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The Last Dance: il documentario su Michael Jordan, i Chicago Bulls e il costo della grandezza

Dieci episodi per raccontare la dinastia più studiata dello sport americano — e l'uomo che l'ha resa possibile e impossibile al tempo stesso
2020 ⭐ 9.0/10
The Last Dance: il documentario su Michael Jordan, i Chicago Bulls e il costo della grandezza
Anno 2020
Generi Documentario, Sport, Biografia
Stagioni 1
Episodi 10
Cast Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman, Phil Jackson, Steve Kerr, Toni Kukoc, Jerry Krause

The Last Dance inizia con un’affermazione semplice: c’era una stagione già condannata prima di cominciare.

La stagione 1997-98 dei Chicago Bulls. Phil Jackson sapeva che sarebbe stata la sua ultima sulla panchina. Jerry Krause aveva già deciso di smantellare tutto. Michael Jordan stava giocando sapendo che quella era la fine — di un’era, di un ciclo, di qualcosa che non si sarebbe mai più ripetuto. E un’equipe di produzione della NBA Entertainment era lì, con le telecamere puntate su tutto, a documentare ogni momento di questa agonia consapevole.

Il documentario che ne è uscito — diretto da Jason Hehir, prodotto da ESPN Films e Netflix, co-prodotto da Jordan stesso — è diventato in poche settimane dall’uscita il programma originale più visto nella storia di ESPN, con una media di 5,6 milioni di spettatori per episodio. Ha vinto l’Emmy Award per Outstanding Documentary or Nonfiction Series nel 2020. E ha riaperto il dibattito su uno dei temi più consumati dello sport americano: chi era davvero Michael Jordan?

La risposta non è semplice come si potrebbe pensare.

Di cosa parla The Last Dance: la storia della più grande dinastia NBA

The Last Dance non è solo un documentario sulla stagione 1997-98. È la storia completa dei Chicago Bulls degli anni Novanta — filtrata attraverso la lente di quell’ultimo anno insieme.

Il meccanismo narrativo è preciso: ogni episodio alterna il presente (2019, con interviste ai protagonisti) con il passato (immagini d’archivio della stagione, più flashback che possono arrivare fino al 1984). Il 1997-98 diventa il punto di ritorno, il leitmotiv, il centro gravitazionale. Ma il documentario copre in realtà tutto: l’arrivo di Jordan a Chicago come terza scelta al draft del 1984, le stagioni di apprendistato contro i Bad Boys di Detroit, il primo three-peat 1991-93, il ritiro del 1993, gli anni nel baseball, il ritorno nel 1995, e poi il secondo three-peat.

Quello che rende The Last Dance diverso da qualsiasi altro documentario sportivo è l’accesso. Phil Jackson aveva ottenuto dalla NBA il diritto di avere una troupe di filmmakers a seguito della squadra per tutta la stagione 1997-98 — un progetto pensato per essere un documento storico. Queste immagini, rimaste nel cassetto per oltre vent’anni, sono la colonna vertebrale del documentario. Non ricostruzioni, non talking heads su sfondo nero. Momenti reali, conversazioni reali, dinamiche reali.

E quello che emerge è un ritratto più complesso di quanto la mitologia di Jordan abbia mai permesso.

Michael Jordan: non solo il migliore, ma il più determinato

Il Jordan che emerge da The Last Dance non è l’icona sorridente dei poster Nike. È un uomo con un’intensità che sconfina regolarmente nell’ossessione — e che non fa distinzione tra nemico e compagno di squadra quando si tratta di vincere.

Ci sono sequenze che hanno fatto discutere. Jordan che colpisce il compagno di squadra Steve Kerr durante un allenamento. Jordan che racconta come motivasse i compagni attraverso l’intimidazione psicologica — e poi, nell’intervista contemporanea, si ferma e piange davanti alla telecamera. Non di rimpianto, sembra, ma di qualcosa che non riesce ancora a classificare.

La grandezza di Jordan, che The Last Dance rende evidente, è inseparabile dalla sua ferocia.

