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I Figli degli Uomini: il capolavoro distopico di Cuarón, trama e finale spiegato

Nel 2027 nessun bambino nasce da diciotto anni. Poi arriva Kee.
26-07-2026 2006 ⭐ 9.5/10
I Figli degli Uomini: il capolavoro distopico di Cuarón, trama e finale spiegato
Regia Alfonso Cuarón
Generi Fantascienza, Dramma, Distopia
Cast Clive Owen, Clare-Hope Ashitey, Julianne Moore, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor, Pam Ferris, Charlie Hunnam, Danny Huston

Il bambino più giovane del mondo ha diciotto anni. Si chiama Baby Diego. Stamattina è morto in una rissa da bar.

Il telegiornale lo dice con il tono con cui si annunciano le notizie normali. Poi mostra le manifestazioni di lutto spontaneo in ogni capitale. Poi torna alle notizie normali.

I Figli degli Uomini (2006) di Alfonso Cuarón comincia qui: in un mondo che ha già fatto i conti con l’impossibile e ha continuato ad andare avanti. Non è un film sulla fine del mondo. È un film su quello che rimane quando la fine del mondo è già avvenuta e bisogna ancora alzarsi la mattina.

I Figli degli Uomini

Di cosa parla I Figli degli Uomini: un mondo senza futuro

Il 2027. Diciotto anni fa, senza spiegazione, l’umanità è diventata sterile. Nessun bambino è nato da allora. I più giovani hanno diciotto anni. Quando moriranno, sarà finita.

La civiltà si è sgretolata con dignità diversa a seconda dei paesi. L’Inghilterra ha tenuto: è rimasto il governo, rimasto l’ordine, rimaste le leggi. Ma l’ordine che ha tenuto è l’ordine dell’esclusione: le frontiere sono chiuse, i rifugiati vengono rastrellati e deportati nei campi, chi non ha documenti non esiste. Londra funziona ancora, ma sotto la superficie c’è la forma del collasso — le strade sporche, i negozi vuoti, la gente che si siede per terra a fissare il vuoto.

Theo Faron (Clive Owen) è un ex attivista che non crede più a niente. Lavora per un ministero, beve troppo, sopravvive. La sua ex moglie Julian (Julianne Moore), con cui ha perso un figlio anni prima, lo contatta per chiedergli un favore: procurarle dei lasciapassare. Julian guida i Pesci, un gruppo di resistenza che combatte per i diritti dei rifugiati.

Theo procura i lasciapassare. Poi Julian viene uccisa in un’imboscata. E Theo scopre perché i lasciapassare erano necessari: Kee (Clare-Hope Ashitey), una giovane rifugiata del gruppo, è incinta. La prima gravidanza in diciotto anni.

Theo Faron: l’eroe che non voleva esserlo

Theo Faron è uno dei protagonisti più onesti che il cinema di fantascienza abbia mai costruito: un uomo che ha smesso di credere e non finge di non averlo fatto.

Ha perso un figlio anni prima, in un’epidemia. Ha perso Julian — non per morte, ma per la separazione che segue la perdita di un figlio che non si riesce a elaborare insieme. Ha smesso di credere nel cambiamento politico non per cinismo facile, ma per la forma specifica di stanchezza che viene dall’aver creduto davvero e poi aver visto non cambiare nulla.

Clive Owen costruisce Theo con una qualità di presenza fisica che appartiene più al cinema europeo che a quello americano: beve, cammina, dorme, fuma con la naturalezza di qualcuno che non sta eseguendo un personaggio. Non è un eroe nel senso cinematografico. È qualcuno a cui succede qualcosa e che decide — di volta in volta, senza un piano — di non smettere di aiutare.

La sua evoluzione non è un arco di redenzione. È più sottile: Theo non cambia. Ma nel contatto con Kee — con la vita concreta che lei porta — qualcosa in lui che era fermo comincia a muoversi. Non perché abbia ritrovato la speranza. Perché la speranza si è presentata davanti a lui e non poteva ignorarla.

Kee: il miracolo che nessuno merita

La scelta di chi porta il miracolo è la scelta politica più importante del film.

Kee non è bianca. Non è inglese. Non ha documenti. Non ha risorse. È esattamente la persona che il sistema costruito dall’Inghilterra del 2027 ha deciso di non contare — i rifugiati sono “fugees”, sono numeri, sono un problema da gestire. La speranza dell’umanità arriva dalla persona a cui l’umanità ha negato la speranza.

Clare-Hope Ashitey porta a Kee un’energia che bilancia perfettamente il peso della situazione: non è sacrale, non è simbolica nel modo in cui i film cattivi userebbero il suo personaggio. È una ragazza che ha paura, che ride delle cose sbagliate nei momenti peggiori, che porta il bambino nel ventre con la stessa concretezza con cui porta tutto il resto. È umana prima di essere un simbolo.

