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The Menu (2022): il finale spiegato, il cheeseburger e cosa significa davvero il film con Ralph Fiennes

Un'isola privata, dodici commensali e uno chef che ha smesso di cucinare per piacere: la satira più cattiva sul lusso gastronomico
2022 ⭐ 7.2/10
The Menu (2022): il finale spiegato, il cheeseburger e cosa significa davvero il film con Ralph Fiennes
Anno 2022
Regia Mark Mylod
Generi Commedia, Horror, Thriller
Cast Anya Taylor-Joy, Ralph Fiennes, Nicholas Hoult, Janet McTeer, Hong Chau, John Leguizamo, Paul Adelstein, Aimee Carrero

Trailer ufficiale via YouTube — canale Searchlight Pictures

Il cibo di lusso ha smesso da tempo di riguardare la fame.

The Menu parte esattamente da lì: dodici persone attraversano il mare per mangiare porzioni minuscole di cose che non riconoscono, e nessuna di loro ha fame. Sono lì per dire di esserci state.

Lo chef lo sa. È il motivo per cui li ha invitati.

Di cosa parla The Menu: la trama

Hawthorn è un ristorante costruito su un’isola privata. Ci si arriva solo in barca, l’isola produce da sé quasi tutto ciò che finisce nei piatti, e una cena costa 1250 dollari a persona.

Il menu degustazione della serata è pensato dallo chef Julian Slowik (Ralph Fiennes) come una progressione narrativa. Ogni portata viene annunciata da un battito di mani secco e da una spiegazione che gli ospiti ascoltano con la deferenza dovuta.

Tra i commensali: tre giovani finanzieri arroganti, una coppia di habitué, un attore in caduta libera con la sua assistente, una critica gastronomica potentissima (Janet McTeer) con il suo editore, e Tyler (Nicholas Hoult), un gastrofanatico che conosce a memoria ogni piatto che Slowik abbia mai preparato.

Con Tyler c’è Margot (Anya Taylor-Joy). Non doveva essere lei. La sua accompagnatrice originale ha dato buca all’ultimo, e Tyler l’ha ingaggiata per rimpiazzarla.

Questo dettaglio, che sembra trascurabile, è il perno di tutto il film.

L’isola come struttura chiusa

Hawthorn appartiene alla stessa famiglia di luoghi dei resort esclusivi: uno spazio bellissimo, isolato, in cui una gerarchia rigidissima separa chi serve da chi viene servito, e dal quale nessuno può andarsene quando decide di volerlo.

L’isola non è un dettaglio scenografico. È il meccanismo. Il film lo dichiara con una precisione quasi didascalica quando un ospite chiede di chiamare un taxi acqueo e si sente rispondere che le barche torneranno alle undici, e non prima.

Il personale vive lì, in un dormitorio comune. Mangiano insieme, dormono insieme, lavorano diciotto ore. La devozione con cui rispondono a Slowik ha meno a che fare con la disciplina professionale e più con l’appartenenza a una comunità chiusa da cui non si esce — un dettaglio che il film lascia deliberatamente ambiguo tra il militare e il settario.

Ralph Fiennes e lo chef che ha smesso di mangiare

L’interpretazione di Fiennes è la ragione principale per cui il film funziona.

Slowik non urla quasi mai. Parla con una calma professionale che rende ogni annuncio più minaccioso del precedente. Il battito di mani con cui apre ogni portata diventa nel corso del film un suono insopportabile, e Fiennes lo esegue sempre con la stessa esattezza.

Il personaggio è costruito su una diagnosi precisa: Slowik ha perso il piacere. Non nel senso banale del burnout — ha perso la capacità di trovare senso nell’atto di dare da mangiare a qualcuno.

La sua rabbia ha bersagli specifici e tutti legittimi. I clienti che consumano il suo lavoro senza percepirlo. I critici che possono distruggere una carriera con un aggettivo. Gli investitori che trattano un ristorante come un asset. Ma il bersaglio principale è se stesso, per aver accettato di diventare il fornitore di uno status invece che un cuoco.

