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L'Ispettore Coliandro: tutte le stagioni, Giampaolo Morelli e dove vedere il poliziesco più scorretto della TV italiana

Dai romanzi di Carlo Lucarelli alla regia dei Manetti Bros: vent'anni di un bolognese pasticcione in questura
2006 ⭐ 8.1/10
L'Ispettore Coliandro: tutte le stagioni, Giampaolo Morelli e dove vedere il poliziesco più scorretto della TV italiana
Anno 2006
Creatore Manetti Bros.
Generi Crime, Commedia, Azione
Stagioni 8
Episodi 34
Cast Giampaolo Morelli, Paolo Sassanelli, Alessandro Rossi, Massimiliano Bruno

L’Ispettore Coliandro entra in scena come la versione sbagliata di ogni poliziotto eroico che la fiction italiana avesse mai raccontato fino a quel momento.

Vent’anni e otto stagioni dopo, è ancora lì: più pasticcione, più scorretto, e in qualche modo più amato dal pubblico di molti colleghi più rispettabili.

L’Ispettore Coliandro (Rai 2, dal 2006) è uno dei casi più longevi e più sottovalutati della televisione italiana contemporanea: una serie nata dai romanzi di Carlo Lucarelli, diretta fin dall’inizio dai Manetti Bros. prima che il loro nome diventasse sinonimo di cinema di genere pluripremiato, e costruita attorno a un protagonista che ribalta deliberatamente ogni convenzione del poliziesco televisivo italiano.

Di cosa parla L’Ispettore Coliandro: la trama dall’inizio

Coliandro lavora alla questura di Bologna, dove la sua reputazione tra i colleghi è quella dell’ispettore meno affidabile della squadra: testardo, opportunista, spesso più interessato al proprio tornaconto personale o alla propria vita sentimentale che alla procedura corretta, eppure capace, nel momento decisivo, di risolvere il caso attraverso un misto di intuizione, fortuna e un’onestà di fondo che la sua condotta superficiale tende a nascondere.

Ogni singola stagione segue un formato in gran parte autoconclusivo, con un’indagine principale che fa da cornice alle disavventure personali del protagonista: relazioni sentimentali complicate, scontri con superiori e colleghi, situazioni che sfuggono costantemente al suo controllo prima di risolversi, quasi sempre, grazie a un colpo di fortuna più che a un vero metodo investigativo. La formula ha permesso alla serie di rinnovarsi stagione dopo stagione mantenendo un tono riconoscibile, senza mai irrigidirsi in uno schema troppo ripetitivo.

Chi è Coliandro: l’anti-eroe della polizia italiana

Il tratto distintivo del personaggio, fin dal racconto originale di Carlo Lucarelli, è il suo essere l’esatto opposto dell’archetipo del poliziotto integerrimo tipico della fiction italiana generalista: Coliandro è descritto dalle fonti come “il poliziotto più pasticcione, testardo, opportunista, generoso” che la televisione italiana avesse mai messo in scena fino a quel momento, un personaggio le cui motivazioni personali — spesso tutt’altro che nobili — convivono con un codice d’onore di fondo che emerge solo nei momenti davvero importanti.

Giampaolo Morelli, interprete del ruolo fin dalla prima stagione, ha costruito un’interpretazione fisica e vocale immediatamente riconoscibile: gli occhiali da sole a goccia, l’atteggiamento da duro di periferia con ambizioni mai del tutto realizzate, una gestualità che richiama esplicitamente l’estetica del poliziottesco italiano degli anni Settanta, il filone di cinema action-crime a basso costo che la serie cita e reinterpreta in chiave contemporanea e dichiaratamente comica.

