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L'Avvocato del Diavolo: finale spiegato, Al Pacino come il diavolo e dove vederlo in streaming

Il capolavoro di Taylor Hackford in cui il peccato preferito del diavolo è la vanità — e il nostro anche
25-07-2026 1997 ⭐ 9/10
L'Avvocato del Diavolo: finale spiegato, Al Pacino come il diavolo e dove vederlo in streaming
Regia Taylor Hackford
Generi Thriller, Horror, Drammatico
Cast Keanu Reeves, Al Pacino, Charlize Theron, Jeffrey Jones, Connie Nielsen, Craig T. Nelson

Kevin Lomax non ha mai perso un processo.

Non uno. In tutta la sua carriera in Florida ha vinto ogni caso, ogni volta, con ogni cliente — anche quando sapeva che il cliente era colpevole. La sua abilità è assoluta. Il suo ego, altrettanto.

Finirà per perdere tutto.

L’Avvocato del Diavolo (1997) di Taylor Hackford è uno di quei film che sembra un thriller legale di lusso nei primi venti minuti, un dramma psicologico nella parte centrale, e si trasforma in qualcosa di molto più profondo — e molto più inquietante — nel finale. Non è un film sul diavolo. È un film sulla vanità. Sulla nostra vanità. Sul fatto che non abbiamo bisogno del diavolo per perderci: ci pensiamo benissimo da soli.

Al Pacino lo sapeva. Per questo ha accettato il ruolo.

Di cosa parla L’Avvocato del Diavolo: la trama dall’inizio

Kevin Lomax (Keanu Reeves) è un avvocato difensore di Gainesville, Florida. Giovane, brillante, infallibile. La sua reputazione lo precede: non perde mai. Anche quando il suo cliente è chiaramente colpevole — come nel caso di un insegnante accusato di molestie che apre il film — Kevin trova il modo di vincere, anche a costo di smontare la testimonianza di una bambina.

Viene notato da un misterioso studio legale di New York: Miltion, Chadwick & Waters. Il nome del socio fondatore è John Milton (Al Pacino). Kevin e sua moglie Mary Ann (Charlize Theron) lasciano la Florida per Manhattan. È l’inizio della fine.

New York è una seduzione continua. Lo studio è lussuoso, i clienti sono potenti, i casi sono complessi e stimolanti. Kevin prospera. Mary Ann no: si sente sola, fuori posto, invisibile. Comincia ad avere visioni terrificanti — volti che si deformano, presenze, immagini che non riesce a spiegare. Kevin non ci fa caso. C’è un caso importante da vincere.

John Milton è ovunque. Affascinante, brillante, omnipresente. Conosce tutti, sa tutto, sembra muovere le pedine della città con la stessa facilità con cui respira. C’è qualcosa di sbagliato in lui — qualcosa che Kevin non vuole vedere perché vederlo significherebbe fermarsi.

La verità emerge a pezzi. Mary Ann viene internata. Milton rivela di essere il padre biologico di Kevin, concepito appositamente per essere il vettore di un piano: generare una nuova stirpe unendosi a Christabella (Connie Nielsen), la misteriosa figlia di Milton — e sorellastra di Kevin. Mary Ann, inorridita dalla visione di ciò che sta per accadere, si suicida.

E a quel punto il film fa una cosa straordinaria.

Il diavolo in doppiopetto: chi è davvero John Milton

Il nome non è casuale. John Milton è l’autore del Paradiso Perduto, l’epopea secentesca in cui Satana è il personaggio più complesso, più articolato, più affascinante. Non il villain da fumetto: l’antagonista che ha ragioni, che ha una voce, che seduce con l’intelligenza.

Taylor Hackford e sceneggiatori hanno costruito il loro Milton sullo stesso principio. John Milton non minaccia, non costringe. Aspetta. Offre. Suggerisce. Sa che l’uomo — almeno l’uomo come Kevin — non ha bisogno di essere spinto verso la rovina: ci cammina da solo se gli metti davanti la strada giusta.

Pacino lo interpreta con un’energia che oscilla continuamente tra il carisma e il terrore. Non recita il diavolo come un essere soprannaturale: lo recita come un uomo d’affari eccezionale che conosce esattamente cosa vuoi e sa come dartelo nel momento in cui sei più vulnerabile. È il capo dei sogni. È il mentore perfetto. È la carriera che hai sempre voluto.

