Killing Eve (2018-2022): Villanelle, Eve Polastri e il thriller di spionaggio più originale del decennio
Villanelle è la prima cosa che si nota.
Non perché abbia ucciso qualcuno. Non perché stia per farlo. Perché quando entra in una scena — qualsiasi scena — è impossibile guardare altro. C’è qualcosa nel modo in cui Jodie Comer porta il personaggio che cattura l’attenzione con la precisione di un predatore che sa esattamente cosa sta facendo: sembrare divertente, innocente, leggera, mentre è la cosa più pericolosa nella stanza.
Killing Eve ha costruito la propria identità su questa paradossalità. Un thriller di spionaggio in cui il villain è il personaggio più magnetico. Un cat-and-mouse in cui il gatto e il topo si ammirano vicendevolmente. Un racconto di violenza che è divertente guardare.
Di cosa parla Killing Eve: l’agente e l’assassina
Eve Polastri (Sandra Oh) è un’agente MI5 con una specializzazione in profili psicologici — in particolare, sulle donne assassine. È brava nel suo lavoro, è annoiata dal suo lavoro. La routine dell’intelligence non le dà quello che cerca, che è qualcosa che non riesce a nominare con precisione.
Poi arriva Villanelle. Assassina al servizio di The Twelve — un’organizzazione criminale internazionale — con un modus operandi che non somiglia a nulla di catalogato. Creativa, varia, quasi artistica nella scelta dei metodi. Eve viene incaricata di investigare.
Quello che dovrebbe essere un’indagine professionale diventa un’ossessione reciproca. Villanelle è affascinata da Eve perché Eve la capisce — o almeno capisce come funziona la sua mente. Eve è affascinata da Villanelle perché Villanelle è tutto quello che Eve non può essere: libera dalle regole, dalla morale convenzionale, dall’identità che la società ha costruito attorno a lei.
La serie usa la struttura del thriller di spionaggio per raccontare qualcosa di completamente diverso: due donne che si specchiano l’una nell’altra, che si attraggono e si respingono, che non possono smettere di pensarsi anche quando sarebbe letteralmente più sicuro farlo.
Jodie Comer come Villanelle: la performance dell’anno
Jodie Comer aveva trentaquattro anni quando ha vinto l’Emmy per Killing Eve — e la performance lo meritava.
Villanelle è un personaggio che richiede all’attore di fare cose che si escludono a vicenda: essere simpatico e spaventoso insieme, essere divertente e minaccioso nello stesso momento, passare dall’allegria alla violenza senza segnalarlo in anticipo. Comer riesce in tutte e tre, spesso nella stessa scena.
La capacità più impressionante di Comer nel ruolo è quella di rendere credibili i travestimenti di Villanelle — il personaggio cambia lingue, accenti, posture, personalità a seconda delle missioni, e Comer porta ogni versione come se fosse il personaggio principale di una serie diversa. La Villanelle inglese è diversa dalla Villanelle russa è diversa dalla Villanelle francese — non solo nell’accento, ma nel corpo, nello sguardo, nel ritmo.
Il momento in cui la serie capisce di avere trovato l’attrice giusta è il pilot: Villanelle che spinge gelato in faccia a una bambina con un sorriso, senza ragione apparente, per pura malvagità giocosa. Comer fa sì che la scena sia spaventosa e esilarante insieme — un equilibrio che la serie non avrebbe potuto reggere senza di lei.
Sandra Oh e Eve: la normalità come tensione
Sandra Oh era già famosa per Grey’s Anatomy — quindici stagioni come Cristina Yang, uno dei personaggi più amati della serialità americana. In Killing Eve porta qualcosa di completamente diverso.
Eve Polastri è, almeno all’inizio, ordinaria. Non è bella nel senso hollywoodiano, non è particolarmente eroica, non è coraggiosa nel senso convenzionale. È una donna intelligente in un lavoro che non la soddisfa, con un marito gentile che non la capisce, con una vita che sente troppo piccola per quello che è davvero.
Oh porta Eve con una specificità psicologica che trasforma quello che avrebbe potuto essere il personaggio meno interessante — l’agente che insegue il villain più cool — in qualcosa di altrettanto complesso di Villanelle. La progressione di Eve — da agente ordinaria a donna che ha infranto ogni regola, tradito ogni persona di cui si fidava, fatto cose che non avrebbe mai creduto di poter fare — è uno dei migliori archi di personaggio nella serialità del decennio.
Phoebe Waller-Bridge e il tono della prima stagione
La prima stagione di Killing Eve è scritta da Phoebe Waller-Bridge — già autrice e protagonista di Fleabag (BBC, 2016-2019), la serie che le aveva dato il riconoscimento della critica.
