Identity – Identità: il finale spiegato, chi è davvero l'assassino e dove vederlo
Dieci sconosciuti, un motel completamente isolato, un violento temporale che non accenna in alcun modo a fermarsi. Identity – Identità sembra per i primi tre quarti un classico slasher alla Dieci piccoli indiani, con vittime che cadono una dopo l’altra e nessun modo di scappare. Poi arriva all’improvviso la rivelazione che ribalta completamente tutto quello che abbiamo visto fin lì, trasformando il motel, le vittime e persino lo stesso assassino in qualcosa di completamente diverso da ciò che inizialmente sembravano essere. James Mangold dimostra chiaramente che anche il genere più prevedibile e codificato del cinema può ancora sorprendere, a patto di mentire allo spettatore con la massima eleganza narrativa possibile.
Di cosa parla davvero Identity – Identità: la trama dall’inizio
Durante un violento temporale nel deserto del Nevada, l’autista Ed Dakota (John Cusack) investe accidentalmente una donna mentre trasporta un’attrice, Caroline Suzanne (Rebecca De Mornay). Con le strade completamente allagate in entrambe le direzioni possibili, il gruppo è costretto a rifugiarsi in un motel isolato gestito da Larry Washington (John Hawkes), dove si trovano già altri ospiti rimasti bloccati dalla medesima, violentissima tempesta: l’agente penitenziario Rhodes (Ray Liotta), impegnato a scortare il prigioniero Robert Maine (Jake Busey) verso un trasferimento; l’ex prostituta Paris Nevada (Amanda Peet), in viaggio solitario verso una nuova vita lontana dal proprio passato; una giovane coppia di sposi appena formatasi, York (John C. McGinley) e la moglie Ginny (Clea DuVall), con il figlioletto Timmy al seguito; e un ulteriore uomo misterioso e silenzioso, Lou (William Lee Scott). Uno dopo l’altro, gli ospiti del motel cominciano a essere uccisi brutalmente da una mano rimasta sconosciuta, mentre emergono progressivamente inquietanti coincidenze: condividono tutti, senza eccezione, la stessa identica data di nascita, il 10 maggio, e i loro nomi corrispondono, non casualmente come si scoprirà poi, a stati e città degli Stati Uniti.
In parallelo, in un’ambientazione completamente diversa e separata dal motel, lo psichiatra Dr. Malick (Alfred Molina) tenta disperatamente di convincere un giudice della Corte Suprema a sospendere, nel cuore della notte, l’esecuzione imminente del condannato a morte Malcolm Rivers (Pruitt Taylor Vince), sostenendo con forza che l’uomo soffra di un grave e documentato disturbo dissociativo dell’identità che lo renderebbe, secondo gli standard legali vigenti, di fatto non pienamente processabile per i crimini commessi.
Come finisce il film: il finale spiegato
Il colpo di scena centrale rivela che i dieci personaggi del motel non sono mai esistiti come individui reali: sono tutte personalità distinte generate dalla mente scissa di Malcolm Rivers, e il motel stesso è una rappresentazione simbolica, costruita dalla sua psiche, dello spazio interiore in cui quelle personalità combattono per il controllo del corpo che condividono. Ogni volta che una personalità viene “eliminata” nella finzione del motel, una chiave numerata — che scende progressivamente da 10 a 1 — segnala allo spettatore (e, idealmente, allo psichiatra) quante ne restino ancora attive nella mente del paziente.
