I migliori film e serie ambientati in hotel, resort e ritiri di benessere: da Shining a The White Lotus
Un hotel promette una cosa sola: che per qualche giorno non ti succederà niente.
Il cinema ha capito da tempo che è la promessa più facile da tradire. Prendi un posto costruito per il riposo, riempilo di persone che non si conoscono, chiudi la strada — e hai già una storia, prima ancora di aver deciso cosa succede.
Negli ultimi dieci anni questo dispositivo è diventato un filone vero e proprio, con regole riconoscibili e una quantità di titoli notevoli. Questa guida li attraversa tutti.
Perché il resort è una macchina narrativa perfetta
Prima dei titoli conviene capire perché il meccanismo funziona così bene, perché non è un caso che tanti autori diversi ci arrivino indipendentemente.
Un resort risolve in un colpo solo i tre problemi principali di chi scrive una storia corale.
Raduna estranei senza forzature. Il problema di ogni racconto a più personaggi è giustificare perché si trovino tutti nello stesso posto. Un albergo lo fa da solo: nessuno deve spiegare niente, la gente in vacanza c’è e basta.
Impedisce di andarsene. Un’isola privata, un’isola raggiungibile solo in barca, una strada bloccata dalla neve, una polizia che sigilla le uscite, una comunità che non lascia partire. Ogni titolo del filone trova il proprio modo, ma l’obiettivo è identico: i personaggi non possono risolvere il conflitto uscendo dalla porta.
Istituisce una gerarchia immediata. In un resort esistono due categorie fisicamente separate — chi paga e chi serve — con corridoi diversi, orari diversi, diritti diversi. Non serve costruirla: è già lì, ed è visibile in ogni inquadratura.
A questi si aggiunge un quarto elemento, estetico. Un luogo di vacanza è bello. La distanza tra la bellezza dello spazio e la bruttezza di ciò che vi accade produce disagio senza bisogno di ombre, sangue o musica minacciosa. È il motivo per cui tanti titoli del filone sono girati in pieno sole.
Le regole del genere
Guardando i titoli in fila emergono alcune costanti.
Quasi tutti stabiliscono presto un oggetto o un evento che rompe la normalità: un cadavere annunciato, un telefono trovato nella terra, un invito che nessuno ha spedito, una portata che contiene le colpe dei commensali.
Quasi tutti dividono il racconto in unità corrispondenti allo spazio o al tempo: le portate in The Menu, le stanze in 7 sconosciuti a El Royale, i giorni di soggiorno in The White Lotus, i capitoli in Triangle of Sadness. La struttura del luogo diventa la struttura del racconto.
Quasi tutti concedono al personale almeno un personaggio con arco completo, e i migliori ne fanno il protagonista vero.
E quasi tutti finiscono con il luogo distrutto o abbandonato. L’incendio è ricorrente al punto da essere quasi una firma del genere.
L’hotel come antagonista: Shining
Il capostipite assoluto è Shining (1980).
Kubrick, che firma la sceneggiatura con la scrittrice Diane Johnson, prende il romanzo che Stephen King aveva pubblicato nel 1977 sull’alcolismo e la violenza domestica e ne ricava qualcosa di più freddo: non un film di fantasmi, ma un film su un edificio che aspetta.
L’Overlook Hotel è un albergo di lusso isolato sulle montagne del Colorado, chiuso da ottobre a maggio. Jack Torrance ci si trasferisce come custode invernale con moglie e figlio. Poi la neve chiude la strada.
La ragione per cui il film continua a funzionare dopo quarantacinque anni non sono le presenze: è la pianta dell’edificio. Kubrick fece costruire l’intero interno in studio e lo progettò deliberatamente sbagliato — corridoi che portano dove non possono portare, una finestra che dà sull’esterno da una stanza interna, ambienti che cambiano dimensione tra un’inquadratura e l’altra. Quasi nessuno se ne accorge. Tutti lo sentono. Il film fu girato quasi interamente agli EMI Elstree Studios, in Inghilterra, e usò in modo pionieristico la Steadicam, allora appena inventata: è per questo che il triciclo di Danny scivola nei corridoi come se galleggiasse. Costato 19 milioni di dollari, ne incassò 56,9. Esistono anche due film diversi: la versione americana dura 144 minuti, quella distribuita in Europa 119, con venticinque minuti tagliati dallo stesso Kubrick.