Da Carlo Lucarelli alla TV: la genesi del personaggio

Coliandro nasce sulla pagina scritta ben prima di arrivare in televisione. Il personaggio compare per la prima volta nel racconto “Nikita” (1991) di Carlo Lucarelli, per poi tornare protagonista nei romanzi “Falange armata” (1993) e “Il giorno del lupo” (1994), opere che Einaudi avrebbe raccolto in un unico volume nel 2009. Prima ancora dell’adattamento televisivo, il personaggio ebbe anche una trasposizione a fumetti firmata da Onofrio Catacchio nel 1994.

Il salto alla serialità televisiva avvenne nel 2006, quando il primo episodio della serie Rai 2 fu tratto direttamente da “Il giorno del lupo”, con Lucarelli stesso coinvolto nella scrittura televisiva accanto ai Manetti Bros. Quello che nacque come un progetto pilota di quattro episodi si sarebbe trasformato, nel corso dei quindici anni successivi, in una delle serie crime più longeve della televisione pubblica italiana, capace di costruirsi un pubblico fedele pur restando sempre un prodotto di nicchia rispetto agli ascolti delle fiction generaliste Rai.

I Manetti Bros.: da Coliandro al David di Donatello

Dietro la macchina da presa de L’Ispettore Coliandro ci sono Antonio e Marco Manetti, i Manetti Bros., che dirigono la serie fin dalla sua prima stagione del 2006, affiancati dal 2021 da Milena Cocozza. All’epoca del debutto della serie, i due registi romani erano ancora lontani dalla notorietà che avrebbero raggiunto anni dopo con il cinema di genere italiano contemporaneo.

Il loro percorso successivo li avrebbe portati a dirigere Ammore e Malavita (2017), il musical camorristico che valse loro un David di Donatello, confermando una cifra stilistica — la contaminazione tra generi popolari, l’ibridazione tra crime e altri registri, l’amore dichiarato per il cinema di serie B italiano — che era già pienamente riconoscibile nel loro lavoro su Coliandro fin dalla metà degli anni 2000. Il Rotterdam Film Festival ha riconosciuto l’importanza di questo percorso includendo nel 2024 l’episodio “Black Mamba” della serie all’interno di una retrospettiva dedicata all’intera filmografia dei Manetti Bros., un segnale di come la critica internazionale abbia iniziato a rivalutare Coliandro come parte integrante, e non marginale, dell’opera dei due registi.

Otto stagioni in quindici anni: come si è evoluta la serie

Dal debutto nel 2006 all’ottava stagione trasmessa nel 2021, L’Ispettore Coliandro ha attraversato otto cicli di episodi per un totale di 34 puntate, un ritmo di produzione irregolare ma costante che ha permesso alla serie di sopravvivere, stagione dopo stagione, a un palinsesto Rai 2 spesso meno attento ai prodotti di nicchia rispetto alle reti ammiraglie.

La settima stagione, per fare un esempio della tipologia di trame affrontate negli anni più recenti, si apriva con una dottoranda giapponese testimone involontaria di una spietata esecuzione, intrecciando il caso con una vicenda legata alla yakuza — a conferma di come la serie, pur restando saldamente ambientata a Bologna, non abbia mai rinunciato a inserire elementi di respiro internazionale nelle proprie trame crime, mantenendo al tempo stesso intatto il registro ironico e scorretto del protagonista.

Il cast: i volti ricorrenti della questura di Bologna

Accanto a Giampaolo Morelli, la serie ha costruito negli anni un ensemble di caratteristi ricorrenti che hanno contribuito a definire l’universo della questura bolognese di Coliandro. Paolo Sassanelli interpreta l’Ispettore Capo Gamberini, superiore diretto di Coliandro e spesso bersaglio della sua insubordinazione; Alessandro Rossi veste i panni del Commissario De Zan, mentre Massimiliano Bruno interpreta l’Ispettore Borromini, parte del gruppo di colleghi con cui Coliandro intrattiene un rapporto fatto di rivalità e complicità alternate.