Quando l’ultimo violento scontro tra le personalità rimaste sembra lasciare in vita solo Paris Nevada, apparentemente la più empatica e meno pericolosa dell’intero gruppo originario, il Dr. Malick ne deduce con sollievo che la personalità omicida sia stata finalmente e definitivamente soppressa, convincendo così il giudice a commutare la condanna a morte in un semplice ricovero psichiatrico a tempo indeterminato. Ma è un’illusione crudele: la vera mente omicida non era mai stata eliminata. È Timmy, la personalità del bambino di appena dieci anni, apparentemente la vittima più innocua e indifesa dell’intero gruppo riunito nel motel, a essersi nascosta per tutta la durata del film dietro un’identità che nessuno — né gli altri personaggi coinvolti nella finzione, né lo spettatore stesso — avrebbe mai realisticamente potuto sospettare in anticipo. Timmy uccide Paris nell’ultimo istante possibile e, una volta che Malcolm viene trasferito in un istituto psichiatrico, convinto da tutti della propria avvenuta guarigione, ne esce poco dopo per assassinare brutalmente la stessa dottoressa che lo aveva avuto in cura per mesi, dimostrando in modo definitivo che la personalità più pericolosa dell’intero gruppo non solo è sopravvissuta indenne a ogni tentativo di eliminazione, ma ha anche ripreso pieno e stabile controllo del corpo di Malcolm.
Dieci piccoli indiani come punto di partenza, non come copia
La sceneggiatura di Michael Cooney prende esplicitamente ispirazione da Dieci piccoli indiani (And Then There Were None, 1939) di Agatha Christie, riprendendone l’impianto narrativo di base: un gruppo di sconosciuti isolato in un unico luogo, eliminato uno dopo l’altro da una mano invisibile, ciascuno con un proprio segreto da nascondere. James Mangold ha dichiarato di essere stato attratto dal materiale proprio per la possibilità di confrontarsi con la struttura del giallo in ambiente chiuso, uno dei generi più codificati e prevedibili del cinema di intrattenimento. Dove il romanzo della Christie risolve il proprio mistero restando sempre all’interno delle regole del genere poliziesco classico, Identity usa quella stessa struttura come un cavallo di Troia narrativo, per introdurre nell’ultimo atto un ribaltamento che sposta l’intero film in un registro completamente diverso, quello della psicopatologia clinica travestita da slasher.
I nomi degli stati: l’indizio nascosto in bella vista
Fin dai titoli di testa, Identity dissemina un indizio che la maggior parte degli spettatori coglie solo a posteriori: i nomi dei personaggi corrispondono, uno dopo l’altro, a stati o città americane. Ed Dakota, Paris Nevada, York (come New York), Rhodes (come Rhode Island), Maine, Lou (abbreviazione di Louisiana) e Ginny (diminutivo che richiama Virginia) non sono scelte casuali di sceneggiatura, ma la prova, visibile fin dal primo minuto per chi sa cosa cercare, che nessuno di questi personaggi possiede una vera identità anagrafica: sono etichette, esattamente come le personalità multiple di un paziente con disturbo dissociativo dell’identità vengono spesso catalogate dagli psichiatri con nomi convenzionali piuttosto che con una vera storia personale.
Il cast corale: John Cusack e Ray Liotta in un ensemble senza protagonista fisso
A differenza di molti thriller con una struttura corale, Identity evita deliberatamente di segnalare allo spettatore chi sia il vero protagonista della vicenda, proprio perché nessuno dei dieci personaggi lo è realmente. John Cusack, nei panni dell’autista Ed Dakota, offre il centro emotivo più stabile del gruppo, un ex poliziotto che cerca di mantenere l’ordine mentre tutto intorno crolla. Ray Liotta costruisce nel proprio Rhodes un personaggio apparentemente autoritario, duro e sospetto, depistando con grande efficacia lo spettatore verso la pista narrativa sbagliata per gran parte della durata complessiva del film. Amanda Peet dona alla propria Paris Nevada una vulnerabilità emotivamente credibile che la rende, fino all’ultimissimo istante, la candidata più naturale a un lieto fine convenzionale — proprio l’aspettativa che il finale smonta senza alcuna pietà. Alfred Molina, nei panni determinati del Dr. Malick, e Rebecca De Mornay, nel ruolo dell’attrice Caroline Suzanne, prima vittima dell’incidente stradale d’apertura, completano un cast corale che lavora quasi interamente all’oscuro, proprio come lo spettatore stesso, della vera natura della storia che sta effettivamente interpretando scena dopo scena.
