The Rain: guida completa alla serie danese Netflix — trama, 3 stagioni, personaggi e finale spiegato
La pioggia cade.
E non smette mai di essere mortale.
The Rain parte da una premessa semplice quanto devastante: in Scandinavia, un virus trasmesso attraverso l’acqua piovana ha sterminato quasi tutta la popolazione. Non è una guerra, non è un’invasione aliena, non è un disastro nucleare. È la pioggia — quella cosa che arriva ogni giorno, inevitabile e silenziosa, che di colpo diventa il nemico più implacabile che esista.
Simone (Alba August) e Rasmus (Lucas Lynggaard Tønnesen) sono due fratelli che hanno trascorso sei anni in un bunker sotterraneo costruito dal padre, scienziato dell’Apollon Corporation. Quando escono, non trovano il mondo che ricordavano. Trovano silenzio, foreste che hanno ripreso il loro territorio, e altri sopravvissuti che hanno imparato a fare cose che prima sembravano impensabili.
La serie danese di Netflix — tre stagioni, venti episodi, prodotta tra il 2018 e il 2020 — è più di una storia di sopravvivenza. È una storia su cosa sopravvive dentro le persone quando tutto il resto è finito.
Di cosa parla The Rain: la trama dall’inizio
Prima dell’apocalisse, Simone ha quattordici anni e Rasmus ne ha otto. Il padre — Frederik Andersen, scienziato di alto rango nell’Apollon Corporation — li porta in un bunker di emergenza poco prima che la pioggia cominci a cadere. La madre rimane fuori. Non la rivedranno mai più.
Il bunker è progettato per resistere anni. Ha cibo, acqua purificata, sistemi di comunicazione. Frederik lascia ai figli tutto il necessario per sopravvivere, promettendo di tornare. Non torna.
Sei anni dopo, le riserve si stanno esaurendo. Simone prende la decisione: devono uscire. Quello che trovano fuori è un Danimarca trasformata in zona di pericolo, dove i sopravvissuti si sono organizzati in gruppi spesso violenti, dove non ci si fida di nessuno per default, e dove la pioggia rimane letale.
Il gruppo che Simone e Rasmus incontrano presto — composto da Beatrice, Martin, Lea, Jean, Patrick — diventa la loro famiglia improvvisata. Insieme cercano prima di sopravvivere, poi di trovare Frederik, poi di capire cosa ha causato il virus e se esiste una cura.
La struttura narrativa delle prime stagioni è quella di un road movie post-apocalittico: ogni episodio porta il gruppo in un nuovo posto, rivela nuove informazioni sul mondo cambiato, e costruisce il carattere dei personaggi attraverso le scelte impossibili che sono costretti a fare. Non è la trama in sé a essere interessante — è il ritmo con cui viene svelata.
C’è un elemento che la serie gestisce con insolita intelligenza: la struttura corporativa del disastro. Il virus non è frutto di un incidente naturale o di una guerra — è stato creato intenzionalmente da una società privata, l’Apollon Corporation, per uno scopo che non viene chiarito immediatamente. Questo dettaglio trasforma The Rain da storia di sopravvivenza in qualcosa di più specifico: un’indagine su cosa succede quando il potere economico produce catastrofi ambientali e poi cerca di gestirne le conseguenze invece di subirle. Il padre di Simone e Rasmus, Frederik Andersen, non è una vittima — è un collaboratore. Non lo scopriamo subito, ma il seme è piantato dal primo episodio. La serie costruisce la sua tensione morale non solo sul “come sopravvivere” ma sul “chi sapeva e perché non ha detto nulla.”
Il cast: Alba August e Lucas Lynggaard Tønnesen
Alba August è la rivelazione della serie. Figlia della coppia di attori danesi Pernille August e Bille August (regista de Le onde del destino e Il sapore della ciliegia), porta a Simone una maturità che trascende l’età del personaggio. Simone è il tipo di protagonista che raramente vediamo nelle storie di sopravvivenza: qualcuno che fa scelte terribili per ragioni comprensibili, che porta il peso della protezione del fratello come se fosse l’unico scopo della propria vita, e che deve imparare — nel corso di tre stagioni — che proteggere qualcuno non significa tenerlo sotto una campana di vetro.
