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Bad Times at the El Royale – 7 sconosciuti a El Royale: il finale spiegato e chi sopravvive

Un hotel a cavallo del confine, sette persone che mentono tutte e una bobina di pellicola che nessuno dovrebbe vedere
2018 ⭐ 6.8/10
Bad Times at the El Royale – 7 sconosciuti a El Royale: il finale spiegato e chi sopravvive
Anno 2018
Regia Drew Goddard
Generi Thriller, Crime, Mistero
Cast Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Jon Hamm, Dakota Johnson, Chris Hemsworth, Cailee Spaeny, Lewis Pullman, Nick Offerman

Trailer ufficiale via YouTube — canale 20th Century Studios Italia

Una riga rossa attraversa la hall dell’hotel.

Da un lato è California, dall’altro Nevada. Le stanze californiane costano un dollaro in più. In quelle del Nevada si può bere. È lo stesso edificio, lo stesso tetto, la stessa moquette — cambia solo da che parte della riga si mette il piede.

Bad Times at the El Royale, distribuito in Italia come 7 sconosciuti a El Royale, passa due ore e venti a chiedere la stessa cosa a sette persone: da che parte stai, e quanto ci hai messo a decidere?

Di cosa parla 7 sconosciuti a El Royale: la trama

  1. L’El Royale è un hotel di lusso in piena decadenza, costruito esattamente sulla linea di confine tra California e Nevada. Ha perso la licenza per il gioco d’azzardo e con quella la clientela. Adesso è quasi sempre vuoto.

In un pomeriggio di pioggia arrivano quattro ospiti.

Padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), un sacerdote anziano e cortese con qualche vuoto di memoria. Darlene Sweet (Cynthia Erivo), cantante soul diretta a un ingaggio a Reno. Laramie Seymour Sullivan (Jon Hamm), venditore di aspirapolvere chiassoso e invadente. Emily Summerspring (Dakota Johnson), una giovane donna scortese che non vuole parlare con nessuno e che tiene qualcosa nel bagagliaio.

Ad accoglierli c’è Miles Miller (Lewis Pullman), unico impiegato rimasto: portiere, barista, facchino e uomo delle pulizie.

Nessuno dei cinque è ciò che dice di essere. E l’hotel, dal canto suo, ha un corridoio segreto dietro le stanze, con specchi unidirezionali che permettono di osservare gli ospiti senza essere visti.

La struttura a capitoli: la stessa notte, sette volte

Drew Goddard costruisce il film come un mosaico. Ogni capitolo porta il nome di una stanza — Stanza 1, Stanza 5, Stanza 4 — e segue un personaggio, tornando indietro nel tempo rispetto al precedente.

Il risultato è che vediamo la stessa serata più volte, ogni volta scoprendo cosa stesse realmente accadendo dietro una porta chiusa mentre guardavamo altrove.

Il debito verso Tarantino è dichiarato e Goddard non finge il contrario: la struttura non lineare, i capitoli titolati, i dialoghi lunghi che ritardano la violenza. Ma il tono è diverso, più malinconico e meno compiaciuto. Dove Tarantino gode della propria costruzione, Goddard la usa per un fine preciso: mostrare che ogni persona sta contemporaneamente vivendo una storia che gli altri non vedono.

È un film sull’impossibilità di sapere chi ci sta accanto.

Chi sono davvero i sette dell’El Royale

Le identità cadono una alla volta.

Padre Flynn è in realtà Donald “Dock” O’Kelly, un rapinatore appena uscito di prigione dopo dieci anni. È tornato all’El Royale perché il bottino di un vecchio colpo — compiuto insieme al fratello Felix (Nick Offerman), visto nel prologo — è sepolto sotto il pavimento di una delle stanze. Il problema è che la sua memoria sta cedendo e non ricorda quale.