Veronika Logan interpreta il Sostituto Procuratore Longhi, figura ricorrente nei rapporti professionali — e non solo — del protagonista, mentre Caterina Silva compare nel ruolo dell’Ispettore Bertaccini. La continuità di gran parte del cast attraverso le otto stagioni ha permesso alla serie di costruire un senso di famiglia disfunzionale attorno al protagonista, elemento che la critica ha più volte indicato come uno dei punti di forza della scrittura, al pari delle singole trame investigative sviluppate di stagione in stagione.

Bologna, la città fuori scena: periferia e multietnicità

A differenza di gran parte del crime italiano ambientato nelle grandi capitali del genere — Roma per Romanzo Criminale, Napoli per Gomorra — L’Ispettore Coliandro sceglie fin dall’inizio Bologna come proprio sfondo, restituita non attraverso le cartoline del centro storico universitario, ma attraverso una periferia multietnica e popolare che raramente la fiction generalista italiana aveva scelto come ambientazione principale di una serie poliziesca.

Questa scelta di collocare le indagini di Coliandro lontano dai luoghi simbolo più abusati dal genere crime italiano ha permesso alla serie di costruire un’identità visiva distintiva, coerente con il tono complessivo del progetto: non la Bologna da cartolina dei portici e delle torri, ma una città di quartieri periferici, multiculturali, spesso ai margini della rappresentazione mediatica ufficiale — uno sfondo che riflette il carattere stesso del protagonista, anche lui ai margini rispetto all’immagine ideale del poliziotto che la fiction italiana tendeva a proporre.

“Il Ritorno”: come sono stati chiamati i nuovi cicli di episodi

A partire dalla sesta stagione, la Rai ha iniziato a presentare i nuovi cicli di episodi della serie sotto l’etichetta “L’Ispettore Coliandro – Il Ritorno”, seguita da un numero progressivo per i cicli successivi (Il Ritorno 2, e così via), una scelta di programmazione che riflette la natura irregolare e intermittente con cui la serie ha continuato a essere prodotta nel corso degli anni, con pause anche lunghe tra un ciclo di episodi e il successivo.

Questa numerazione non sempre coerente tra le varie fonti giornalistiche — che parlano a seconda dei casi di sette oppure otto stagioni complessive — riflette proprio questa caratteristica produttiva: più che una serie con stagioni annuali regolari, Coliandro è cresciuta nel tempo come una sequenza di ritorni televisivi, ciascuno negoziato di volta in volta tra la disponibilità degli interpreti, quella dei registi e le esigenze di palinsesto della rete.

Tra elogio e critica: come è stata ricevuta la serie

Il giudizio della critica italiana su L’Ispettore Coliandro è sempre stato diviso in modo abbastanza netto tra chi ne ha apprezzato l’originalità rispetto ai codici televisivi classici del poliziesco italiano e chi ne ha criticato i toni, giudicati a tratti eccessivi. Una recensione di Movieplayer, già alla seconda stagione, aveva sottolineato come la serie riuscisse a smarcarsi dalle convenzioni narrative e visive tipiche della fiction poliziesca generalista italiana, un elemento che resta probabilmente la ragione principale della sua sopravvivenza nel tempo come prodotto di culto.

Non sono mancate le critiche di segno opposto: una recensione di Avvenire, pubblicata in occasione di uno dei ritorni più recenti della serie, ha giudicato il tono complessivo “un po’ troppo volgare”, un rilievo che riflette la scelta dichiarata dai Manetti Bros. di rendere la versione televisiva del personaggio meno cupa e malinconica rispetto ai romanzi originali di Lucarelli, orientandola verso un registro più leggero e comico, costruito su casi di pura invenzione piuttosto che su un realismo crudo. È proprio in questa tensione tra leggerezza dichiarata e scorrettezza del linguaggio che la serie ha costruito, nel bene e nel male, la propria identità più riconoscibile.

