Il Santo – The Saint (1997): trama, Val Kilmer il ladro dai mille volti e dove vederlo in Italia
Simon Templar non esiste.
Ogni nome che usa è rubato a un santo del calendario cattolico. Ogni volto è un travestimento costruito con cura certosina. Ogni storia che racconta è falsa, e lo sa, e non gli dispiace.
Il problema — l’unico problema — è che anche lui non sa più chi sia davvero.
Il Santo – The Saint (1997) è un film d’azione che vuole essere qualcosa di più: un thriller sull’identità travestito da spy movie, un romanzo di formazione mascherato da intrattenimento estivo. Non arriva sempre dove vuole andare. Ma il tentativo è genuino, e Val Kilmer nei momenti migliori porta sullo schermo una delle sue performance più sfaccettate degli anni Novanta.
Di cosa parla Il Santo: la trama completa
Simon Templar (Val Kilmer) è il ladro più ricercato e meno identificabile del mondo. Cresciuto in un orfanotrofio cattolico, da adulto ha preso l’abitudine di usare i nomi dei santi come copertura — non è Simon Templar, è Sant’Ignazio. O San Tommaso d’Aquino. O San Francesco d’Assisi. Ogni lavoro, un’identità nuova. Ogni identità, una storia completa con accento, backstory e linguaggio del corpo.
Templar lavora per commissione. Ruba ciò che altri non possono o non vogliono rubare ufficialmente. Il suo obiettivo è accumulare abbastanza denaro — cinquanta milioni di dollari — per ritirarsi su un’isola privata e sparire definitivamente in un’identità che finalmente sia sua.
Il committente che cambia tutto è Ivan Tretiak (Rade Šerbedžija), magnate russo con ambizioni politiche. La Russia attraversa una crisi energetica devastante, e Tretiak vuole sfruttarla per prendere il potere. Per farlo gli serve la formula della fusione fredda — una reazione nucleare che produrrebbe energia illimitata a temperatura ambiente.
La formula è nelle mani della dottoressa Emma Russell (Elisabeth Shue), una scienziata americana ossessionata dal sogno della fusione fredda da quando era bambina. Templar ha il compito di sedurla, rubare la formula, sparire.
La seduzione funziona. Il furto anche. Ma Templar, nel processo di diventare qualcuno che potesse avvicinarsi a Emma, si è avvicinato troppo davvero. Si è innamorato — non dell’identità che aveva costruito, ma di lei, della sua passione, della sua ingenuità, dell’urgenza con cui crede in quello che fa.
Il problema: la formula rubata è incompleta. Tretiak non può usarla. E Templar deve scegliere tra il contratto e la persona.
Il secondo atto è un gioco di inseguimenti tra Mosca e Londra, con Templar che cerca di proteggere Emma dagli agenti di Tretiak mentre simultaneamente completa la formula che è lui stesso ad aver rubato. Il finale risolve entrambe le questioni — l’energetica e la romantica — con la classe un po’ impacciata di un film che ha più cuore che struttura.
Simon Templar: il personaggio di Leslie Charteris
Il personaggio di Simon Templar è molto più vecchio del film.
Leslie Charteris lo creò nel 1928, nel romanzo Meet the Tiger. In cinquant’anni di romanzi e racconti — l’ultimo pubblicato nel 1983, quando Charteris era ottantenne — Templar non invecchia mai. Rimane lo stesso: elegante, ironico, moralmente ambiguo ma fondamentalmente dalla parte giusta, ladro per professione ma con un codice di onore personale.
Il soprannome “Il Santo” viene dall’orfanotrofio di Simon, dedicato a un santo, e dall’abitudine di usare nomi di santi come alias. Il simbolo dell’omino stilizzato — un bastone con un’aureola — compare spesso nei romanzi come firma lasciata sulle scene dei furti.
