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Devilman Crybaby: trama, finale spiegato e perché è l'anime Netflix più estremo di sempre

Masaaki Yuasa riadatta Go Nagai in 10 episodi: Akira Fudo e Amon, l'apocalisse e l'amore impossibile
19-07-2026 2018 ⭐ 7.8/10
Devilman Crybaby: trama, finale spiegato e perché è l'anime Netflix più estremo di sempre
Generi Animazione, Horror, Fantascienza, Azione
Stagioni 1
Episodi 10
Cast Kōki Uchiyama, Ayumu Murase, Megumi Han

Akira Fudo piange.

Piange quando vede qualcuno soffrire. Piange quando gli animali sono in difficoltà. Piange in modo che i compagni di classe trovano ridicolo — un ragazzo di liceo, gentile e mite, che non riesce a non farsi coinvolgere dal dolore degli altri.

Questo è il ragazzo che fonderà la sua coscienza con un demone. Questo è il ragazzo che porterà nel corpo del mostro la sola cosa che i mostri non hanno: la capacità di sentire.

Devilman Crybaby (2018) di Masaaki Yuasa non è semplicemente un anime su un ragazzo che diventa un demone. È una meditazione sul perché l’umanità si autodistrugge — e su cosa rimane quando non rimane nulla.

Devilman Crybaby: la trama e le origini

La storia è adattata dal manga Devilman (1972-1973) di Go Nagai — uno dei lavori fondativi del manga maturo giapponese, pubblicato su Weekly Shōnen Magazine pur essendo adatto a un pubblico adulto.

Akira Fudo (voce di Kōki Uchiyama) è un adolescente gentile, empatico all’eccesso, che si commuove facilmente. Il suo migliore amico Ryō Asuka (Ayumu Murase) è il suo opposto: brillante, freddo, apparentemente incapace di sentire emozioni. Un giorno Ryō torna dal suo viaggio e presenta ad Akira la sua scoperta: i demoni sono reali, e stanno tornando sulla Terra.

Il piano di Ryō è rischioso: per combattere i demoni, Akira deve possedere uno di loro. Si reca a una festa clandestina dove i demoni si manifestano e forza Akira a fondersi con Amon — uno dei demoni più potenti. La fusione ha successo. Akira ottiene il corpo e i poteri di Amon ma mantiene la propria coscienza: è diventato un Devilman.

Quello che segue è la storia di Akira che cerca di usare i poteri di Amon per proteggere gli esseri umani, mentre Ryō — con un’agenda che la serie rivela gradualmente — lavora in parallelo verso un obiettivo molto diverso.

Masaaki Yuasa: il regista che ha reinventato Devilman

Masaaki Yuasa è il nome più importante nell’animazione giapponese sperimentale degli ultimi vent’anni. Il suo stile è immediatamente riconoscibile: animazione volutamente distorta e deformante, colori saturi che diventano violenti nei momenti di crisi, narrazione che sfida le convenzioni del genere.

Yuasa aveva già dimostrato di poter fare qualsiasi cosa con l’animazione: Mind Game (2004), un film sulla vita e la morte assolutamente inclassificabile; The Tatami Galaxy (2010), una serie sul rimpianto e i percorsi non presi; Ping Pong The Animation (2014), un anime sul tennis che è in realtà una riflessione sulla mediocrità scelta.

Devilman Crybaby è il suo lavoro per Netflix — con un budget che non avrebbe mai avuto in circostanze normali e una libertà creativa totale. Il risultato è un anime che sembra diverso da qualsiasi altra cosa: i demoni si deformano come creature di Lovecraft reinterpretate da Munch, i combattimenti alternano lirismo e gore senza segnale di avviso, le sequenze di normale vita quotidiana hanno la stessa qualità onirica delle sequenze horror.

La scelta di ambientare la storia negli anni 2010 invece degli anni Settanta del manga originale non è solo di modernizzazione superficiale. Yuasa inserisce social media, smartphone, trasmissioni in diretta — e usa questi elementi per amplificare il tema centrale: la velocità con cui l’odio si propaga quando la paura del diverso trova un sistema per moltiplicarsi.

Il finale: Satana, l’apocalisse e la sconfitta definitiva

Il finale di Devilman Crybaby è uno degli eventi più discussi dell’anime contemporaneo. Una delle conclusioni più radicali e devastanti del genere.

Ryō Asuka rivela di essere Satana — il primo angelo caduto, che esiste dalla fondazione del mondo. Ha manipolato Akira dall’inizio non per combattere i demoni ma per scatenare la guerra che avrebbe portato all’annientamento dell’umanità. Il suo piano funziona: i demoni rivelano la loro esistenza al mondo, il panico genera discriminazione, la discriminazione genera violenza, la violenza si scala fino all’apocalisse.