Il poliziottesco anni Settanta come modello dichiarato

Uno degli aspetti più distintivi de L’Ispettore Coliandro è il suo rapporto esplicito con il poliziottesco, il filone di cinema crime italiano a basso costo che aveva conosciuto il proprio momento d’oro negli anni Settanta, con protagonisti duri e sbrigativi, spesso ai limiti della legalità nei propri metodi, alle prese con una criminalità organizzata rappresentata senza troppe sfumature morali. I Manetti Bros. hanno costruito Coliandro come un omaggio dichiarato a quella tradizione, filtrato però attraverso un registro ironico e autoconsapevole che il poliziottesco originale, quasi sempre giocato sul serio, non si concedeva.

Secondo l’analisi proposta dall’International Film Festival Rotterdam in occasione della retrospettiva dedicata ai Manetti Bros., i due registi hanno trovato proprio nel personaggio di Coliandro la chiave per reinterpretare in chiave televisiva contemporanea l’eredità del crime drama italiano degli anni Settanta — non una semplice citazione nostalgica, ma un vero e proprio tentativo di portare quel linguaggio visivo e narrativo dentro il formato seriale della televisione generalista, con risultati che la critica di settore ha riconosciuto negli anni come sempre più significativi.

Carlo Lucarelli: il creatore oltre Coliandro

Carlo Lucarelli, nato a Parma nel 1960, arriva a Coliandro da una carriera già consolidata come uno dei nomi più riconoscibili del noir italiano contemporaneo. Esordiente nel 1990 con il romanzo “Carta Bianca” per Sellerio, Lucarelli aveva poi proseguito con la serie di romanzi dedicati al commissario De Luca, costruendo negli anni un profilo di autore capace di muoversi con la stessa disinvoltura tra romanzo, saggistica e televisione.

Oltre a Coliandro, Lucarelli è il creatore della serie di romanzi dedicata a Grazia Negro, giovane detective di una squadra speciale anticrimine contro i serial killer, da cui è tratto il film Almost Blue, candidato al Gold Dagger britannico nel 2003 e tra le prime opere dell’autore tradotte in lingua inglese. Dal 1999 al 2009, Lucarelli ha inoltre condotto su Rai 3 Blu Notte – Misteri Italiani (nato come “Mistero in Blu”), programma dedicato ai grandi casi irrisolti della cronaca nera e del terrorismo italiano, che ha contribuito non poco a consolidare la sua immagine pubblica di narratore della parte più oscura della storia recente del paese. Nel 2010 ha inoltre fondato a Bologna la Bottega Finzioni, una scuola di scrittura per la serialità televisiva e cinematografica, segno di un impegno che va oltre la sola produzione narrativa personale per estendersi alla formazione di nuovi autori italiani di genere.

Giampaolo Morelli: dal cabaret alla questura di Bologna

Prima di diventare il volto definitivo di Coliandro, Giampaolo Morelli aveva costruito un percorso professionale che partiva da tutt’altro: dopo il liceo classico e un abbandono degli studi di giurisprudenza, si era fatto le ossa come illusionista e cabarettista prima di debuttare sullo schermo nel 1999 nella miniserie “Anni ‘60” di Carlo Vanzina. Il suo primo ruolo da protagonista arrivò nel 2001 con “South Kensington”, al fianco dell’attore britannico Rupert Everett, seguito da una serie di film italiani di inizio decennio — “Paz!” e “Amatemi” di Renato De Maria, “Dillo con parole mie” di Daniele Luchetti, “L’uomo perfetto” di Luca Lucini — oltre a comparse in fiction televisive come “Distretto di Polizia” su Canale 5 e “Il capitano” su Rai 2.

L’incontro con i Manetti Bros. per Coliandro nel 2006 avrebbe segnato uno spartiacque nella sua carriera, trasformandolo nel volto associato in modo quasi esclusivo al personaggio per il grande pubblico televisivo italiano. Il sodalizio con i due registi romani sarebbe proseguito ben oltre la serie poliziesca: tra il 2013 e il 2016, Morelli avrebbe alternato set cinematografici e televisivi diversi, incluso “Song’e Napule”, sempre diretto dai Manetti Bros., a conferma di una collaborazione artistica che è andata ben oltre la singola serie che li aveva fatti incontrare.

