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The Fisher King: Robin Williams, Jeff Bridges, il Graal a New York e il finale spiegato

Il film più umano di Gilliam: colpa, redenzione e il mito arturiano nel cuore di Manhattan
04-08-2026 1991 ⭐ 7.5/10
The Fisher King: Robin Williams, Jeff Bridges, il Graal a New York e il finale spiegato
Regia Terry Gilliam
Generi Commedia, Dramma, Fantasy
Cast Robin Williams, Jeff Bridges, Mercedes Ruehl, Amanda Plummer

Jack Lucas ha detto la cosa sbagliata al momento sbagliato.

Non era cattiveria. Era il mestiere: uno shock jock radiofonico che lavora sull’ironia tagliente, sull’insulto costruito, sulla risata che fa male. Ha detto una battuta su un certo tipo di uomo — yuppie, arrogante, pericoloso — e qualcuno ha preso la battuta sul serio. Ha preso un fucile ed è entrato in un ristorante.

Tre anni dopo, Jack vive sopra la videoteca della sua fidanzata, ubriaco alle undici di mattina, convinto che la sua vita sia finita.

Non è finita. Ma per capirlo deve incontrare Parry.

The Fisher King (1991) è forse il film più caldo che Terry Gilliam abbia mai fatto — il film in cui la sua visione visionaria e distorta del mondo si piega verso qualcosa di raro nella sua filmografia: la tenerezza. Non è un film facile. È un film su come la colpa ti distrugge e su come — a volte, se ti va bene — qualcuno arriva a tirarti fuori dalla buca in cui ti sei sepolto.

The Fisher King

Di cosa parla The Fisher King: la trama

New York, inizio anni Novanta. Jack Lucas (Jeff Bridges) è stato una star della radio — lo shock jock più ascoltato della città, quello che diceva le cose che tutti pensavano ma nessuno aveva il coraggio di dire. Poi una sera ha fatto una battuta di troppo su un certo tipo di “yuppie fascista” che frequenta i bar alla moda. Uno dei suoi ascoltatori l’ha presa come un’istruzione. Ha ucciso sette persone al Babbitt’s, un bar di Manhattan.

Tre anni dopo, Jack è un fantasma. Vive sopra la videoteca di Anne (Mercedes Ruehl), la sua fidanzata, che lo ama più di quanto lui si meriti. Non lavora. Non esce. Beve.

Una notte, sul punto di togliersi la vita, viene salvato da un gruppo di senzatetto capeggiato da Parry (Robin Williams) — un uomo che vive per le strade di New York convinto di essere un cavaliere medievale in cerca del Santo Graal. Parry è pazzo. O forse no. Ha visioni. Vede un Cavaliere Rosso di fuoco che lo perseguita. È convinto che il Graal si trovi in una villa privata dell’Upper East Side.

Jack scopre che Parry era un professore universitario — esperto di letteratura medievale, specializzato in leggende arturiane. Fino a quando sua moglie è stata uccisa al Babbitt’s, la notte della sparatoria.

Da quel momento il film diventa la storia di due uomini che hanno bisogno l’uno dell’altro senza saperlo: Jack ha bisogno di riparare il danno che ha causato anche se non può; Parry ha bisogno di qualcuno che lo veda davvero, anche nella sua follia.

La leggenda del Re Pescatore: mito e metafora

Il titolo del film viene dalla figura del Re Pescatore nel ciclo arturiano — una delle figure più ambigue e potenti della mitologia medievale europea.

Il Re Pescatore è il guardiano del Santo Graal: un re ferito da una lancia magica, incapace di guarire, incapace di morire, in attesa che un cavaliere venga a porgli la domanda giusta — “Di cosa soffri?” È una figura di impotenza attiva: sta al centro della storia, custodisce il tesoro sacro, ma non può fare niente da solo. Ha bisogno di essere visto.

Parry racconta questa leggenda a Jack in una delle scene più belle del film — una storia sul re che cercava la felicità e non la trovava nei possedimenti, nel potere, nella gloria. Un giorno un fool — uno scemo del villaggio — gliela portò senza cercarla, senza sapere di farlo, perché lo amava semplicemente. “Sapevo solo che avevi sete” — questa è la risposta del fool al re.

È la chiave di tutto il film.

Sia Jack che Parry sono Re Pescatori: entrambi feriti, entrambi incapaci di guarire da soli. Jack è ferito dalla colpa. Parry è ferito dal trauma. Entrambi aspettano qualcuno — e in qualche modo, nonostante tutto, si trovano a vicenda.