La scena in cui rivela la gravidanza a Theo — aprendo il vestito in una stalla illuminata da un raggio di sole — è costruita deliberatamente come una natività laica. Cuarón non lo nasconde. Lo fa apertamente, sapendo che il riferimento porta un peso che non avrebbe bisogno di spiegare.

La distopia di Cuarón: l’Inghilterra fortezza nel 2027

I Figli degli Uomini è una distopia realista — il tipo più difficile da fare e il tipo più duraturo.

Non c’è un Grande Fratello. Non c’è un regime esplicitamente totalitario. C’è un governo democratico che ha fatto scelte comprensibili una per volta, ognuna giustificata da una crisi reale, fino ad arrivare a qualcosa di ingiustificabile. È il modo in cui le democrazie scivolano verso l’autoritarismo: non con un colpo di stato, ma con un’emergenza alla volta.

Le gabbie per i rifugiati sono reali. I controlli di sicurezza alle stazioni sono reali. La propaganda che distingue tra “noi” e “loro” è reale. Cuarón gira tutto questo con il naturalismo del documentario, e l’effetto è di rendere immediatamente riconoscibile qualcosa che dovrebbe sembrare fantascienza.

Il film è del 2006. La crisi europea dei rifugiati è del 2015. Nessuno aveva bisogno di aggiornare una virgola.

Bexhill — la città costiera trasformata in campo di detenzione per rifugiati — è l’immagine centrale della distopia: non un’installazione high-tech, non una prigione modernissima, ma una città normale ridotta a campo di transito, con la gente ammassata nelle strade, la musica che viene dai piani alti, i soldati che pattugliano con i fucili. È la banalità del male nella sua forma più precisa.

Le riprese in piano sequenza: la firma visiva del film

I Figli degli Uomini è famoso per due scene che la storia del cinema ha già consacrato come tecnicamente impossibili — eppure esistono.

La prima è l’attacco sul ciglio della strada: l’auto in cui viaggiano Theo, Julian e gli altri viene bloccata da una folla e aggredita. La camera è all’interno dell’auto, segue il caos con movimento continuo, cattura il momento in cui Julian viene colpita senza tagli, senza stacchi, senza la possibilità di nascondersi dietro il montaggio. È una delle scene più fisicamente sconvolgenti del cinema degli anni Duemila.

La seconda è la battaglia di Bexhill: Theo cammina attraverso un’operazione militare attiva — combattimento urbano, edifici che crollano, soldati che sparano, rifugiati che corrono — cercando Kee e il bambino. La macchina da presa lo segue in un piano sequenza di minuti che attraversa l’intera sequenza. A un certo punto si inceppa — si vede letteralmente del sangue schizzare sull’obiettivo — e continua.

Poi si sente il pianto del bambino.

E i soldati smettono di sparare.

La scena in cui il pianto di un neonato ferma una battaglia è il momento in cui il film dice la sua cosa più importante senza dirla. Non con un dialogo, non con un monologo. Con il silenzio che si diffonde da soldato a soldato quando qualcosa che tutti avevano dimenticato — la vita umana come cosa sacra — si fa improvvisamente presente.

Poi Theo passa. E i soldati riccominciano a sparare.

Michael Caine e Jasper: la gioia come resistenza

Jasper Palmer (Michael Caine) è il personaggio più amato del film, e Caine lo porta con una leggerezza che non è leggerezza ma è qualcosa di più difficile da raggiungere: la pace di qualcuno che ha visto il peggio e ha scelto comunque di ridere.

Jasper è un ex fotografo, ex attivista, hippie invecchiato. Vive nei boschi con la moglie Miriam — in stato vegetativo da anni, dopo essere stata torturata per le sue attività politiche. Si prende cura di lei, fuma erba, ascolta musica, alleva galline. La sua casa è piena di cose belle in un mondo che si sta distruggendo.

Non è che Jasper abbia deciso di ignorare quello che succede fuori. Ha combattuto. Ha perso Miriam a quella battaglia. E ha scelto — coscientemente, non per resa — di dedicare quello che resta della sua vita alla cura e alla gioia come atto politico. La felicità in un mondo così è resistenza.

Caine porta a Jasper una credibilità che nasce dalla sua storia personale: un attore di settant’anni che ha visto il cinema cambiare tre volte, che conosce il peso di una carriera lunga, che porta tutto quello nell’unico personaggio del film che non sta soffrendo nel modo in cui soffrono gli altri.

La sua morte — calma, dignitosa, con la stessa canzone dei King Crimson che suonava all’inizio — è il momento in cui il film ammette che non tutti sopravvivono, e che la sopravvivenza non è la misura della vita.