Shining stabilisce la regola fondante del filone: il luogo non è lo sfondo, è un personaggio. Tutto quello che è venuto dopo, in un modo o nell’altro, discende da questa idea.
L’istituzione del benessere: guarire come pretesto
Una variante importante sposta l’ambientazione dall’albergo alla struttura terapeutica. Cambia la promessa: non più riposo, ma guarigione. E chi promette di guarirti ha su di te un potere che nessun albergatore possiede.
La Cura dal Benessere (2016) è la versione gotica. Un giovane dirigente viene mandato a recuperare il proprio capo da un sanatorio sulle Alpi svizzere e scopre che nessuno, una volta entrato, sembra volerne più uscire. È il titolo più esplicitamente horror del gruppo, e la sua parentela letteraria è dichiarata: Gore Verbinski e lo sceneggiatore Justin Haythe sono partiti da La montagna incantata di Thomas Mann. Una curiosità: il sanatorio si trova sulle Alpi svizzere, ma il film è stato girato in Germania, soprattutto al castello di Hohenzollern. Costato 40 milioni di dollari, ne incassò 26,6: un flop che ha poi trovato il proprio pubblico in home video.
Nine Perfect Strangers (2021-2025) prende la stessa premessa e la porta nel dramma psicologico contemporaneo. Nove sconosciuti si iscrivono a un ritiro di dieci giorni a Tranquillum House, struttura di lusso in una immaginaria cittadina californiana, guidato da Masha Dmitrichenko, che somministra loro microdosi di psichedelici senza consenso informato.
La serie nasce dal romanzo di Liane Moriarty — la stessa autrice di Big Little Lies — ed è firmata da David E. Kelley, con Nicole Kidman anche produttrice. Ha debuttato su Hulu il 18 agosto 2021 ed è tornata quasi quattro anni dopo, il 21 maggio 2025, con una seconda stagione ambientata in un nuovo ritiro: sedici episodi in tutto.
Il tema centrale è il consenso, e la serie ha il coraggio di non risolverlo: i risultati che Masha ottiene sono reali, e nessuno di quei risultati sarebbe arrivato con il consenso, perché nessuno avrebbe accettato. Nicole Kidman costruisce un personaggio che oscilla continuamente tra il terapeutico e il predatorio.
Il contesto reale esiste: la ricerca clinica sull’uso terapeutico di psilocibina e MDMA è tornata legittima negli ultimi quindici anni, e il protocollo di Masha assomiglia molto a quello dei trial veri — con la differenza sostanziale che nei trial il consenso informato è il fondamento di tutto.
Il villaggio e la comunità: Midsommar
Midsommar (2019) sposta ancora, dal resort al villaggio.
Ari Aster manda un gruppo di studenti americani a Hårga, comunità svedese che celebra un festival di mezza estate ogni novant’anni, e costruisce un horror che non usa mai il buio. Tutto avviene sotto un sole che non tramonta, in un prato verdissimo, tra persone vestite di bianco che sorridono. Il festival dura nove giorni e si celebra una volta ogni novant’anni. Curiosamente, della Svezia c’è pochissimo anche dietro la macchina da presa: il film è stato girato quasi interamente nei dintorni di Budapest, con le musiche di Bobby Krlic. Costato 9 milioni di dollari, ne ha incassati 48,5.
La struttura è la stessa del filone — ospiti stranieri, luogo isolato, impossibilità di andarsene — ma la posta è diversa. Dani, la protagonista, ha appena perso l’intera famiglia e sta cercando senza saperlo qualcuno disposto a reggere il peso del suo dolore.