Non è una questione di talento fisico. Jordan aveva talento, certo — ma aveva avuto avversari altrettanto dotati: Clyde Drexler, Patrick Ewing, Gary Payton, Karl Malone. Quello che li separava era qualcosa di diverso: Jordan era in grado di mantenere la stessa intensità nel quarto periodo del settimo di una serie di playoff come nel primo allenamento di preseason. E pretendeva lo stesso dagli altri.

Il documentario esplora anche il lato più vulnerabile: la morte del padre James Jordan nel 1993, avvenuta pochi mesi dopo il terzo titolo. James Jordan fu rapinato e ucciso mentre dormiva in auto in North Carolina. Per Michael, che aveva con il padre un legame profondissimo — James era stato il suo allenatore improvvisato, il suo primo fan, il senso di tutto il sacrificio — fu un colpo devastante.

Il ritiro del 1993, spesso letto come una fuga dai problemi legati al gioco d’azzardo, appare in The Last Dance in tutta la sua ambiguità: un uomo che ha raggiunto il vertice di ogni cosa e non sa più perché continuare a salire. Il baseball non era una fuga. Era un tentativo di ritrovare la voglia di provare qualcosa per la prima volta.

Il ritorno, nel 1995, con un fax di due parole — “I’m back” — è uno dei momenti più potenti del documentario. Non c’era conferenza stampa, non c’era preparazione mediatica. Solo Jordan che tornava a fare l’unica cosa che sapeva fare davvero bene.

La stagione 1997-98: perché Phil Jackson la chiamò “The Last Dance”

Phil Jackson sapeva che la stagione 1997-98 sarebbe stata la sua ultima sulla panchina dei Bulls prima ancora che cominciasse. Jerry Krause aveva deciso: anche se avessero vinto il titolo, l’allenatore non sarebbe stato rinnovato.

Jackson gestì quella consapevolezza nel modo più coerente possibile con la sua filosofia: disse ai giocatori la verità, diede a quella stagione un nome — l’Ultimo Ballo — e chiese loro di ballare fino in fondo.

Il triangle offense di Tex Winter, il sistema che Jackson aveva costruito nel corso di una decade, era ormai nella carne di quei giocatori. Chicago in quella stagione aveva vinto 62 partite su 82 nella stagione regolare, nonostante gli infortuni, le polemiche contrattuali, e la consapevolezza diffusa che la fine fosse vicina.

I Playoff furono un percorso attraverso la storia: Indiana Pacers nella finale di conference, una serie dura che portò all’overtime di Gara 7. E poi le NBA Finals contro gli Utah Jazz di Karl Malone e John Stockton — le stesse Finals dell’anno prima, rivincita cercata da entrambe le parti.

Il momento culminante: Gara 6, 5,2 secondi rimasti. Chicago sotto di uno. Jordan prende la palla, isola Bryon Russell, lo spinge indietro con la spalla sinistra — un push-off che i Jazz contestano ancora oggi — e lascia andare il tiro. Entra. Bulls campioni. Jordan alza le braccia verso il cielo.

Era il “Last Shot”. L’ultima palla che Jordan avrebbe mai segnato da Chicago Bull. Phil Jackson sapeva che sarebbe andata così.

Scottie Pippen, Dennis Rodman e gli altri: il prezzo del trono

Una delle narrazioni più potenti di The Last Dance riguarda Scottie Pippen — e non è quella che Pippen stesso avrebbe voluto.

Pippen era il secondo uomo della dinastia, il difensore più versatile della sua generazione, probabilmente il più completo dei due sul piano del gioco di squadra. Ma nel 1997-98 guadagnava 2,8 milioni di dollari — molto meno di quello che avrebbe meritato, e meno di qualsiasi altro protagonista della squadra. Aveva firmato un contratto lungo a basso salario anni prima, convinto dalla dirigenza Bulls, e ora era bloccato.

