nel 1927 e scomparso nella stessa città nel 2011, una figura la cui biografia personale aggiunge un livello di interesse ulteriore alla sua opera più celebre. A soli diciassette anni D’Agata fu militante nella brigata partigiana “Matteotti Sap” durante la Resistenza; dopo gli studi di medicina, abbandonati per dedicarsi alla scrittura, si trasferì a Roma nel 1967 per lavorare nella radio, nella televisione e nel cinema.

D’Agata avrebbe in seguito ricoperto per vent’anni la carica di presidente del Sindacato Nazionale Scrittori, confermando un profilo professionale che univa la scrittura di genere per la televisione a un impegno istituzionale nel mondo culturale italiano. Dello stesso sceneggiato scrisse anche una versione romanzata, pubblicata da Rizzoli, che riprende e sviluppa su carta l’intreccio costruito per lo schermo televisivo.

Un’eredità ancora viva: il romanzo di Loredana Lipperini del 2024

L’influenza culturale de Il Segno del Comando non si è esaurita nel secolo scorso: nel 2024, oltre cinquant’anni dopo la messa in onda originale, la scrittrice Loredana Lipperini ha pubblicato per Rai Libri un romanzo che porta lo stesso titolo dello sceneggiato, liberamente ispirato alla vicenda originale del 1971. La pubblicazione conferma come l’immaginario costruito da D’Agata e D’Anza continui a esercitare un’attrazione sugli autori italiani contemporanei, ben oltre il pubblico che ha avuto l’occasione di vedere lo sceneggiato alla sua prima trasmissione.

Questo genere di operazione — tornare, decenni dopo, su un prodotto televisivo di culto per riproporne l’atmosfera in una forma narrativa diversa — è un fenomeno che accomuna Il Segno del Comando ad altri casi di culto televisivo italiano: segno che certe atmosfere, una volta fissate con sufficiente precisione nell’immaginario collettivo, continuano a generare nuove opere molto tempo dopo che il prodotto originale ha smesso di essere trasmesso regolarmente.

Perché si chiama “Il Segno del Comando”: il significato del titolo

Il titolo dello sceneggiato si riferisce direttamente all’oggetto esoterico al centro dell’intreccio: una pietra incastonata in un anello, tramandata secondo la leggenda fin dai tempi del soggiorno romano di Byron, capace di conferire a chi la possiede non solo l’immortalità ma un vero e proprio potere di comando sugli altri — un’autorità che va oltre il semplice prolungamento della vita per toccare la sfera del controllo e del dominio.

La scelta di un titolo che nomina direttamente l’oggetto magico della trama, piuttosto che un personaggio o un luogo, è coerente con la tradizione del racconto gotico ottocentesco a cui lo sceneggiato attinge così esplicitamente: da “Il ritratto di Dorian Gray” a molte varianti della narrativa fantastica vittoriana, l’oggetto maledetto o incantato che muove la trama è spesso l’elemento che dà il nome all’intera opera, più del protagonista che ne subisce le conseguenze. Forster, va notato, non è mai davvero il “comandante” del titolo: resta per tutta la vicenda un uomo che insegue un potere che altri, prima di lui, hanno già posseduto e perso.

La trama più nel dettaglio: dalla conferenza al mistero

Il primo episodio dello sceneggiato si apre con un tono quasi documentaristico: Forster arriva a Roma per un convegno accademico, mescolandosi a un ambiente di studiosi e bibliofili byroniani che la serie ritrae con un certo gusto satirico per le piccole rivalità del mondo universitario. È in questo contesto apparentemente innocuo che Forster riceve la prima indicazione sulla poesia inedita di Byron, un dettaglio che qualunque altro accademico avrebbe probabilmente archiviato come una curiosità minore, ma che per Forster diventa immediatamente un’ossessione.

Mano a mano che la ricerca prosegue nelle puntate successive, lo sceneggiato alterna sequenze diurne, ambientate negli archivi e nelle biblioteche romane, a sequenze notturne sempre più cariche di suggestione, in cui Forster si addentra in una Roma che sembra rispondere a una geografia diversa da quella reale — la piazza fantasma che dà il titolo a una delle puntate centrali è l’esempio più evidente di questa sovrapposizione tra la città reale e quella esoterica che la trama progressivamente rivela. Il ritmo narrativo, scandito dalla trasmissione settimanale delle cinque puntate, permetteva al pubblico dell’epoca di vivere l’indagine di Forster quasi in tempo reale, un’esperienza di visione molto diversa da quella a cui il pubblico contemporaneo, abituato al binge-watching, è oggi abituato.

La ricerca dei collezionisti: perché è difficile da vedere oggi

La difficoltà di reperire Il Segno del Comando attraverso i canali di distribuzione ufficiali ha trasformato lo sceneggiato, nel corso dei decenni, in un oggetto di culto per i collezionisti di televisione italiana d’epoca. Le registrazioni amatoriali, spesso recuperate da passaggi televisivi su canali regionali o tematici, circolano da anni tra gli appassionati attraverso forum dedicati alla storia della RAI, in una forma di conservazione informale che ha permesso all’opera di sopravvivere nonostante l’assenza di un restauro ufficiale paragonabile a quello riservato ad altri classici della televisione pubblica italiana.

