Blindspot: trama, tatuaggi spiegati, chi è Jane Doe, finale e dove vedere la serie NBC
Blindspot inizia con un corpo in una borsa nera abbandonata a Times Square.
Il corpo è vivo. Ed è coperto di tatuaggi.
Uno di questi tatuaggi — scritto in grandi lettere sul collo — ha il nome di un agente FBI: Kurt Weller. Da questo momento in poi, tutto quello che pensavi di sapere su come funziona un thriller televisivo viene messo in discussione.
La serie NBC ideata da Martin Gero è partita nel 2015 con una premessa che sembrava quasi troppo ingenua per reggere: una donna senza memoria, una serie infinita di tatuaggi come mappa verso i crimini da risolvere, un agente FBI che diventa la sua ancora nell’esistenza. Cinque stagioni e 100 episodi dopo, Blindspot ha dimostrato che la premessa reggeva — non perché il meccanismo dei tatuaggi-codice fosse inesauribile, ma perché la domanda vera al centro della serie è un’altra.
Chi sei quando non ricordi chi eri?
E cosa scegli di diventare quando scopri che chi eri non ti appartiene più?
Di cosa parla Blindspot: la trama dall’inizio
Una borsa nera viene trovata in mezzo a Times Square. All’interno c’è una donna nuda, priva di conoscenza, il corpo interamente ricoperto di tatuaggi freschi. Non ha documenti. Non ha nome. Non ricorda assolutamente nulla.
L’FBI la prende in custodia. Gli agenti le danno un nome provvisorio: Jane Doe.
Il tatuaggio sul collo è la prima chiave: riporta il nome di Kurt Weller, agente speciale dell’FBI. Weller viene convocato. Non la riconosce. Eppure il suo nome è lì, inciso sulla pelle di una sconosciuta.
Mentre i federali cercano di ricostruire l’identità di Jane, Patterson — la crittografa del team — inizia a decodificare i tatuaggi. Ognuno è un codice. Ognuno rimanda a qualcosa: coordinate geografiche, nomi in codice, date, operazioni segrete. Il primo tatuaggio porta a una minaccia terroristica imminente. Il secondo a un’operazione di traffico d’armi. Il terzo a una rete di corruzione all’interno dello stesso governo.
Jane non è solo un mistero da risolvere. È una mappa — progettata da qualcuno che sapeva esattamente cosa avrebbe trovato dentro il governo americano.
Il meccanismo della prima stagione è quello del procedural con un’architettura narrativa sovrapposta: ogni episodio risolve un caso derivato da un tatuaggio, mentre la storia orizzontale sulla vera identità di Jane avanza. È una struttura che ha funzionato per Alias e per Person of Interest prima di Blindspot, e che qui trova una variante inedita nel fatto che il centro del mistero non è un sistema esterno — ma la protagonista stessa.
Il progresso è lento ma costante. E quello che emerge, stagione dopo stagione, è molto più complesso del semplice “agente infiltrata senza saperlo”.
I tatuaggi di Jane Doe spiegati: codici, messaggi e il grande disegno
I tatuaggi sono la trovata narrativa che ha definito Blindspot nel panorama televisivo. Non sono decorativi — sono funzionali. Ogni elemento del corpo di Jane è un codice che Patterson deve interpretare.
La varietà delle tecniche crittografiche rappresentate nella serie è genuinamente ampia: cifrari classici (Vigenère, Playfair), steganografia (informazioni nascoste dentro le immagini), coordinate in sistemi di riferimento militari, nomi in codice di operazioni governative classificate, date scritte in sistemi numerici non standard, riferimenti a eventi storici che nascondono un secondo livello di significato.
Patterson — interpretata da Ashley Johnson con una precisione e un’energia che hanno reso il personaggio uno dei più amati della serie — è la chiave di lettura. Il suo lavoro al computer del laboratorio FBI è il momento in cui la serie è più onesta con se stessa: non finge che i codici siano semplici, ma non li rende neanche incomprensibili. Il punto di equilibrio è la curiosità — vuoi vedere cosa c’è scritto nel tatuaggio successivo tanto quanto vuoi sapere chi è davvero Jane.
La domanda che la serie pone fin dall’inizio è: chi ha messo quei tatuaggi, e perché?
