Mulholland Drive: il finale spiegato, chi è davvero Diane Selwyn e dove vederlo
Per i primi due terzi di Mulholland Drive, David Lynch racconta la storia più luminosa e ottimista della propria intera filmografia: un’aspirante attrice arriva a Los Angeles piena di speranze, trova una misteriosa amica da aiutare, e insieme risolvono un enigma degno di un vecchio noir hollywoodiano. Poi, in un attimo, tutto si rovescia, e lo spettatore scopre di aver guardato per novanta minuti non una storia, ma il sogno disperato di qualcuno che sta per uccidersi. Nessun film ha mai reso più affascinante, e più crudele, il confine tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo davvero diventati, trasformando il noir hollywoodiano in uno strumento per raccontare, con precisione chirurgica, il prezzo nascosto di ogni ambizione artistica mai davvero realizzata.
Di cosa parla Mulholland Drive: la trama dall’inizio
Betty Elms (Naomi Watts), aspirante attrice radiosa e piena di entusiasmo, arriva a Los Angeles per inseguire il sogno di diventare una star del cinema, andando a vivere nell’appartamento della zia, temporaneamente assente. Lì trova Rita (Laura Elena Harring), una donna dai capelli scuri sopravvissuta per puro caso a un tentato omicidio trasformatosi in incidente d’auto sulla strada di Mulholland Drive, e completamente priva di memoria a causa del trauma. Nella propria borsa, Rita porta con sé 125.000 dollari in contanti e una misteriosa chiave blu, unici indizi sulla propria vera identità. Le due donne, legate da un’amicizia che si trasforma presto in qualcosa di più intimo, decidono di indagare insieme per scoprire chi sia davvero Rita.
In parallelo, il regista Adam Kesher (Justin Theroux) subisce crescenti pressioni da parte di loschi finanziatori legati alla malavita, incluso l’enigmatico Cowboy (Monty Montgomery), affinché assuma una specifica attrice sconosciuta, Camilla Rhodes, nel proprio nuovo film, pena la perdita del controllo creativo sull’intera produzione. Sullo sfondo si muove anche Mr. Roque (Michael J. Anderson), figura misteriosa capace di orchestrare le sorti degli studios cinematografici da una stanza isolata, senza mai doversi mostrare direttamente. Betty e Rita, proseguendo le proprie indagini, raggiungono infine il Club Silencio, un locale dove il presentatore dichiara esplicitamente che ogni performance musicale è pre-registrata: quando la cantante Rebekah Del Rio si esibisce in una straziante versione spagnola di “Crying” e crolla a terra priva di sensi mentre la propria voce continua inspiegabilmente a risuonare nel locale, Betty viene colta da violente convulsioni. Subito dopo, le due donne aprono finalmente una scatola blu che corrisponde esattamente alla chiave trovata nella borsa di Rita.
Come finisce il film: il finale spiegato
Nel momento in cui la scatola blu viene aperta, l’intera narrazione si capovolge: la storia di Betty e Rita si rivela essere, nella sua interezza, la rielaborazione onirica costruita dalla vera protagonista, Diane Selwyn — ancora interpretata da Naomi Watts, ma questa volta nei panni di un’attrice fallita, disperata e consumata dal rancore. Diane aveva avuto una relazione sentimentale con Camilla Rhodes (lo stesso volto che nel sogno appartiene a Rita), interpretata sempre da Laura Elena Harring, prima che Camilla la lasciasse per il regista Adam Kesher, annunciando pubblicamente il proprio fidanzamento con lui durante una cena a cui la stessa Diane, umiliata, era stata invitata. Accecata dalla gelosia e dal dolore, Diane assolda il sicario Joe Messing per uccidere Camilla.