James Mangold: un thriller di genere tra due film d’autore
Identity arriva nella filmografia di James Mangold in un momento di transizione evidente verso progetti di scala produttiva sempre maggiore e più ambiziosa: il regista aveva già diretto il dramma carcerario Ragazze interrotte (1999), con Winona Ryder e Angelina Jolie, e si sarebbe presto spostato verso il western Quel treno per Yuma (2007) e, molti anni dopo, verso blockbuster di fascia alta come Logan (2017) e il biopic musicale su Bob Dylan A Complete Unknown (2024). Identity rappresenta, in questo specifico percorso professionale, un’incursione piuttosto insolita e per certi versi sorprendente nel territorio del thriller psicologico venato di horror, un genere che Mangold non avrebbe più esplorato con la stessa intensità nel resto della propria lunga carriera, ma che gli permise comunque di dimostrare una notevole versatilità tecnica nella gestione sapiente della tensione narrativa in spazi fisicamente chiusi e ristretti.
Accoglienza critica e performance al botteghino
Il film incassò complessivamente circa 90,3 milioni di dollari a livello globale a fronte di un budget produttivo relativamente contenuto di 28 milioni di dollari, configurandosi come un solido e redditizio successo commerciale per un thriller psicologico di fascia media distribuito in piena primavera, lontano dalla stagione più affollata dei grandi blockbuster estivi. La critica specializzata si divise in modo piuttosto netto: molti recensori lodarono la capacità del film di sovvertire le aspettative del genere slasher con un colpo di scena autenticamente spiazzante, mentre altri contestarono proprio la stessa svolta narrativa, ritenendola un espediente che risolve il mistero smontando retroattivamente la logica dell’intera prima parte del film, lasciando alcuni spettatori con la sensazione di essere stati ingannati più che sorpresi. È esattamente questa stessa polarizzazione, tipica di molti film costruiti interamente attorno a un unico, grande colpo di scena finale, ad aver contribuito nel corso degli anni alla reputazione di Identity come un vero e proprio caso di culto da discutere, analizzare e rivedere più e più volte.
Un disturbo clinico reale, filtrato attraverso il linguaggio horror
Identity si ispira liberamente al disturbo dissociativo dell’identità (precedentemente noto come disturbo di personalità multipla), una condizione psichiatrica reale caratterizzata dalla presenza, nello stesso individuo, di due o più identità distinte che assumono il controllo del comportamento in momenti diversi. Il film, tuttavia, filtra questa condizione clinica attraverso un linguaggio dichiaratamente di genere, più vicino all’immaginario dello slasher e del thriller soprannaturale che a una rappresentazione clinicamente accurata della patologia, trasformando le personalità di Malcolm Rivers in personaggi fisicamente distinti che si uccidono a vicenda in uno spazio simbolico anziché restare semplici stati mentali alternati nello stesso corpo. È una scelta che privilegia dichiaratamente l’impatto narrativo sulla fedeltà clinica, nella tradizione di un cinema che da decenni usa i disturbi dissociativi come dispositivo per costruire doppi, gemelli e identità nascoste.
La breve poesia che apre il film: un indizio travestito da filastrocca
Prima ancora dei titoli di testa, Identity si apre con un estratto della filastrocca “Antigonish” del poeta ed educatore americano Hughes Mearns, nella sua forma più nota: “Mentre salivo le scale / ho visto un uomo che non c’era / Non c’era nemmeno oggi / Vorrei, vorrei che se ne andasse via”. Lungi dall’essere un semplice vezzo stilistico, la scelta anticipa fin dal primo istante il cuore tematico dell’intero film: un uomo — o meglio, una presenza — che non esiste nel senso convenzionale del termine, eppure continua a manifestarsi con conseguenze fin troppo reali. Rivista dopo aver scoperto il colpo di scena finale, la filastrocca si rivela un indizio quasi esplicito sulla natura delle personalità multiple che popolano il motel: presenze che “non ci sono” in senso letterale, perché non corrispondono a individui reali con una propria storia anagrafica indipendente, eppure sono perfettamente capaci di uccidere e di essere uccise all’interno dello stesso spazio psichico condiviso che le ospita tutte simultaneamente.