La risposta arriva per gradi. I tatuaggi non sono stati imposti a Jane contro la sua volontà. Lei stessa — quando ancora era Remi Briggs, operativa dell’organizzazione Sandstorm — ha partecipato alla pianificazione. Ha scelto cosa scrivere sulla propria pelle prima di cancellare la propria memoria. Ha usato il proprio corpo come archivio di informazioni che avrebbero guidato l’FBI verso bersagli che Sandstorm voleva colpire — usando i federali come strumento ignaro.
Il colpo di scena non è solo narrativamente efficace. Cambia retroattivamente il significato di tutto quello che hai visto: Jane non era una vittima. Era — almeno all’inizio — il piano.
Nel corso delle stagioni i tatuaggi diventano più di un meccanismo procedurale: sono la metafora esterna di un conflitto interno. Il corpo di Jane porta la firma di chi era. Lei deve decidere chi vuole essere.
Chi è Jane Doe: identità perduta e rivelazioni che cambiano tutto
La costruzione dell’identità di Jane Doe è l’arco narrativo più ambizioso di Blindspot, e il più rischioso.
La serie gioca su almeno tre livelli di identità sovrapposti:
Il livello superficiale — chi è “Jane Doe”: la donna senza passato che impara a muoversi nel mondo, che sviluppa legami con il team FBI, che acquisisce preferenze e abitudini. Una persona costruita dal nulla.
Il livello medio — chi è Remi Briggs: un’operativa addestrata fin dall’infanzia da Sandstorm, cresciuta in un sistema di valori radicalmente diverso da quelli dell’FBI. Una persona che aveva scelto deliberatamente di diventare qualcun altro.
Il livello profondo — chi era prima ancora di Sandstorm: una bambina con una storia, con un nome, con un’origine che la serie svela progressivamente e che aggiunge un ulteriore strato di complessità a una già complessa costruzione narrativa.
Quando Jane scopre di essere Remi Briggs — uno dei momenti più efficaci della seconda stagione — la crisi non è quella convenzionale del “non so chi sono”. È qualcosa di più preciso e più difficile: lei sa chi era. E non vuole esserlo.
Il conflitto tra Jane e Remi è il vero motore emotivo della serie. Non si tratta di memoria vs. amnesia — si tratta di identità come scelta. Remi aveva dei valori, degli obiettivi, dei legami. Jane ne ha sviluppati di diversi. Quando le due versioni si scontrano — e si scontrano, letteralmente, in stagioni in cui il condizionamento di Sandstorm cerca di riemergere — la domanda non è quale delle due “vinca”. È se abbia senso chiederlo.
Jaimie Alexander porta questo dualismo con una precisione che merita più riconoscimento di quanto abbia ricevuto. La nomination ai Golden Globe del 2016 era giustificata: il suo Jane Doe è convincente non perché sia spettacolare nelle scene d’azione (e lo è), ma perché nei momenti di crisi interiore si vede davvero il peso di chi non sa su quale terreno stia camminando.
I personaggi di Blindspot: il team FBI e i villain
Kurt Weller (Sullivan Stapleton) è l’agente speciale che guida il team che indaga sui casi derivati dai tatuaggi. Il suo nome tatuato sul collo di Jane non è un caso — la connessione tra i due ha radici che risalgono indietro nel tempo più di quanto sembri. Weller è il classico agente brillante con un passato complicato, ma la serie ha il merito di non fermarsi alla superficie: il suo rapporto con Jane evolve in modo credibile, superando tradimenti e rivelazioni che in un’altra serie avrebbero distrutto il personaggio.
Patterson (Ashley Johnson) è la crittografa del laboratorio, il cervello tecnico del team. Il personaggio è costruito con una cura inusuale per una serie procedurale: Patterson non è solo la “persona dei computer”. Ha una storia, perde cose importanti nel corso della serie, cambia. Ashley Johnson — nota anche per il ruolo di Ellie in The Last of Us (il videogioco) — le dà una vulnerabilità che bilancia l’intelligenza tecnica in modo efficace. Patterson è rimasta, per molti spettatori, il personaggio più amato della serie.
Tasha Zapata (Audrey Esparza) e Edgar Reade (Rob Brown) formano il nucleo del team operativo con Weller. I loro archi narrativi nelle stagioni centrali — in particolare il rapporto tra i due e i momenti in cui la loro lealtà viene messa alla prova — sono tra i momenti meglio costruiti di Blindspot al di fuori della storia principale.