Il diavolo più convincente non è quello con le corna. È quello che ti offre ciò che desideri davvero.

Nel film Milton incarna qualcosa di molto specifico: il potere corporativo privo di etica. Lo studio legale come macchina di corruzione. La legge come strumento di impunità per i ricchi. Non è un caso che i clienti che Kevin difende siano quasi sempre colpevoli — un costruttore che ha causato morti, un assassino ricco, uomini che usano il sistema per sfuggire alle conseguenze. Kevin li difende e vince. È bravo. È il migliore.

È anche complice.

Kevin Lomax e il prezzo dell’ambizione

Keanu Reeves ha ricevuto critiche per questa performance, e in parte sono comprensibili: il suo Kevin è deliberatamente piatto nella prima metà del film. Ma è una piattezza funzionale. Kevin è un uomo che si è costruito attorno a un’unica qualità — la capacità di vincere — e ha sacrificato tutto il resto: l’empatia, la coscienza, il suo matrimonio.

Quando Mary Ann comincia a deteriorarsi, Kevin sceglie il caso. Ogni volta. Non è un mostro: è un uomo che ha fatto del successo la sua identità e non sa chi è senza di esso. La vanità qui non è superficiale — è esistenziale. Kevin non vince per i soldi o per la fama. Vince perché vincere è l’unico modo in cui si sente reale.

Milton lo sa. È per questo che lo ha scelto.

C’è una scena rivelante a metà film, quando Kevin scopre che il suo cliente è quasi certamente un assassino e deve scegliere se continuare a difenderlo. Non ci vuole molto. Continua. Perché il caso è importante, perché la sfida è stimolante, perché perdere adesso significherebbe ammettere di aver sbagliato dall’inizio.

Il diavolo non ha dovuto fare nulla. Kevin si è condannato da solo.

Mary Ann: la vittima invisibile

Charlize Theron consegna una delle sue performance più sottovalutate della carriera. Mary Ann è il termometro morale del film — l’unica che vede davvero cosa sta succedendo, o almeno la sente, anche se non riesce a darle un nome.

Le visioni che la tormentano non sono follia: sono lucidità soprannaturale. Mary Ann percepisce la natura di Milton, percepisce la corruzione che avvolge Kevin, percepisce che qualcosa di fondamentale si sta rompendo. Ma nessuno la ascolta. Kevin è troppo occupato. I medici la internano.

Il film usa il deterioramento di Mary Ann con crudeltà deliberata: ogni scena in cui Kevin sceglie il lavoro al posto di lei è una piccola morte. Quando la crisi è totale e irreversibile, Kevin non può più ignorarla — ma è troppo tardi. Il prezzo dell’ambizione si misura in persone concrete che si perdono mentre tu eri altrove.

La sua morte è l’atto più lucido del film. Mary Ann capisce cosa sta per succedere — l’unione tra Kevin e Christabella, il piano di Milton — e si suicida per impedirlo. Non è una scelta disperata: è l’unica scelta che ancora può fare. L’unico atto di libertà rimasto.

Il finale spiegato: cosa succede davvero

Dopo la morte di Mary Ann, Milton rivela tutto: è il padre di Kevin, è il diavolo, il piano era questo dall’inizio. Kevin, inorridito, si rifiuta. Punta la pistola contro Milton — che ride, ovviamente, perché le pistole non uccidono il diavolo — e poi la punta contro se stesso.

E qui il film compie la sua mossa più audace.

La scena si riavvolge. Siamo di nuovo in Florida, nel momento in cui Kevin viene contattato dallo studio di New York. Kevin rifiuta. Non accetta l’incarico. Dice no al processo, no a Manhattan, no a Milton. È salvo.

O almeno crede di esserlo.

Un giornalista si avvicina. Ha sentito della storia: un avvocato che ha rinunciato a un caso importante per ragioni di coscienza. Vuole scriverne, renderlo famoso, farne un eroe. Kevin esita — pochissimo. Poi sorride. Poi accetta.

Il giornalista si trasforma. È Milton. Ride.

“Vanity. Definitely my favorite sin.”

La vanità è il peccato preferito del diavolo. Non il denaro, non il potere, non il sesso. La vanità. Il bisogno di essere visto, riconosciuto, celebrato. Anche quando stai facendo la cosa giusta, anche quando pensi di essere uscito dal tranello — se lo fai per essere ammirato, il diavolo è ancora lì. Ha solo cambiato abito.