Laramie Sullivan è un agente dell’FBI, Dwight Broadbeck, mandato a smantellare l’impianto di sorveglianza dell’hotel: il Bureau lo aveva installato anni prima e adesso vuole cancellare le prove.

Emily Summerspring non ha rapito nessuno, come sembrerebbe: ha sottratto la sorella minore Rose (Cailee Spaeny) a una setta e la tiene legata per proteggerla.

Miles Miller, il ragazzo dell’accoglienza, è un reduce del Vietnam distrutto dal senso di colpa e dall’eroina, e ha passato anni a guardare gli ospiti dal corridoio segreto, filmando quello che vedeva.

Darlene Sweet è l’unica che dice la verità. È esattamente ciò che dichiara: una cantante che ha passato la carriera a fare la corista per produttori che la sfruttavano e che sta finalmente andando a esibirsi con il proprio nome.

La pellicola: il segreto dentro il segreto

Tra le bobine girate dal corridoio segreto ce n’è una diversa dalle altre.

Riprende un uomo molto famoso in una stanza dell’El Royale, insieme a una donna. Il film non mostra mai il contenuto integralmente e non pronuncia mai un nome, ma la messa in scena non lascia dubbi sul fatto che si tratti di una figura pubblica di primissimo piano.

È deliberato. Goddard usa l’ambiguità perché il punto non è chi sia: il punto è che negli anni Sessanta esisteva un’intera infrastruttura — hotel, telecamere, agenzie federali — costruita per registrare i peccati dei potenti e conservarli.

La pellicola diventa l’oggetto conteso del finale. Vale una fortuna e distruggerebbe una reputazione.

Billy Lee e la setta

A metà film irrompe Billy Lee (Chris Hemsworth), il leader del culto da cui Emily aveva sottratto Rose.

Hemsworth lo interpreta contro ogni suo ruolo precedente: a torso nudo, magnetico, sorridente, e completamente privo di empatia. Il personaggio è modellato sull’archetipo del guru californiano di fine anni Sessanta, quello che parla di libertà mentre costruisce obbedienza assoluta.

Il suo arrivo cambia il registro. Fino a quel momento il film era un noir corale a incastro; da lì diventa una resa dei conti a porte chiuse in cui Billy Lee costringe i superstiti a giocare a un gioco con la roulette e la vita degli altri.

Rose, plagiata al punto da non essere più recuperabile, gli obbedisce senza esitazione.

Perché il 1969: l’anno in cui il sogno è finito

La data non è decorativa. Il film è ambientato nel momento esatto in cui il decennio si rompe.

Il 1969 è l’anno di Woodstock e degli omicidi commessi dalla Family di Charles Manson, a poche settimane di distanza l’uno dall’altro. È l’anno in cui la controcultura californiana produce contemporaneamente la sua massima celebrazione e la sua immagine peggiore. È anche l’anno in cui il Vietnam smette di essere una guerra lontana per diventare un trauma di massa, e in cui la fiducia nelle istituzioni comincia a cedere sotto il peso di quello che le agenzie federali facevano davvero.

Ognuno di questi elementi è dentro l’hotel.

Billy Lee è un Manson appena mascherato: giovane, magnetico, circondato da ragazze che gli obbediscono, con un discorso sulla libertà che serve a produrre sottomissione. Miles è il Vietnam, tornato a casa e incapace di reggersi. L’impianto di sorveglianza dell’FBI è la paranoia istituzionale che di lì a poco esploderà nel Watergate. E la pellicola con l’uomo famoso è la certezza, ormai diffusa, che chi comanda non sia quello che dichiara di essere.

L’El Royale, un tempo luogo di festa per celebrità e ora rudere semivuoto, è la metafora fisica del passaggio. Il decennio è finito, la struttura è ancora in piedi, ma dentro non c’è più nessuno tranne le persone che non avevano altro posto dove andare.

Cynthia Erivo, la musica e le canzoni cantate dal vivo

La colonna sonora è una delle ragioni per cui il film resta in mente più a lungo di quanto la trama giustifichi.