Rich Dotcom (Ennis Esmer) è forse il personaggio più sorprendente della serie: introdotto come antagonista/hacker-criminale nella prima stagione, diventa progressivamente un membro del team, con una personalità irriverente e un umorismo nero che alleggerisce i momenti più cupi senza mai risultare stonato. La sua evoluzione da villain a collaboratore riluttante a alleato genuino è uno dei pochi esempi di character development comico che non sacrifica la coerenza narrativa.
Sul fronte dei villain, la serie si evolve: Sandstorm nella seconda stagione, con Shepherd (Michelle Hurd) come antagonista principale — una figura ambigua che esercita su Jane/Remi qualcosa di simile all’affetto materno, il che rende il conflitto con lei molto più complesso di quanto ci si aspetterebbe. Nelle stagioni successive i villain cambiano, con risultati variabili, ma l’architettura delle minacce mantiene sempre un legame con il passato di Jane.
Le cinque stagioni di Blindspot: evoluzione e complessità
Stagione 1 (2015–2016, 23 episodi) — La più equilibrata. Funziona come procedural con un arco narrativo orizzontale forte. La premessa è fresca, i tatuaggi sono un meccanismo efficace, la chimica tra Jaimie Alexander e Sullivan Stapleton funziona. Il finale rivela i contorni del piano dietro Jane, lasciando abbastanza aperto da rendere inevitabile il ritorno.
Stagione 2 (2016–2017, 23 episodi) — La più coraggiosa. Jane scopre la propria identità come Remi Briggs e deve scegliere tra il proprio passato e il team che è diventato la sua unica famiglia. Sandstorm viene introdotta come organizzazione antagonista con una logica interna credibile. Il tradimento e la riconciliazione con Weller sono gestiti con una delicatezza narrativa che molte serie non si permettono. Il villain principale — Shepherd — è uno dei migliori della serie.
Stagione 3 (2017–2018, 22 episodi) — L’arco del team “fuorilegge”. Con il gruppo perseguitato dall’FBI e costretto a operare nell’ombra, la serie si concede una pausa dal meccanismo dei tatuaggi-procedural. Il risultato è ambivalente: alcuni archi narrativi sono efficaci, altri sembrano mancare di una direzione chiara. Rich Dotcom diventa un personaggio fisso, e questa è la stagione che ha definitivamente conquistato il pubblico che lo amava.
Stagione 4 (2018–2019, 22 episodi) — Il punto di svolta narrativo più complesso. Jane e Weller si sposano. Vengono introdotti nuovi antagonisti con connessioni al passato di Jane. Il veleno ZIP — il composto chimico che ha cancellato la memoria di Jane — torna come minaccia fisica: Jane è stata avvelenata, e il countdown verso la sua morte biologica diventa il motore della stagione. È la stagione più densa di plot twists, con risultati non sempre coerenti.
Stagione 5 (2020, 11 episodi) — Accorciata dal COVID-19, porta la serie a una conclusione che si sente necessariamente compressa. Molti archi vengono risolti in fretta. La qualità complessiva è inferiore a quella delle prime stagioni, ma il finale ha il coraggio di non cedere al lieto fine facile: è una conclusione amara, coerente con i temi della serie fin dal primo episodio.
La traiettoria di Blindspot è quella comune alle serie procedurali di lunga durata: una prima stagione forte, una seconda che prende rischi narrativi importanti, stagioni centrali con alti e bassi, un finale sotto pressione. Il difetto più evidente è la dilatazione artificiale della trama nelle stagioni 3 e 4 — Blindspot avrebbe probabilmente guadagnato da una conclusione alla stagione 3 o 4, invece che alla quinta. Ma le stagioni 1 e 2 rimangono televisione di qualità.
Patterson: il personaggio più importante che la critica ha ignorato
Tra tutti i personaggi di Blindspot, Patterson è quello che merita un paragrafo separato.
Non perché sia la protagonista — non lo è. Ma perché è costruita con una cura che raramente si vede nei ruoli di “esperto tecnico” nelle serie procedurali.
Patterson è brillante. È una crittografa di livello mondiale, capace di decodificare in ore sistemi che altri impiegherebbero anni. Ma la serie non si ferma a questo. Patterson perde qualcuno che ama nel corso della prima stagione — e il modo in cui elabora quel lutto, nei mesi e nelle stagioni successive, è ritratto con una precisione emotiva che contrasta efficacemente con il registro action del resto della narrazione.