Il finale dice una cosa scomoda: non esiste una versione di Kevin in cui vince davvero. Perché il problema non è Milton. Il problema è Kevin. La sua vanità è inesauribile, e il diavolo ha tutto il tempo del mondo.

“Vanity is definitely my favorite sin”: il monologo di Pacino

Ci sono scene nella storia del cinema che appartengono a un attore in modo definitivo. Il monologo finale di Al Pacino in L’Avvocato del Diavolo è una di queste.

Milton/il diavolo spiega la sua filosofia mentre il mondo attorno a lui si dissolve in visioni cosmiche. Non è un discorso malvagio nel senso tradizionale — non è il villain che svela il suo piano con aria di trionfo. È qualcosa di più sottile e più disturbante: è una confessione. È il diavolo che dice la verità.

“Io non sono mai fuori dal giro. Non mi caccio mai. Lo ammetto, mi stai dando un po’ di filo da torcere. Ma lascia che ti spieghi una cosa: la vanità è decisamente il mio peccato preferito. È così fondamentalmente umana… non è vero? Ma in fondo stimola la creatività, fa sì che tu voglia fare le cose…”

Il discorso è costruito come una seduzione. Milton non urla, non minaccia. Parla con affetto quasi paterno, con il tono di chi spiega qualcosa di ovvio. E il punto più agghiacciante è che ha ragione: la vanità è umana. È il motore di molte cose buone. Ma è anche il punto di accesso del diavolo, la porta sempre aperta.

Pacino porta questa scena a un livello che va oltre la performance: è come se stesse confessando qualcosa di universale. Quando Milton guarda in camera nell’inquadratura finale, non sta parlando a Kevin.

Sta parlando a noi.

Dove vedere L’Avvocato del Diavolo in Italia

L’Avvocato del Diavolo è disponibile in streaming in Italia su Netflix (a rotazione stagionale), Amazon Prime Video e Paramount+. Per chi preferisce la visione permanente, il film è acquistabile o noleggiabile su Apple TV, Google Play Movies, Rakuten TV e Microsoft Store.

La versione in full HD è disponibile su tutte le piattaforme principali. Il film dura 144 minuti nella versione originale e 130 minuti nel montaggio televisivo — si consiglia sempre la versione integrale, che contiene alcune scene fondamentali per la comprensione del finale.

Un film sul potere: confronti con altri grandi titoli

L’Avvocato del Diavolo non è solo un film sul diavolo. È un film sul capitalismo, sulla corruzione e sulla seduzione del successo. In questo senso dialoga con una tradizione cinematografica precisa.

Wall Street (1987) è il precedente diretto: Gordon Gekko incarna la stessa filosofia di John Milton — il potere come fine in se stesso, l’ambizione senza limiti morali. “Greed is good” è la versione laica di “Vanity is my favorite sin”. Kevin Lomax e Bud Fox sono la stessa persona in contesti diversi: giovani ambiziosi che scelgono il mentor sbagliato perché il mentor sbagliato offre quello che vogliono.

The Wolf of Wall Street porta la stessa dinamica all’estremo: Jordan Belfort non ha bisogno del diavolo perché è già il suo peggior nemico. Il film di Scorsese è più rumoroso, più carnale, più esplicito — ma la traiettoria morale è identica. L’eccesso come autodistruzione.

Boiler Room è il lato operativo della stessa storia: cosa succede ai pesci piccoli che cercano di nuotare nelle acque dei grandi. Seth Davis è Kevin Lomax senza i talenti di Kevin Lomax — e proprio per questo la sua discesa è più rapida e più brutale.

Nelle serie, Succession esplora lo stesso territorio dalla prospettiva della dinastia: il potere che corrompe non solo chi lo cerca, ma chi ci è nato dentro. I Roy sono quello che i Kevin Lomax diventano dopo una generazione. Billions invece mette il potere legale e finanziario in dialogo diretto: Chuck Rhodes da un lato e Bobby Axelrod dall’altro sono due versioni dello stesso patto implicito con la corruzione del sistema.

Il pillar sui migliori film di finanza raccoglie i titoli essenziali di questo filone: se L’Avvocato del Diavolo vi ha colpito, è il punto di partenza ideale per costruire un percorso tematico coerente.

Tutti questi film condividono una radice comune: l’idea che il sistema non corrompa le persone dall’esterno, ma che riveli una corruzione che era già dentro di loro. Il diavolo non crea i mostri. Li riconosce.