La prima grande adattazione televisiva fu The Saint (1962-1969), la serie BBC con Roger Moore come Templar. Fu un successo globale e contribuì a formare l’immagine di Moore come attore d’azione elegante — la stessa immagine che avrebbe poi portato in James Bond. La serie andò in onda per 118 episodi, fu trasmessa in oltre 60 paesi, e definisce ancora oggi come molti immaginano il personaggio.
Il film del 1997 modernizza il personaggio in modo radicale: Templar è ora nell’era digitale, usa la tecnologia per i suoi furti, opera in un mondo post-Guerra Fredda dove il pericolo viene dagli oligarchi russi invece dei sovietici. La fedeltà al materiale originale è nella filosofia del personaggio più che nelle specifiche narrative.
La serie TV con Roger Moore: il Santo prima del Santo
Prima che Val Kilmer si sedesse davanti al trucchiere, il nome “Il Santo” era già associato a uno specifico volto, una specifica voce, una specifica eleganza.
Roger Moore interpretò Simon Templar per sette anni — dal 1962 al 1969 — in quella che rimane la versione più amata del personaggio. La serie The Saint della ITV andò in onda per sei stagioni, per un totale di 118 episodi, di cui le ultime due in colore. Fu venduta in oltre 60 paesi. Fu la serie britannica più esportata degli anni Sessanta.
Moore aveva trentacinque anni quando iniziò. Non era ancora la star che sarebbe diventata — Bond era nel futuro. Era un attore di buona presenza, con una dizione impeccabile e un’ironia naturale che si adattava perfettamente a un personaggio che non prende mai del tutto sul serio se stesso. La serie usava la leggerezza come scudo: dietro l’eleganza di Templar c’era un critico delle convenzioni sociali, un outsider che rifiutava l’obbedienza istituzionale e si permetteva il lusso di farlo in abito da sera.
Moore ha dichiarato in varie interviste che interpretare Simon Templar per sette anni era stato “il lavoro della sua vita” — e che il personaggio lo aveva preparato per Bond in modo che non si sarebbe aspettato. Non tecnicamente (le scena d’azione erano minime) ma psicologicamente: aveva imparato a stare in scena con l’autorità silenziosa di qualcuno che sa sempre più di quanto dica.
La serie ha un’influenza visibile sul film del 1997 anche dove il film cerca di distanziarsi. Il gesto caratteristico di Templar — quella piccola riverenza con la testa, quel modo di accogliere l’insulto come se fosse un complimento — viene direttamente dal Moore degli anni Sessanta. Kilmer conosce la serie e ne porta l’eco nella sua interpretazione.
Il salto generazionale tra Moore e Kilmer è anche un salto di registro: la serie TV era bianco e nero e poi a colori, con il ritmo del dramma televisivo dell’epoca, dialoghi asciutti, pochissima azione fisica. Il film di Noyce è moderno, veloce, e dipende molto di più dal fisico e dall’azione. Ma entrambe le versioni condividono la stessa intuizione sul personaggio: Templar è interessante non per quello che fa, ma per quello che non fa mai — non mente a se stesso.
Val Kilmer: il maestro del travestimento
Val Kilmer era nel 1997 all’apice della sua notorietà.
Aveva interpretato Jim Morrison in The Doors (1991), era stato Doc Holliday in Tombstone (1993) — forse la sua performance più amata — aveva vestito il costume di Batman in Batman Forever (1995). Era universalmente considerato uno degli attori più talentuosi di quella generazione, capace di trasformazioni radicali.
The Saint sfrutta questa reputazione. Il film costruisce una serie di sequenze in cui Kilmer interpreta Templar che interpreta un’altra persona — un fisico russo, un pittore bohémien parigino, un giornalista sudafricano — e ogni personaggio è genuinamente distinto. Non solo accento e costume: Kilmer cambia il ritmo, la postura, il modo di occupare lo spazio.
È la parte più riuscita del film. Il problema è che il film usa questa capacità come attrazione circense — un personaggio in grado di diventare chiunque — senza interrogarsi davvero su cosa significhi non avere un’identità fissa.