Nella parte finale del film, Diane, ormai sopraffatta da sensi di colpa e allucinazioni sempre più vivide, vede Camilla materializzarsi nella propria cucina, prima di crollare definitivamente sotto il peso della propria coscienza mentre una coppia di anziani in miniatura — già comparsa all’inizio del film in circostanze apparentemente innocue — si intrufola sotto la porta del proprio appartamento per tormentarla fino all’ultimo istante. Diane si toglie la vita con un colpo di pistola nello stesso letto in cui, nella parte onirica del film, era stato scoperto il cadavere di Rita. L’ultima immagine è un fugace ritorno ai volti sorridenti di Betty e Rita, prima che una donna dai capelli blu, seduta in un palco del Club Silencio, sussurri l’ultima parola del film: “Silencio” — un invito, secondo la lettura prevalente della critica, a lasciare che Diane trovi finalmente pace nel silenzio della morte.
Da pilot televisivo rifiutato a capolavoro del cinema
Il progetto nasce nel 1999 come pilot di novanta minuti per una serie televisiva destinata alla rete ABC, con un budget iniziale di circa 7 milioni di dollari: fu Tony Krantz, già produttore di Twin Peaks, a proporre l’idea sulla base della sola immagine di Rita che emerge dall’incidente stradale con il denaro e la chiave blu in mano. La rete, dopo un iniziale interesse, rifiutò il pilot agli inizi del 2000, obiettando alla struttura narrativa non lineare, all’età ritenuta eccessiva delle due protagoniste, alle scene in cui il personaggio di Ann Miller fumava in scena, e persino a un’inquadratura ravvicinata su escrementi di cane. Lo stesso Lynch ammise in seguito di concordare parzialmente con le perplessità della rete sulla lentezza del montaggio più lungo, pur rivendicando di essere stato costretto a “tagliare brutalmente” il materiale per rispettare le scadenze contrattuali.
Dopo il rifiuto di ABC, Lynch ottenne circa 7 milioni di dollari dalla società di produzione francese StudioCanal, tramite Les Films Alain Sarde, per trasformare il pilot in un lungometraggio cinematografico autonomo. La soluzione per il finale arrivò al regista durante una sessione di meditazione, durante la quale, a suo dire, “tutte le idee arrivarono insieme, in un colpo solo”: ne nacquero diciotto pagine aggiuntive di sceneggiatura, che introdussero la relazione romantica tra Betty e Rita, la rivelazione della vera identità di Diane, e l’intera sequenza successiva all’apertura della scatola blu. La stessa Naomi Watts ammise in seguito un certo sollievo per l’abbandono del progetto originale come serie TV, trovando il personaggio di Betty “troppo monodimensionale” senza la componente più oscura aggiunta successivamente.
Il casting: scelto solo sulla base di fotografie
David Lynch scelse sia Naomi Watts sia Laura Elena Harring basandosi esclusivamente su fotografie, conducendo con ciascuna un colloquio separato di appena trenta minuti senza mai visionare i loro lavori precedenti. Per una curiosa coincidenza, la stessa Harring subì un piccolo incidente d’auto mentre si recava al proprio primo colloquio, rispecchiando involontariamente la trama del personaggio che avrebbe poi interpretato. Watts si presentò al primo incontro in jeans, reduce da un volo aereo: Lynch le chiese di tornare il giorno successivo “più curata”, prima di scegliere l’attrice spiegando di aver percepito in lei “un talento enorme” e “un’anima bella, intelligente, capace di moltissimi ruoli diversi”. Justin Theroux, scelto per il ruolo del regista Adam Kesher, incontrò Lynch subito dopo un lungo volo, con un abbigliamento completamente nero e i capelli in disordine: il regista decise di mantenere esattamente quell’aspetto per il personaggio.
Betty/Diane e Rita/Camilla: doppie identità, stesso volto
Naomi Watts interpreta un doppio ruolo che è, in realtà, un’unica persona osservata in due momenti radicalmente diversi della propria vita: Betty, l’idealizzazione ottimista e radiosa che Diane costruisce di sé stessa all’interno del proprio sogno, costruita dall’attrice ispirandosi esplicitamente a dive classiche come Doris Day, Tippi Hedren e Kim Novak; e Diane, la versione reale, fallita e consumata dalla disperazione, che emerge soltanto nell’ultimo terzo del film. Laura Elena Harring compie un percorso speculare con Rita e Camilla Rhodes: Rita, fragile e completamente dipendente da Betty per sopravvivere, rappresenta esattamente il modo in cui Diane avrebbe voluto che Camilla restasse per sempre, bisognosa di lei e incapace di lasciarla; Camilla, al contrario, è la donna reale che abbandona Diane per una carriera di successo e per il regista Adam Kesher. Roger Ebert osservò che sarebbe bastato a Harring “restare semplicemente ferma” per giustificare un ipotetico remake di Gilda, tanto la sua presenza scenica risultava magnetica.