Ha un rapporto con i puzzle — non solo quelli dei tatuaggi, ma con qualsiasi forma di problema da risolvere — che è quasi ossessivo, e che la serie usa come caratterizzazione invece che come semplice espediente narrativo. Quando Patterson è bloccata su un codice, non è solo “il momento in cui il computer non risponde”: è un ritratto di come un’intelligenza di quel livello funziona sotto pressione.
Ashley Johnson, che interpreta il personaggio, ha dichiarato che Patterson è il ruolo che ha preferito in tutta la sua carriera. Si vede.
Per chi ama i personaggi tecnici costruiti con rispetto — e non come puro sfondo all’azione — Patterson è ragione sufficiente per iniziare la serie.
Il finale di Blindspot spiegato: cosa succede nell’ultima puntata
Attenzione: spoiler sulla quinta stagione.
Il finale di Blindspot è una delle conclusioni più oneste che una serie procedurale americana abbia proposto negli ultimi anni.
Nel corso della quinta stagione, è chiaro che il veleno ZIP — il composto che ha cancellato la memoria di Jane nella prima stagione e che è tornato nel suo organismo — sta causando danni cerebrali progressivi e irreversibili. Jane lo sa. Il team lo sa. Lo spettatore lo sa fin dall’inizio della stagione.
L’ultima minaccia da affrontare è una cospirazione che ha radici lontane nel passato di Sandstorm. Il team la smantella — è questa la funzione narrativa della quinta stagione compressa. Ma il vero peso dell’episodio finale non è nella risoluzione della minaccia esterna.
Jane usa l’antidoto al ZIP in modo che ferma la progressione del veleno, ma il danno accumulato nel tempo non è reversibile. Muore poco dopo, avendo scelto consapevolmente come finire la propria storia.
Prima di morire lascia un messaggio registrato per Weller. È l’equivalente di una lettera di addio — ma non è un addio rassegnato. È un atto deliberato di una persona che ha passato cinque stagioni a decidere chi voleva essere, e che nell’ultimo momento sceglie ancora.
La serie si chiude con il team che continua, con Weller che impara ad andare avanti, con Patterson al suo posto nel laboratorio. Non c’è un lieto fine nel senso convenzionale. C’è qualcosa di più fedele ai temi della serie: la storia di una persona che ha scelto la propria identità in modo così radicale da sacrificarle la vita.
È una conclusione che divide. Chi cercava il lieto fine per Jane e Weller è rimasto deluso. Chi aveva seguito la serie per quello che diceva sull’identità come scelta ha trovato il finale coerente fino in fondo.
L’identità come tema: cosa dice davvero Blindspot
La domanda di superficie di Blindspot — chi è Jane Doe? — è un pretesto.
La domanda reale è: l’identità è qualcosa che ricordi, o qualcosa che costruisci?
Jane senza memoria diventa una persona in modo organico, in relazione con chi la circonda, attraverso le esperienze che fa. Non ha un passato, ma sviluppa preferenze, paure, affezioni. È più “reale” di molti personaggi che hanno una biografia completa ma nessuna psicologia.
Quando il passato emerge — quando scopre di essere Remi Briggs, di aver avuto una vita, una missione, una famiglia scelta da un’organizzazione terroristica — il problema non è l’amnesia. È che deve rispondere a una domanda che ogni persona si pone in forma più attenuata: chi ero, e quanto di quello devo portare con me?
Sandstorm e i suoi metodi — il condizionamento, l’indottrinamento, l’uso dell’affetto come strumento di controllo — sono la forma estrema di qualcosa che esiste in ogni contesto in cui si cresce: la famiglia, la cultura, la religione, l’ideologia. Tutti plasmano un’identità prima che la persona abbia gli strumenti per sceglierla consapevolmente.
Jane, nella sua forma estrema di perdita e recupero di sé, è una metafora di chiunque si trovi a fare i conti con chi era cresciuto prima di poter scegliere.
Non è un tema leggero per una serie che ha anche sparatorie e inseguimenti in moto. Ed è per questo che Blindspot, nelle sue stagioni migliori, è più di un thriller procedurale.
Blindspot e le serie simili: confronto con Person of Interest, Fringe e Mr. Robot
Blindspot non nasce dal nulla. Si inserisce in una tradizione di serie americane che usano l’FBI o strutture analoghe come cornice per storie che vanno ben oltre il procedural.