Lucas Lynggaard Tønnesen costruisce Rasmus in modo più graduale. Nella prima stagione è il fratello minore da proteggere, quasi un peso narrativo più che un personaggio. Nella seconda e terza stagione, quando la sua condizione di portatore del virus viene rivelata e poi explorata, diventa il cuore tematico dell’intera serie. Rasmus è la domanda che The Rain pone senza mai rispondere davvero: se sai di essere una minaccia per tutto ciò che ami, cosa sei disposto a fare per esistere?
Mikkel Boe Følsgaard, nei panni del carismatico e ambiguo Martin, è il punto di tensione romanticamente carica della serie — il tipo di personaggio che ogni buona storia post-apocalittica ha bisogno, perché la sopravvivenza diventa interessante solo quando ci si chiede per cosa, e per chi, vale la pena sopravvivere. Martin non è semplicemente l’interesse romantico di Simone: è il personaggio che rappresenta la pragmaticità dura della sopravvivenza contro l’idealismo di Simone. Quando i due entrano in conflitto su come gestire una situazione pericolosa, raramente si tratta di buoni contro cattivi — si tratta di due visioni del mondo incompatibili che devono coesistere.
Il gruppo secondario merita menzione separata. Lea (Jessica Dinnage), Jean (Lukas Løkken), Beatrice (Angela Bundalovic) e Patrick (Sonny Lindberg) sono costruiti con cura sufficiente da non essere intercambiabili tra loro. Ognuno porta un background specifico, una strategia di sopravvivenza diversa, e un modo di rapportarsi al pericolo che produce dinamiche variabili. In molte serie post-apocalittiche, il gruppo è pretesto narrativo per mettere in scena conflitti e perdite. The Rain lavora diversamente: ogni membro del gruppo porta una domanda specifica sulla natura umana, e quelle domande si rispondono attraverso le azioni, non attraverso i dialoghi.
Stagione 1: il bunker, il virus e la prima luce
La prima stagione di The Rain è la più forte delle tre, e non è un caso. Ha il vantaggio della scoperta: il mondo è appena uscito dalla scatola, i personaggi sono ancora misteri che si svelano lentamente, e ogni informazione su cosa è successo ha il peso di una rivelazione.
Gli otto episodi costruiscono il gruppo con attenzione. Ogni personaggio ha la sua storia pre-apocalisse, e la serie usa i flashback con parsimonia — abbastanza da dare contesto, non abbastanza da rallentare il ritmo. L’equilibrio è quasi perfetto.
La prima stagione introduce anche l’Apollon Corporation come antagonista ombra: l’azienda che ha creato il virus, che lo ha rilasciato (intenzionalmente o meno), e che ora cerca di gestire le conseguenze. È un villain istituzionale più che personale, il che è una scelta interessante in un genere dove tendono a prevalere i cattivi con il volto.
Il finale della prima stagione è un’escalation calibrata: una perdita che cambia la dinamica del gruppo, una rivelazione sulla natura di Rasmus, e un cliffhanger che funziona perché ha guadagnato il diritto di esistere.
Stagione 2: Apollon, il padre e la natura di Rasmus
La seconda stagione è la più complicata da valutare. Introduce elementi nuovi — incluso il padre dei protagonisti, finalmente ritrovato, con tutto il bagaglio di tradimento e colpa che porta con sé — e sposta il focus dalla sopravvivenza fisica alla sopravvivenza morale.
La rivelazione centrale della seconda stagione è che Rasmus non è solo immune al virus: è un portatore attivo. Il virus si è integrato nella sua biologia in modo unico, rendendolo al tempo stesso ospite e potenziale arma. Apollon lo vuole per studiarlo, per estrarre da lui la chiave di una cura. O forse per qualcosa di più oscuro.
Questa storyline funziona quando si concentra sulla dimensione psicologica di Rasmus — un ragazzo che scopre di essere letteralmente pericoloso per tutti quelli che ama — e diventa più convenzionale quando si traduce in inseguimenti e confronti fisici. La serie è più brava a esplorare l’interiore che l’esteriore, e la seconda stagione a volte dimentica questa sua forza.
Il ritmo a sei episodi (rispetto agli otto della prima) si sente: alcune transizioni sono brusche, alcuni archi personali vengono accelerati in modi che fanno perdere sfumatura. Ma il finale della seconda stagione recupera terreno, ponendo le basi per una terza stagione che sa dove vuole andare.