Adam Kesher, il Cowboy e Mr. Roque: il potere oscuro di Hollywood
Adam Kesher, interpretato da Justin Theroux, è il regista privato progressivamente di ogni controllo creativo sul proprio stesso film da forze misteriose e innominate, descritto dalla critica come un personaggio “vagamente arrogante” eppure capace di generare empatia proprio nelle proprie umiliazioni pubbliche. Il Cowboy, interpretato da Monty Montgomery, è la figura che meglio incarna il potere oscuro e insondabile dell’industria cinematografica: con un tono di cortesia quasi surreale, minaccia velatamente Adam affinché assuma l’attrice Camilla Rhodes nel proprio film, lasciando intendere conseguenze mai esplicitate ma percepibili come inevitabili. Mr. Roque, interpretato dall’attore Michael J. Anderson — reso artificialmente ancora più piccolo attraverso protesi che ne esagerano la statura minuta — rappresenta il vertice più inaccessibile di questo potere, capace di controllare le sorti degli studios da una stanza completamente isolata dal mondo esterno.
La colonna sonora di Angelo Badalamenti
Le musiche del film sono firmate da Angelo Badalamenti, storico e fedele collaboratore di David Lynch fin dai tempi di Velluto Blu e Twin Peaks, che in questo film compone quella che la critica ha definito la sua partitura “più cupa di sempre”, capace di fare da vera e propria guida emotiva per lo spettatore lungo tutta la visione. Il punteggio alterna momenti di tensione quasi immobile affidata agli archi a un jazz noir più ritmato e a feedback sonori più apertamente disturbanti, contrapponendo i toni luminosi e speranzosi dell’arrivo di Betty agli archi minacciosi che accompagnano la limousine della donna dai capelli scuri nella scena d’apertura. Lo stesso Angelo Badalamenti compare peraltro anche come attore nel film, nei panni di un appassionato intenditore di espresso legato alla malavita, e ricevette per il proprio lavoro candidature sia dall’American Film Institute sia dai BAFTA.
Il trionfo a Cannes e il riconoscimento critico
Il film debuttò in anteprima mondiale al Festival di Cannes il 16 maggio 2001, dove David Lynch vinse il Prix de la mise en scène, il premio per la migliore regia, oltre a ricevere successivamente una candidatura all’Oscar per la miglior regia, mai convertita in vittoria. L’accoglienza critica fu immediatamente entusiasta e, con gli anni, si è trasformata in una vera e propria canonizzazione accademica: nel sondaggio Sight and Sound del 2022, che raccoglie i voti dei critici cinematografici di tutto il mondo, il film si è classificato all’ottavo posto tra i più grandi film di sempre, mentre nel sondaggio parallelo riservato ai registi si è posizionato al ventiduesimo. Sia la BBC sia IndieWire lo hanno indicato come il miglior film del ventunesimo secolo, la Los Angeles Film Critics Association lo ha eletto miglior film del decennio 2000-2009, e nel 2025 il New York Times lo ha collocato al secondo posto nella propria classifica dei cento migliori film del secolo, votata direttamente dai lettori — con la rivista The Ringer che ha definito la prova di Naomi Watts “la migliore interpretazione del ventunesimo secolo”.
Dal punto di vista commerciale, il film incassò circa 20,1 milioni di dollari a fronte di un budget di 15 milioni, un risultato modesto ma sufficiente a configurarsi come un discreto successo per un prodotto tanto sperimentale nella propria struttura narrativa, soprattutto considerando l’assenza quasi totale di star di richiamo internazionale nel cast al momento dell’uscita in sala.