Hårga lo fa, in un modo profondamente sbagliato. E il sorriso finale di Dani è insieme una liberazione autentica e un orrore, perché la serenità arriva attraverso un omicidio.
È il titolo che dimostra quanto sia elastico il dispositivo: la stessa struttura che altrove produce satira sociale, qui produce una tragedia sul lutto.
La satira di classe: il filone eat the rich
Il gruppo più numeroso, e quello che ha definito il genere nella percezione comune.
The White Lotus
The White Lotus (2021-oggi) è l’opera che ha reso il filone riconoscibile. Serie antologica HBO, ogni stagione in un resort diverso della stessa catena immaginaria: Hawaii nel 2021, Sicilia nel 2022, Thailandia nel 2025 — con la terza stagione slittata di due anni per lo sciopero degli sceneggiatori — e una quarta in lavorazione sulla Costa Azzurra.
Il meccanismo è identico ogni volta. Un gruppo di clienti ricchissimi arriva per una settimana. Nel primo episodio viene annunciato un morto senza dire chi sia. Poi la serie torna all’inizio del soggiorno e lascia maturare le tensioni.
Quello che tiene insieme tutto non è il giallo, è l’osservazione. Mike White — autore e regista unico di ogni episodio — mette sotto vetro un ecosistema chiuso e studia cosa succede quando persone abituate a ottenere tutto si trovano accanto a persone abituate a non chiedere niente.
I riconoscimenti sono arrivati a valanga: sedici Emmy in tutto, compreso quello per la miglior serie limitata o antologica, e due Golden Globe. Jennifer Coolidge ne ha vinti due, Murray Bartlett uno, Mike White tre — regia, sceneggiatura e produzione. La serie ha anche una posizione morale precisa: i ricchi non pagano quasi mai. Shane esce indenne dalla prima stagione, Greg la fa franca nella seconda. Il messaggio non è “i ricchi pagheranno”, è “i ricchi non pagano, ed è questo il problema”.
The Menu
The Menu (2022) applica la stessa logica alla cena invece che alla vacanza. Dodici commensali raggiungono in barca un ristorante su isola privata per una degustazione esclusiva, e scoprono che ogni portata è un capitolo di un piano premeditato. Presentato al festival di Toronto nel settembre 2022 e uscito in sala a novembre, è costato 30 milioni di dollari e ne ha incassati 79,6, con candidature ai Golden Globe per Ralph Fiennes e Anya Taylor-Joy.
È il titolo più strutturato del gruppo: il ritmo del film è letteralmente il ritmo di un servizio di sala, e ogni piatto è un giro di vite.
La sua particolarità è non risparmiare nessuno. I clienti sono ridicoli, ma lo chef Slowik non è un eroe della classe lavoratrice: è un artista che ha scelto di odiare il proprio pubblico, e il film tratta quel disprezzo come una malattia. Colpisce insieme il consumo ostentato e la presunzione dell’arte che si crede superiore a chi ne fruisce.
Triangle of Sadness
Triangle of Sadness (2022), Palma d’Oro a Cannes, è il più radicale.
Con Harris Dickinson, Dolly de Leon e Woody Harrelson nel ruolo del capitano marxista, Ruben Östlund porta un gruppo di miliardari su uno yacht di lusso, li fa naufragare, e li deposita su un’isola dove l’unica persona capace di procurare cibo è l’ex addetta ai bagni della nave. Nel giro di poche scene Abigail diventa il capo — e ricostruisce esattamente la stessa gerarchia di prima, con sé stessa in cima.
È la tesi più scomoda del filone: il potere non è una qualità delle persone, è una posizione, e chiunque ci arrivi si comporta allo stesso modo. Il film non individua nessun buono, compresi i poveri.
A Cannes fu accolto da otto minuti di applausi, e con 15,6 milioni di budget ne ha incassati 32,9. È anche l’ultimo film di Charlbi Dean, morta pochi mesi dopo la presentazione, a trentadue anni.