Un’edizione speciale home video con finale alternativo
L’edizione speciale in DVD di Identity include una versione ramificata del film che permette allo spettatore di scegliere tra percorsi narrativi leggermente diversi, oltre a un finale alternativo e a una scena aggiuntiva non presenti nella versione cinematografica originale. Questa scelta editoriale, piuttosto insolita per un thriller psicologico dell’epoca, riflette perfettamente la natura stessa del film: una storia costruita attorno all’idea che la stessa identica situazione di partenza possa risolversi in modi radicalmente diversi a seconda di quale specifica “personalità” prenda temporaneamente il sopravvento sulle altre, un concetto che il supporto home video ha potuto sfruttare concretamente offrendo allo spettatore la possibilità reale di esplorare epiloghi alternativi della stessa, identica vicenda narrativa.
Dalla stroncatura al culto: una ricezione critica che cambia nel tempo
All’uscita nelle sale, la critica specializzata si divise in modo netto. A.O. Scott del New York Times lo liquidò come “un thriller ragionevolmente ben eseguito” ma afflitto da una “patinata e costosa pretenziosità”, paragonandolo a “un B-movie travestito elegantemente, un pezzo di formaggio che cerca di intrufolarsi nel reparto gastronomia di lusso”. Molti recensori dell’epoca riconobbero le prime due parti del film come “estremamente promettenti nella premessa e nell’esecuzione”, salvo poi criticare apertamente la tenuta logica del terzo atto, ritenuto da alcuni un espediente capace di disinnescare retroattivamente la credibilità di tutto ciò che lo precede. Con il passare degli anni, tuttavia, Identity ha conosciuto una rivalutazione piuttosto significativa presso gli appassionati del genere, arrivando a essere descritto come una riuscita rilettura in chiave moderna di Dieci piccoli indiani, apprezzata proprio per l’audacia di quella stessa svolta narrativa che inizialmente aveva diviso la critica: un classico esempio di film che il tempo e il passaparola hanno trattato meglio delle recensioni a caldo.
Un motel costruito interamente in studio per controllare ogni inquadratura
Nonostante l’ambientazione desertica suggerisca riprese interamente in esterni, Identity fu girato in gran parte su un set costruito interamente in studio a Culver City, California, nel 2002, con alcune riprese aggiuntive in esterni effettuate nella zona di Palmdale, incluso il celebre Four Aces Movie Ranch utilizzato per alcune inquadrature del motel. Il production designer Mark Friedberg costruì l’intera struttura del motel come uno spazio tridimensionale coerente, con porte e finestre disposte secondo linee visive studiate nel dettaglio per permettere alla macchina da presa di seguire i personaggi mentre si muovono da una stanza all’altra, apparendo e scomparendo nel giro di pochi passi — un vero e proprio labirinto scenico pensato fin nei minimi dettagli per amplificare quella costante sensazione di claustrofobia e disorientamento spaziale che pervade, scena dopo scena, l’intero film dal primo all’ultimo minuto. L’intera ambientazione fu inoltre sigillata artificialmente dal mondo esterno attraverso impianti di pioggia artificiale e macchine del vento azionate in modo continuo per tutta la durata delle riprese, al fine di garantire la coerenza meteorologica del violento temporale che intrappola fisicamente i personaggi per l’intera durata della vicenda narrativa.