Perché non è mai arrivata una nona stagione

Dopo l’ottava stagione, trasmessa nel 2021, L’Ispettore Coliandro non ha più ricevuto un rinnovo ufficiale da parte della Rai. Carlo Lucarelli ha dichiarato pubblicamente di avere già pronte sei sceneggiature, scritte insieme al collaboratore Giampiero Rigosi, pronte per essere messe in produzione non appena si troverà un accordo sui tempi tra la disponibilità di Giampaolo Morelli, quella dei Manetti Bros. e la programmazione della Rai.

La situazione, come spesso accade per le serie che dipendono dalla sincronizzazione di più agende professionali di alto profilo, resta sospesa senza una data né una conferma definitiva: un copione già scritto e pronto, in attesa che le condizioni produttive si allineino per permettere alla serie di tornare dopo la pausa più lunga della sua storia quindicennale.

I meccanismi comici: come funziona l’umorismo di Coliandro

L’umorismo della serie si costruisce in gran parte sul contrasto tra le ambizioni del protagonista e i risultati concreti delle sue azioni: Coliandro si vede spesso come un investigatore capace e un seduttore infallibile, un’autopercezione che la realtà smentisce puntualmente, episodio dopo episodio, senza che il personaggio impari mai davvero dai propri errori. È un meccanismo comico classico — la distanza tra come un personaggio si vede e come viene effettivamente percepito dagli altri — applicato con costanza a un contesto crime che raramente, nella tradizione televisiva italiana, era stato trattato con questo grado di autoironia.

A differenza delle sitcom pure, però, la componente investigativa resta sempre presa sul serio sul piano della trama: i casi che Coliandro affronta non sono mai semplici pretesti comici, ma intrecci costruiti con una loro logica interna, spesso con un elemento di suspense reale. È proprio questa compresenza di un crime strutturato sul serio e di un protagonista trattato con piena ironia a rendere la formula della serie difficile da imitare, come dimostra il fatto che pochi altri prodotti della fiction italiana abbiano tentato con successo la stessa operazione di ibridazione tra generi.

Un confronto con l’investigatore eccentrico di tradizione anglosassone

Il modello dell’investigatore con tratti caratteriali eccentrici o difficili ha una lunga tradizione nella fiction poliziesca internazionale, da Sherlock Holmes in poi, passando per interpretazioni televisive contemporanee come Elementary o Sherlock, dove l’eccentricità del protagonista è però quasi sempre bilanciata da un’intelligenza superiore alla norma che ne giustifica i modi scontrosi o antisociali.

Coliandro ribalta deliberatamente questo schema: la sua eccentricità non nasconde un genio nascosto, ma una competenza investigativa reale seppur modesta, messa costantemente a rischio dai suoi stessi difetti caratteriali — l’opportunismo, l’impulsività, la scarsa disciplina professionale. Dove il detective eccentrico di tradizione anglosassone chiede allo spettatore di perdonare i modi scorretti in cambio di un’intelligenza fuori dal comune, Coliandro chiede qualcosa di più radicale: accettare un investigatore che risolve i casi nonostante se stesso, più che grazie alle proprie qualità, in un rovesciamento ironico di un’intera tradizione di genere.

Riconoscimenti e stima di settore

Al di là dei numeri di ascolto, mai paragonabili a quelli delle grandi fiction generaliste Rai, L’Ispettore Coliandro ha ricevuto un riconoscimento particolare e significativo: il Siulp, il sindacato italiano dei poliziotti, ha premiato la serie come il prodotto televisivo che meglio rappresenta la categoria — un’ironia non da poco per un personaggio costruito esplicitamente come anti-eroe pasticcione, a conferma di come il realismo quasi caricaturale del personaggio sia stato percepito, da chi il lavoro di polizia lo svolge davvero, come più autentico di molte rappresentazioni televisive più patinate.