La scena dell’audizione: il momento che ha lanciato Naomi Watts
Tra le sequenze più celebrate dell’intero film spicca l’audizione di Betty per un ruolo cinematografico, costruita con un contrasto deliberato rispetto a tutto ciò che la precede: durante le prove con Rita poco prima, Betty appare impacciata, titubante, quasi dubbiosa sul materiale che sta per recitare. Ma nel momento in cui si trova davanti al vero partner di scena durante l’audizione ufficiale, il personaggio si trasforma radicalmente: la facciata da ragazza perbene svanisce all’istante, lasciando emergere un nervosismo crudo ed esposto che trasforma la scena in un melodramma psicosessuale carico di tensione elettrica. È proprio questa sequenza, più di ogni altra, a essere indicata da critica e pubblico come il momento che ha lanciato definitivamente la carriera hollywoodiana di Naomi Watts, dimostrando con un’unica scena tutta l’ampiezza del proprio registro recitativo.
David Lynch: una filmografia costruita sull’inquietudine del sogno americano
Prima di arrivare a Mulholland Drive, David Lynch aveva già costruito una filmografia capace di ridefinire più volte i confini del cinema indipendente e di genere: dall’esordio surrealista di Eraserhead (1977), diventato un cult delle proiezioni di mezzanotte, passando per The Elephant Man (1980) e Dune (1984), fino al noir psicologico di Velluto Blu (1986) — ambientato nella cittadina immaginaria di Lumberton, vero e proprio prototipo di quella che sarebbe poi diventata Twin Peaks — e alla serie TV Twin Peaks stessa, capace di trasformarlo in un autentico fenomeno di costume televisivo nonostante la breve durata di due sole stagioni. Sia The Elephant Man sia Velluto Blu, oltre allo stesso Mulholland Drive, valsero a Lynch tre distinte candidature all’Oscar per la migliore regia, mai convertite in una vittoria. Lynch è scomparso il 15 gennaio 2025 all’età di 78 anni, per un arresto cardiaco conseguente a una broncopneumopatia cronica ostruttiva legata a un enfisema polmonare: Mulholland Drive resta, nel giudizio pressoché unanime della critica internazionale, il vertice assoluto di un percorso artistico capace di esplorare come nessun altro l’inquietudine nascosta sotto la superficie patinata del sogno americano.
La strada vera: perché Lynch l’ha scelta come titolo
Mulholland Drive non è un nome inventato: è una strada reale che corre lungo la cresta delle Santa Monica Mountains, separando la conca di Los Angeles dalla San Fernando Valley, celebre da decenni per i panorami notturni sulla città e per la propria fama di luogo isolato e insidioso, teatro ricorrente di incidenti stradali proprio come quello che apre il film. Il nome della via deriva da William Mulholland, immigrato irlandese arrivato in California a dorso di mulo sul finire dell’Ottocento, che da semplice scavatore di pozzi arrivò a dirigere il dipartimento idrico di Los Angeles: fu lui, con il controverso acquedotto che porta ancora il suo nome, a garantire l’approvvigionamento idrico che rese possibile la crescita della città e, di conseguenza, la nascita stessa di Hollywood. Lynch sceglie quindi come titolo non un luogo qualunque, ma l’arteria che letteralmente ha reso possibile l’industria dei sogni che il film smonta pezzo per pezzo: la stessa strada che porta al successo è quella su cui, fin dai titoli di testa, si consuma un incidente capace di cancellare un’identità intera.
Ann Miller: l’ultimo ruolo di una diva della vecchia Hollywood
Nel ruolo della proprietaria dell’appartamento, Coco, Lynch scelse Ann Miller, leggendaria ballerina e attrice simbolo dei musical della Metro-Goldwyn-Mayer tra gli anni Quaranta e Cinquanta, qui al suo ultimo ruolo cinematografico prima della morte, avvenuta l’anno successivo all’uscita del film. La presenza di Miller, con il proprio portamento fermo e autorevole da autentica diva della vecchia Hollywood, introduce fin dalle prime scene un contrasto silenzioso ma preciso tra lo splendore ormai tramontato del cinema classico e l’ambizione ancora acerba delle nuove arrivate come Betty: un collegamento tra epoche che rafforza il tema, centrale in tutto il film, di un’industria capace di consumare generazione dopo generazione gli stessi sogni di gloria.