Il tono della prima stagione di Killing Eve porta il marchio Waller-Bridge: ironia acuta, dialogo brillante, un’umanità imperfetta e riconoscibile sotto la superficie dei personaggi, la capacità di trovare humor in situazioni che non dovrebbero essere divertenti.
Questa voce cambia dalle stagioni 2 in poi — ognuna scritta da un autore diverso (Emerald Fennell, Suzanne Heathcote, Laura Neal). Il cambiamento è visibile e divide il pubblico. Chi preferisce le stagioni successive apprezza la varietà; chi preferisce la prima sente la perdita di una coerenza creativa.
La struttura del thriller sovvertita
Killing Eve usa la struttura del thriller di spionaggio come punto di partenza e poi la sovverte sistematicamente.
In un thriller convenzionale, l’agente e il criminale si fronteggiamo — la tensione viene dall’antagonismo. Killing Eve sostituisce l’antagonismo con qualcosa di più complicato: attrazione, empatia, comprensione reciproca. Eve e Villanelle si capiscono come nessun altro personaggio nella serie le capisce — e questa comprensione è più inquietante dell’antagonismo puro.
La serie è spesso citata come esempio di “female gaze” — una narrazione che guarda ai personaggi femminili attraverso una prospettiva che le tradizioni del thriller hanno raramente adottato. Eve non è il detective generico; Villanelle non è il villain convenzionale. Sono due persone specifiche con una relazione specifica che la struttura del thriller non aveva gli strumenti per contenere.
Le stagioni di Killing Eve: qualità variabile
Stagione 1 (2018, 8 episodi): la più acclamata dalla critica — un thriller originale e divertente, con una Villanelle memorabile e una Eve credibile nella propria trasformazione.
Stagione 2 (2019, 8 episodi): scritta da Emerald Fennell (futura regista di Promising Young Woman). Introduce nuovi personaggi e approfondisce The Twelve. Meno compatta della prima, ma con momenti eccellenti.
Stagione 3 (2020, 8 episodi): la più discontinua. Introduce Villanelle a Mosca dalla propria famiglia d’origine — materiale interessante — ma la struttura episodica è meno coerente.
Stagione 4 (2022, 8 episodi): porta la storia alla conclusione, con un finale che ha diviso profondamente i fan. La morte di Villanelle su Tower Bridge è stata percepita da molti come insoddisfacente rispetto alla complessità costruita nelle tre stagioni precedenti.
Carolyn Martens e gli altri: il cast di supporto
Killing Eve funziona perché i personaggi attorno a Eve e Villanelle hanno abbastanza spessore da non essere semplici comparse.
Carolyn Martens (Fiona Shaw) — la superiore di Eve nell’MI6 — è uno dei personaggi più interessanti della serie. Impassibile, ironica, con un passato nell’intelligence che non viene mai completamente rivelato, Carolyn è il tipo di donna di potere che la fiction raramente sa ritrarre senza farla diventare villain o vittima. Shaw porta il personaggio con una leggerezza che nasconde qualcosa di più oscuro — la sua storia con Konstantin (Kim Bodnia) è uno dei subplot meglio gestiti delle prime stagioni.
Konstantin Vasiliev (Kim Bodnia) è il contatto/supervisore di Villanelle — un uomo dei servizi segreti russi con una morale ambigua e un’umanità che nessun personaggio del tipo dovrebbe avere. La relazione tra Konstantin e Villanelle — quasi paterna, quasi professionale, sempre complicata — è uno dei ritmi della serie.
Niko Polastri (Owen McDonnell), il marito di Eve, è il personaggio più trattato male dalla serie — ed è intenzionale. È gentile, è innocuo, è esattamente il tipo di uomo che Eve non sa come amare. Il modo in cui la serie lo tratta — progressivamente più marginalizzato man mano che Eve si immerge nell’ossessione per Villanelle — è uno dei commenti più precisi che Killing Eve fa sul tipo di vita che Eve stava vivendo prima.
I costumi di Villanelle: la moda come identità
Una delle firme visive più riconoscibili di Killing Eve è il guardaroba di Villanelle.
I costumi della prima stagione (disegnati da Charlotte Mitchell) hanno trasformato Villanelle in un’icona della moda: abiti dalle linee nette, colori saturi, qualcosa di sempre fuori posto rispetto all’ambiente in cui Villanelle si trova — troppo bello per essere pratico, troppo evidente per essere discreto.
Ma i costumi non sono decorazione. Villanelle usa il guardaroba come maschera — ogni abito è un personaggio, un’identità provvisoria che porta con la stessa facilità con cui cambia accento. Quando è in missione, i vestiti fanno parte del travestimento. Quando è libera, i vestiti dicono qualcosa di vero: Villanelle ama il bello, ama il costoso, ama il fuori posto.