Il confronto più diretto è con Person of Interest (CBS, 2011-2016): anche lì c’è un’intelligenza — in questo caso artificiale — che segnala i crimini prima che accadano, e un team che deve operare ai margini del sistema ufficiale. La differenza fondamentale è nel registro: Person of Interest è costruita sulla sorveglianza totale come tema centrale, Blindspot sulla sorveglianza del sé come crisi identitaria. Entrambe usano il meccanismo procedurale come superficie per costruire qualcosa di più ambizioso.
Fringe (Fox, 2008-2013) è l’altra serie con cui il confronto è inevitabile: un team FBI che indaga su fenomeni impossibili, usando una divisione non convenzionale guidata da un genio atipico. Fringe spinge molto più in là sul versante fantascientifico — universi paralleli, fisica quantistica, la memoria come identità biologica — ma condivide con Blindspot la stessa struttura a doppio livello: il caso della settimana che apre porte più grandi. Chi ha amato la prima stagione di Fringe riconosce in Blindspot una grammatica analoga.
Mr. Robot (USA Network, 2015-2019) è il confronto meno ovvio ma forse il più illuminante. Le due serie sono andate in onda in contemporanea, entrambe con un hacker al centro, entrambe con la frammentazione dell’identità come tema. La differenza è radicale nel tono: Mr. Robot usa la psicosi come strumento narrativo, Blindspot l’amnesia. Ma la domanda di fondo — chi controlla davvero le azioni di chi si crede libero? — è la stessa. I migliori film e serie sull’hacking raccolgono questa tradizione in un unico riferimento.
The Net (1995) — il film con Sandra Bullock che precede tutta questa tradizione televisiva — è il punto di partenza cinematografico di Blindspot: una donna la cui identità viene cancellata, che deve riconstruirsi nell’ombra di quello che le è stato tolto. Il meccanismo è invertito rispetto a Blindspot (lì l’identità viene distrutta dall’esterno, qui dall’interno), ma la solitudine della protagonista che naviga un sistema che non la riconosce è identica. The Net è disponibile nella guida al cinema hacker — e guarda Blindspot con occhi diversi dopo averlo visto.
Dove vedere Blindspot in Italia in streaming
Blindspot è disponibile su Netflix in Italia con tutte e cinque le stagioni, doppiaggio italiano incluso.
È disponibile anche su Amazon Prime Video e su piattaforme di noleggio/acquisto digitale (Apple TV, Google Play Movies, Rakuten TV). Verifica la disponibilità aggiornata su JustWatch, perché i diritti di distribuzione NBC possono variare.
La qualità video disponibile su Netflix è fino a 4K HDR per le stagioni più recenti.
Per chi vuole recuperare la serie dall’inizio: la prima stagione è il punto di ingresso giusto, senza eccezioni. Non si può iniziare da una stagione intermedia — la costruzione narrativa è troppo stratificata per permetterlo.
La serie che avrebbe potuto essere ancora migliore
Blindspot è una serie con un difetto strutturale preciso: è durata troppo a lungo.
Le prime due stagioni sono televisione di qualità. La terza è altalenante. La quarta e la quinta stagione mostrano i segni di una serie che ha esaurito il materiale narrativo migliore e cerca di mantenere vive le strutture senza avere più le risorse tematiche per riempirle.
Questo non è un giudizio insolito per le serie procedurali americane — la logica del rinnovo annuale spinge verso stagioni aggiuntive indipendentemente dalla coerenza narrativa. Blindspot ne è vittima nel modo più visibile: il meccanismo dei tatuaggi, infinitamente elastico nei primi anni, diventa progressivamente meno interessante man mano che la serie deve inventare nuovi pretesti per tenerlo in vita.
Ma le stagioni 1 e 2 — prese da sole — reggono il confronto con quasi tutto quello che la televisione procedurale americana ha prodotto in quegli anni. La premessa è originale. L’esecuzione è solida. Il personaggio centrale è costruito con una cura rara nel genere.
Forse il paragone più onesto non è con Alias o Prison Break. È con Lost: una serie che ha avuto un’idea eccezionale, ha saputo svilupparla per alcune stagioni, e poi ha pagato il prezzo di non sapere dove stava andando esattamente. Blindspot sa dove sta andando — la conclusione con Jane/Remi come tema centrale era sempre chiara — ma ha avuto troppe stagioni per arrivarci.