L’interpretazione ricevette un Razzie Award come Peggior Attore. Il Razzie sembra eccessivo — Kilmer non è mai davvero brutto nel film — ma riflette una sensazione diffusa che qualcosa non torni nella chimica con Elisabeth Shue e nel rapporto tra il film e il suo stesso protagonista.
Le identità di Simon Templar: un catalogo di maschere
La cosa più interessante di The Saint — quella che non funziona abbastanza ma che avrebbe potuto funzionare molto — è la costruzione sistematica delle identità di Templar.
Nel corso del film, Kilmer interpreta Simon che interpreta almeno cinque personaggi distinti:
San Tommaso d’Aquino — Il primo alias che vediamo in azione, usato per un furto in Russia. Kilmer indossa un giubbotto di pelle, capelli diversi, un accento specifico. È un personaggio di copertura che funziona perché nessuno si aspetta che un ladro internazionale sembri un turista qualsiasi.
Il fisico russo — L’identità usata per avvicinarsi a Emma Russell. Kilmer crea qui un personaggio che assomiglia abbastanza a un accademico russo da non insospettire la scienziata: occhiali, capelli diversi, un’ingenuità performata che contrasta con la sua precisione tecnica. È l’identità che finisce per ritorcersi contro di lui — perché Emma si innamora di quella versione.
Il pittore bohémien — Una delle identità più elaborate visivamente. Capelli lunghi, vestiario europeo, accento francese. Kilmer porta qui una leggerezza quasi teatrale: è il personaggio del film che meno sembra Kilmer, e probabilmente la trasformazione più riuscita.
Il giornalista sudafricano — Identità usata nella fase londinese. Accento, storia, credenziali false costruite in poche ore. Il film mostra brevemente il processo: Templar non si limita ad indossare un costume, costruisce una biografia.
Simon Templar — E qui sta il problema. Tra tutte le identità del film, quella del “vero” Simon Templar è la meno definita. Kilmer è convincente come attore che interpreta maschere; meno convincente come attore che mostra cosa ci sia sotto le maschere. Il film lo sa e cerca di risolverlo attraverso Emma — è lei che “vede” il vero Simon. Ma il vero Simon rimane sfuggente anche per lo spettatore, e probabilmente è intenzionale: un uomo che ha passato la vita ad essere qualcun altro non sa più esattamente chi sia.
Questa ambiguità è la cosa più interessante del film. Non viene sfruttata abbastanza — il finale è troppo ottimista per reggere il peso di questa premessa — ma è lì, e rimane.
La colonna sonora e la produzione
Graeme Revell compose la colonna sonora di The Saint. Revell era un compositore di genere con un curriculum prevalentemente thriller e horror — aveva composto per Child’s Play 2, Hard Target, e The Crow. Per The Saint costruì un score che oscilla tra l’eleganza da spy film classico (archi, ottoni leggeri) e l’energia sintetica degli anni Novanta.
Il risultato è funzionale più che memorabile. Il tema principale ha una qualità di inseguimento — ritmato, internazionale — che si adatta al tono del film senza mai creare il tipo di identità musicale che i film Bond usano come seconda firma.
Il film fu prodotto da Mace Neufeld (il produttore dei film di Jack Ryan con Harrison Ford) e Robert Evans (il leggendario produttore de Il Padrino e Chinatown). La coppia porta al progetto una credibilità da Hollywood classica che si sente nella qualità delle riprese internazionali: Mosca e Londra sono filmate con un senso dello spazio geografico che i thriller degli anni Novanta spesso perdono nel montaggio.
Il budget di 68 milioni di dollari era considerevole per l’epoca — comparabile a quello dei film Bond. Il look del film è coerente con quell’investimento: costumi impeccabili, set internazionali convincenti, una qualità di produzione che non si vede in molti thriller dello stesso periodo.