L’abito rosa bubblegum con le ruches che Villanelle indossa in una delle scene più memorabili della prima stagione — seduta su un letto di lusso, con un abito da principessa fiabesca, in una situazione che non ha nulla di fiabesco — è diventato uno dei momenti di costume più citati della serialità recente.
The Twelve: il villain nell’ombra
Ogni serie di spionaggio ha bisogno di un’organizzazione criminale nell’ombra — Killing Eve ha The Twelve.
The Twelve è l’organizzazione al servizio della quale Villanelle lavora — ma per molte stagioni rimane volutamente nebulosa. Chi sono? Cosa vogliono? Quante persone ci sono? La serie è avara di risposte precise, il che è una scelta stilistica: The Twelve funziona meglio come presenza che come istituzione dettagliata.
La quarta stagione cerca di dare finalmente una forma concreta a The Twelve — con risultati dibattuti. Alcuni fan trovano che la chiarezza finale tolga mistero; altri che fosse necessaria per una conclusione soddisfacente.
Il problema reale è che The Twelve, come villain istituzionale, non riesce mai a essere interessante quanto Villanelle come villain individuale — e la serie funziona meglio quando si concentra sul secondo.
La musica: una colonna sonora fuori da ogni canone
La colonna sonora di Killing Eve è un elemento spesso sottovalutato ma fondamentale per il tono della serie.
Le scelte musicali — curate per le prime stagioni da David Holmes — evitano il thriller convenzionale e puntano su qualcosa di più eclettico: pop degli anni ‘80, musica da camera, folk est-europeo, brani da cabarets anni ‘30. Il risultato è una serie che suona come nessun altro thriller sulla televisione.
La scena di apertura della seconda stagione — Villanelle che girovaga per Parigi dopo gli eventi del finale della prima, con una musica che non corrisponde a nessuno degli stati d’animo che il personaggio dovrebbe avere — è uno degli usi musicali più efficaci della serie.
Killing Eve e il thriller di spionaggio: confronti
Homeland (Showtime, 2011-2020) è il confronto più immediato nel genere — CIA, operazioni internazionali, la tensione tra intelligence e politica. Ma Homeland è seria e pesante dove Killing Eve è ironica e leggera; Homeland usa lo spionaggio come dramma morale, Killing Eve come pretesto per una storia di ossessione.
The Americans (FX, 2013-2018) affronta il tema dell’identità doppia e del costo emotivo dello spionaggio con una profondità psicologica che Killing Eve non persegue — Killing Eve è più veloce, più pop, meno interessata alla dimensione politica dello spionaggio e più a quella relazionale.
Fleabag (BBC, 2016-2019) — scritta dalla stessa Phoebe Waller-Bridge che ha firmato la prima stagione di Killing Eve — condivide con questa serie il tono: ironia come armatura, personaggi femminili che non si comportano come la fiction li vuole, umorismo che non esclude il dolore. Sono due opere molto diverse, ma portano la stessa firma creativa.
Le location: da Londra a Parigi, da Roma a Mosca
Killing Eve è una serie che si sposta — le missioni di Villanelle portano la storia in tutta Europa, e la varietà delle location è parte dell’identità visiva.
Londra è la base operativa di Eve — grigia, burocratica, piena di uffici e riunioni e procedure. Parigi è la città di Villanelle nella prima stagione — piani Haussmann, appartamenti di lusso, mercati affollati. La seconda stagione si sposta verso altri ambienti europei; la terza porta Villanelle in Russia, a Mosca, dalla famiglia biologica che non aveva mai citato.
La scelta delle location non è casuale. Ogni città dice qualcosa sui personaggi che ci vivono: Londra è la vita ordinaria di Eve, Parigi è il mondo in cui Villanelle si sente a casa, Mosca è l’origine che Villanelle ha abbandonato — e che rivela qualcosa di difficile da elaborare sulla sua formazione.
La serie usa i budget BBC/AMC con intelligenza: non tutte le scene girate in “Francia” sono state girate in Francia, ma la costruzione visiva è abbastanza credibile da non distrarre.
Villanelle e l’identità di genere
Nella quarta stagione, Killing Eve affronta esplicitamente la questione dell’identità di genere di Villanelle — con un episodio centrato sull’esplorazione da parte del personaggio di quella dimensione della propria vita.