Il nome Coliandro: un cognome che suona già come una battuta

Anche la scelta del cognome del protagonista partecipa della strategia comica complessiva della serie: “Coliandro” richiama foneticamente il coriandolo, la spezia dal sapore controverso che in italiano è anche associato ai coriandoli di carnevale, suggerendo fin dal nome un personaggio non del tutto serio, quasi caricaturale, ben prima che lo spettatore ne scopra il comportamento sullo schermo. È un dettaglio che Carlo Lucarelli aveva già costruito nei romanzi originali e che i Manetti Bros. hanno ereditato senza modificarlo, riconoscendo nella sonorità stessa del nome un’indicazione di tono già presente nel materiale di partenza.

Questo tipo di attenzione al dettaglio onomastico non è casuale nella tradizione del genere crime italiano: nomi evocativi o leggermente comici per protagonisti non convenzionali sono una costante che risale fino al poliziottesco anni Settanta a cui la serie guarda esplicitamente come modello, un filone che amava personaggi dai nomi memorabili quanto improbabili, costruiti apposta per restare impressi al pubblico delle sale cinematografiche di seconda visione.

L’eredità di una serie di nicchia diventata un piccolo classico

A quindici anni dall’ultima stagione andata in onda, L’Ispettore Coliandro occupa una posizione particolare nel panorama della televisione italiana contemporanea: non un successo di ascolti paragonabile alle grandi fiction generaliste Rai, ma un prodotto che ha costruito negli anni un pubblico fedele e trasversale, capace di apprezzare un registro che la fiction italiana tradizionale raramente si concede, fatto di autoironia dichiarata e di un protagonista che non chiede mai allo spettatore di ammirarlo sul serio.

Il riconoscimento arrivato dal Rotterdam Film Festival nel 2024, con l’inclusione di un episodio della serie in una retrospettiva dedicata ai Manetti Bros., conferma come la critica internazionale abbia iniziato a guardare a Coliandro non più come a un semplice prodotto televisivo di consumo, ma come a un tassello significativo nel percorso artistico di due dei registi italiani più originali della propria generazione — una rivalutazione che il personaggio nato dalla penna di Carlo Lucarelli nel 1991 probabilmente non si aspettava di ricevere, ma che racconta bene quanto certe operazioni apparentemente minori possano rivelarsi, con il tempo, più influenti di quanto sembrassero al momento della loro uscita.

Dove vedere L’Ispettore Coliandro in streaming

Tutte le stagioni de L’Ispettore Coliandro sono disponibili gratuitamente su RaiPlay, nella sezione fiction della piattaforma, dove le repliche vengono caricate al termine di ogni passaggio in diretta e restano consultabili insieme alle stagioni precedenti già archiviate. Alcune stagioni sono inoltre disponibili su Amazon Prime Video.

L’Ispettore Coliandro e il crime italiano: un confronto

Rispetto ad altre produzioni crime italiane più recenti, L’Ispettore Coliandro condivide con Il Segno del Comando l’ambientazione di un’Italia di provincia carica di atmosfera — Bologna al posto della Roma esoterica — pur muovendosi su un registro completamente opposto: dove lo sceneggiato RAI del 1971 costruiva un’inquietudine gotica fatta di sottrazione e ambiguità, Coliandro gioca tutto sull’eccesso comico e sulla scorrettezza dichiarata del proprio protagonista, in un crime che non ha paura di prendersi in giro da solo.

La longevità della serie, capace di attraversare quindici anni di cambiamenti nel panorama televisivo italiano restando sostanzialmente fedele alla propria formula originaria, la rende un caso raro di prodotto di nicchia sopravvissuto grazie a un pubblico fedele piuttosto che a un grande investimento promozionale, un modello che diverse produzioni più recenti della Rai hanno provato, con risultati alterni, a replicare.