L’ambiguità morale della stagione 2. Il personaggio di Frederik Andersen — il padre che aveva promesso di tornare e non è tornato, che aveva costruito il bunker come atto di amore ma anche come conseguenza di quello che sapeva sulla creazione del virus — porta nella seconda stagione il tipo di confronto padre-figlio che la serie aveva rimandato deliberatamente. Non è un villain tradizionale: è un uomo che ha fatto scelte terribili per ragioni comprensibili, convinto di poter controllare le conseguenze. Non ci è riuscito. La relazione tra lui e Simone è il centro emotivo della seconda stagione, e la serie ha la pazienza di non risolverla in modo semplice.
Stagione 3: il finale di The Rain spiegato
La terza stagione è la più ambiziosa e la più divisa dalla critica. Rasmus, convinto di essere il portatore di una nuova forma di esistenza per l’umanità — non una malattia, ma un’evoluzione — si allea con Apollon per una visione che i suoi stessi compagni non possono accettare. L’azienda, nella sua ultima incarnazione, non è più interessata a una cura: è interessata a usare Rasmus come strumento per un nuovo ordine mondiale.
La dinamica fratello-sorella diventa il cuore della terza stagione. Simone deve scegliere tra la lealtà verso Rasmus e la necessità di fermarlo. Non è un villain classico — Rasmus non è diventato malvagio, è diventato convinto, che è in molti modi più difficile da affrontare. La serie ha il coraggio di non renderlo un antagonista piatto: lo lascia essere tragico, e questo funziona.
Il finale è il momento più polarizzante di The Rain. Rasmus si sacrifica. Il suo corpo si trasforma in un fiore — un simbolo visivo che o funziona o non funziona a seconda di quanto si è disposti a accettare la logica interna della serie — che assorbe e neutralizza il virus nell’ambiente circostante. La pioggia torna ad essere innocua. Il mondo riprende.
Simone guarda il fratello dissolversi. Il mondo è salvo. Ma non è un lieto fine, o almeno non è un lieto fine semplice: è una perdita mascherata da vittoria, e questo è il tipo di conclusione che The Rain meritava.
La logica interna del sacrificio. La terza stagione costruisce il suo finale attorno a un’idea che l’intera serie aveva preparato dall’inizio: Rasmus non può essere curato perché il virus non è più separabile da lui. È diventato parte del suo DNA, della sua identità biologica. Curarlo significherebbe eliminarlo. Il sacrificio finale non è quindi solo un atto di altruismo — è la conseguenza inevitabile di quello che Rasmus è diventato, e la serie è abbastanza onesta da non presentarlo come una scelta facile. Rasmus non vuole morire. Vuole esistere. Ma esistere significa mettere in pericolo tutto ciò che ama, e questa è una forma di trappola da cui non esiste uscita senza perdita.
La scrittura della terza stagione è discussa perché accelera in modo forse troppo netto la trasformazione ideologica di Rasmus. Il salto dal “portatore innocente” al “profeta di una nuova umanità” avviene in modo che alcuni trovano poco convincente. È una critica legittima — la seconda stagione imposta il conflitto, ma la terza lo porta a destinazione più velocemente di quanto la costruzione dei personaggi suggerirebbe come naturale. Detto questo, la scena finale — Simone che guarda, il fiore che assorbe tutto, il silenzio dopo — è una delle più riuscite della serie nella sua capacità di creare malinconia senza sentimentalismo.
The Rain e le serie post-apocalittiche: dove si colloca
Il genere post-apocalittico ha una tradizione solida sulle piattaforme streaming, e The Rain si inserisce in modo interessante in quel panorama nordico che ha imparato a fare della malinconia e della vastità paesaggistica un linguaggio narrativo.
Rispetto alle grandi produzioni americane, The Rain ha un ritmo più lento, meno azione per azione’s sake, e più attenzione alle conseguenze psicologiche delle scelte. È una serie che si prende il tempo di stare con i suoi personaggi invece di correre verso la prossima sequenza d’azione.
Il confronto naturale è con Silo, la serie Apple TV+ ambientata in un bunker post-catastrofe: entrambe partono dall’idea di un’umanità costretta in uno spazio limitato dalla minaccia esterna, e entrambe usano questa struttura per esaminare cosa significa fidarsi di un’istituzione che ti ha salvato ma che potrebbe anche averti intrappolato. Snowpiercer esplora un territorio simile — la sopravvivenza come sistema sociale — con toni più espliciti e politicamente marcati.
Per chi viene dal mondo della fantascienza distopica, The 100 è il parallelo più diretto: giovani sopravvissuti su una Terra devastata, scelte morali impossibili, e una progressione che porta i protagonisti a diventare cose molto diverse da quello che erano all’inizio. Lost rimane il punto di riferimento del genere per la capacità di costruire mistero attorno al gruppo e all’ambiente — anche se la struttura insulare è molto diversa dal road movie scandinavo di The Rain.