Margot: l’unica che non è una cliente

Anya Taylor-Joy costruisce Margot come l’unico personaggio che guarda la serata dall’esterno.

Non ha pagato. Non conosce i riferimenti. Non finge di essere commossa da un piatto che consiste in una salsa versata su un tavolo. Quando Slowik serve un pane che non contiene pane — solo gli accompagnamenti, come commento sull’inaccessibilità storica del pane per i poveri — Margot è l’unica a dire che il pane le sarebbe piaciuto.

La differenza è di classe, ma il film la costruisce come differenza di funzione. Margot lavora. Come Slowik. È per questo che lui la riconosce e le fa la domanda che decide il finale: sei una di quelli che danno o una di quelli che prendono?

Il vero nome di Margot è Erin. Margot è un nome di lavoro.

Il finale di The Menu spiegato

Da qui in avanti spoiler sul finale.

Dopo aver capito che nessuno uscirà vivo, Margot fugge nell’appartamento privato di Slowik e trova una fotografia: lui giovane, dietro il bancone di un fast food, mentre prepara hamburger. Sorridente.

Torna in sala e fa l’unica mossa possibile. Si lamenta del cibo. Dice a Slowik che è ancora affamata, che tutto quello che ha mangiato quella sera era pretenzioso e non nutriente, e gli ordina un cheeseburger. Con patatine.

Lui accetta.

La sequenza in cui Slowik cucina l’hamburger è l’unico momento del film in cui il personaggio è felice. Non recita più, non annuncia, non spiega. Cucina qualcosa che una persona ha voglia di mangiare.

Margot ne mangia un boccone, dichiara che è troppo e chiede il resto da asporto. È la formula magica: un ordine da portare via significa uscire dal ristorante. Slowik lo capisce perfettamente — sa di essere manipolato — e la lascia andare comunque.

Il resto della sala viene servito come dessert finale: gli ospiti vengono ricoperti di cioccolato e marshmallow e trasformati in s’mores, mentre il ristorante prende fuoco con dentro tutti, chef e personale compresi.

Margot guarda l’incendio dalla barca, mangiando il suo cheeseburger.

Cosa significa davvero il finale

Il cheeseburger non è un trucco narrativo. È l’argomento centrale del film.

Slowik ha passato la carriera a trasformare il cibo in linguaggio, concetto, arte — e nel farlo ha reciso l’unico legame che rendeva quel lavoro sopportabile: dare da mangiare a qualcuno che ha fame. I suoi clienti non hanno fame. Il suo cibo non nutre.

Margot gli restituisce quel legame per novanta secondi. È l’unica cosa che poteva salvarla perché è l’unica cosa che Slowik desiderava ancora.

Ralph Fiennes ha confermato pubblicamente che Margot sopravvive, chiudendo un dibattito che era circolato tra gli spettatori.

C’è poi una lettura più scomoda che il film non risolve. Margot si salva perché appartiene alla classe che lavora, non a quella che consuma. Ma la sua salvezza non salva nessun altro, e il gesto di Slowik non è redenzione: è l’ultimo atto di controllo di un uomo che decide chi vive. Anche la pietà, in quel ristorante, è una portata del menu.

La satira: contro i ricchi, ma non solo

Quello che distingue The Menu da altre satire sul lusso è che non risparmia nessuno.

I clienti sono ridicoli: pagano cifre assurde per un’esperienza che non capiscono, fotografano i piatti, ripetono parole sentite altrove. La critica gastronomica è mostrata come un potere arbitrario che distrugge vite per divertimento. I finanzieri sono predatori. Tyler, il vero appassionato, è il peggiore di tutti — ama la cucina al punto da considerare accettabile la morte di altre persone pur di assistere alla serata.