Gilliam usa la leggenda non come citazione accademica ma come struttura profonda: il film è letteralmente una quest arturiana ambientata nel 1991 a Manhattan. Parry si chiama Parry come Perceval, il cavaliere che nella versione medievale cerca il Graal e deve porre la domanda al Re. Jack è il Re Pescatore stesso — l’uomo al centro di tutto, ferito, immobile, in attesa.

Robin Williams: la performance più difficile

Robin Williams aveva già dimostrato di poter fare cose serie. Ma Parry è qualcosa di diverso da qualunque cosa avesse fatto prima nel cinema: un personaggio che vive nella follia con la stessa naturalezza con cui gli altri vivono nella normalità, senza che la follia sia mai grottesca o macchiettistica.

Williams costruisce Parry da dentro. Ci sono i momenti di euforia — le cavalcate immaginarie nel parco, le battaglie contro nemici invisibili, il corteggiamento goffo e tenerissimo di Lydia (Amanda Plummer) sulle scale della metropolitana — e ci sono i momenti di terrore puro, quando il Cavaliere Rosso appare e Parry si trasforma: la voce cambia, il corpo si chiude, gli occhi perdono luce.

La difficoltà del personaggio è che Williams deve essere contemporaneamente comico, tragico e credibile. Parry fa ridere — certe sue battute, certi suoi gesti, il modo in cui si muove nel mondo come se la realtà fosse opzionale — ma mai in modo che il pubblico si senta in diritto di ridere di lui. È sempre Parry che sceglie di vedere il mondo così, non una vittima della propria follia.

La scena del corteggiamento di Lydia nella Grand Central Station — dove Williams immagina un valzer improvvisato tra i passeggeri del mattino — è tra le più belle del cinema americano degli anni Novanta. Funziona perché Williams la gioca completamente seria: Parry non sta facendo un numero, sta vedendo davvero qualcosa di straordinario in una donna che nessuno nota.

Jeff Bridges: portare il peso della colpa

Il rischio del film era che Parry rubasse tutto lo spazio emotivo lasciando Jack come semplice contraltare. Non succede, perché Jeff Bridges costruisce Jack con la stessa precisione.

Jack non è un personaggio simpatico nella prima parte del film. È autocommiserante, cinico, passivo-aggressivo con Anne, convinto che il mondo gli debba qualcosa per essere stata una vittima accidentale del proprio cinismo. Bridges lo gioca senza scorciatoie: non ammorbidisce mai i bordi taglienti di Jack, non lo rende comprensibile troppo presto.

La trasformazione di Jack è graduale e mai completamente compiuta — e questa è la scelta giusta. Non diventa un bravo samaritano. Non si reincarna in un uomo migliore. Fa quello che può, che è meno di quello che vorrebbe e più di quello che avrebbe fatto tre settimane prima. È il tipo di arco drammatico che richiede un attore disposto a non piacere al pubblico per la metà del film.

Bridges e Williams funzionano insieme proprio perché non si assomigliano: Williams è tutto superficie ed energia; Bridges è tutto interiorità e peso. Ogni scena in cui sono insieme produce una tensione che non richiede conflitto — è la tensione di due persone che stanno cercando di capire cosa sono l’una per l’altra.

Mercedes Ruehl e l’Oscar

Il film ha quattro attori principali. I due maschi prendono tutto lo spazio nella locandina e nei poster. Ma Mercedes Ruehl come Anne Napolitano è il personaggio più difficile e la performance forse più riuscita.

Anne ama Jack sapendo esattamente chi è — e non è molto. Lo tollera ubriaco. Lo supporta passivo. Lo aspetta mentre lui non la vede. E non lo fa con la pazienza rassegnata della vittima: lo fa con rabbia, con humour, con una vitalità che Jack non merita.

L’Oscar come migliore attrice non protagonista del 1992 è pienamente guadagnato. Ruehl prende un personaggio che avrebbe potuto essere la “fidanzata comprensiva” — un ruolo funzionale — e ne fa una persona reale: imperfetta, divertente, ferita, ancora in piedi.

Gilliam a New York: la città come paesaggio interiore

La New York di The Fisher King non è la New York del cinema d’azione o del poliziesco. È una città che Gilliam usa come paesaggio emotivo — un posto abbastanza grande e abbastanza strano da contenere cavalieri medievali, Graal nascosti nelle ville dei ricchi, e fool che danzano nelle stazioni della metropolitana.