La scena di Winkie’s: il mostro dietro il bidone dell’immondizia
Tra le sequenze più spaventose del film, girata in pieno giorno in un locale luminoso e banale come il diner Winkie’s, Dan racconta all’amico Herb un incubo ricorrente: un essere terrificante vive nascosto dietro il bidone dei rifiuti sul retro del locale. Convinto da Herb a recarsi fisicamente in quello stesso luogo per esorcizzare la paura, Dan scopre che l’incubo era reale: la creatura esiste davvero, ed è proprio quella rivelazione a causarne la morte per lo spavento. La sequenza, spesso citata come uno dei momenti più efficaci dell’intero cinema horror pur non appartenendo formalmente al genere, funziona come una sorta di prologo tematico per tutto ciò che accadrà nel resto del film: quell’essere, che nella parte finale della storia tiene in mano proprio la scatola blu, rappresenta la parte più oscura e innominabile della mente di Diane, la stessa zona di buio assoluto da cui emergeranno, inevitabilmente, il rimorso e l’autodistruzione.
La scena dell’espresso: il potere mafioso dietro ogni cast
Una delle sequenze più citate per il proprio umorismo surreale vede Adam Kesher convocato davanti ai fratelli Luigi e Vincenzo Castigliane (interpretati rispettivamente dal compositore Angelo Badalamenti, qui anche attore, e da Dan Hedaya), due misteriosi finanziatori legati alla malavita che controllano nell’ombra la produzione del film del regista. L’intera tensione della scena, apparentemente dedicata a decidere il volto della nuova protagonista Camilla Rhodes, si sposta paradossalmente sulla qualità di una tazzina di espresso che Luigi rifiuta platealmente di bere, prima di pronunciare la frase destinata a diventare il verdetto non negoziabile sull’attrice da scegliere: “È lei la ragazza”. È uno dei momenti in cui il film rende più esplicito, con un’ironia quasi grottesca, il tema di fondo dell’intera vicenda di Adam: a Hollywood le decisioni artistiche più importanti vengono prese altrove, da uomini che non hanno alcun interesse per il cinema in sé, ma soltanto per il controllo totale che possono esercitare su chiunque ci lavori.
Il sicario Joe Messing: la commedia nera dentro l’incubo
In netto contrasto con il tono cupo e onirico del resto del film, la sottotrama dedicata al sicario Joe Messing, incaricato da Diane di uccidere Camilla, introduce un registro di commedia nera quasi slapstick: durante un tentativo di omicidio che dovrebbe svolgersi in silenzio in un ufficio, Joe finisce per provocare una catena di morti accidentali del tutto impreviste, coinvolgendo un aspirapolvere e un rilevatore di fumo in un meccanismo quasi da film muto, prima di dover comunque portare a termine materialmente il proprio incarico originale. È uno dei pochi momenti in cui Lynch abbandona apertamente il registro drammatico per un umorismo scuro e improvviso, confermando quanto l’intero film si muova costantemente in bilico tra generi diversi — il noir, l’horror psicologico, il melodramma hollywoodiano e, in questo caso specifico, la commedia degli equivoci portata alle estreme conseguenze — senza mai risolversi del tutto in nessuno di essi.
Mulholland Drive nel cluster dei film sulla memoria e l’identità
All’interno del filone di film dedicati alla manipolazione della memoria e dell’identità, Mulholland Drive occupa una posizione del tutto particolare: a differenza di Se mi lasci ti cancello, dove la cancellazione dei ricordi è una scelta tecnologica consapevole, o di Shutter Island, dove l’identità alternativa nasce come meccanismo di difesa psichiatrica contro un trauma specifico, il caso di Diane/Betty rappresenta una forma ancora diversa di dissociazione: non un intervento esterno né una vera patologia clinica, ma una fantasia cosciente e volontaria, costruita dalla stessa mente della protagonista nei propri ultimi istanti di vita per rielaborare, sopportandolo a stento, un fallimento sentimentale e professionale troppo doloroso da affrontare a viso aperto. È lo stesso territorio esplorato, con esiti narrativi opposti, da Memento, dove invece è l’incapacità fisiologica di formare nuovi ricordi, e non la loro rielaborazione psicologica, a definire il protagonista. Moon (2009) di Duncan Jones aggiunge a questo spettro una quarta variante: non una fantasia costruita dalla propria stessa mente come quella di Diane, ma un ricordo impiantato dall’esterno da un’azienda, con la vittima completamente ignara della propria vera condizione fino alla scoperta accidentale della verità. Identity – Identità (2003) di James Mangold offre una quinta variante ancora diversa: non una sola mente che costruisce una fantasia alternativa di se stessa come Diane, ma una mente che si frammenta letteralmente in dieci personalità distinte e autonome, ciascuna convinta della propria piena realtà.