Un cast corale scelto come “pedine eleganti” della sceneggiatura
James Mangold arrivò alla regia di Identity in un momento professionale apparentemente inaspettato, reduce da due drammi d’autore acclamati dalla critica come Ragazze interrotte e la commedia romantica Kate & Leopold, ben lontani per tono e registro da un thriller corale venato di horror. Lo stesso attore John Cusack, interprete dell’autista ed ex poliziotto Ed Dakota al centro emotivo del gruppo, ha descritto in un featurette promozionale la particolare natura della sceneggiatura di Michael Cooney: “In molti film, è il personaggio a muovere la trama. In questo, in un certo senso, gli attori sono come eleganti pedine degli scacchi: lo sceneggiatore e il regista stanno intrecciando insieme queste storie diverse”. È una descrizione che coglie perfettamente la sfida recitativa del film: ogni membro del cast corale — da Ray Liotta nei panni dell’agente penitenziario Rhodes a Clea DuVall e William Lee Scott nei panni della giovane coppia di sposi Ginny e Lou — doveva costruire un personaggio apparentemente autonomo e credibile, pur sapendo che l’intera logica psicologica dietro le proprie motivazioni sarebbe stata ribaltata dal colpo di scena finale.
L’ordine delle vittime: un meccanismo di orologeria
Il film costruisce la propria tensione attraverso un meccanismo di eliminazione quasi matematico, scandito proprio dalle chiavi numerate lasciate accanto a ogni vittima. La prima a cadere è Caroline Suzanne (Rebecca De Mornay), decapitata mentre gira per i terreni del motel in cerca di segnale telefonico: la sua testa viene ritrovata dentro un’asciugatrice nella lavanderia, con la chiave numero dieci accanto. Seguono, uno dopo l’altro, Lou (con la chiave stretta in mano), il prigioniero Robert Maine (chiave accanto al piede), George York (investito da un camion mentre tenta, invano, di salvare il figliastro Timmy, che si scansa all’ultimo istante lasciando che sia lui a essere travolto al suo posto) e infine Ginny, con la chiave ritrovata sotto il letto. Questa sequenza di morti, apparentemente casuale alla prima visione, acquisisce un senso completamente diverso una volta scoperto il colpo di scena: ogni chiave che scompare rappresenta una personalità che la mente di Malcolm sta eliminando dal proprio interno, in un processo di “selezione psichica” che il film mette in scena come se fosse un vero e proprio omicidio fisico.
Identity nella storia del cinema sul disturbo dissociativo dell’identità
Il disturbo dissociativo dell’identità, un tempo noto come disturbo di personalità multipla, ha una lunga tradizione cinematografica che precede e segue Identity di diversi decenni. Psycho (1960) di Alfred Hitchcock resta probabilmente il capostipite più celebre del genere, con Norman Bates che assume l’identità della madre defunta fino a diventarne una pericolosa estensione psicotica. Fight Club (1999) di David Fincher, tratto dal romanzo di Chuck Palahniuk, reinventa il tema in chiave contemporanea con Tyler Durden, personificazione di una scissione della personalità nata dall’insonnia e dal vuoto esistenziale del consumismo. Identity si inserisce in questa tradizione con una scelta peculiare e per certi versi unica nel panorama del genere: anziché concentrarsi su una singola personalità alternativa che emerge gradualmente nel protagonista, come accade nella stragrande maggioranza dei film dedicati a questo disturbo, il film di Mangold dà corpo fisico e narrativo a dieci personalità distinte e autonome simultaneamente, trasformando l’intero disturbo dissociativo in un vero e proprio ensemble cast corale, ciascuno con la propria voce, il proprio aspetto fisico e la propria motivazione apparente. Diversi anni più tardi, Split (2016) di M. Night Shyamalan avrebbe ripreso lo stesso tema con un approccio più concentrato su un singolo corpo e molteplici personalità visibili in rapida successione, confermando quanto il disturbo dissociativo dell’identità continui a esercitare un fascino duraturo sugli sceneggiatori di thriller psicologici, nonostante il rischio, riconosciuto dagli stessi esperti clinici, di rafforzare rappresentazioni stigmatizzanti di una condizione reale e spesso originata da traumi infantili gravissimi.
