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Un giorno di ordinaria follia (Falling Down): trama, finale e il significato di D-FENS

Michael Douglas cammina verso casa. Tutto ciò che incontra non sopporta più.
27-07-2026 1993 ⭐ 7.8/10
Un giorno di ordinaria follia (Falling Down): trama, finale e il significato di D-FENS
Regia Joel Schumacher
Generi Thriller, Dramma
Cast Michael Douglas, Robert Duvall, Barbara Hershey, Frederic Forrest, Rachel Ticotin, Tuesday Weld

L’ingorgo è tutto uguale.

Auto, asfalto, fumi di scarico, caldo. Los Angeles, mattina. Un uomo in camicia bianca, cravatta allentata, occhiali da ingegnere, siede al volante e guarda dritto davanti a sé. Una mosca vola sul cruscotto. Un bambino dal finestrino del bus vicino lo fissa. Un adesivo sul paraurti di fronte recita “We are having fun” — e qualcosa in quell’adesivo, in quel momento, in quel caldo, decide tutto.

William Foster apre la portiera. Lascia l’auto in mezzo alla strada. E comincia a camminare.

Falling Down (1993) è uno di quei film che fa una cosa sola, ma la fa in modo così preciso da non riuscire a togliersi dalla testa. La cosa sola è questa: prende un uomo perfettamente riconoscibile — istruito, ordinato, convinto di aver fatto tutto giusto — e lo segue mentre il mondo che aveva costruito intorno a questa convinzione gli crolla addosso un pezzo alla volta. Joel Schumacher non giudica D-FENS per i primi tre quarti del film. Lo lascia camminare. E lo spettatore cammina con lui.

Questo è il problema.

Un giorno di ordinaria follia

Di cosa parla Falling Down: la trama dall’inizio

William “D-FENS” Foster (Michael Douglas) — il nome nel film non viene mai pronunciato, compare solo nei titoli di coda come la sua targa — è un ex ingegnere dell’industria della difesa recentemente licenziato. La sua ex moglie ha un ordine restrittivo contro di lui. Sua figlia compie gli anni oggi.

Foster abbandona l’auto nell’ingorgo e cammina verso casa dell’ex moglie a Venice Beach. Il percorso attraversa Los Angeles da est a ovest, dai quartieri poveri dell’entroterra verso il mare. Ogni tappa è un incontro che escalate.

Il negoziante coreano che non vuole fargli cambiare un dollaro per il telefono — Foster distrugge il negozio con una mazza da baseball. La gang che lo aggredisce al parco — Foster prende le loro armi e le usa. Il fast food che ha smesso di servire la colazione da due minuti — Foster minaccia la cassiera e si siede a mangiare. Il cantiere che rallenta il traffico — Foster porta con sé un lanciarazzi militare. Il neo-nazista del surplus store che lo riconosce come alleato — Foster lo uccide perché non si riconosce in lui.

Parallelamente, il detective Martin Prendergast (Robert Duvall) viene messo sulle sue tracce. È il suo ultimo giorno prima della pensione. Non ha mai voluto andare in pensione — è la moglie che lo ha spinto. Prendergast è l’anti-D-FENS: un uomo che ha ingoiato tutto e vive ancora.

Michael Douglas e l’uomo bianco sotto pressione

Falling Down arriva in un momento preciso della carriera di Michael Douglas. Nel 1987 ha fatto Wall Street — Gordon Gekko, la celebrazione (o critica?) del capitalismo predatorio. Nel 1992 ha fatto Basic Instinct — il detective che perde il controllo di ogni situazione. Nel 1993 fa Falling Down.

C’è un filo che li unisce: Douglas specializzato in uomini che credono di controllare e non controllano. Ma D-FENS è diverso da Gekko. Gekko sa di essere un predatore e ne va fiero. D-FENS crede di essere la vittima.

Questa è la distinzione fondamentale del film. D-FENS non si vive come antagonista — si vive come protagonista di un’ingiustizia. Il negoziante coreano che non vuole fargli cambiare i soldi ha prezzi troppo alti, è scortese, non si è integrato correttamente. La gang lo ha aggredito senza motivo. Il fast food era irragionevole. I lavori stradali rallentano tutti. In ogni tappa, D-FENS ha ragione su una cosa piccola e torto su tutto il resto — e il film si preoccupa di mostrarcelo entrambi.