Domande frequenti

Di cosa parla L’Avvocato del Diavolo? Un giovane avvocato del Sud degli Stati Uniti, Kevin Lomax, viene assunto da un misterioso studio legale di New York. Il suo capo, John Milton, si rivela essere il Diavolo in persona, che ha scelto Kevin come strumento per portare avanti il suo piano: generare un figlio dal puro potere dell’ambizione umana.

Chi interpreta il diavolo in L’Avvocato del Diavolo? Al Pacino interpreta John Milton, il diavolo travestito da avvocato di successo. Il nome è un omaggio a John Milton, autore del Paradiso Perduto, l’opera letteraria in cui Satana è il personaggio più affascinante e complesso.

Cosa significa il finale de L’Avvocato del Diavolo? Il film si riavvolge al momento in cui Kevin potrebbe ancora scegliere diversamente. Rifiuta il caso di New York. Sembra aver vinto. Ma quando un giornalista gli offre notorietà per quella scelta, Kevin non resiste. Il diavolo (travestito da giornalista) sorride: la vanità è il peccato preferito del diavolo, e Kevin cade nello stesso tranello anche quando credeva di esserne uscito.

È un film horror o un thriller? Entrambe le cose. L’Avvocato del Diavolo è prima di tutto un thriller legale e un dramma sull’ambizione, ma contiene elementi horror soprannaturali — soprattutto nelle visioni di Mary Ann — che diventano sempre più espliciti man mano che il film avanza.

Kevin Lomax è davvero il figlio del diavolo? Sì. John Milton rivela di essere suo padre. Kevin è stato concepito appositamente per essere il vettore di un piano demoniaco: generare una nuova stirpe unendosi a Christabella, che è la figlia di Milton e quindi sua sorellastra. Mary Ann si suicida per impedirlo.

Cosa rappresenta John Milton nel film? Milton è il capitalismo selvaggio, il potere corporativo senza etica, la seduzione dell’eccellenza a qualsiasi costo. Non corrompe con la forza — aspetta che la vanità, l’ambizione e l’ego facciano il lavoro sporco. È il diavolo che non ha bisogno di tentare: basta osservare.

Perché Mary Ann impazzisce in L’Avvocato del Diavolo? Mary Ann è la vittima collaterale dell’ambizione di Kevin. Non ha scelto New York, non ha scelto Milton. Le visioni che la tormentano sono l’interferenza soprannaturale di Milton, che la usa come strumento di pressione su Kevin. La sua follia è il costo umano che Kevin non vuole vedere.

Qual è la frase più famosa di Al Pacino nel film? “Vanity. Definitely my favorite sin.” È la battuta finale, pronunciata da Milton/il diavolo dopo che Kevin cade di nuovo nella stessa trappola. Sintetizza tutto il film: il diavolo non ha bisogno di grandi patti. Gli basta la nostra vanità.

Il film è tratto da un romanzo? Sì. L’Avvocato del Diavolo è tratto dall’omonimo romanzo di Andrew Neiderman, pubblicato nel 1990. La sceneggiatura di Jonathan Lemkin e Tony Gilroy ha mantenuto l’impianto di base aggiungendo maggiore complessità alla figura di Milton e alla metafora del capitalismo come forza demoniaca.

Perché Keanu Reeves non riesce a battere il diavolo? Perché il diavolo in questo film non è un avversario esterno da sconfiggere: è la parte peggiore di Kevin stesso. La sua ambizione, il suo bisogno di vincere, la sua vanità. Non si può battere ciò che si è.

Dove vedere L’Avvocato del Diavolo in streaming in Italia? L’Avvocato del Diavolo è disponibile su Netflix (a rotazione), Amazon Prime Video e Paramount+. Per l’acquisto o il noleggio: Apple TV, Google Play, Rakuten TV e Microsoft Store.

Vale ancora la pena vedere L’Avvocato del Diavolo oggi? Assolutamente sì. A quasi trent’anni dall’uscita, il film parla di ambizione, corruzione e vanità con una lucidità che non ha perso un grammo di attualità. Il monologo finale di Pacino è tra le più grandi scene della storia del cinema americano degli anni Novanta.


Il diavolo non ha fretta. Sa già come va a finire. Forse è per questo che quel sorriso finale — quello di Pacino che guarda in macchina — non smette di farci sentire in colpa.

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