La sua risposta fu rimandare un’operazione al piede fino a che non fosse compatibile con i suoi impegni extra-sportivi. L’operazione si spostò all’inizio della stagione. Pippen saltò i primi mesi. Per i Bulls, era come giocare con metà del cervello.

Il documentario mostra Pippen come un uomo consumato dal risentimento — verso Krause, verso Reinsdorf, verso il contratto. Pippen ha contestato questa lettura: ha detto di sentirsi ritratto come un personaggio secondario nella storia di un’altra persona. Ha ragione, in un certo senso. Ma The Last Dance non mente sui fatti: li seleziona.

Dennis Rodman è invece il personaggio più difficile da racchiudere in una narrazione lineare. Il più stravagante, il più controverso — e probabilmente il più onesto. Rodman arrivava al parquet come se venisse da un altro pianeta, con una disciplina da monaco nel rimbalzo e nessuna disciplina nella vita privata. Il documentario dedica un episodio intero al suo weekend a Las Vegas durante la stagione — una storia che sarebbe incredibile se non fosse documentata nei dettagli.

Steve Kerr, oggi allenatore dei Golden State Warriors, appare in The Last Dance come la coscienza tranquilla di quella squadra — l’uomo che Jordan colpì in allenamento, che poi rimase, che poi segnò il tiro decisivo in Gara 6 delle Finals 1997. Toni Kukoc, croato, arrivato con la fama del miglior giocatore europeo, finì per diventare il capro espiatorio di Jordan e Pippen — e poi il loro strumento più utile nei momenti decisivi.

Jerry Krause e Jerry Reinsdorf: il potere oltre il campo

Se The Last Dance ha un antagonista, è Jerry Krause.

Il general manager dei Bulls era convinto di una cosa: che i campionati li vincessero le organizzazioni, non i giocatori. Era la sua filosofia, la sua difesa contro l’evidenza che quella squadra era irripetibile perché aveva Jordan — non perché lui fosse bravo a costruire roster.

Krause era un uomo complesso. Aveva effettivamente costruito il roster — scegliendo Pippen al draft, portando Rodman, decidendo di mantenere Phil Jackson per anni contro il parere di molti. Ma il suo rapporto con Jordan era irrecuperabilmente compromesso dall’orgoglio: Krause non sopportava l’idea che il merito fosse percepito come esclusivamente di Jordan.

La decisione di non rinnovare Jackson — anche in caso di sesto titolo — era l’ultimo atto di questa guerra personale. E Krause l’aveva già presa prima ancora che la stagione cominciasse.

Jerry Reinsdorf, il proprietario, avrebbe potuto intervenire. Non lo fece. The Last Dance lo mostra come un uomo che aveva un rapporto personale autentico con Jordan — lo chiamò dopo la morte del padre, nel momento più doloroso — ma che si fidava del giudizio di Krause sull’amministrazione della squadra. Quella fiducia costò a Chicago la possibilità di mantenere insieme almeno per un’altra stagione la più grande squadra della storia NBA.

Krause morì nel 2017, tre anni prima dell’uscita del documentario. Non poté rispondere, né vedere quanto sarebbe diventata controversa la sua figura.

The Last Dance e la pandemia: perché il momento contava

The Last Dance è uscito il 19 aprile 2020. Era il culmine del primo lockdown globale per COVID-19.

Non è un dettaglio secondario. Il contesto ha amplificato la ricezione del documentario in un modo che non sarebbe stato possibile in condizioni normali. In tutto il mondo, le persone erano chiuse in casa, senza sport dal vivo, senza concerti, senza cinema. Cercavano storie. Cercavano qualcosa di grande.

The Last Dance è arrivato in quel momento e ha offerto esattamente quello: una storia epica su uomini straordinari in una stagione straordinaria, con ritmo televisivo da drama HBO, immagini inedite e un’emotività che il lockdown aveva reso più permeabile. La media di 5,6 milioni di spettatori per episodio su ESPN — senza che ci fosse praticamente nessuna competizione nell’offerta televisiva — non sorprende. Sorprende che il documentario sia rimasto rilevante molto dopo la fine del lockdown.