Douglas costruisce il personaggio con una precisione fredda. Non c’è istrionismo, non c’è rabbia esplicita. C’è invece la monotonia della voce, la meticulosità del gesto, la determinazione dell’uomo che segue una logica interna completamente coerente con se stessa. D-FENS non sembra pazzo — sembra metodico. E questo è il dettaglio più inquietante.

Prendergast: l’altro lato dello specchio

Robert Duvall porta nel film qualcosa che Douglas non può portare: la normalità. Prendergast è un uomo che ha rinunciato. Ha mollato una carriera che amava perché la moglie era fragile e voleva lasciare Los Angeles dopo la morte della loro bambina. Non si è risentito — o almeno cerca di non farlo.

Il confronto tra i due non è tra buono e cattivo in senso banale. È tra due strategie diverse di affrontare un mondo che non ha tenuto le promesse che aveva fatto.

D-FENS ha scelto l’esplosione. Prendergast ha scelto la rinuncia. Nessuna delle due è una soluzione — entrambe sono forme di sconfitta. La differenza è che la sconfitta di Prendergast non fa danni collaterali. E il film sembra suggerire che questa — la sconfitta silenziosa, dignitosa, che non distrugge niente intorno a sé — sia l’unica forma di maturità disponibile.

Nell’ultima scena, quando Prendergast raggiunge Foster a Venice Beach, Foster gli chiede: “Sono io il cattivo?” Lo chiede davvero, con sorpresa genuina. Non lo sapeva. Ha camminato per tutta la città convinto di avere ragione, e solo alla fine realizza come lo vedono dall’esterno.

Prendergast risponde di sì.

La Los Angeles di Falling Down: un personaggio a sé

Il film è girato nell’estate del 1992, pochi mesi dopo le rivolte di Los Angeles seguite all’assoluzione degli agenti che avevano picchiato Rodney King. La città è ancora ferita quando la troupe di Schumacher ci gira dentro. Questo non è un dettaglio di produzione — è il contesto che dà senso al film.

Los Angeles in Falling Down è un luogo dove l’America ha smesso di funzionare. I prezzi sono troppo alti. I lavori stradali non finiscono mai. Il fast food ha le sue regole assurde. I quartieri sono segregati. Le gang controllano i parchi. E un uomo come D-FENS — che ha studiato, che ha lavorato, che ha fatto “tutto giusto” — si ritrova licenziato, con un ordine restrittivo contro di lui, incapace di vedere sua figlia.

Il film è ambientato un giorno specifico: il compleanno della figlia di Foster. Non è una scelta casuale. Il compleanno della figlia è l’ultima cosa rimasta che dà a Foster una direzione, una motivazione, un punto d’arrivo. Quando questo punto d’arrivo si rivela inaccessibile — quando la moglie rifiuta di lasciarlo vedere la bambina — Foster ha perso anche l’ultimo ancoraggio.

La scena del surplus store: il punto di svolta

La scena più rivelante di tutto il film è quella del surplus store. Il proprietario (Frederic Forrest) è un neo-nazista convinto che D-FENS sia un alleato. Vede in Foster un guerriero della causa bianca. Comincia a parlare con lui di neri, ebrei, immigrati. Foster lo uccide.

Questa scena è il momento in cui il film rivela la sua posizione morale. D-FENS non è un razzista — o almeno non si pensa tale. Quando vede il suo ritratto negli occhi del neo-nazista, lo rifiuta con violenza. Non perché sia diventato improvvisamente consapevole, ma perché il razzismo esplicito e dichiarato è brutto, e D-FENS si vede ancora come una persona per bene.

Il problema è che le sue azioni precedenti — la distruzione del negozio coreano, lo scontro con la gang — sono ispirate da una logica che non è lontana da quella del neo-nazista. Schumacher non lo dice esplicitamente. Lo mostra attraverso questa scena: il nemico di Foster è Foster, ma Foster non riesce a vedersi.