Glass Onion
Glass Onion (2022) è il più leggero e l’unico in cui il colpevole viene effettivamente punito.
Con un cast che mette insieme Edward Norton, Janelle Monáe, Kathryn Hahn, Kate Hudson e Dave Bautista, Rian Johnson manda Benoit Blanc sull’isola privata di un miliardario della tecnologia per un weekend con delitto simulato che diventa un omicidio vero. Il titolo è la chiave: una cipolla di vetro sembra stratificata ma è trasparente e vuota al centro — come il mistero, la cui soluzione è visibile dall’inizio, e come Miles Bron, che sembra un genio senza aver mai avuto un’idea propria.
La punizione finale non arriva dalla legge ma dalla reputazione: gli amici abbandonano Miles nel momento esatto in cui difenderlo smette di convenire.
Vale la pena ricordare come è arrivato sullo schermo. Nel 2021 Netflix aveva comprato i diritti di due seguiti di Cena con delitto per 469 milioni di dollari; il film è passato in sala solo una settimana, a novembre 2022, prima di approdare in piattaforma il 23 dicembre. Al botteghino ha incassato 15 milioni contro un budget di 40 — numeri che per una produzione pensata per lo streaming contano poco.
Il giallo chiuso: quando conta chi è stato
Un terzo gruppo usa il resort come scena del crimine classica, alla Agatha Christie.
7 sconosciuti a El Royale (2018) è il più elegante. Nel 1969, sette persone arrivano a un hotel in decadenza costruito esattamente sul confine tra California e Nevada, con una riga rossa che attraversa la hall. Nessuno è ciò che dichiara, e l’albergo nasconde un corridoio segreto con specchi unidirezionali su ogni stanza.
Drew Goddard costruisce il film a capitoli intitolati alle stanze, riavvolgendo più volte la stessa notte da punti di vista diversi. La musica è parte della struttura al punto che Goddard, quando mise in vendita la sceneggiatura, avvertì gli studi di non comprarla se non erano disposti a pagare i diritti di ogni singolo brano. Costato 32 milioni di dollari ne incassò 31,8: un insuccesso commerciale diventato cult mancato, con una Cynthia Erivo eccellente e la migliore scenografia del filone.
Oasis Resort (2026) è la variante spagnola contemporanea. Quando una giovane concierge scompare dal resort più esclusivo delle Canarie, la polizia blocca ogni uscita: ospiti e dipendenti restano intrappolati, tutti sospettati. La serie chiama il proprio dispositivo “trappola a cielo aperto”, ed è la definizione più precisa del genere intero.
The Resort (2022) è il più strano e il più sottovalutato. Creata da Andy Siara per Peacock e andata in onda in otto episodi tra il 28 luglio e il 1° settembre 2022, racconta di una coppia in crisi che festeggia il decimo anniversario nella Riviera Maya, trova un vecchio cellulare sepolto nella giungla e comincia a indagare su due ragazzi scomparsi quindici anni prima. Cristin Milioti e William Jackson Harper sono i protagonisti, con Luis Gerardo Méndez nel ruolo del capo della sicurezza del resort ai tempi della sparizione. Comincia come commedia matrimoniale, diventa un cold case e finisce come riflessione fantastica sul tempo e sul lutto.
Il personale: la metà invisibile
Il criterio più affidabile per distinguere un titolo riuscito da uno mediocre, in questo filone, è cosa fa con i dipendenti.
Un resort funziona solo se il lavoro che lo produce resta invisibile. Il personale deve sorridere, ricordare i nomi, anticipare i desideri, non avere mai una giornata storta. È un lavoro emotivo che nessuno riconosce come lavoro, e i titoli migliori partono da lì.
Armond in The White Lotus è di fatto il protagonista della prima stagione: un direttore d’albergo con cinque anni di sobrietà alle spalle che nel giro di una settimana perde tutto per colpa di un ospite viziato. La sua esplosione è la conseguenza logica di un mestiere che richiede di non reagire mai.