Gilliam girò molto in location reali: la Grand Central Station, i parchi, i ponti, i vicoli dove vivono i senzatetto. Questo dà al film una fisicità che i suoi lavori precedenti — ambientati in set costruiti — spesso non hanno. Il fantastico emerge dalla realtà invece di sostituirla.

La fotografia di Roger Pratt usa la luce in modo insolito per Gilliam: calda nelle scene tra Jack e Anne, fredda e quasi grigia nelle scene della vita di strada di Parry, esplosa e saturata nelle visioni del Cavaliere Rosso. La New York del film ha tre temperature di colore diverse per tre livelli di realtà diversi.

Confrontata con la London distopica di Brazil o il futuro sotterraneo di Twelve Monkeys, New York in The Fisher King è il paesaggio più vicino al mondo reale che Gilliam abbia mai usato — e la scelta non è un limite ma una conquista: il fantastico funziona meglio quando emerge dal quotidiano invece di sostituirlo.

Il Cavaliere Rosso: il trauma con il volto di un’armatura

Le sequenze del Cavaliere Rosso sono tra le più potenti del film: una figura equestre coperta di fiamme che appare improvvisamente nelle scene di maggiore stress emotivo di Parry, galoppando verso di lui, facendolo cadere, portandolo fuori dalla realtà.

Gilliam e il director of photography Roger Pratt costruiscono queste sequenze come irruzione del soprannaturale nel reale — non come sogni, non come allucinazioni chiaramente marcate, ma come presenze che esistono nello stesso spazio fisico degli altri personaggi. Il Cavaliere è in strada. È nei vicoli. È ovunque Parry cerchi di ricordare.

È la forma visiva del trauma: la morte della moglie che ritorna ogni volta che qualcosa minaccia la fragilissima architettura difensiva che Parry ha costruito per sopravvivere. La follia di Parry — la sua quest per il Graal, la sua identità medievale — è una costruzione protettiva: se il mondo è una leggenda arturiana, allora la morte della moglie ha un senso, ha uno scopo, fa parte di una storia più grande.

Quando il Cavaliere Rosso è troppo vicino, la costruzione crolla. Parry cade nel coma psicogeno. Non è un cedimento fisico ma psicologico: il trauma ha vinto temporaneamente.

I temi: colpa, compassione e la domanda impossibile

The Fisher King lavora su un tema che il cinema tratta raramente con onestà: la colpa di chi ha fatto del male senza volerlo fare.

Jack Lucas non ha premuto il grilletto. Non ha incitato direttamente alla violenza. Ha fatto una battuta. Ma la battuta ha dato forma a qualcosa che era già nella mente di qualcun altro — e quella persona ha ucciso. La colpa di Jack è reale anche se non è giuridicamente perseguibile. È il tipo di colpa che non ha una via d’uscita ovvia: non ci sono risarcimenti possibili, non ci sono prigioni che la contengano, non ci sono atti di contrizione che la sciolgano.

Il film non risolve questo problema. Non assolve Jack e non lo condanna. Dice invece qualcosa di più difficile: che la colpa può convivere con la redenzione, che fare una cosa giusta non cancella il danno fatto ma non è nemmeno inutile, che la compassione — anche tardiva, anche interessata, anche imperfetta — conta.

Parry porta la domanda opposta: come si sopravvive a un trauma assoluto? La risposta che il suo inconscio ha trovato — costruire un sistema mitico alternativo in cui tutto ha senso, in cui la morte della moglie fa parte di una quest, in cui lui è un cavaliere con una missione — non è una risposta sana ma è una risposta umana. Gilliam non la giudica. La mostra con compassione e con un filo di ammirazione: ci vuole una forza straordinaria per costruire un intero universo interno come difesa contro la realtà.

La domanda che il film pone è quella del fool al re: “Di cosa soffri?” Non è una domanda terapeutica. Non è una domanda analitica. È una domanda di presenza — un atto di attenzione verso qualcuno che ha smesso di aspettarsi di essere visto. Jack non è un terapeuta. Non ha gli strumenti per curare Parry. Ma ha la capacità di fare quella domanda — e di rispondervi con un gesto concreto, reale, anche se assurdo.