La scelta è stata accolta con reazioni miste. Chi la considera un approfondimento coerente di un personaggio che ha sempre giocato con le aspettative di genere (Villanelle porta abiti femminili e maschili con la stessa disinvoltura, assume identità diverse senza attrito) la vede come un sviluppo naturale. Chi la considera un tentativo della produzione di aggiungere rappresentazione a un personaggio già ben definito la trova forzata.
In ogni caso, l’episodio in questione — con Villanelle che sperimenta diverse presentazioni di genere in contesti diversi — è uno dei momenti più interessanti della quarta stagione, indipendentemente dalla valutazione sulla sua riuscita narrativa.
Il pubblico femminile e il fenomeno culturale
Killing Eve è diventata rapidamente un fenomeno culturale che va oltre i numeri di ascolto — uno show di cui si parla, che viene condiviso, che genera discussione online.
Parte del motivo è Villanelle stessa: un villain che il pubblico vuole vedere vincere è raro, e Villanelle ha quel magnetismo. Le fan fiction, i thread, i video essay su Villanelle online sono nell’ordine delle centinaia di migliaia.
Parte del motivo è la tensione Eve/Villanelle: uno degli “ships” più popolari della serialità del decennio, supportato da un pubblico che ha trovato nella coppia un tipo di intensità emotiva che le coppie romantiche convenzionali raramente producono.
La controversia sul finale — accusato di “bury your gays” per aver ucciso Villanelle — ha ulteriormente amplificato la presenza della serie nel discorso pubblico sulla rappresentazione LGBTQ+ nella televisione.
La regia: estetica pop con momenti di violenza precisa
Killing Eve non ha un singolo regista dominante — ogni episodio è stato diretto da autori diversi nel corso delle quattro stagioni. Eppure la serie mantiene una coerenza visiva riconoscibile.
L’estetica è quella del thriller europeo contemporaneo: colori saturi, inquadrature precise, una preferenza per gli spazi aperti e luminosi rispetto all’oscurità che la tradizione del genere suggerirebbe. La violenza di Villanelle è quasi sempre mostrata con una strana leggerezza — veloce, pulita, spesso accompagnata da musica incongrua — che la rende più inquietante, non meno.
I momenti migliori della regia di Killing Eve sono quelli in cui la camera segue Villanelle attraverso spazi pubblici — mercati, strade, musei — dove il personaggio si muove con una fluidità che gli altri non hanno. C’è qualcosa in come Comer porta il corpo del personaggio — una proprietà dello spazio che gli attori raramente riescono a comunicare con la stessa chiarezza — che la regia amplifica scegliendo le inquadrature giuste.
L’impatto culturale: da BBC America al mainstream globale
Killing Eve non è partita da una grande rete. BBC America era un canale di nicchia — nota per Doctor Who e qualche importazione britannica — quando ha lanciato Killing Eve nel 2018. La serie ha trasformato la percezione del canale e ha trovato un pubblico internazionale che le grandi produzioni avevano mancato.
Il passaggio da BBC America ad AMC nella quarta stagione ha segnato l’ingresso definitivo della serie nella serialità mainstream americana — e ha anche coinciso con un calo di ascolti e di ricezione critica che ha alimentato la narrativa del “troppo grande, troppo tardi.”
Ma l’impatto culturale di Killing Eve ha preceduto i numeri. Il personaggio di Villanelle ha generato un tipo di engagement sui social — fan art, teoria narrativa, thread analitici — che raramente una serie di spionaggio produce. Jodie Comer è diventata un nome internazionale grazie al ruolo, e il suo lavoro successivo (Free Guy, The Last Duel, Ridley Scott, teatro a Londra e Broadway con The Effect di Lucy Kirkwood) ha confermato che la popolarità era meritata.
Dove vedere Killing Eve in streaming in Italia

Killing Eve — tutte e 4 le stagioni — è disponibile su Apple TV+ in Italia.
Domande frequenti
Killing Eve vale la pena dopo la prima stagione? La prima stagione è eccezionale. Le successive sono più variabili — alcune sequenze magnifiche, struttura complessiva meno coesa. Se la prima stagione ti ha convinto, le altre hanno abbastanza da offrire da giustificare la visione, con la consapevolezza che il picco è stato raggiunto all’inizio.
Perché il finale di Killing Eve è stato così controverso? Il finale uccide Villanelle in modo che molti fan hanno percepito come “bury your gays” — il tropo narrativo in cui i personaggi LGBTQ+ vengono eliminati alla fine, spesso proprio quando raggiungono la felicità. La showrunner ha contestato questa lettura, ma la critica è rimasta diffusa online.
Cosa leggere dopo Killing Eve? I romanzi di Luke Jennings — Codename Villanelle, No Tomorrow, Die For Me, Endgame — offrono una versione alternativa della storia. Le differenze dalla serie sono significative.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.