Abigail in Triangle of Sadness parte dall’ultimo gradino — le pulizie dei bagni — e diventa il capo assoluto appena il denaro smette di valere qualcosa.
Elsa in The Menu mostra il lato oscuro dell’appartenenza: ha dato tutto allo chef e difende con ferocia glaciale il sistema che l’ha svuotata.
Belinda in The White Lotus attraversa due stagioni portandosi dietro una promessa non mantenuta, ed è il personaggio a cui la serie concede la parabola più amara.
In Oasis Resort il tema diventa esplicito: la discrezione professionale — vedere e non registrare — è la stessa competenza che permette a un crimine di restare nascosto. Se tutti sono addestrati a non vedere, tutti sono parte del sistema.
Il turismo reale dietro la finzione
Vale la pena notare quanto di questo materiale non sia inventato.
L’asimmetria tra chi lavora tutto l’anno in un posto e chi lo visita per una settimana è reale, ed è particolarmente forte nelle destinazioni che il filone predilige: le Canarie di Oasis Resort, lo Yucatán di The Resort, la Thailandia della terza stagione di White Lotus. In tutti questi casi il personale è locale e gli ospiti no.
Il lavoro emotivo richiesto all’accoglienza è documentato dalla ricerca sociologica da decenni: gestire le proprie emozioni come parte della mansione produce logoramento in modo misurabile.
Le cucine di alta gamma raccontate da The Menu sono note per turni estremi, gerarchie rigidissime e una cultura del sacrificio che negli ultimi anni è stata messa sotto accusa da chi ci ha lavorato. Diversi ristoranti celebrati a livello mondiale hanno chiuso dichiarando l’insostenibilità umana del modello.
E il paradosso più citato riguarda The White Lotus: la serie è girata in hotel reali, ha fatto aumentare le prenotazioni ovunque sia passata, e produce esattamente il desiderio che dovrebbe criticare. Il Four Seasons di Taormina è diventato una meta turistica grazie a una serie che racconta quanto siano vuote le persone che ci soggiornano.
Film o serie: due modi opposti di usare lo stesso spazio
Una differenza strutturale attraversa tutto il filone.
I film costruiscono un meccanismo che esplode. Hanno due ore, quindi la struttura chiusa serve a produrre una catastrofe: The Menu procede per portate verso il rogo finale, Glass Onion verso l’incendio della villa, Midsommar verso il tempio giallo. Il luogo viene distrutto perché il racconto deve finire.
Le serie usano lo stesso spazio per l’osservazione prolungata. The White Lotus ha sei, sette, otto episodi per lasciare che le tensioni maturino, e la morte annunciata serve solo a tenere lo spettatore attento mentre guarda gente in vacanza. Nine Perfect Strangers dedica interi episodi a sedute di gruppo.
The Menu e The White Lotus partono dalla stessa premessa esatta — ricchi in un luogo esclusivo, personale che li serve, qualcosa che va storto — e ne ricavano oggetti opposti. Il primo è un congegno, il secondo è uno studio.
Gli antenati: da dove viene il filone
I titoli degli anni Venti non nascono dal nulla. L’hotel come luogo narrativo ha una tradizione lunga, e conoscerla aiuta a capire cosa sia davvero nuovo nei film recenti.
Il vero capostipite è il Bates Motel di Psycho (1960). Hitchcock stabilisce il principio fondante: il posto dove ti fermi a dormire quando sei di passaggio è il posto dove nessuno sa che sei. La struttura ricettiva come luogo in cui una persona può sparire senza che nessuno se ne accorga è un’idea che attraversa tutto il genere, da El Royale a Oasis Resort.