Questa scarsità di accesso ufficiale, paradossalmente, ha contribuito ad alimentare piuttosto che ridurre la reputazione di culto dello sceneggiato: la difficoltà stessa di reperirlo lo ha reso, per più di una generazione di appassionati di televisione italiana, un oggetto quasi leggendario quanto la pietra esoterica al centro della sua stessa trama.

Dove vedere Il Segno del Comando oggi

Lo sceneggiato originale del 1971 non è distribuito in modo stabile sulle principali piattaforme di streaming italiane: la sua fruizione passa principalmente attraverso edizioni amatoriali in circolazione tra gli appassionati e passaggi televisivi occasionali su canali tematici dedicati alla storia della televisione italiana. Alcune raccolte DVD dedicate agli sceneggiati RAI storici degli anni Settanta includono Il Segno del Comando tra i titoli disponibili per l’acquisto.

Domande frequenti

Di cosa parla Il Segno del Comando?

Edward Forster, professore inglese esperto di Lord Byron, arriva a Roma per una conferenza sul poeta romantico. Una pista su una poesia inedita di Byron lo conduce verso un mistero esoterico legato a una pietra, il ‘segno del comando’, che si dice doni l’immortalità a chi la possiede, e a una piazza fantasma che sembra non esistere nella Roma reale.

Come finisce Il Segno del Comando?

Il finale scioglie il mistero della piazza fantasma e del destino del pittore ottocentesco al centro della vicenda, confermando la natura soprannaturale degli eventi vissuti da Forster: il professore si ritrova coinvolto fino in fondo nella storia esoterica che credeva di osservare solo da studioso, scoprendo che il confine fra ricerca accademica e esperienza diretta del mistero si è ormai dissolto.

Chi interpreta i protagonisti de Il Segno del Comando?

Ugo Pagliai interpreta il professor Lancelot Edward Forster, mentre Carla Gravina è Lucia, la misteriosa modella legata al pittore ottocentesco al centro dell’intreccio. Massimo Girotti interpreta George Powell, collega e rivale accademico di Forster.

Il Segno del Comando è basato su una storia vera?

No, è un’opera di finzione scritta da Giuseppe D’Agata con Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, ma si innesta su elementi storici reali: il soggiorno di Lord Byron a Roma nel 1817 e la tradizione esoterica e massonica legata alla città sono usati come ambientazione storica per un intreccio interamente immaginario.

Perché Il Segno del Comando è considerato un culto?

Lo sceneggiato ha segnato un’intera generazione di spettatori italiani per l’atmosfera gotico-esoterica costruita sulle location notturne di Roma, per la sigla ‘Cento campane’ diventata un classico della canzone romana, e per essere stato il primo prodotto televisivo RAI a trattare apertamente temi esoterici, in un’epoca in cui la televisione pubblica italiana era ancora dominata da un’estetica pedagogica e rassicurante.

C’è un remake de Il Segno del Comando?

Sì, nel 1992 Giulio Questi diresse un remake con Robert Powell nel ruolo del protagonista, ambientato a Parigi anziché a Roma. Il remake è considerato dalla critica molto meno atmosferico e riuscito dell’originale del 1971.

Dove vedere Il Segno del Comando oggi?

Lo sceneggiato originale del 1971 circola principalmente attraverso edizioni amatoriali e passaggi televisivi occasionali su canali tematici; non è distribuito in modo stabile sulle principali piattaforme di streaming italiane. Alcune raccolte DVD dedicate agli sceneggiati RAI storici lo includono.

Cos’è il ‘segno del comando’ citato nel titolo?

È una pietra incastonata in un anello, al centro della trama, che secondo la leggenda esoterica della serie dona l’immortalità e il potere di comando a chi riesce a entrarne in possesso, legata storicamente alla permanenza di Lord Byron a Roma nel 1817.

Quanti episodi ha Il Segno del Comando?

Lo sceneggiato è composto da cinque episodi, trasmessi in cinque domeniche consecutive sul Programma Nazionale della RAI, dal 16 maggio al 13 giugno 1971.

Chi ha scritto Il Segno del Comando?

La sceneggiatura è firmata da Giuseppe D’Agata insieme a Flaminio Bollini, Dante Guardamagna e Lucio Mandarà, mentre la regia è di Daniele D’Anza, uno dei registi più prolifici degli sceneggiati RAI del periodo.

Il Segno del Comando ha influenzato altre opere italiane?

Sì: viene indicato come il primo sceneggiato esoterico della storia della RAI, un genere che avrebbe poi trovato altri esempi negli anni successivi della televisione italiana. La sigla ‘Cento campane’, interpretata da Lando Fiorini, è diventata un classico della tradizione musicale romana indipendentemente dallo sceneggiato stesso.

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