C’è qualcosa in The Last Dance che funziona indipendentemente dal contesto storico: è una storia sulla fine. Ogni spettatore sapeva già che i Bulls avrebbero vinto il titolo — la storia era nota. La tensione non stava nel risultato. Stava nel sapere che quella stagione era l’ultima, che quei personaggi non si sarebbero mai più ritrovati insieme in quella forma. Era un addio lungo dieci episodi.

È la stessa qualità emotiva dei finali di serie — Succession, The Wire, The Sopranos. Non il “chi vincerà?” ma il “come finirà quello che amavamo?” The Last Dance ha reso quella domanda sportiva.

Il documentario che ha cambiato il genere: struttura e stile

Jason Hehir aveva già dimostrato di saper costruire narrativa sportiva con André the Giant (2018), ma The Last Dance è un’opera di scala diversa.

Il materiale d’archivio — 500 ore di riprese inedite della stagione 1997-98 girate da un’equipe NBA Entertainment — costituisce il nucleo. Ma la struttura è quella di un thriller, non di una cronaca. Ogni episodio finisce su un cliffhanger o su una domanda aperta, anche quando il risultato è storicamente noto. Sappiamo che i Bulls vinceranno il titolo, eppure seguiamo ogni possesso come se non lo sapessimo.

Questo è il merito principale di Hehir: ha capito che la suspense di The Last Dance non è sportiva, ma psicologica. Non ci chiediamo se Jordan segnerà quel tiro. Ci chiediamo come era essere Jordan in quel momento — e se quella grandezza ha un costo che vale la pena pagare.

La questione è sollevata direttamente nel documentario. Un compagno di squadra, non identificato, dice: “Vincere con Jordan è la cosa più bella che mi sia mai capitata. E la più terrificante.” È la frase che sintetizza tutto.

Il confronto più naturale con The Last Dance, in termini di ritratto del potere e delle dinamiche dentro un’organizzazione vincente, è con Succession — la serie HBO che esplora la stessa domanda attraverso la finzione: il prezzo della legacy, la corsa alla successione, la differenza tra il potere esercitato e il potere mostrato. Dove Succession tematizza il vuoto dietro la vittoria, The Last Dance lo documenta.

Billions offre un’altra lente: la psicologia del vincitore seriale, l’incapacità di fermarsi anche quando si è già ottenuto tutto. Bobby Axelrod e Michael Jordan operano in mondi diversi, ma condividono qualcosa di fondamentale — l’impossibilità di distinguere tra competere e esistere.

Per chi è interessato al documentario come forma narrativa, Citizenfour di Laura Poitras — il film su Edward Snowden — rappresenta un termine di confronto interessante: anche lì, la storia è già scritta quando le telecamere entrano in scena. La tensione non viene dall’ignoto, ma dall’intensità del momento ripreso.

Jordan, Pippen, Rodman: tre modi di essere un campione

Uno degli aspetti più ricchi di The Last Dance è come costruisce tre ritratti di eccellenza completamente diversi attraverso lo stesso sistema.

Michael Jordan rappresenta l’eccellenza come ossessione totale. Non ha separazione tra chi è dentro e fuori dal campo. Ogni allenamento è una finale. Ogni partita amichevole è una guerra. La sua grandezza è inseparabile dalla sua incapacità di essere mediocre in qualsiasi contesto — e quella incapacità ha un costo umano che il documentario non minimizza. I compagni di squadra lo rispettano e lo temono nello stesso modo. L’amore per Jordan non è mai semplice.

Scottie Pippen rappresenta l’eccellenza come sacrificio non riconosciuto. È probabilmente il giocatore più completo della sua generazione — nella lettura del gioco, nella difesa, nella capacità di leggere gli spazi. Ma ha trascorso la sua carriera nella dualità: valorizzato quando Jordan non c’era, ridotto a spalla quando Jordan tornava. Il contratto a basso salario che aveva firmato era la conseguenza di una scelta fatta da giovane con poca guida. La sua rabbia, in The Last Dance, è comprensibile ogni volta che sale in superficie.