Il finale de I Figli degli Uomini spiegato

Theo riesce a portare Kee fuori da Bexhill — ferito, esausto — su una piccola barca a remi. Kee ha partorito il bambino durante la fuga, su un materasso, in un edificio in fiamme, mentre la battaglia infuriava fuori.

Sulla barca, Theo muore. Non in modo drammatico — si lascia andare, quasi senza accorgersene, mentre Kee e il bambino stanno bene. Ha fatto quello che doveva fare. Il resto non appartiene a lui.

E dalla nebbia emerge la Tomorrow.

La nave del Progetto Umano è reale. Non era una leggenda. Esiste davvero, naviga da qualche parte nel Mediterraneo, raccoglie persone che possono contribuire alla ricerca della cura per la sterilità. Kee e il bambino vengono accolti.

Il finale non garantisce nulla. Non dice se l’umanità troverà la cura. Non dice se il bambino rappresenta davvero la fine della sterilità o è un’anomalia. Non dice se la Tomorrow sarà abbastanza, se il Progetto Umano riuscirà, se la civiltà sopravviverà.

Dice solo che c’è ancora qualcosa per cui valeva la pena andare avanti. E che Theo lo ha capito, alla fine, anche senza crederci davvero.

Emmanuel Lubezki e la fotografia impossibile

I Figli degli Uomini non sarebbe quello che è senza Emmanuel Lubezki — “Chivo” per tutti nel cinema.

Il direttore della fotografia messicano lavora con Cuarón dalla fine degli anni Ottanta, ma questo è il film in cui la loro collaborazione raggiunge qualcosa di unico. Lubezki usa luce naturale come principio fondamentale: nessun pannello, nessun riflettore artificiale nelle scene chiave. La Londra del 2027 è grigia perché è grigia, non perché qualcuno l’ha resa tale in post-produzione.

Le riprese a mano creano un movimento che il cinema classico considera sempre rischioso — il rischio è che lo spettatore se ne accorga, che la camera distragga invece di immergersi. Lubezki trasforma quel rischio in strumento: la camera che barcolla con l’auto durante l’attacco non è una scelta stilistica, è la testimonianza fisica di quello che sta succedendo.

Le scene in piano sequenza sono state preparate con mesi di rehearsal. Alcune hanno richiesto settimane di riprese per catturare la versione finale. Il sangue che appare sull’obiettivo durante la battaglia di Bexhill è reale — uno dei tecnici di scena si è trovato troppo vicino a un’esplosione controllata. Cuarón ha tenuto la ripresa.

Lubezki vincerà l’Oscar per la fotografia tre volte di fila (Gravity 2014, Birdman 2015, Revenant 2016). I Figli degli Uomini rimane, nella comunità dei cinematografi, il lavoro di cui va più fiero.

Il romanzo di P.D. James e l’adattamento

The Children of Men (1992) di P.D. James — nota soprattutto per la serie di gialli con Adam Dalgliesh — è un romanzo di tutt’altro tipo: quieto, malinconico, narrato in prima persona da un Theodore Faron intellettuale e passivo, senza Julian, senza i Pesci, con una struttura politica diversa.

Cuarón ha adattato liberamente il materiale: il protagonista diventa un ex attivista invece di un accademico, la storia acquista velocità e fisicità, il contesto politico viene esplicitato con i rifugiati e i campi di detenzione. La domanda di fondo — cosa rimane dell’umanità quando le è stato tolto il futuro — è la stessa.

James, quando vide il film, disse di preferire il suo libro. È una risposta comprensibile: il film è qualcosa di completamente diverso dal romanzo, non un’adattamento fedele ma un re-immaginazione. Cuarón usa il romanzo come punto di partenza per fare una cosa propria.

È una delle scelte creative più oneste che si possano fare con il materiale di qualcun altro.

Dove vedere I Figli degli Uomini in Italia

I Figli degli Uomini è disponibile su Netflix in Italia.

Verificare la disponibilità attuale su JustWatch.it, poiché i cataloghi cambiano. Il film è disponibile anche come acquisto o noleggio digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play.

Per la qualità migliore, esiste un Blu-ray con transfer eccellente che preserva la fotografia di Lubezki — fondamentale per un film in cui la luce è parte della narrazione. La versione streaming di Netflix è comunque di ottima qualità.

La versione originale inglese è fortemente consigliata: il cast — Clive Owen, Michael Caine, Chiwetel Ejiofor — porta una naturalezza nel dialogo che il doppiaggio italiano non riesce a replicare completamente.

I Figli degli Uomini e le grandi distopie: confronto

I Figli degli Uomini occupa un posto specifico nella storia della distopia cinematografica: è il film che ha dimostrato che il genere non ha bisogno di tecnologia futuristica per funzionare — ha bisogno solo di una premessa reale e di conseguenze portate fino in fondo.