La produzione: il film che Gilliam non avrebbe scritto

The Fisher King è anomalo nella filmografia di Gilliam per un motivo preciso: non è suo. La sceneggiatura di Richard LaGravenese non è nata dalla testa di Gilliam — è arrivata già scritta, già strutturata, già popolata di personaggi. Gilliam ha diretto qualcosa che qualcun altro aveva immaginato.

Questo lo rende un caso di studio interessante: cosa rimane di Gilliam quando toglie la sua voce autoriale dalla scrittura? La risposta è: molto. La composizione delle inquadrature, l’uso della città come paesaggio emotivo, la gestione dei tempi comici nelle scene tra Williams e Bridges, l’equilibrio tra il realismo delle scene quotidiane e l’irruenza del fantastico nelle visioni — tutto questo è inconfondibilmente Gilliam.

Ma c’è anche qualcosa che LaGravenese ha portato e che Gilliam da solo avrebbe probabilmente smussato: la concretezza emotiva dei personaggi. Jack e Anne e Parry e Lydia soffrono in modo specifico, con dettagli precisi, con le contraddizioni proprie delle persone reali. È la scrittura dei personaggi che trasforma The Fisher King da film di Gilliam a film di Gilliam e LaGravenese insieme — e la combinazione funziona meglio di ciascuna delle due parti separata.

La produzione fu relativamente liscia rispetto agli standard di Gilliam — nessuna guerra con lo studio, nessun budget esploso, nessun montaggio imposto. Tri-Star Pictures accettò il film quasi per intero nella versione del regista. Questo lo rende anche, paradossalmente, uno dei pochi film di Gilliam che non ha una storia di battaglie produttive alle spalle — e forse è per questo che ha un’armonia interna che alcuni dei suoi film più personali non raggiungono.

Il finale di The Fisher King spiegato

Parry, dopo uno scontro traumatico nel parco, cade in coma psicogeno — un collasso che i medici non riescono a spiegare fisiologicamente. È semplicemente non presente: il corpo respira, la mente è andata via.

Jack, solo di fronte all’uomo che ha distrutto senza saperlo, prende la decisione che il film ha preparato per due ore: si introduce nella villa dell’Upper East Side dove Parry è convinto che si trovi il Graal e ruba la coppa decorativa che Parry aveva identificato.

La porta a Parry nel letto d’ospedale. Gliela mette tra le mani addormentate.

Parry si sveglia.

Non perché la coppa abbia poteri magici. Perché Jack ha fatto la cosa che nessuno aveva mai fatto per Parry: lo ha visto. Non ha cercato di spiegarlo, non ha cercato di curarlo, non ha cercato di riportarlo alla normalità. Ha preso sul serio la sua visione del mondo e ha completato la missione che Parry non riusciva a completare da solo.

Il fool ha portato l’acqua al re. “Sapevo solo che avevi sete.”

Il finale è aperto — Jack torna da Anne, Parry e Lydia sono insieme, ma nessuno dei quattro è guarito completamente. Il film non si prende la libertà di dare soluzioni nette. Si prende invece la libertà di dire che il movimento è possibile, che la redenzione non è un punto di arrivo ma un processo, che a volte basta fare una cosa giusta — anche una cosa assurda, anche una cosa che non ha senso — per spostare qualcosa che sembrava immobile per sempre. È forse la cosa più coraggiosa che Gilliam abbia mai messo in un film: la speranza, senza garanzie.

Dove vedere The Fisher King in Italia

The Fisher King è disponibile in Italia principalmente su MUBI, la piattaforma specializzata in cinema d’autore e classici. È anche noleggiabile o acquistabile in digitale su Prime Video, Apple TV e Google Play Film.

Per chi preferisce il supporto fisico, esistono edizioni blu-ray di buona qualità. La Criterion Collection ha pubblicato un’edizione definitiva con commento audio di Gilliam e materiali speciali.

Verificare JustWatch Italia per la disponibilità aggiornata in abbonamento su tutte le piattaforme. È uno di quei film che guadagna molto dalla visione in un formato di qualità: le sequenze del Cavaliere Rosso e la scena del valzer alla Grand Central Station meritano uno schermo grande e un audio buono — sono tra i momenti visivamente più inventivi di tutta la filmografia di Gilliam.