Molteplici interpretazioni, nessuna risposta definitiva
Lynch si è sempre rifiutato categoricamente di spiegare pubblicamente la trama del proprio film in interviste e conferenze stampa, offrendo come unico indizio ufficiale la definizione “una storia d’amore nella città dei sogni”. Questa reticenza ha permesso al film di accogliere interpretazioni anche profondamente diverse tra loro: oltre alla lettura più diffusa, quella della fantasia onirica di Diane, alcuni critici hanno proposto teorie su universi paralleli in cui Betty e Diane esisterebbero come entità distinte, o su una struttura narrativa a nastro di Möbius priva di un punto di origine univoco. Il critico Michael Wilmington ha osservato che “tutto in Mulholland Drive è un incubo: è il ritratto del sogno dorato hollywoodiano che marcisce”, mentre J. Hoberman lo ha definito “una velenosa valentina per Hollywood”. Diversi critici hanno inoltre sottolineato la centralità della relazione romantica tra le due protagoniste, descritta da Thierry Jousse come dotata di “un lirismo praticamente senza eguali nel cinema contemporaneo”, pur in un dibattito critico che resta aperto su quanto quella stessa rappresentazione ricada, in parte, in stereotipi già visti sul cinema lesbico.
L’eredità di Mulholland Drive sul cinema successivo
L’influenza del film si è estesa ben oltre il proprio decennio di uscita, diventando un riferimento costante per registi e sceneggiatori interessati a strutture narrative non lineari e a protagoniste divise tra identità multiple: la stessa idea di un’attrice fallita che rielabora la propria vita in una fantasia più luminosa e desiderabile ha trovato eco in numerosi film e serie televisive successivi dedicati al lato oscuro dell’industria dello spettacolo. Il film ha inoltre contribuito a consolidare in modo definitivo la reputazione di David Lynch come autore capace di costruire enigmi cinematografici privi di soluzione univoca ma non per questo meno coerenti nella propria logica interna, un’eredità che si riflette direttamente anche nel suo ultimo lavoro, la terza stagione di Twin Peaks trasmessa nel 2017, costruita sugli stessi principi di ambiguità narrativa e identità frammentata già sperimentati in pieno a Mulholland Drive. Anche al di fuori del cinema d’autore, l’immaginario del film — la scatola blu, il Club Silencio, la coppia di anziani minacciosi — è diventato un punto di riferimento ricorrente nella cultura popolare online, citato e reinterpretato in video essay, meme e analisi critiche che continuano a moltiplicarsi a oltre vent’anni dall’uscita, segno di un’opera capace di restare viva ben oltre il proprio tempo.
Dove vedere Mulholland Drive in streaming in Italia

Il film è disponibile in abbonamento tramite il canale The Film Club su Amazon Prime Video, oltre che a noleggio o acquisto su Apple TV, TIMVISION e Rakuten TV.
Domande frequenti
Di cosa parla Mulholland Drive?
Betty Elms, aspirante attrice appena arrivata a Los Angeles, trova nell’appartamento della zia una donna misteriosa, Rita, sopravvissuta a un incidente sulla strada Mulholland Drive e completamente priva di memoria. Le due donne indagano insieme sulla vera identità di Rita, mentre in parallelo un regista, Adam Kesher, subisce pressioni della malavita per assumere un’attrice sconosciuta nel proprio film.
Come finisce Mulholland Drive?