Ma Slowik non è l’eroe. È un artista che ha deciso di odiare il proprio pubblico, e il film tratta quel disprezzo come una malattia, non come una posizione morale.

È una satira a doppio taglio: colpisce il consumo ostentato e insieme la presunzione dell’arte che si ritiene superiore a chi la consuma. Nessuna delle due parti esce pulita.

Il regista è Mark Mylod, che ha diretto molti degli episodi migliori di Succession, e la parentela si vede: stessa capacità di filmare la ricchezza dall’interno, stesso uso della cortesia formale come veicolo di crudeltà, stessa idea che le persone molto ricche siano soprattutto molto sole.

Le portate come struttura narrativa

La sceneggiatura di Seth Reiss e Will Tracy usa il menu degustazione come atto strutturale, e vale la pena seguirne la progressione perché è lì che il film costruisce la tensione.

Si comincia con un’isola di capesante presentata come meditazione sull’ecosistema locale: ancora nel territorio della normale pretenziosità gastronomica. Segue il pane senza pane, il momento in cui gli ospiti capiscono che qualcosa non torna — Slowik serve solo gli accompagnamenti, spiegando che il pane è storicamente cibo dei poveri e che i presenti non ne meritano.

È una provocazione che i clienti accolgono ridendo, convinti sia parte dello spettacolo. Continueranno a crederlo molto più a lungo del ragionevole.

La portata successiva, il ricordo, contiene tortillas incise al laser con le prove documentali delle malefatte di ciascun tavolo: evasione fiscale, tradimenti, plagio. È il punto in cui la cena smette di essere una cena.

Poi il disastro: un membro dello staff si suicida davanti alla sala come parte del servizio, e la reazione dei commensali — un attimo di orrore, poi la decisione collettiva di considerarlo teatro immersivo — è la scena più feroce del film. Preferiscono credere a una performance piuttosto che accettare di trovarsi in pericolo.

L’ultima portata prima del dessert è l’uomo pasticcio, dedicata al fallimento maschile, e culmina in una caccia all’uomo sull’isola.

Ogni piatto è un giro di vite. Il ritmo del film è letteralmente il ritmo di un servizio di sala.

Il contesto reale: l’alta cucina come teatro

Il film non inventa il mondo che descrive.

Il fine dining contemporaneo ha prodotto ristoranti su isole remote, liste d’attesa di anni, menu degustazione da venti portate concettuali, piatti che richiedono una spiegazione per essere identificati come cibo. Diversi locali celebrati a livello mondiale hanno chiuso o si sono reinventati proprio dichiarando l’insostenibilità di quel modello, umana prima ancora che economica.

Le cucine di quel livello sono anche ambienti di lavoro noti per turni estremi, gerarchie rigidissime e una cultura del sacrificio che negli ultimi anni è stata messa sotto accusa da chi ci ha lavorato.

The Menu prende quel mondo e lo porta alla conclusione logica. Il personale che accetta di morire per lo chef è un’iperbole di dinamiche reali, non un’invenzione.

Elsa e il personale: la devozione come condanna

Il personaggio che regge il film insieme a Slowik è Elsa, la maître d’ interpretata da Hong Chau con una cortesia glaciale che diventa progressivamente terrificante.

Elsa accoglie gli ospiti, recita la storia dell’isola, corregge chi sbaglia comportamento. Ma è anche la prima a mostrare quanto la struttura sia diventata totalitaria: quando Margot si rivela un elemento non previsto, Elsa la tratta come un’anomalia da eliminare, non come un’ospite da gestire.

Il suo momento decisivo arriva quando ammette apertamente il proprio risentimento: ha dato tutto a Slowik, e Slowik guarda Margot. La gerarchia della cucina, con la sua promessa di appartenenza in cambio di sacrificio totale, produce esattamente questo — persone che hanno rinunciato a una vita propria e che difendono il sistema che le ha svuotate.