Il contesto storico: Los Angeles 1993

Falling Down esce nel febbraio 1993, otto mesi dopo le rivolte di Los Angeles del maggio 1992. La città era bruciata per quattro giorni dopo l’assoluzione degli agenti che avevano picchiato Rodney King — più di cinquanta morti, duemila feriti, un miliardo di dollari di danni.

In questo contesto, un film su un uomo bianco della classe media che percorre Los Angeles sfogando la sua frustrazione è inevitabilmente politico. Il film fu accusato di vari eccessi — di essere too liberal (D-FENS ha ragione su cose legittime), too conservative (D-FENS è il protagonista per cui tifare), razzista (i bersagli delle sue prime violenze sono minoranze). La molteplicità delle accuse è il segno che il film aveva toccato qualcosa di reale.

La critica più precisa è quella che riguarda la simpatia del film per D-FENS. Per i primi tre quarti, Schumacher lo filma come un protagonista: punto di vista della macchina, musica che segue il suo stato d’animo, situazioni in cui ha oggettivamente torto ma il film gli dà tempo di esprimersi. Solo nel finale il film prende posizione esplicita. Questa struttura — identificazione prima, condanna dopo — lascia un residuo difficile da gestire.

Dove vedere Un giorno di ordinaria follia in Italia

Un giorno di ordinaria follia è disponibile su Prime Video in Italia nel catalogo incluso nell’abbonamento (verificare disponibilità attuale, i cataloghi cambiano). È presente anche su NOW (Sky) e acquistabile digitalmente su Apple TV e Google Play.

Il titolo di ricerca corretto per le piattaforme italiane è “Un giorno di ordinaria follia” — il titolo originale “Falling Down” è meno utilizzato nelle piattaforme localizzate.

Il film è del 1993, ha una durata di 113 minuti, ed è classificato con divieto ai minori di 14 anni per violenza e tematiche mature.

Confronti: uomini che crollano, sistemi che non tengono

Il confronto inevitabile è con Breaking Bad: Walter White è D-FENS portato alle estreme conseguenze. Entrambi sono uomini della classe media americana che si sentono vittime del sistema; entrambi trasformano questa percezione di vittimizzazione in giustificazione per le proprie azioni; entrambi non riconoscono il proprio ruolo nella propria caduta finché non è troppo tardi.

La differenza fondamentale è la durata: Walter White ha cinque stagioni per deteriorarsi, D-FENS ha una mattinata. E il deterioramento veloce di Foster è più convincente perché non c’è tempo per le razionalizzazioni — c’è solo la logica del momento, scalata dopo scalata.

Dexter condivide la struttura del protagonista-antagonista: un uomo che il pubblico è invitato a seguire nonostante le sue azioni siano oggettivamente violente. La differenza è che Dexter sa di essere un predatore e ha costruito un codice per gestirlo; Foster non sa di essere il villain fino all’ultimo secondo.

Nel registro della distopia quotidiana, Brazil di Terry Gilliam esplora lo stesso territorio — l’individuo contro il sistema — ma con un’inversione: Sam Lowry di Brazil è passivo, si adatta, sogna. D-FENS è attivo, reagisce, cammina. Entrambi perdono, in modi speculari.

Il finale di Falling Down spiegato: “Sono io il cattivo?”

“Am I the bad guy?” — Foster lo chiede davvero. Con sorpresa genuina. Come se la risposta potesse essere diversa.

Prendergast dice di sì. E Foster, invece di arrendersi, estrae una pistola. Piccola, lucida. Prendergast spara prima. Foster cade in acqua. Fine.

La pistola si rivelerà giocattolo — Foster non aveva intenzione di uccidere Prendergast, stava cercando di farsi uccidere. Cercava una via d’uscita pulita, una versione della sua storia in cui muore da protagonista invece che da prigioniero. Cercava che qualcuno chiudesse il cerchio al posto suo.

L’ultima frase di Foster — “I did everything right” — è la condanna definitiva del personaggio. Un uomo che ha fatto tutto quello che credeva corretto e non riesce a capire perché il mondo non gli abbia dato in cambio quello che pensava di meritare.