Per il contesto tematico, Distopia nel cinema offre un’analisi più ampia di come il genere post-apocalittico abbia usato l’ambientazione per interrogare il presente.
La dimensione nordica: perché The Rain funziona come produzione danese
C’è qualcosa nella specificità geografica di The Rain che la distingue dalle produzioni anglofone dello stesso genere.
I paesaggi danesi e svedesi — foreste dense, coste grigie, città abbandonate con una qualità architettonica precisa — creano un’atmosfera che non è intercambiabile con quella di qualsiasi altra zona devastata. Non è il deserto americano, non è la savana africana: è il nord Europa, con tutta la sua luce particolare e la sua malinconia ambientale, e questo dà alla serie un’identità visiva che poche produzioni post-apocalittiche possono vantare.
La lingua originale danese contribuisce in modo significativo. Le produzioni nordiche di Netflix — da Ragnarok a Dark, dalla serie tedesca — hanno stabilito che il pubblico internazionale è disposto a leggere i sottotitoli se la storia lo merita. The Rain è parte di quella tradizione, e si godeva meglio in versione originale, dove i silenzi e le intonazioni aggiungono strati che il doppiaggio inevitabilmente appiattisce.
La critica internazionale ha valutato la serie in modo misto: Rotten Tomatoes si attesta intorno al 48% per i critici, ma con un audience score molto più alto (circa 76%), il che suggerisce una serie che divide gli addetti ai lavori ma trova un pubblico fedele che la apprezza per quello che è — non per quello che vorrebbe essere.
Parte della divisione critica deriva dal fatto che The Rain non si comporta come le produzioni nordiche più celebrate del momento. Non ha la complessità psicologica di una produzione HBO scandinava, né la raffinatezza procedurale delle serie poliziesche danesi. È deliberatamente più popolare, più accessibile, più orientata all’intreccio emotivo che all’analisi sociale. Questo non la rende inferiore — la rende diversa. E quella diversità le ha garantito un pubblico internazionale che le produzioni più “serie” dello stesso territorio non raggiungono.
Cosa la serie fa meglio di tutti. The Rain è eccezionalmente brava nella costruzione della tensione atmosferica. I paesaggi scandinavi dopo l’apocalisse — foreste che riprendono il territorio, città abbandonate con una qualità visiva precisa, la pioggia come presenza costante e minacciosa — creano un senso di solitudine pervasiva che poche produzioni raggiungono senza budget hollywoodiani. La fotografia della serie, con la sua palette fredda e desaturata, contribuisce a questa atmosfera in modo quasi ipnotico. Non stai guardando un set: stai guardando un posto che sembra davvero abbandonato.
The Rain e il tema del controllo: chi decide la verità sull’esterno
C’è un livello di lettura di The Rain che va oltre la storia di sopravvivenza e tocca qualcosa di più specifico sul potere istituzionale.
L’Apollon Corporation non ha creato il virus per sbaglio — o almeno, non completamente. Ha creato qualcosa che è sfuggito al controllo, e la sua risposta alla perdita di controllo è stata non la trasparenza ma la gestione del danno. Informazioni trattenute, scienziati comprati, sopravvissuti tenuti nell’ignoranza. The Rain costruisce la sua critica al potere corporativo non attraverso villain con discorsi esplicativi ma attraverso la struttura stessa della catastrofe: il modo in cui l’Apollon risponde alla crisi rivela come funzionava già prima della crisi.
Il padre di Simone e Rasmus è il personaggio che incarna questa tensione. Non è un assassino, non è un sociopatico: è un uomo che ha scelto di credere che controllare il danno fosse equivalente a prevenirlo. La differenza tra i due è enorme, e The Rain non lascia che il pubblico dimentichi quanto sia costata quella distinzione.
C’è anche una lettura più personale. Il bunker in cui Simone e Rasmus hanno trascorso sei anni non è solo un rifugio fisico — è una versione letterale della bolla protettiva che i genitori costruiscono intorno ai figli convinti di tenerli al sicuro. Frederik ha tenuto i figli nel bunker per proteggerli dalla pioggia; quello che non aveva calcolato è che proteggerli dalla pioggia significava privarli del mondo. The Rain porta questa logica all’estremo, ma la radice è riconoscibile.