Miki Makimura — l’amica di Akira, uno dei pochi personaggi genuinamente puri della serie — viene uccisa da una folla in preda al panico. Il corpo viene fatto a pezzi e le parti vengono esposte come trofei. È una scena che ha scioccato lo stesso pubblico che aveva sopravvissuto a tutto il gore precedente, perché avviene a un personaggio che il pubblico amava — ed è opera di umani, non di demoni.

Akira combatte Satana fino alla fine. Perde. Muore.

Satana, vincitore assoluto, è solo. L’umanità è finita. I demoni sono morti. C’è solo Satana su una Terra in rovina.

E la serie mostra Satana che piange.

Il finale si chiude con una citazione diretta all’inizio: le stesse immagini di Akira e Ryō da bambini, felici, innocenti. Satana ha distrutto il mondo per rivendicare un amore che non era in grado di riconoscere come tale mentre lo viveva.

È tragedia greca nell’anime del 2018.

Go Nagai e il manga originale: il 1972 come punto di partenza

Go Nagai è uno dei mangaka più importanti nella storia del fumetto giapponese. Devilman (1972-1973) è probabilmente la sua opera più radicale — un manga pubblicato su Weekly Shōnen Magazine (una rivista per ragazzi) con contenuti che non avevano precedenti in quel contesto: demoni espliciti, violenza grafica, sessualità, e un finale apocalittico che non concedeva redenzione.

Il manga è significativo anche per la situazione in cui è stato creato. Nagai stava producendo contemporaneamente due versioni di Devilman: il manga su Weekly Shōnen Magazine, più libero e fedele alla sua visione, e una serie anime televisiva (1972) che era stata pesantemente modificata — i demoni diventati invasori alieni, la violenza censurata, il finale cambiato in modo positivo. Le due versioni coesistevano: una per i bambini, una per chi leggeva il manga.

Questa doppia esistenza ha definito la ricezione di Devilman per decenni: il pubblico giapponese cresciuto con l’anime televisivo degli anni Settanta non sapeva spesso che il manga era radicalmente diverso. Devilman Crybaby è la prima adattazione animata davvero fedele alla visione di Nagai — e per molti spettatori giapponesi di mezza età è stata una rivelazione sull’opera originale.

Nagai ha espresso approvazione pubblica per l’adattamento di Yuasa. Non è scontato: molti creatori originali hanno rapporti complicati con le reinterpretazioni del loro lavoro. L’approvazione di Nagai è un indicatore della fedeltà alla sostanza dell’opera anche dove la forma è stata aggiornata.

La ricezione critica e l’impatto globale

Devilman Crybaby è stato distribuito il 5 gennaio 2018 su Netflix — tutti e 10 gli episodi contemporaneamente, il formato binge che Netflix aveva reso standard. La reazione è stata immediata.

Su Rotten Tomatoes ha ottenuto il 100% di recensioni positive dalla critica. Su MyAnimeList è entrata nella top 200 di tutti i tempi. Sui social media, il finale ha generato una conversazione che ha durato settimane — e il meme di Satana che piange è diventato uno degli elementi più condivisi dell’anime del 2018.

La serie ha funzionato come porta d’accesso per un pubblico che non seguiva l’anime: giovani spettatori americani ed europei che avevano Netflix e non avevano mai guardato animazione giapponese seria hanno scoperto attraverso Devilman Crybaby che il medium poteva fare qualcosa che le serie live action non fanno altrettanto bene — un’apocalisse totale, senza compromessi, in 10 episodi.

Ha anche funzionato in direzione opposta: per gli spettatori di anime già formati, ha rivelato Masaaki Yuasa come il regista più interessante della sua generazione — e ha portato molti a esplorare il suo lavoro precedente (The Tatami Galaxy, Ping Pong The Animation, Mind Game).

I social media e la velocità dell’odio: Devilman nel 2018

Uno degli aggiornamenti più efficaci di Yuasa rispetto al manga originale è l’uso dei social media come amplificatore dell’odio collettivo.

Nel manga del 1972, la rivelazione dell’esistenza dei demoni porta a una risposta umana violenta ma relativamente localizzata. In Devilman Crybaby, la stessa rivelazione avviene in diretta streaming, si propaga attraverso Twitter (chiamato con altro nome), i video delle manifestazioni dei demoni diventano viral, e il panico si organizza a una velocità che non aveva equivalenti nel 1972.