Elisabeth Shue come Emma Russell è il personaggio più semplice e più simpatico. Shue porta al ruolo una qualità di entusiasmo quasi bambinesco — Emma crede davvero nella fusione fredda, crede davvero in Simon quando lo incontra, viene tradita e riesce comunque a non diventare cinica. È un personaggio che avrebbe potuto essere annoiato da un’attrice meno impegnata.
Rade Šerbedžija come Tretiak è il villain più efficace: un oligarca che si crede un patriota, convinto che la crisi energetica russa giustifichi qualsiasi mezzo. Šerbedžija porta al personaggio una credibilità geografica e culturale che nessun attore americano avrebbe potuto.
Phillip Noyce e l’estetica del thriller internazionale
Phillip Noyce aveva stabilito la sua reputazione con i thriller di Jack Ryan: Patriot Games (1992) e Clear and Present Danger (1994) con Harrison Ford. Erano film tecnicamente solidi, senza ambizioni stilistiche particolari ma efficaci nel genere.
The Saint era una sfida diversa: un personaggio che per definizione non ha un’identità fissa, in una storia che si svolge tra Mosca e Londra con un tono da commedia romantica che il genere non aveva mai testato davvero.
Noyce gestisce bene le location. La Mosca del film ha una qualità visiva convincente — siamo nel momento storico in cui la ex capitale sovietica stava diventando il palcoscenico del capitalismo selvaggio russo, e il film lo usa efficacemente: oligarchi con bodyguard nei ristoranti di lusso, strade ancora grigie dell’era sovietica, il contrasto tra potere vecchio e denaro nuovo.
Londra è più convenzionale — la città come scenario da spy film — ma alcune sequenze nella metropolitana e nei mercatini hanno una qualità di energia spontanea.
Il problema di Noyce qui è lo stesso di Cannon con Dredd: non riesce a unificare i toni. The Saint vuole essere contemporaneamente un action movie adrenalinico e una storia d’amore sincera, e alterna tra i due senza mai davvero integrare le due dimensioni.
La fusione fredda: dal film alla realtà
La fusione fredda è uno degli elementi più interessanti di The Saint, non perché il film la tratti con accuratezza scientifica — non lo fa — ma perché è ancorata a un evento reale.
Nel 1989, i chimici Stanley Pons e Martin Fleischmann annunciarono di aver ottenuto la fusione nucleare a temperatura ambiente. Fu una delle più grandi notizie scientifiche dell’anno — la promessa di energia illimitata, pulita, economica. Poi i tentativi di replicare l’esperimento fallirono uno dopo l’altro. La comunità scientifica bocciò le conclusioni. La “fusione fredda” diventò sinonimo di ricerca fallace o frode.
Il film usa questo contesto: Emma Russell è convinta che Pons e Fleischmann avessero ragione e che nessuno abbia ancora capito perché il loro esperimento sembrava funzionare. La sua formula risolve il problema della replicabilità.
È un MacGuffin scientificamente responsabile — il film non inventa tecnologie impossibili ma si ancora a una controversia reale. Il che non basta a salvare la trama, ma almeno le dà un radicamento nel mondo reale.
Il tentativo di franchise e perché non ha funzionato
The Saint fu esplicitamente progettato come il primo capitolo di una nuova franchise. I produttori volevano una saga di film con Val Kilmer come Simon Templar, nell’era post-Goldeneye (Bond era tornato in forma nel 1995) e pre-Bourne (l’altro grande agente non convenzionale arriverà nel 2002).
Non funzionò per ragioni multiple:
Il box office: 118 milioni su 68 di budget è un risultato modesto ma non disastroso. Il problema fu il contesto — il film uscì nella stessa stagione di Men in Black, Air Force One e Contact. Il pubblico dell’estate 1997 era sopraffatto dall’offerta.