Cynthia Erivo — attrice di teatro musicale, vincitrice di un Tony per The Color Purple — canta dal vivo sul set invece di sincronizzarsi su una traccia registrata. Si sente: le sue esecuzioni hanno il respiro corto, le imperfezioni e la fatica fisica di una voce reale in una stanza reale.

Goddard usa questa scelta in modo narrativo. Darlene canta a cappella nella propria stanza per coprire i rumori e per non pensare, e in almeno un caso il suo canto diventa il tappeto sonoro sopra cui accade qualcosa di terribile in un’altra stanza — un montaggio in cui la bellezza della voce e la violenza fuori campo procedono insieme senza commentarsi.

Il repertorio è soul e R&B di fine anni Sessanta, in gran parte pezzi Motown suonati dal jukebox della hall. La musica serve anche a datare l’ambiente con precisione, e a creare un contrasto costante tra l’allegria dei brani e ciò che sta accadendo.

Il primo brano che Darlene canta per Miles, in cambio di nulla, è anche il primo momento in cui un personaggio fa qualcosa di gratuitamente gentile per un altro. Il film non ci torna sopra, ma quella scena è la ragione per cui il finale funziona.

Il finale di 7 sconosciuti a El Royale spiegato

Da qui in avanti spoiler sul finale.

Nella resa dei conti finale è Miles a rompere lo stallo. Il ragazzo traumatizzato, che per tutto il film non è riuscito a reagire a niente, imbraccia il fucile e uccide Billy Lee e i suoi seguaci.

Subito dopo viene pugnalato a morte da Rose, che O’Kelly abbatte a sua volta.

Miles sta morendo. Aveva passato l’intero film a chiedere a “padre Flynn” di confessarlo, e O’Kelly aveva sempre rifiutato perché sapeva di non essere un sacerdote. Adesso Miles chiede di nuovo l’assoluzione.

O’Kelly esita. Poi, spinto da Darlene, gliela concede.

È il momento decisivo del film. Un uomo che non ha alcuna autorità religiosa compie un gesto che formalmente non vale niente — e che vale tutto, perché è l’unica cosa di cui quel ragazzo ha bisogno prima di morire. Il film sostiene che la grazia funzioni anche quando chi la offre non ne ha titolo.

L’hotel intanto brucia. Darlene getta la pellicola tra le fiamme: non la vende, non la usa, la distrugge. Poi lei e O’Kelly recuperano il denaro sepolto e se ne vanno.

L’epilogo a Reno

Il giorno successivo Darlene è su un palco a Reno, davanti a un pubblico piccolo, pronta a cantare con il proprio nome.

Tra la gente riconosce O’Kelly, seduto in fondo. Lui la saluta e la guarda con orgoglio.

È una chiusura sorprendentemente tenera per un film che ha appena bruciato un albergo con dentro cinque cadaveri. E chiarisce la tesi: sopravvive chi non ha mentito, e chi ha smesso di mentire in tempo.

Ogni altro personaggio è morto difendendo una versione di sé.

L’hotel come scenografia: il corridoio dietro gli specchi

L’El Royale è un set costruito per intero, ed è il personaggio meglio scritto del film.

La hall è divisa dalla riga rossa. Le stanze californiane hanno un arredo diverso da quelle del Nevada — legni chiari da una parte, rossi e ori dall’altra — perché anche la decorazione doveva rispettare il confine. Il jukebox sta esattamente a metà.

Dietro le camere corre il corridoio segreto, una galleria stretta illuminata di verde da cui si accede agli specchi unidirezionali di ogni stanza. Quando Miles ci cammina dentro, la macchina da presa lo segue in un lungo piano laterale che mostra simultaneamente quattro stanze e quattro storie in corso.

È l’inquadratura che riassume il film: quattro persone convinte di essere sole, viste tutte insieme da qualcuno che non dovrebbe esserci.