Domande frequenti su The Fisher King

Di cosa parla The Fisher King? Jack Lucas (Jeff Bridges) è un ex conduttore radiofonico che con una battuta irresponsabile ha innescato una sparatoria in un ristorante. Anni dopo incontra Parry (Robin Williams), un senzatetto pazzo la cui moglie è stata uccisa in quella sparatoria. Insieme, in modi che nessuno dei due capisce davvero, si aiutano a ritrovare una ragione per vivere.

Chi è il Re Pescatore nella mitologia e nel film? Nella leggenda arturiana, il Re Pescatore è il guardiano del Santo Graal — un re ferito che non può guarire finché un cavaliere non gli pone la domanda giusta. Nel film, sia Jack che Parry sono “re pescatori”: feriti da eventi traumatici, incapaci di guarire da soli, in attesa di qualcuno che li veda davvero.

Il Santo Graal nel film esiste davvero? Il Graal che Parry cerca — convinto che si trovi in una villa privata di Manhattan — esiste fisicamente come coppa decorativa in una casa reale. Gilliam lascia aperta la questione se la missione di Parry sia follia o visione: la coppa c’è, il piano funziona, ma il punto del film non è se il Graal sia reale bensì cosa succede a chi lo cerca.

Robin Williams è stato nominato all’Oscar per The Fisher King? Robin Williams ha ricevuto una nomination ai Golden Globe per The Fisher King ma non una nomination all’Oscar per la migliore interpretazione maschile. Mercedes Ruehl, nel ruolo della fidanzata di Jack, vinse invece l’Oscar come migliore attrice non protagonista — una delle performance più amate del film.

The Fisher King è un film fantasy? È un film di confine. Ha elementi fantasy — le visioni di Parry, il Cavaliere Rosso che lo perseguita, le sequenze quasi oniriche — ma è fondamentalmente un dramma sulla redenzione e sulla colpa. Il fantasy è il linguaggio con cui il film parla di trauma, non un genere in senso stretto.

Cosa rappresenta il Cavaliere Rosso in The Fisher King? Il Cavaliere Rosso è la visione che perseguita Parry — una figura di fuoco e sangue che appare nei momenti di maggiore stress. Rappresenta il trauma della morte della moglie: la paura che Parry non riesce a integrare, che ritorna ogni volta che la realtà lo minaccia. È la forma che il dolore irrisolto prende nella sua mente.

The Fisher King fu un successo commerciale? Sì. Con un budget di 24 milioni di dollari incassò 72,4 milioni worldwide — un ottimo risultato per un film ambizioso e non convenzionale. Fu anche molto apprezzato dalla critica, con circa il 96% su Rotten Tomatoes. È uno dei film più accessibili nella filmografia di Gilliam.

Cosa significa il finale di The Fisher King? Jack ruba la coppa dalla villa e la porta a Parry, che riemerge dal coma psicogeno in cui era caduto. La guarigione di Parry permette anche la guarigione di Jack — i due si liberano reciprocamente dalla prigione del trauma e della colpa. Il finale non risolve tutto: suggerisce che la redenzione è possibile ma mai completa.

Dove vedere The Fisher King in Italia? The Fisher King è disponibile in Italia su MUBI, la piattaforma specializzata in cinema d’autore. È anche noleggiabile o acquistabile su Prime Video, Apple TV e Google Play. Verificare JustWatch Italia per la disponibilità aggiornata.

Perché The Fisher King è considerato il film più personale di Gilliam? Perché è il film in cui Gilliam lavora sui temi della colpa e della redenzione con il massimo di calore emotivo — qualcosa di insolito per un autore noto per la sua distanza ironica. The Fisher King è il film di Gilliam in cui i personaggi si amano davvero e il pubblico è invitato ad amarli.

Chi ha scritto la sceneggiatura di The Fisher King? La sceneggiatura è di Richard LaGravenese, che sarebbe poi diventato noto per altri script di alto profilo negli anni Novanta. È uno dei pochi film di Gilliam con una sceneggiatura originale non scritta da lui — e paradossalmente è tra i suoi lavori più riusciti dal punto di vista della scrittura dei personaggi.

Il film ha riferimenti alla leggenda arturiana oltre al Graal? Sì. Il nome del personaggio di Williams — Parry — è una versione di Perceval, il cavaliere che nella leggenda cerca il Graal e deve porre la domanda al Re Pescatore. Jack Lucas rispecchia la figura del Re Pescatore stesso: ferito, immobile, in attesa di qualcuno che lo veda. La struttura del film segue la logica della quest arturiana calata in una New York contemporanea.

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