La critica: Le recensioni furono tiepide. Il New York Times lo trovò “competente ma inanimato”. Roger Ebert gli diede 2.5 stelle, riconoscendo il lavoro di Kilmer ma criticando il ritmo.
La chemisteria: I test di pubblico segnalarono che la coppia Kilmer-Shue non convinceva quanto sperato.
Nel 2017 fu annunciato un tentativo di reboot TV con Adam Rayner come Templar — mai uscito. Il personaggio resta in una zona di limbo: troppo radicato nell’immaginario britannico della TV anni Sessanta per essere reimmaginato facilmente in formato americano.
The Saint nel panorama del thriller anni Novanta
The Saint appartiene a una famiglia specifica di film — il thriller d’azione internazionale con protagonista dall’identità fluida — che negli anni Novanta era in piena fioritura.
The Game di David Fincher (1997, uscito nello stesso anno) esplora la stessa domanda sull’identità attraverso un meccanismo diverso: non è il protagonista a cambiare identità, ma la realtà intorno a lui che si rivela costruita. Michael Douglas non sa mai chi sia “veramente” la persona davanti a lui, esattamente come Emma Russell non sa chi sia davvero Simon.
Now You See Me (2013) è il successore spirituale più diretto: una squadra di maghi che usano le loro performance come copertura per furti elaborati — la stessa struttura del “mostro una cosa per fare un’altra cosa” che The Saint usa con le identità di Templar. Il team dei maghi è costruito allo stesso modo delle identità di Simon: personaggio pubblico che nasconde funzione privata.
Entrambi condividono l’intuizione fondamentale di The Saint: il travestimento più efficace non è quello che inganna visivamente, ma quello che costruisce una storia — un personaggio così coerente che nessuno pensa di guardare oltre.
Legends (TNT, 2014-2015) con Sean Bean porta questa stessa ossessione in un contesto contemporaneo e più oscuro: un agente FBI specializzato in identità false così profonde da non sapere più quale sia la sua vera identità. Dove Simon Templar usa i travestimenti come gioco elegante, Martin Odum li usa come sopravvivenza — e la serie si chiede cosa rimanga di una persona dopo decenni di fiction costruite su se stessa.
Dove vedere Il Santo – The Saint (1997) in Italia

The Saint (1997) è disponibile in noleggio digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play Movies in Italia.
Non è incluso nei principali cataloghi in abbonamento. Verifica su JustWatch per la disponibilità aggiornata — i diritti dei film degli anni Novanta cambiano frequentemente tra piattaforme.
Chi vuole vedere la serie originale: The Saint (1962-1969) con Roger Moore non è disponibile in streaming in Italia ma esistono edizioni DVD complete. Vale la visione — Moore è irresistibile nel ruolo, e la serie cattura qualcosa che il film non riesce a replicare: la leggerezza assoluta di un uomo che vive fuori dalla società perché ha scelto di farlo.
Domande frequenti su Il Santo – The Saint (1997)
Di cosa parla Il Santo – The Saint (1997)? Simon Templar (Val Kilmer) è un ladro internazionale maestro del travestimento, ingaggiato da un magnate russo per rubare una formula sulla fusione fredda. Si innamora della scienziata (Elisabeth Shue) e cambia lato.
Chi è Simon Templar? Un personaggio letterario creato da Leslie Charteris nel 1928 — ladro internazionale con codice morale, maestro del travestimento, usa solo pseudonimi tratti dai santi cattolici. Prima di Kilmer, Roger Moore lo aveva interpretato in una celebre serie TV (1962-1969).
Chi ha diretto Il Santo 1997? Phillip Noyce, regista australiano noto per i thriller di Jack Ryan con Harrison Ford (Patriot Games, Clear and Present Danger).
Cos’è la fusione fredda nella trama? Una reazione nucleare ipotetica che produrrebbe energia illimitata a temperatura ambiente. Nel 1989 Pons e Fleischmann dichiararono di averla ottenuta — poi smentiti. Nel film la dottoressa Russell ha trovato la vera formula.