La produzione e il team creativo. The Rain è stata creata da Jannik Tai Mosholt, Esben Toft Jacobsen e Christian Potalivo — tre creatori danesi che hanno costruito la serie con un approccio deliberatamente internazionale, anche se la produzione rimane saldamente nordica. Il risultato è una serie che riesce a essere accessibile a un pubblico globale senza perdere la propria specificità geografica e culturale. Netflix ha acquisito i diritti di distribuzione mondiale prima della premiere, il che ha garantito alla serie un’esposizione che le produzioni scandinave del passato non avrebbero mai avuto. È questo tipo di accordo che ha trasformato le serie nordiche da nicchia europea a fenomeno globale — e The Rain è uno degli esempi che ha contribuito a costruire questo modello.
Dove vedere The Rain in Italia
The Rain è disponibile in esclusiva su Netflix Italia.
Tutte e tre le stagioni — 20 episodi totali — sono accessibili con qualsiasi abbonamento attivo alla piattaforma. La serie è disponibile in versione originale danese con sottotitoli in italiano, e in versione doppiata in italiano per chi preferisce non leggere.
La versione originale è fortemente consigliata: il danese ha un ritmo e una qualità sonora che contribuiscono all’atmosfera della serie, e gli attori principali — in particolare Alba August — danno performance più sfumate nella loro lingua madre.
La serie è completa nelle sue tre stagioni. Non sono previste stagioni aggiuntive.
Chi si avvicina a The Rain per la prima volta dovrebbe sapere che la prima stagione è la più forte, e che il miglioramento dell’esperienza dipende dalla disponibilità ad accettare un ritmo lento e una costruzione emotiva graduale. Non è una serie che paga immediatamente — ma chi pazienza le dedica trova, specialmente nella prima stagione, una qualità di atmosfera e un controllo del tono che poche produzioni del genere raggiungono.
Domande frequenti su The Rain
The Rain quante stagioni ha? The Rain ha 3 stagioni per un totale di 20 episodi: 8 nella prima stagione (2018), 6 nella seconda (2019) e 6 nella terza (2020).
The Rain dove vedere in Italia? The Rain è disponibile su Netflix Italia in versione originale danese con sottotitoli e in doppiaggio italiano. Tutte e tre le stagioni sono presenti.
The Rain 4 si farà? No. Netflix ha concluso The Rain con la terza stagione nel 2020. La storia è considerata completa e non è prevista una quarta stagione.
Come finisce The Rain? Nel finale della terza stagione, Rasmus si sacrifica: il suo corpo si trasforma in un fiore che assorbe e neutralizza il virus nell’ambiente. La pioggia torna innocua. Simone sopravvive e assiste alla trasformazione del fratello, in un finale che è una vittoria e una perdita al tempo stesso.
Chi è il protagonista di The Rain? I protagonisti sono i fratelli Simone (Alba August) e Rasmus (Lucas Lynggaard Tønnesen), che sopravvivono nel bunker lasciato dal padre scienziato e devono poi affrontare un mondo post-apocalittico.
The Rain è in danese o in inglese? The Rain è una produzione danese, in lingua originale danese. Su Netflix è disponibile sia in versione originale con sottotitoli sia doppiata in italiano.
Rasmus muore in The Rain? Sì. Rasmus si sacrifica nel finale della terza stagione, trasformandosi in un fiore che elimina il virus dalla pioggia e salva l’umanità.
Cosa provoca il virus in The Rain? Il virus è stato creato dall’Apollon Corporation ed è trasmesso attraverso l’acqua piovana. Causa morte quasi immediata per contagio. Rasmus è l’unico essere umano immune — e portatore attivo del virus nel suo DNA.
Di cosa parla The Rain? The Rain è una serie post-apocalittica danese: dopo che un virus nella pioggia stermina gran parte della popolazione scandinava, due fratelli emergono dal bunker dove si erano rifugiati e devono sopravvivere in un mondo devastato, cercando risposte sull’origine del disastro.
The Rain è basata su una storia vera? No, The Rain è una fiction originale creata da Jannik Tai Mosholt, Esben Toft Jacobsen e Christian Potalivo per Netflix.
Quanti episodi ha The Rain? The Rain ha 20 episodi in totale, distribuiti in tre stagioni: 8 + 6 + 6.
The Rain è adatta ai ragazzi? The Rain contiene violenza, morte, temi psicologici pesanti e situazioni mature. È classificata per un pubblico adulto ed è adatta da circa 16 anni in su.




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Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.