Chi inizia la serie sapendo questo può godersi quello che funziona senza la frustrazione di aspettarsi che duri sempre così.
Domande frequenti su Blindspot
Di cosa parla Blindspot? Blindspot racconta la storia di una donna trovata priva di memoria in una borsa a Times Square, con il corpo coperto di tatuaggi che contengono codici segreti. Ogni tatuaggio conduce a un crimine o a una cospirazione che l’FBI deve risolvere. La serie esplora la domanda centrale: chi sei quando non ricordi chi eri?
Quante stagioni ha Blindspot? Blindspot ha 5 stagioni per un totale di 100 episodi. È andata in onda su NBC dal 2015 al 2020, quando è terminata con la quinta stagione ridotta a 11 episodi a causa della pandemia da COVID-19.
Chi è Jane Doe in Blindspot? Jane Doe è il nome dato dagli agenti FBI alla donna senza memoria trovata a Times Square. In realtà si chiama Remi Briggs, una ex operativa dell’organizzazione terroristica Sandstorm, che ha scelto di cancellare la propria memoria usando un composto chimico chiamato ZIP per diventare una spia infiltrata nell’FBI senza saperlo.
Chi interpreta Jane Doe in Blindspot? Jane Doe è interpretata da Jaimie Alexander, attrice americana nota anche per il ruolo di Sif nel Marvel Cinematic Universe. Per Blindspot ha ricevuto una nomination ai Golden Globe nel 2016 come Miglior attrice in una serie drammatica.
Chi ha scritto i tatuaggi di Jane Doe? I tatuaggi sono stati pianificati da Jane stessa — quando ancora era Remi Briggs — prima di sottoporsi all’amnesia indotta dal ZIP. Fanno parte di un piano elaborato con Sandstorm: i tatuaggi contengono codici che avrebbero guidato l’FBI verso bersagli scelti dall’organizzazione, usando i federali come strumento inconsapevole.
Blindspot è basata su una storia vera? No. Blindspot è interamente fiction, creata da Martin Gero. La premessa — una donna senza memoria coperta di tatuaggi-codice — è un’invenzione narrativa, anche se alcuni elementi tecnologici si ispirano a tecniche crittografiche reali.
I tatuaggi di Blindspot hanno davvero un senso narrativo? Sì, nelle prime stagioni. Ogni tatuaggio è un codice con una logica interna coerente. Patterson, la crittografa del team, li decodifica con un metodo che è accurato nello stile anche se inventato nei contenuti. Nelle stagioni successive la rigidità crittografica si allenta.
Come finisce Blindspot? Jane muore nella quinta stagione a causa dei danni cerebrali irreversibili causati dal veleno ZIP accumulato negli anni. Prima di morire lascia un messaggio per Weller. La serie si chiude con il team che continua il proprio lavoro — una conclusione amara, coerente con i temi dell’identità come scelta.
Dove vedere Blindspot in Italia? Blindspot è disponibile su Netflix in Italia con tutte e cinque le stagioni e doppiaggio italiano. È disponibile anche su Amazon Prime Video e su piattaforme di acquisto/noleggio digitale.
Quanti episodi ha Blindspot? Blindspot ha 100 episodi totali in 5 stagioni: stagione 1 (23 ep.), stagione 2 (23 ep.), stagione 3 (22 ep.), stagione 4 (22 ep.), stagione 5 (11 ep.).
Weller e Jane Doe si mettono insieme in Blindspot? Sì. Il rapporto tra Kurt Weller e Jane Doe è il filo emotivo centrale della serie, e nella quarta stagione i due si sposano. Il finale risolve il loro arco in modo tragico ma narrativamente coerente.
Blindspot è adatta ai ragazzi? Blindspot è classificata per un pubblico adulto: contiene scene di violenza, sparatorie, tortura psicologica e temi complessi. È adatta a partire dai 16 anni.
Blindspot è una di quelle serie che si guarda pensando che sia un thriller e si finisce realizzando che parlava di altro.
Il meccanismo dei tatuaggi è il pretesto. Il caso della settimana è il veicolo. Quello che rimane, dopo cento episodi, è la storia di una persona che ha dovuto scegliere chi essere senza avere la memoria di chi era stata. E che ha scelto — ogni volta che ha potuto scegliere — la versione di sé che aveva costruito invece di quella che aveva ereditato.
Non è poco.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.