Il Santo è un flop? Finanziariamente è un modesto successo (budget 68M, incasso 118M). Artisticamente è più controverso: Razzie per Val Kilmer, recensioni tiepide, nessuna franchise come sperato.
Val Kilmer aveva appena interpretato Batman? Sì, aveva interpretato Batman in Batman Forever (1995). The Saint fu il suo secondo film d’azione da protagonista assoluto dopo quell’esperienza.
La serie TV originale di The Saint con chi era? Roger Moore (1962-1969), in 118 episodi trasmessi in 60 paesi. Fu fondamentale per la carriera di Moore prima di James Bond.
Il Santo ha un sequel? No. Il progetto franchise non si concretizzò nonostante le intenzioni dei produttori. Nel 2017 fu annunciato un tentativo di reboot televisivo con Adam Rayner come Simon Templar, prodotto per CBS — fu girato un pilot ma la serie non fu ordinata. Il personaggio è rimasto in un limbo di sviluppo: troppo legato all’immaginario della TV britannica degli anni Sessanta per essere facilmente reimmaginato in formato americano, e troppo poco conosciuto dalla generazione post-2000 per avere un pubblico garantito senza investimenti di marketing massicci.
Dove vedere Il Santo (1997) in streaming in Italia? Disponibile in noleggio digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play Movies. Non incluso nei cataloghi in abbonamento.
Quanti travestimenti usa Val Kilmer nel film? Almeno 5-6 identità diverse, ognuna con accento, aspetto e linguaggio del corpo distinti. È uno degli elementi più riusciti del film.
Il Santo è basato su un libro? Sì, sui romanzi di Leslie Charteris, una serie iniziata nel 1928 che comprende oltre 50 opere.
Il Santo è adatto ai ragazzi? Classificato PG-13, con scene d’azione e contenuti romantici non espliciti. Adatto a ragazzi sopra i 13 anni.
Chi è Rade Šerbedžija nel film? Rade Šerbedžija è un attore croato considerato uno dei grandi villain europei del cinema internazionale degli anni Novanta. Nel film interpreta Ivan Tretiak, il magnate russo antagonista. La sua carriera include ruoli in film come Eyes Wide Shut di Kubrick, Mission: Impossible 2 e Batman Begins. Porta ai personaggi russi/est-europei una credibilità culturale che gli attori americani raramente riescono a eguagliare.
Come mai la fusione fredda è il MacGuffin del film? La scelta è ancorata a un evento reale: nel 1989, i chimici Stanley Pons e Martin Fleischmann annunciarono di aver ottenuto la fusione nucleare a temperatura ambiente. L’annuncio fu controverso e poi ritirato per mancanza di replicabilità — nessun laboratorio al mondo riuscì a replicare l’esperimento. Pons e Fleischmann furono ostracizzati dalla comunità scientifica e si trasferirono in Francia per continuare le loro ricerche in privato. The Saint usa questa controversia come base per la formula di Emma Russell — una scienziata convinta che Pons e Fleischmann avessero ragione ma non avessero capito come documentare la propria scoperta. È un MacGuffin scientificamente responsabile: il film non inventa tecnologie impossibili ma si ancora a una controversia reale che all’epoca dello sviluppo (metà anni Novanta) era ancora fresca nella memoria scientifica e mediatica.
Qual è la colonna sonora di Il Santo? La musica è di Graeme Revell, compositore neozelandese noto per thriller e film di genere (The Crow, Hard Target, Pitch Black). Per The Saint, Revell costruì uno score che alterna eleganza da spy film classico — archi e ottoni leggeri — con ritmi elettronici tipici degli anni Novanta. Il risultato è funzionale al tono del film: mai memorabile come i temi Bond, ma mai inappropriato. Il film includeva anche canzoni pop dell’epoca per le sequenze ambientate in Russia e Londra.




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Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.