Lo stesso vale per il resto della brigata. Rispondono in coro, si muovono in formazione, applaudono a comando. Il film non li mostra come vittime da salvare: mostra persone che hanno scelto, e che nel finale accettano di bruciare insieme al proprio capo perché non concepiscono un’esistenza al di fuori.

È l’aspetto più inquietante di The Menu, e quello di cui si parla meno. La violenza contro i ricchi è il livello superficiale. Sotto c’è un ritratto di come funziona una comunità di lavoro che pretende identità totale.

L’accoglienza: un successo inatteso

The Menu è uscito nel novembre 2022 senza aspettative particolari e si è rivelato uno dei casi commerciali più solidi della stagione, superando ampiamente il proprio budget contenuto.

La critica lo ha accolto bene, con giudizi concordi sulla prestazione di Fiennes e su una sceneggiatura che riesce a cambiare tre volte registro senza perdere il controllo. Le riserve più ricorrenti hanno riguardato la seconda metà, giudicata meno affilata della prima, e il fatto che il bersaglio satirico sia relativamente facile.

Fiennes e Taylor-Joy hanno ottenuto candidature ai Golden Globe. Il film ha inoltre beneficiato di un passaparola forte sui social, dove il “pane senza pane” e il cheeseburger finale sono diventati riferimenti autonomi.

Con il tempo si è consolidato come uno dei titoli chiave del filone eat the rich degli anni Venti — quel gruppo di film e serie che ha trasformato il risentimento verso la disuguaglianza economica in materiale di genere.

Dove vedere The Menu in Italia

The Menu poster
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The Menu (2022)

3,99 €

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The Menu poster
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The Menu (2022)

★★★★★ 4.6 (1322)

29,97 €

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The Menu è disponibile su Disney+ in Italia, essendo una produzione Searchlight Pictures, etichetta del gruppo Disney.

È inoltre noleggiabile e acquistabile in digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play / YouTube Movies. Esistono edizioni Blu-ray e DVD facilmente reperibili.

Il film dura 107 minuti ed è disponibile con doppiaggio italiano e in inglese originale sottotitolato. La versione originale è consigliabile per la recitazione di Fiennes, costruita interamente sul controllo del tono.

Per restare nei luoghi esclusivi dove il lusso si rivela una trappola: The White Lotus applica la stessa satira alla vacanza invece che alla cena, Nine Perfect Strangers al ritiro di benessere, Oasis Resort al giallo in un resort chiuso e La Cura dal Benessere all’horror gotico in un sanatorio alpino. Il confronto più diretto è però con Triangle of Sadness, uscito lo stesso anno con la stessa premessa: ricchi isolati in un luogo esclusivo e una punizione in arrivo. Dove The Menu è un meccanismo a orologeria, Östlund filma un esperimento sociale.

Il confronto più immediato è con Glass Onion, uscito lo stesso anno con la stessa premessa dell’isola privata e del padrone di casa che ha organizzato tutto, e con 7 sconosciuti a El Royale, che applica al noir la stessa struttura a capitoli. Tutti i titoli del filone nella guida ai migliori film e serie ambientati in hotel e resort.

Domande frequenti

Di cosa parla The Menu?

Dodici commensali molto ricchi raggiungono in barca Hawthorn, un ristorante esclusivo su un’isola privata, per una cena degustazione da 1250 dollari a persona. Lo chef Julian Slowik ha preparato un menu in cui ogni portata è un capitolo di un piano premeditato, e nessuno degli ospiti è stato invitato per caso.

Come finisce The Menu?

Margot capisce che l’unico modo per uscirne è far tornare Slowik a essere un cuoco invece che un artista: gli ordina un cheeseburger, il piatto con cui aveva iniziato la carriera in un fast food. Lui lo prepara con evidente piacere, lei ne mangia un boccone e chiede il resto da asporto. Slowik la lascia andare. Margot guarda dalla barca il ristorante bruciare con tutti gli altri dentro, trasformati in s’mores.