La fotografia di Seamus McGarvey lavora quasi interamente su fonti di luce presenti in scena — insegne al neon, lampade da comodino, il bagliore del temporale — e mantiene l’hotel costantemente troppo buio per essere accogliente e troppo colorato per essere realistico. È una scelta che invecchia bene: il film è del 2018 ma non sembra girato in nessun anno preciso.

L’accoglienza e il destino del film

7 sconosciuti a El Royale è stato un insuccesso commerciale. Uscito nell’autunno 2018 con un budget di circa 32 milioni di dollari, ne ha incassati poco più di 30 in tutto il mondo.

La critica si è divisa. Gli elogi hanno riguardato la fotografia di Seamus McGarvey, la scenografia dell’hotel e soprattutto le interpretazioni: Cynthia Erivo, allora quasi sconosciuta al cinema, è stata indicata da molti come la rivelazione del film, e Jeff Bridges regge la parte più difficile con una fragilità autentica.

Le riserve si sono concentrate sulla durata. Centoquarantuno minuti sono molti per una struttura che riavvolge continuamente gli stessi eventi, e la parte centrale rallenta in modo percepibile.

Con gli anni il film ha guadagnato una reputazione da cult mancato: uno di quei titoli che chi li ha visti difende con più energia di quanta il botteghino ne suggerisse.

L’hotel come struttura chiusa

L’El Royale appartiene alla stessa famiglia di luoghi che il cinema usa per costringere estranei a convivere: un edificio isolato, un temporale che impedisce di andarsene, e un gruppo di persone che nascondono qualcosa.

Il riferimento assoluto resta Shining: anche lì l’albergo vuoto è più protagonista degli ospiti, e anche lì la struttura conserva memoria di ciò che vi è accaduto. La differenza è che l’Overlook è soprannaturale, mentre l’El Royale è solo molto ben cablato — l’orrore, qui, è l’FBI con un impianto di registrazione.

Rispetto a The White Lotus e Oasis Resort manca la componente di classe: gli ospiti dell’El Royale non sono ricchi, sono disperati. E rispetto a The Menu e Glass Onion, dove il padrone di casa organizza tutto, qui nessuno controlla niente: l’hotel non ha più nemmeno un direttore.

È il luogo di vacanza dopo la fine della vacanza — la versione decaduta della promessa che tutti gli altri film del filone vendono ancora.

Dove vedere 7 sconosciuti a El Royale in Italia

7 sconosciuti a El Royale poster
Amazon

7 sconosciuti a El Royale (2018)

★★★★★ 4.5 (20)

21,76 €

Acquista su Amazon

Il film è disponibile su Disney+ in Italia, essendo una produzione 20th Century Fox confluita nel gruppo Disney.

È inoltre noleggiabile e acquistabile in digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play / YouTube Movies, e reperibile in edizioni Blu-ray e DVD.

Dura 141 minuti ed è disponibile con doppiaggio italiano e in inglese originale sottotitolato. La versione originale è consigliabile soprattutto per Cynthia Erivo, che canta dal vivo in scena diversi brani soul: le sue esecuzioni sono parte della colonna sonora e nel doppiaggio perdono continuità con il parlato.

La panoramica completa dei film e delle serie ambientati in alberghi, resort e strutture di vacanza è nella guida ai migliori film e serie ambientati in hotel e resort.

Domande frequenti

Di cosa parla 7 sconosciuti a El Royale?

Nel 1969 sette persone arrivano all’El Royale, un hotel in decadenza costruito esattamente sul confine tra California e Nevada. Un prete, una cantante soul, un venditore di aspirapolvere, una hippie e un unico impiegato: nessuno di loro è ciò che dichiara di essere, e l’hotel nasconde un corridoio segreto da cui si spia ogni stanza.

Come finisce 7 sconosciuti a El Royale?