Falling Down non offre nessuna risposta su cosa avrebbe dovuto fare D-FENS. Il punto non è proporre alternative — è descrivere esattamente il meccanismo con cui un uomo si convince di meritare ciò che non ha avuto. Il meccanismo è preciso. È riconoscibile.

È questo il motivo per cui, trent’anni dopo, il film non ha perso niente della sua capacità di disturbare.


Domande frequenti

Di cosa parla Falling Down (Un giorno di ordinaria follia)? Un ingegnere della difesa disoccupato di nome William Foster — riconoscibile dalla targa D-FENS — abbandona la sua auto in un ingorgo di Los Angeles e comincia a camminare verso casa della sua ex moglie per vedere sua figlia nel giorno del compleanno. Nel tragitto incontra una serie di situazioni che lo portano progressivamente a perdere il controllo.

Chi interpreta D-FENS in Falling Down? D-FENS è interpretato da Michael Douglas. Il personaggio non ha nome nel film — nei titoli di coda compare solo come “D-FENS”, la sigla della sua targa automobilistica.

Chi è il detective Prendergast in Falling Down? Il detective Martin Prendergast è interpretato da Robert Duvall. È un agente di polizia prossimo alla pensione che viene messo sulle tracce di D-FENS. Prendergast rappresenta l’opposto di D-FENS: un uomo che ha accettato i compromessi della vita adulta invece di esplodere contro di essi.

Qual è il finale di Un giorno di ordinaria follia? Alla fine Prendergast raggiunge D-FENS a Venice Beach. Foster chiede se è lui il cattivo — e quando Prendergast risponde di sì, Foster estrae una pistola giocattolo e viene abbattuto. L’ultima frase di Foster è: “I did everything right.” È l’auto-giustificazione del protagonista — e la condanna del film.

Dove vedere Falling Down in streaming in Italia? Un giorno di ordinaria follia è disponibile su Prime Video e NOW in Italia. È acquistabile e noleggiabile in digitale su Apple TV e Google Play.

Falling Down è basato su una storia vera? No, la sceneggiatura è di Ebbe Roe Smith. Il personaggio di D-FENS è un archetipo sociologico, non un caso specifico. Il film uscì nel 1993, pochi mesi dopo le rivolte di Los Angeles del 1992.

D-FENS è un eroe o un villain in Falling Down? È un villain — Schumacher e lo sceneggiatore lo hanno sempre detto. Ma il film lo tratta a lungo con simpatia, lasciando che lo spettatore si identifichi con lui prima di rivelare il lato oscuro di questa identificazione.

Qual è il significato della targa D-FENS? D-FENS è la targa della sua auto — “Defense” abbreviata. Il personaggio lavora (lavorava) nell’industria della difesa. La targa riassume tutto: un uomo che si definisce per la sua funzione difensiva, per la sua utilità al sistema, e che scopre di essere stato reso obsoleto dallo stesso sistema che serviva.

La scena del fast food in Falling Down: cosa significa? Foster arriva con due minuti di ritardo per ordinare dal menu della colazione. Non riesce ad accettare questa risposta. La scena è emblematica: D-FENS non pretende nulla di irragionevole in assoluto, ma è incapace di accettare che il mondo non funzioni in base alle sue aspettative.

Chi è Joel Schumacher, il regista di Falling Down? Joel Schumacher (1939-2020) ha diretto film molto diversi: The Lost Boys (1987), Batman Forever (1995), Batman & Robin (1997). Falling Down rimane il suo lavoro più discusso e probabilmente più serio.

Falling Down è un film razzista? Il film è stato accusato di razzismo perché D-FENS dirige la sua rabbia inizialmente contro minoranze. Gli autori hanno risposto che D-FENS è costruito come personaggio da condannare — ma la questione su quanto il film lasci spazio all’identificazione acritica resta aperta.

Falling Down è un film adatto a tutti? No. Contiene violenza, linguaggio esplicito e tematiche mature. Non è adatto a minori. Classificato R negli USA.

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