Dennis Rodman rappresenta un’eccellenza che il sistema non sa classificare. Il suo talento era nel rimbalzo — una specialità che non genera punti ma che spesso determina il risultato finale. Rodman aveva capito che il suo valore non stava nel fare quello che fanno tutti gli altri meglio degli altri, ma nel fare qualcosa che nessun altro era disposto a fare con la stessa dedizione assoluta. La sua vita fuori dal campo era il pendant necessario di quella disciplina: se il campo è dove tutto ha senso, la vita deve essere il territorio del caos totale. The Last Dance lo ritrae senza condanna — e senza romanticizzazione.

Tre modi di essere un campione. Tre risposte diverse alla stessa domanda: cosa vale sacrificare per vincere?

L’eredità culturale di The Last Dance

The Last Dance ha riaperto un dibattito che in America non si chiude mai: Jordan o LeBron James?

Non è una domanda che il documentario si pone direttamente — Jordan non compare mai nelle stesse inquadrature di LeBron, e il confronto è accuratamente evitato — ma ogni sequenza del documentario è implicitamente un argomento nella disputa. Six rings. Six Finals MVPs. No losses in the Finals.

Ma c’è anche un’altra eredità, più sottile. The Last Dance ha dimostrato che il documentario sportivo può essere high-stakes television, competitivo con qualsiasi fiction di primo piano. Ha aperto la strada a produzioni simili — Drive to Survive su Formula 1, Break Point sul tennis, Full Swing sul golf — che hanno portato lo stesso schema all’accesso totale, alla narrativa personale, alla struttura serializzata.

C’è un limite a questa eredità. The Last Dance, essendo co-prodotto da Jordan, non è del tutto libero nella sua prospettiva. È un’opera magistrale nel suo genere, ma è anche — almeno in parte — il film che Jordan ha scelto di raccontare su se stesso. Pippen l’ha detto esplicitamente. E Krause non c’era più a rispondere.

Quella consapevolezza non diminuisce il valore del documentario. Lo complica, nel senso migliore del termine — richiede allo spettatore uno sguardo critico. La stessa cosa che Jordan richiedeva ai suoi compagni di squadra.

La colonna sonora e i diritti musicali: un budget nascosto

Un elemento spesso trascurato nelle discussioni su The Last Dance è il costo — e la qualità — della sua colonna sonora.

Il documentario usa musica degli anni Novanta in modo massiccio: hip hop, rock, pop del decennio. Ogni sequenza ha il suo sottofondo musicale d’epoca, e non si tratta di musica generica di archivio ma di tracce riconoscibili — il che implica costi di licenza significativi. La scelta di non usare musica neutra da documentario tipico ma di immergersi nell’estetica sonora degli anni Novanta è coerente con l’approccio generale: non stai guardando un documento, stai rivivendo un’epoca.

I diritti musicali per produzioni Netflix/ESPN della portata di The Last Dance non sono pubblici, ma è ragionevole stimare che una parte significativa del budget sia andata proprio nella licenza musicale. Il risultato è un documentario che si sente come guardare MTV del 1997 — e questa qualità di immersione temporale è una delle ragioni del suo impatto culturale.

Dove vedere The Last Dance in Italia

The Last Dance poster
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The Last Dance (2020)

★★★★★ 4.6 (2.977)

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The Last Dance è disponibile su Netflix in Italia, dove è visibile con il titolo originale e con sottotitoli e doppiaggio in italiano. È disponibile per tutti i piani di abbonamento Netflix.

La serie è stata originariamente trasmessa in Italia in contemporanea con la messa in onda americana su ESPN, a partire dal 19 aprile 2020, due episodi per settimana. I dieci episodi totali coprono circa 9 ore di visione complessiva.

Non è disponibile in acquisto o noleggio su altre piattaforme italiane, ma rimane parte del catalogo Netflix stabile.