A circa due terzi del film, la scatola blu che Rita porta con sé viene finalmente aperta, e la narrazione si capovolge completamente: scopriamo che Betty e Rita non esistono davvero. La vera protagonista è Diane Selwyn, un’attrice fallita e disperata, interpretata sempre da Naomi Watts, che ha fatto uccidere la propria ex amante Camilla Rhodes (lo stesso volto di Rita) dopo averla vista fidanzarsi con il regista Adam. Sopraffatta dai sensi di colpa e dalle allucinazioni, Diane si uccide nel proprio letto mentre una coppia di anziani in miniatura la perseguita fino alla morte.
Chi è davvero Diane Selwyn?
È la vera identità della donna che per i primi due terzi del film si presenta come Betty Elms. Diane è un’attrice fallita, consumata dalla gelosia e dal rimorso per aver pagato un sicario per uccidere Camilla Rhodes, la donna che amava e che l’aveva lasciata per il regista Adam Kesher. Gran parte del film è la rielaborazione onirica che Diane costruisce della propria vita, trasformando sé stessa nella radiosa e ottimista Betty e Camilla nella fragile e bisognosa Rita.
Il film era originariamente una serie TV?
Sì. Mulholland Drive nasce come pilot per una serie televisiva proposta alla rete ABC, con un budget di circa 7 milioni di dollari. La rete rifiutò il progetto nel 2000, criticando la struttura non lineare, l’età delle due protagoniste e alcuni dettagli considerati inadatti alla televisione generalista. David Lynch convinse poi la società francese StudioCanal a finanziare altri 7 milioni di dollari per trasformare il materiale già girato in un lungometraggio autonomo, aggiungendo diciotto pagine di sceneggiatura per costruire il finale.
Cosa significa la scena al Club Silencio?
È il momento in cui l’illusione del film comincia a incrinarsi: il presentatore del locale dichiara esplicitamente che ogni suono è registrato in anticipo, nessuna musica è dal vivo. Quando la cantante Rebekah Del Rio si esibisce in una versione spagnola di ‘Crying’ e crolla a terra priva di sensi mentre la sua voce continua inspiegabilmente a cantare, Betty viene colta da violente convulsioni: è il segnale che la finzione in cui vive sta per dissolversi, preludio diretto all’apertura della scatola blu.
Chi ha vinto il premio a Cannes per Mulholland Drive?
David Lynch vinse il Prix de la mise en scène (premio per la miglior regia) al Festival di Cannes 2001, dove il film fu presentato in anteprima il 16 maggio di quell’anno.
Dove vedere Mulholland Drive in streaming in Italia?
Il film è disponibile in abbonamento tramite il canale The Film Club su Amazon Prime Video, oltre che a noleggio o acquisto su Apple TV, TIMVISION e Rakuten TV.
Chi sono il Cowboy e Mr. Roque nel film?
Sono due figure enigmatiche che rappresentano il potere oscuro e insondabile dietro l’industria cinematografica hollywoodiana. Il Cowboy, interpretato da Monty Montgomery, minaccia velatamente il regista Adam Kesher affinché assuma una determinata attrice nel proprio film; Mr. Roque, interpretato dall’attore Michael J. Anderson con protesi che ne esagerano la statura minuta, è un misterioso dirigente capace di controllare gli studios dall’ombra di una stanza isolata.
Mulholland Drive è considerato uno dei migliori film di sempre?
Sì: nel sondaggio Sight and Sound 2022 tra i critici cinematografici di tutto il mondo si è classificato all’ottavo posto tra i più grandi film di sempre, mentre BBC e IndieWire lo hanno indicato come il miglior film del ventunesimo secolo, e nel 2025 il New York Times lo ha posizionato al secondo posto nella propria classifica dei cento migliori film del secolo votata dai lettori.
Perché Naomi Watts interpreta sia Betty sia Diane?
Perché sono la stessa persona osservata in due momenti e in due versioni diverse di sé: Betty è l’idealizzazione sognante che Diane costruisce di sé stessa nella parte onirica del film, mentre Diane è la versione reale, fallita e disperata, che emerge nell’ultimo terzo della storia. Naomi Watts costruì Betty ispirandosi esplicitamente a dive classiche come Doris Day, Tippi Hedren e Kim Novak.




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Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.