Sopravvivono soltanto Darlene Sweet e Donald ‘Dock’ O’Kelly, il finto prete. Miles uccide Billy Lee e i suoi seguaci ma viene pugnalato a morte da Rose, che O’Kelly abbatte a sua volta. Prima di morire Miles chiede l’assoluzione e O’Kelly gliela concede. I due prendono il denaro, Darlene brucia la pellicola compromettente e se ne vanno.

Chi sopravvive in 7 sconosciuti a El Royale?

Solo due personaggi: Darlene Sweet, la cantante interpretata da Cynthia Erivo, e Donald O’Kelly, il rapinatore che si spaccia per sacerdote, interpretato da Jeff Bridges. Tutti gli altri muoiono nell’ultima notte all’hotel.

Cosa c’è nella pellicola in 7 sconosciuti a El Royale?

Una bobina che riprende un uomo molto famoso — mai nominato, ma chiaramente una figura pubblica di enorme rilievo — in una stanza dell’El Royale insieme a una donna. Il film non mostra mai il contenuto per intero e non fa nomi: serve come oggetto di ricatto e come segnale del marcio che si nasconde dietro le apparenze rispettabili degli anni Sessanta.

Chi è Billy Lee in 7 sconosciuti a El Royale?

Il leader carismatico di una setta, interpretato da Chris Hemsworth. Ha plagiato Rose Summerspring e arriva all’hotel per riprendersela. Il personaggio è modellato apertamente sull’archetipo del guru manipolatore di fine anni Sessanta, e Hemsworth lo interpreta contro il proprio tipo abituale.

Perché l’hotel è costruito sul confine in 7 sconosciuti a El Royale?

L’El Royale sorge esattamente sulla linea che divide California e Nevada, con una riga rossa che attraversa la hall. Le stanze californiane costano un dollaro in più, in quelle del Nevada si può bere. È una trovata narrativa e insieme una metafora: ogni personaggio vive sul confine tra ciò che è e ciò che finge di essere.

Dove vedere 7 sconosciuti a El Royale in streaming in Italia?

Il film è disponibile su Disney+ in Italia, essendo una produzione 20th Century Fox passata al gruppo Disney. È inoltre noleggiabile e acquistabile in digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play, e reperibile in Blu-ray e DVD.

7 sconosciuti a El Royale è ispirato a fatti reali?

No, la storia è di finzione. Il film attinge però a suggestioni molto riconoscibili del 1969: le sette carismatiche della California, la sorveglianza illegale dell’FBI e le voci sulla vita privata di figure pubbliche. L’hotel è ispirato al Cal Neva Lodge, struttura reale a cavallo del confine tra i due stati.

Chi è Darlene Sweet in 7 sconosciuti a El Royale?

Una cantante soul interpretata da Cynthia Erivo, l’unico personaggio del film che non mente su di sé. È in viaggio verso un ingaggio a Reno dopo una carriera passata a fare la corista sfruttata. La sua onestà è ciò che le permette di uscirne viva.

Quanto dura 7 sconosciuti a El Royale?

Circa 141 minuti. Il film ha una struttura a capitoli, ciascuno intitolato a una stanza dell’hotel, che riavvolge più volte gli stessi eventi mostrandoli dal punto di vista di un personaggio diverso.

Chi ha diretto 7 sconosciuti a El Royale?

Drew Goddard, regista e sceneggiatore già autore di Quella casa nel bosco e della sceneggiatura di Sopravvissuto – The Martian. Anche qui lavora sulla decostruzione dei generi, applicando al noir la stessa logica di smontaggio.

Vale la pena vedere 7 sconosciuti a El Royale?

Sì per chi ama i film corali a struttura frammentata, con dialoghi lunghi e tensione costruita lentamente. Cynthia Erivo e Jeff Bridges sono eccellenti e la fotografia è notevole. Chi cerca ritmo serrato potrebbe trovare la parte centrale dispersiva: i 141 minuti si sentono.

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