Domande frequenti su The Last Dance

Quanti episodi ha The Last Dance? The Last Dance è composto da 10 episodi, ognuno della durata di circa 50-60 minuti. Sono stati distribuiti in cinque settimane consecutive, due episodi per settimana, a partire dal 19 aprile 2020.

The Last Dance è disponibile su Netflix in Italia? Sì. The Last Dance è disponibile su Netflix in Italia. È stato pubblicato sulla piattaforma a livello globale contemporaneamente alla messa in onda su ESPN negli Stati Uniti, nel maggio 2020.

Cosa significa “The Last Dance”? The Last Dance era il soprannome che Phil Jackson diede alla stagione 1997-98 dei Chicago Bulls — l’ultima che avrebbe allenato prima della fine dell’era. Sintetizzava la sensazione di essere all’ultimo ballo di una dinastia che tutti sapevano stesse per finire.

The Last Dance ha vinto premi? Sì. The Last Dance ha vinto l’Emmy Award per Outstanding Documentary or Nonfiction Series nel 2020, battendo Tiger King, Hillary, McMillion$ e American Masters. È stato il programma originale più visto nella storia di ESPN.

Chi ha diretto The Last Dance? The Last Dance è stato diretto da Jason Hehir, già noto per documentari sportivi come The Association e Andre the Giant. La regia è caratterizzata dall’intreccio tra immagini d’archivio inedite e interviste contemporanee.

The Last Dance è fedele alla realtà? Il documentario è stato co-prodotto da Michael Jordan stesso, il che ha portato alcune critiche per un taglio favorevole alla sua figura — in particolare nella rappresentazione di Scottie Pippen. Pippen ha dichiarato di sentirsi ritratto in modo ingeneroso. La narrazione è sostanzialmente accurata sui fatti, ma il punto di vista è dichiaratamente quello di Jordan.

Chi è Jerry Krause in The Last Dance? Jerry Krause era il general manager dei Chicago Bulls durante la dinastia. È il grande antagonista del documentario: decise di non rinnovare Phil Jackson e di smantellare la squadra dopo il 1998, convinto che “le organizzazioni vincono i campionati, non i giocatori”. Morì nel 2017, prima dell’uscita del documentario.

Perché Michael Jordan si ritirò nel 1993? Jordan si ritirò per la prima volta nell’ottobre 1993, dopo l’omicidio del padre James Jordan nel luglio dello stesso anno. Disse di aver perso la motivazione. Per due anni giocò a baseball nelle leghe minori. Le voci su una sospensione segreta per il gioco d’azzardo non sono mai state confermate.

Quante NBA Finals hanno vinto i Chicago Bulls? I Chicago Bulls con Michael Jordan hanno vinto sei titoli NBA: tre consecutivi nel 1991, 1992 e 1993 (primo three-peat), poi altri tre consecutivi nel 1996, 1997 e 1998 (secondo three-peat). Jordan ha vinto il titolo di MVP delle Finals in tutte e sei le occasioni.

The Last Dance parla solo della stagione 1997-98? No. La stagione 1997-98 è il filo conduttore, ma ogni episodio si apre con flashback che coprono l’intera carriera di Jordan e la storia dei Bulls, dall’arrivo di Jordan nel 1984 fino alle dinamiche degli anni Novanta. Il documentario è di fatto una storia completa della dinastia.

Chi sono i protagonisti di The Last Dance? I protagonisti principali sono Michael Jordan, Scottie Pippen, Dennis Rodman e l’allenatore Phil Jackson. Ma il documentario ritrae anche Steve Kerr, Toni Kukoc, il GM Jerry Krause e il proprietario Jerry Reinsdorf come figure cruciali — non solo contorno.

Quanto dura ogni episodio di The Last Dance? Ogni episodio dura tra i 50 e i 60 minuti. La serie completa totalizza circa 10 ore di contenuto. Nonostante la lunghezza, il ritmo è sostenuto grazie all’alternanza tra immagini d’archivio e interviste presenti.

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