Cosa significa il cheeseburger in The Menu?

È l’unica cosa che Slowik sa ancora fare per amore invece che per disprezzo. Margot ha scoperto una sua vecchia foto di quando lavorava in un fast food, sorridente. Ordinandogli un cheeseburger gli restituisce per un attimo il piacere di cucinare per qualcuno che ha semplicemente fame — ed è l’unico argomento che può salvarla.

Perché Slowik vuole uccidere tutti in The Menu?

Slowik ha perso ogni piacere nel proprio lavoro. Disprezza i clienti che consumano la sua arte senza capirla, i critici che l’hanno distrutto e osannato a piacimento, gli investitori che l’hanno sfruttato e se stesso per essersi lasciato ridurre a fornitore di status. Ogni ospite è stato selezionato per una colpa specifica nei confronti della cucina o di lui.

Chi sopravvive in The Menu?

Solo Margot, interpretata da Anya Taylor-Joy. È l’unica presente per caso: è una escort ingaggiata all’ultimo momento da Tyler dopo che la sua accompagnatrice originale aveva dato buca. Non appartiene alla categoria dei clienti che Slowik vuole punire, e questo la salva.

The Menu è basato su una storia vera?

No, è una finzione. Il film satireggia però un mondo reale: quello dell’alta cucina d’autore, dei ristoranti su isole remote con liste d’attesa di anni e dei menu degustazione concettuali. Molti hanno visto un riferimento a locali come il Noma o il celebre ristorante-laboratorio scandinavo, senza che il film citi mai nessuno esplicitamente.

Dove vedere The Menu in streaming in Italia?

The Menu è disponibile su Disney+ in Italia, essendo una produzione Searchlight Pictures del gruppo Disney. È anche noleggiabile e acquistabile in digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play, oltre a essere reperibile in Blu-ray e DVD.

Chi è Margot in The Menu? Qual è il suo vero nome?

Il suo vero nome è Erin. Margot è il nome che usa lavorando come escort. È l’unico personaggio che non ha pagato per essere lì e l’unico a cui Slowik non riesce ad attribuire una colpa, perché non è né un cliente che consuma né un professionista che lo ha tradito.

Cosa rappresentano gli ospiti in The Menu?

Ogni tavolo è una categoria di colpa: i tre finanzieri che hanno sfruttato Slowik come investimento, la critica gastronomica che ha distrutto carriere per divertimento, l’attore in declino con un film che gli ha rovinato una serata libera, l’habitué che ha mangiato lì undici volte senza ricordare un solo piatto, e Tyler, il gastrofanatico che ama la cucina più di quanto ami le persone.

The Menu è un film horror o una commedia?

È entrambe le cose, con una virata progressiva. Comincia come satira sociale a tratti esilarante e diventa gradualmente un thriller claustrofobico con elementi horror. La classificazione ufficiale lo colloca tra commedia e horror, il che descrive bene l’esperienza di visione.

Chi ha diretto The Menu?

Mark Mylod, regista britannico noto soprattutto per aver diretto numerosi episodi di Succession, inclusi alcuni dei più importanti. La sua familiarità con la messa in scena della ricchezza e del suo linguaggio si sente in ogni inquadratura del film.

Perché The Menu è considerato una satira riuscita?

Perché non prende di mira solo i ricchi ma anche chi li serve. Slowik non è un eroe della classe lavoratrice: è un artista che ha scelto di odiare il proprio pubblico e che punisce chi non lo capisce. Il film condanna insieme il consumo ostentato e la presunzione dell’arte che si crede superiore a chi ne fruisce.

Qual è il vero nome di Margot in The Menu?

Erin. Margot è il nome che usa lavorando come escort. È l’unica a cui Slowik non riesce ad attribuire una colpa, perché non è né un cliente che consuma né un professionista che lo ha tradito.

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