Blade Runner (1982) di Ridley Scott pone la distopia nel futuro lontano e la costruisce attraverso l’estetica — pioggia acida, neon, replicanti. I Figli degli Uomini non ha estetica distopica: il 2027 assomiglia esattamente al 2006 con qualcosa di rotto. La distopia non è nel design, è nella normalità.

Silo (Apple TV+) e Snowpiercer portano la stessa domanda — come sopravvive la società quando le condizioni di base vengono meno — in spazi chiusi e isolati. I Figli degli Uomini è distopico all’aperto: il mondo è ancora il mondo, le strade sono le strade, e questo lo rende più soffocante, non meno.

V per Vendetta usa la distopia come allegoria politica esplicita — il fascismo riconoscibile, la resistenza eroica. I Figli degli Uomini rifiuta quella chiarezza: non c’è un villain da sconfiggere, non c’è una rivoluzione da vincere. C’è solo una ragazza incinta e un uomo distrutto che devono raggiungere una barca.

Tra le serie recenti, Fondazione pone la stessa domanda sulla sopravvivenza della civiltà nel lungo periodo, ma con la grandiosità dell’epica galattica. I Figli degli Uomini risponde alla stessa domanda con la scala di una mattina di pioggia a Londra e un uomo che non ci crede più.

Nella tradizione della distopia nel cinema, I Figli degli Uomini rimane il punto di riferimento per il realismo — il film che dimostra che la fine del mondo non ha bisogno di effetti speciali per essere insostenibile da guardare.

Domande frequenti

Di cosa parla I Figli degli Uomini? Il film è ambientato nel 2027: l’umanità è diventata sterile diciotto anni prima e nessun bambino è più nato. Theo Faron, ex attivista disillusionato, viene coinvolto nella protezione di Kee — una giovane rifugiata che è incinta. La prima gravidanza in diciotto anni.

Come finisce I Figli degli Uomini? Theo riesce a portare Kee e il suo bambino appena nato fuori dalla zona di guerra su una barca. Ferito a morte, muore sulla barca mentre la nave Tomorrow — rappresentante del Progetto Umano — emerge dalla nebbia per raccogliere Kee e il bambino.

Cosa sono i piani sequenza in I Figli degli Uomini? Il film è famoso per due scene in piano sequenza continuo: l’attacco alla macchina e la lunga sequenza a Bexhill dove Theo attraversa un combattimento attivo cercando Kee. Sono considerate tra le scene d’azione tecnicamente più straordinarie della storia del cinema.

I Figli degli Uomini è basato su un libro? Sì. Basato sul romanzo The Children of Men (1992) di P.D. James. Cuarón ha adattato liberamente il materiale, trasformando il protagonista da intellettuale passivo a ex attivista e aggiungendo elementi politici espliciti.

Dove vedere I Figli degli Uomini in Italia? Disponibile su Netflix in Italia. Verificare la disponibilità attuale su JustWatch.it.

Chi è Kee in I Figli degli Uomini? Kee (Clare-Hope Ashitey) è una giovane rifugiata di origine africana, l’unica donna incinta al mondo. La sua scelta come personaggio è deliberatamente politica: la speranza dell’umanità arriva da chi il sistema ha deciso di non contare.

Chi è Jasper in I Figli degli Uomini? Jasper Palmer (Michael Caine) è l’amico di Theo, ex fotografo e hippie invecchiato che vive nei boschi. Il personaggio più commovente del film — porta la gioia come forma di resistenza in un mondo che ha dimenticato cosa significhi.

Cosa rappresenta il bambino in I Figli degli Uomini? Non è solo una speranza biologica — è il ritorno della trascendenza. La scena in cui i soldati smettono di combattere quando sentono il pianto del bambino è il momento centrale del film: la vita ha un peso morale che precede qualsiasi ideologia.

I Figli degli Uomini ha vinto l’Oscar? Ha ricevuto tre candidature (montaggio, fotografia, sceneggiatura) ma non ha vinto. È considerato uno degli errori storici dell’Academy. Negli anni è diventato un riferimento assoluto del cinema di fantascienza.

Il finale è ottimista? Deliberatamente ambiguo nel tono ma chiaro nel simbolismo. Theo muore, la speranza sopravvive senza di lui. La nave Tomorrow esiste davvero. È un finale di speranza consapevole, non di ottimismo facile.

Chi è Emmanuel Lubezki? Il direttore della fotografia del film, collaboratore storico di Cuarón. Ha vinto l’Oscar tre volte di fila (2014-2016). I Figli degli Uomini è il suo lavoro più amato nella comunità dei cinematografi.

I Figli degli Uomini è adatto ai ragazzi? Consigliato dai 15-16 anni in su. Contiene violenza realistica, scene di guerra e un’intensità emotiva che richiede maturità di visione.

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