Pruitt Taylor Vince: l’uomo dietro tutte le maschere
Dietro ogni personalità che popola il motel, da Ed Dakota a Paris Nevada fino allo stesso Timmy, si nasconde un solo attore reale nelle scene ambientate nel carcere e nell’aula del tribunale: Pruitt Taylor Vince, chiamato a interpretare Malcolm Rivers, il condannato a morte la cui mente frammentata genera l’intera vicenda del motel. Si tratta di un ruolo per definizione defilato rispetto al resto del cast corale, apparendo quasi esclusivamente nelle sequenze “reali” ambientate fuori dalla finzione del motel, in carcere e in tribunale, eppure assolutamente cruciale per l’intero impianto emotivo del film: è attraverso le sue reazioni fisiche — il terrore negli occhi, la confusione crescente, i rari momenti di lucidità intermittente — che lo spettatore percepisce concretamente la reale posta in gioco dietro quello che, fino alla rivelazione finale, sembra soltanto un classico gioco di genere senza particolari implicazioni umane. Vince costruisce un personaggio capace di generare empatia nonostante i crimini orribili di cui si è reso responsabile, proprio perché il film insiste costantemente sulla distinzione tra l’uomo malato e le personalità criminali che abitano, senza il suo pieno controllo, la sua stessa mente.
Una domanda legale scomoda: dove finisce la responsabilità penale?
Sotto la superficie del thriller a incastri, Identity pone una domanda che va ben oltre l’intrattenimento di genere: se un individuo commette un crimine sotto il controllo di una personalità distinta dalla propria coscienza abituale, quanto è legalmente e moralmente responsabile delle proprie azioni? Il film costruisce l’intera cornice processuale attorno a questa tensione, con il Dr. Malick che tenta di convincere un giudice della Corte Suprema a riconoscere l’infermità mentale di Malcolm proprio nelle ultime ore prima dell’esecuzione capitale, in una corsa contro il tempo che rispecchia, sul piano drammaturgico, l’urgenza interna delle personalità che si eliminano a vicenda nel motel. Il finale, con la rivelazione che la personalità più pericolosa è sopravvissuta proprio nascondendosi dietro l’identità apparentemente più innocua e indifesa dell’intero gruppo, finisce per restituire un giudizio implicitamente scettico sulla possibilità stessa di “guarire” o di neutralizzare con piena certezza un disturbo dissociativo così radicale e stratificato, lasciando lo spettatore con un dubbio profondamente inquietante sulla reale efficacia degli strumenti diagnostici impiegati dal sistema giudiziario per distinguere, in casi estremi come questo, la follia clinica dalla colpa penale vera e propria.
Identity nel cluster dei film sulla memoria e l’identità
All’interno del filone di film dedicati alla manipolazione della memoria e dell’identità, Identity occupa una posizione particolare perché non racconta né un’amnesia né un’identità impiantata dall’esterno, ma una frammentazione interna della stessa mente in personalità multiple e autonome. È un meccanismo diverso da quello di Mulholland Drive, dove un’unica coscienza costruisce una fantasia alternativa di se stessa restando comunque una sola identità, e ancora più distante da Moon, dove l’identità viene duplicata fisicamente attraverso la clonazione anziché frammentata psicologicamente all’interno di un’unica mente. Il punto di contatto più stretto resta però con Memento: se Leonard Shelby perde la capacità di costruire una storia coerente di sé a causa di un danno neurologico, Malcolm Rivers va nella direzione opposta, costruendo troppe storie coerenti e distinte all’interno della stessa, unica mente, fino a renderle indistinguibili l’una dall’altra persino per chi dovrebbe curarlo professionalmente. Unknown – Senza identità (2011) aggiunge un quinto caso: non una frammentazione interna come quella di Malcolm, ma un’identità di copertura — costruita dall’esterno da un’organizzazione — che un trauma cranico trasforma nell’unica identità che il protagonista riconosce come propria, fino a sceglierla consapevolmente al posto della propria vera natura una volta scoperta la verità. In tutti e cinque i casi, il filo conduttore resta lo stesso: l’identità di un essere umano non è mai un dato acquisito una volta per tutte, ma qualcosa che può incrinarsi, moltiplicarsi o dissolversi secondo meccanismi diversissimi tra loro, eppure accomunati dalla stessa, radicale incertezza sul confine tra ciò che una persona crede di essere e ciò che è davvero.