Domande frequenti

In che ordine vedere L’Ispettore Coliandro?

La serie segue un ordine cronologico semplice per stagioni, dalla prima (2006) all’ottava (2021), ciascuna composta da episodi autoconclusivi con un’unica indagine principale. Non è necessario seguire un ordine diverso da quello di uscita: ogni stagione introduce gli sviluppi della vita personale e professionale del protagonista rispetto alla precedente.

Di cosa parla L’Ispettore Coliandro?

La serie segue le indagini di Coliandro, un ispettore di polizia della questura di Bologna goffo, impulsivo, politicamente scorretto ma fondamentalmente onesto, alle prese con casi criminali spesso complicati dalla sua vita sentimentale movimentata e dai rapporti difficili con i colleghi.

Chi interpreta l’Ispettore Coliandro?

Giampaolo Morelli interpreta l’ispettore Coliandro dal debutto della serie nel 2006, in tutte le otto stagioni trasmesse su Rai 2, diventando il volto più riconoscibile del personaggio nato dalla penna di Carlo Lucarelli.

L’Ispettore Coliandro è basato su libri?

Sì. Il personaggio nasce dal racconto ‘Nikita’ (1991) di Carlo Lucarelli, per poi tornare nei romanzi ‘Falange armata’ (1993) e ‘Il giorno del lupo’ (1994), raccolti in un unico volume da Einaudi nel 2009. Il primo episodio della serie TV è tratto proprio da ‘Il giorno del lupo’.

Chi dirige L’Ispettore Coliandro?

La serie è diretta dai Manetti Bros. (Antonio e Marco Manetti) fin dalla prima stagione, con l’aggiunta di Milena Cocozza alla regia a partire dal 2021. Sono anche i registi del film pluripremiato Ammore e Malavita.

Quante stagioni ha L’Ispettore Coliandro?

La serie conta otto stagioni trasmesse su Rai 2 tra il 2006 e il 2021, per un totale di 34 episodi. Una nona stagione non è mai stata ufficialmente confermata, nonostante Carlo Lucarelli abbia dichiarato di avere già pronte sei sceneggiature.

Come finisce L’Ispettore Coliandro?

La serie non ha un vero e proprio finale conclusivo: l’ottava stagione, andata in onda nel 2021, si chiude senza risolvere in modo definitivo gli archi narrativi del protagonista, lasciando aperta la possibilità — mai confermata dalla Rai — di una futura nona stagione.

Ci sarà una nona stagione di Coliandro?

Non è stata confermata. Carlo Lucarelli ha dichiarato di avere già scritto sei sceneggiature insieme a Giampiero Rigosi, ma la produzione dipende dalla disponibilità di Giampaolo Morelli, dei Manetti Bros. e dalla decisione della Rai di rimettere in produzione la serie.

Dove vedere L’Ispettore Coliandro in streaming?

La serie è disponibile su RaiPlay con tutte le stagioni pubblicate gratuitamente, e alcune stagioni sono presenti anche su Amazon Prime Video.

Perché L’Ispettore Coliandro è considerato diverso dai polizieschi italiani classici?

Perché ribalta l’archetipo del poliziotto eroico tipico della fiction italiana: Coliandro è pasticcione, testardo, opportunista, politicamente scorretto, spesso più vicino per metodi ai criminali che insegue che ai colleghi che lo circondano, in un mix di commedia e crime influenzato dal cinema di genere italiano degli anni Settanta.

Carlo Lucarelli ha altre serie TV oltre a Coliandro?

Sì. Lucarelli è anche creatore della serie dedicata all’ispettrice Grazia Negro (da cui è tratto il film Almost Blue) e per anni ha condotto il programma Blu Notte - Misteri Italiani, dedicato ai grandi casi irrisolti della cronaca nera italiana.

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