Il risultato è un’allegoria del funzionamento dei meccanismi di odio contemporanei. Le folle che uccidono Miki non si sono organizzate in settimane di propaganda — si sono organizzate in ore attraverso social media. La logica del “se è diverso va eliminato” trova nell’amplificazione digitale la sua forma più efficiente.

Yuasa non moralizza su questo — non dice che i social media sono cattivi o che la tecnologia è il problema. Mostra semplicemente il meccanismo, e lascia che il meccanismo dimostri cosa produce quando si combina con la paura del diverso.

I temi: odio, paura del diverso e apocalisse come specchio

Il tema esplicito di Devilman Crybaby è la guerra tra umani e demoni. Il tema reale è come le società umane rispondono alla scoperta dell’altro.

Quando i demoni vengono rivelati al pubblico, la risposta è immediata e sistematica: sospetto, caccia, violenza. La logica è quella della discriminazione etnica, del panico morale, della deumanizzazione come preludio alla violenza. Yuasa non è sottile su questo parallelo — usa la struttura dell’anime per mostrare un pattern che gli spettatori riconoscono perché lo vedono nella realtà.

La cosa più corrosiva che la serie fa è mostrare che gli umani, in questa storia, sono peggio dei demoni. Non perché i demoni siano buoni — molti sono violenti e predatori — ma perché gli umani usano la paura per giustificare atrocità che vanno ben oltre qualsiasi minaccia reale. L’uccisione di Miki non è commessa da un demone. È commessa da una folla umana spaventata.

L’analogia con il razzismo, con l’antisemitismo, con qualsiasi forma di persecuzione organizzata è esplicita e voluta. Devilman Crybaby non lascia allo spettatore la confortante possibilità di separare la finzione dalla realtà.

Ryo/Satana: il villain più sofisticato dell’anime 2018

Ryō Asuka / Satana è il personaggio più complesso della serie — e uno dei villain più sofisticati dell’anime contemporaneo.

La rivelazione finale — che Ryō è Satana — funziona retroattivamente su tutta la serie. Ogni scena in cui Ryō sembrava freddo, distaccato, incapace di emozioni viene riletta: non stava sopprimendo le emozioni, non ne era semplicemente privo. Era un essere immortale che aveva deciso che il genere umano non meritava di esistere — e che aveva trovato in Akira qualcosa di inspiegabile e irriconoscibile fino al momento della perdita.

La tragedia di Satana non è la sconfitta — vince. La tragedia è che ha trascorso l’eternità incapace di riconoscere l’amore come tale mentre lo viveva. Solo quando Akira è morto, solo quando non c’è nessuna possibilità di cambiare quello che è successo, Satana capisce cosa ha perso.

È una struttura che richiama l’opera di Oscar Wilde — in particolare The Picture of Dorian Gray e The Importance of Being Earnest — dove i personaggi capiscono le cose nel momento in cui è troppo tardi per cambiarne il corso. La differenza è che Wilde lascia una possibilità di redenzione parziale; Yuasa non ne lascia nessuna.

Akira e i grandi protagonisti dell’anime

Akira Fudo occupa un posto preciso nel pantheon dei protagonisti dell’anime — ed è un posto insolito.

Non è il protagonista che cresce verso la forza. All’inizio è già straordinariamente potente come Devilman. La sua traiettoria non è di potenza ma di perdita: perde Miki, perde gli amici, perde l’umanità che cercava di proteggere, perde infine la vita.

Il parallelo più diretto nell’anime è con Attack on Titan: Eren Yeager, come Akira, compie azioni terribili nel corso della storia. La differenza è che Eren sceglie consapevolmente il cammino della distruzione; Akira viene travolto da forze più grandi di lui, e fino alla fine sceglie di proteggere invece di distruggere.

Neon Genesis Evangelion offre il confronto più profondo: Shinji Ikari e Akira Fudo sono entrambi protagonisti in cui la violenza e la tenerezza coesistono — corpi che combattono mostri, menti che cercano connessione. La differenza è nel finale: Shinji sopravvive, in modo ambiguo e frammentato. Akira muore. Eva collassa verso l’interno; Devilman collassa verso l’esterno, nell’apocalisse totale.

Castlevania Netflix condivide con Devilman Crybaby la logica del villain che ha una ragione: Dracula e Satana hanno entrambi motivazioni comprensibili per le loro azioni distruttive, entrambi hanno perso qualcosa di irrecuperabile, entrambi hanno scelto la distruzione come risposta a quel dolore. La differenza è che Dracula agisce per odio; Satana agisce per amore male interpretato. Entrambe le serie sono tra le produzioni più mature dell’animazione adulta degli ultimi anni — e si guardano bene insieme, perché esplorano la stessa domanda (può un essere immortale capire l’umanità?) da angolazioni radicalmente diverse.