Dove vedere Identity – Identità in streaming in Italia

Il film è disponibile in abbonamento su Amazon Prime Video, oltre che a noleggio o acquisto su Apple TV, Amazon Video e Rakuten TV.
Domande frequenti
Di cosa parla Identity – Identità?
Dieci sconosciuti restano bloccati in un motel isolato del Nevada durante un violento temporale. Uno dopo l’altro, cominciano a essere uccisi da un assassino sconosciuto, mentre scoprono sinistre coincidenze: condividono tutti la stessa data di nascita e portano nomi coincidenti con stati americani.
Come finisce Identity – Identità?
Il colpo di scena rivela che i dieci personaggi non esistono realmente: sono tutte personalità distinte della mente di Malcolm Rivers, un condannato a morte affetto da disturbo dissociativo dell’identità. Lo psichiatra Dr. Malick sta cercando di dimostrare la sua infermità mentale a un giudice mentre, nella sua mente, le personalità si eliminano a vicenda. Quando sembra sopravvivere solo Paris, apparentemente la personalità più innocua, il giudice sospende l’esecuzione. Ma è un’illusione: l’assassino reale è Timmy, la personalità del bambino di 10 anni, che uccide anche Paris e, uscito dall’ospedale psichiatrico, ammazza la psichiatra.
Chi è davvero l’assassino in Identity?
L’assassino è Timmy York, la personalità infantile di 10 anni nascosta nella mente di Malcolm Rivers, la cui esistenza viene rivelata solo nel colpo di scena finale: nessuno, né gli altri personaggi né lo spettatore stesso, sospetta mai di lui fino a quel preciso momento, proprio perché sembra la vittima più innocente e indifesa dell’intero gruppo.
Il film è ispirato a un romanzo di Agatha Christie?
Sì, la sceneggiatura di Michael Cooney si ispira esplicitamente a ‘Dieci piccoli indiani’ (And Then There Were None) di Agatha Christie, riprendendone la struttura base di dieci sconosciuti isolati e uccisi uno dopo l’altro, per poi reinventarla completamente con il colpo di scena sulla malattia mentale.
Perché i personaggi hanno nomi di stati americani?
È un indizio disseminato fin dall’inizio del film: nomi come Ed Dakota, Rhodes (Rhode Island), Paris Nevada, York (New York), Louisiana ‘Lou’, Maine e Ginny (Virginia) alludono al fatto che ciascun personaggio rappresenta, in realtà, una diversa personalità della mente di un solo uomo, non un individuo realmente esistente con un proprio background.
Dove vedere Identity – Identità in streaming in Italia?
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Chi ha diretto Identity – Identità?
Il film è diretto da James Mangold, regista già noto per ‘Quel treno per Yuma’ e ‘Ragazze interrotte’, che in seguito dirigerà anche ‘Logan’ e il biopic su Bob Dylan ‘A Complete Unknown’.
Quanto ha incassato Identity al botteghino?
Il film incassò circa 90,3 milioni di dollari a livello globale a fronte di un budget di 28 milioni, un buon successo commerciale per un thriller psicologico di fascia media.
Cosa significano le chiavi del motel con i numeri che scendono?
Ogni volta che una delle personalità viene ’eliminata’ dalla mente di Malcolm, una chiave del motel con un numero via via decrescente (da 10 fino a 1) viene lasciata accanto al corpo: è la rappresentazione visiva del processo psichiatrico con cui le personalità vengono soppresse una dopo l’altra fino a lasciarne una sola in controllo.
Identity ha una base psichiatrica reale?
Il film si basa liberamente sul disturbo dissociativo dell’identità (ex disturbo di personalità multipla), una condizione clinica reale, pur drammatizzandola in chiave fortemente di genere con un’ambientazione da thriller slasher, più vicina all’immaginario horror che a una rappresentazione clinicamente accurata della patologia.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.