Ken il Guerriero è il precursore formale: Go Nagai e l’estetica degli anni Settanta-Ottanta da cui Devilman Crybaby discende. Stessa struttura del guerriero con il mostro dentro, stesso registro della violenza grafica come linguaggio. La differenza è nel finale: Ken Guerriero lascia sopravvivere la speranza, Devilman Crybaby la spegne completamente.

Berserk è il confronto formale più diretto: violenza come linguaggio, protagonista che porta un mostro dentro di sé, mondo che sembra costruito per schiacciare chiunque abbia la disgrazia di essere umano. Devilman Crybaby è più breve, più diretto, più catastrofico nel risultato.

L’animazione di Science SARU: il linguaggio visivo dell’apocalisse

Science SARU è lo studio fondato da Masaaki Yuasa, e Devilman Crybaby è la produzione che ha portato lo studio a livello internazionale.

Il linguaggio visivo è costruito sulle deformazioni. I demoni non sono mostri con una forma definita — si trasformano, si decompongono, si ibridano in modi che violano la logica anatomica. Il corpo come entità fluida, instabile, potenzialmente qualsiasi cosa: è la rappresentazione visiva del confine tra umano e non-umano che la serie mette continuamente in discussione.

Nelle sequenze di combattimento, Yuasa usa la distorsione come strumento espressivo. La velocità è comunicata attraverso la deformazione dello spazio — le figure si allungano, si contraggono, sfidano la gravità in modi che nessuna animazione più fedele al realismo potrebbe permettersi. Il risultato è visivamente unico: i combattimenti di Devilman Crybaby non assomigliano a nessun altro anime.

La palette di colori è gestita come strumento narrativo: scene di vita quotidiana nei toni pastello dell’adolescenza, scene di crisi nei rossi e arancioni intensi, l’apocalisse finale nel grigio della cenere. Il colore dice allo spettatore dove si trova nella storia emotiva anche prima che la narrazione lo dichiari.

Dove vedere Devilman Crybaby in Italia

Devilman Crybaby è disponibile su Netflix in Italia. Tutti i 10 episodi sono in catalogo con audio in giapponese (originale) e doppiaggio italiano.

La versione originale giapponese è consigliata: le voci di Kōki Uchiyama (Akira) e Ayumu Murase (Ryō) portano sfumature che il doppiaggio perde inevitabilmente.

La serie è classificata per adulti su Netflix — contiene violenza grafica, scene sessuali esplicite e gore intenso. Non è accessibile ai minorenni senza supervisione adulta sulla piattaforma.


Domande frequenti

Di cosa parla Devilman Crybaby? Akira Fudo fonde la coscienza col demone Amon diventando un Devilman. Cerca di proteggere l’umanità mentre il suo migliore amico Ryō — che è Satana — lavora all’apocalisse.

Il finale spiegato? Ryō è Satana. L’umanità viene distrutta. Akira muore combattendo Satana. Satana realizza di aver amato Akira. Il mondo finisce.

È troppo violento? Sì — violenza grafica, scene sessuali, gore. Per adulti (18+).

Chi è il regista? Masaaki Yuasa — il più importante animatore sperimentale giapponese contemporaneo.

Dove vederlo? Su Netflix in Italia — tutti i 10 episodi disponibili.

È fedele al manga? Molto fedele nella struttura e nel finale. Modernizza l’ambientazione agli anni 2010.

Quanti episodi? 10 episodi, circa 25 minuti ciascuno. Serie completa.

Cosa significa “Crybaby”? Il soprannome di Akira — un ragazzo che piange facilmente per il dolore degli altri. L’empatia come caratteristica fondamentale.

È un anime o una serie occidentale? Anime giapponese prodotto da Science SARU per Netflix.

È correlato ad altri Devilman? No — è un adattamento separato e indipendente dal manga di Go Nagai (1972).

Chi è Satana in Devilman Crybaby? Ryō Asuka — il migliore amico di Akira, rivelato nel finale come il primo caduto.

Ha seguito? No — la serie è completa in 10 episodi. Non ci sono stagioni successive.


Satana piange.

Ha distrutto il mondo. Ha ucciso la persona che amava. Ha vinto.

E adesso è solo, su una Terra in cenere, con i ricordi di un’estate in cui due bambini correvano su una spiaggia e tutto era ancora possibile.

Devilman Crybaby non dice che l’umanità merita di sopravvivere. Non dice che l’amore salva. Non dice niente di confortante.

Dice solo che certi dolori non hanno soluzione — e che l’incapacità di riconoscere l’amore mentre c’è è la forma di tragedia più antica che esiste.

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