Grand Hotel (1932), tratto dal romanzo Menschen im Hotel di Vicki Baum, inventa invece la formula corale: storie diverse che si intrecciano perché i personaggi alloggiano nello stesso edificio. È il film in cui Greta Garbo dice «voglio essere lasciata sola», ed è l’unico ad aver vinto l’Oscar per il miglior film senza ricevere nessun’altra candidatura. Da lì discende l’intera struttura a mosaico che Goddard usa in El Royale e che The White Lotus applica su scala seriale.
Shining (1980) aggiunge la componente decisiva — l’edificio come entità dotata di volontà — ed è per questo che resta lo spartiacque.
Negli anni successivi il modello si diversifica. Barton Fink (1991) dei fratelli Coen usa l’Hotel Earle come rappresentazione dello stato mentale del protagonista, e a Cannes fece l’en plein: Palma d’Oro, miglior regia e miglior attore. Hotel Artemis (2018) lo trasforma addirittura in un ospedale clandestino per criminali, in una Los Angeles del 2028 attraversata dalle rivolte per la privatizzazione dell’acqua: Jodie Foster gestisce la struttura come una portinaia armata di regolamento, e il film — 15,5 milioni di budget, 13,3 di incasso — è il tentativo più bizzarro di piegare l’albergo a un altro genere. Lost in Translation (2003) lo tratta come non-luogo della solitudine contemporanea, senza alcun crimine: costato 4 milioni di dollari, ne incassò 119. Grand Budapest Hotel (2014) di Wes Anderson lo trasforma in un mondo perduto, elegia di un’Europa scomparsa: 25 milioni di budget, 174,6 di incasso, ed è probabilmente il titolo più amato tra quelli ambientati in un albergo.
Cosa cambia con gli anni Venti? Due cose. La prima è l’esplicitazione del conflitto di classe: prima l’hotel era uno spazio neutro dove accadeva qualcosa, adesso è il luogo in cui la disuguaglianza si mette in scena da sola. La seconda è lo spostamento verso il resort: non più l’albergo urbano di passaggio ma la destinazione di lusso, con il suo apparato di servizio e la sua promessa di trasformazione.
Il genere non è nuovo. È diventato politico.
Cosa distingue un buon titolo del filone
Guardando tutti questi lavori in fila emergono tre criteri che separano i riusciti dai dimenticabili.
Il luogo deve avere una logica propria. Nei titoli migliori l’edificio funziona secondo regole precise che lo spettatore impara: la geometria impossibile dell’Overlook, la riga rossa dell’El Royale, i corridoi di servizio invisibili agli ospiti in Oasis Resort, i quattro cicli di vita di Hårga. Quando invece il resort è solo uno sfondo esotico, il film si affloscia.
Il personale deve avere qualcosa da perdere. Se i dipendenti sono comparse, manca metà del sistema — e con essa la tensione. Armond, Abigail, Elsa, Belinda, Gaitok: i personaggi che restano in mente vengono quasi tutti dalla parte sbagliata della gerarchia.
La bellezza deve essere reale. Il filone funziona sul contrasto, e il contrasto richiede che il posto sia genuinamente desiderabile. Non a caso quasi tutti questi titoli sono girati in location eccezionali e fotografati con cura sproporzionata rispetto al genere. Se lo spettatore non desidera essere lì, non funziona niente.
C’è poi un quarto elemento, più difficile da nominare: il film deve sapere di essere complice. The White Lotus fa aumentare le prenotazioni negli hotel che critica, e la serie lo sa. Triangle of Sadness rende il naufragio spettacolare mentre condanna lo spettacolo. I titoli migliori tengono dentro questa contraddizione invece di risolverla.
I filoni vicini
Questo gruppo di titoli confina con altri due, e vale la pena distinguerli.
Il primo è il cinema claustrofobico, dove la minaccia è lo spazio stesso: la guida ai migliori film claustrofobici raccoglie i titoli in cui l’ambiente si stringe fino a diventare l’antagonista. Il Buco ne è l’esempio spagnolo più radicale, con la sua struttura verticale che è una metafora di classe esplicita. La differenza con il filone resort è che lì lo spazio è piccolo e brutto, qui è enorme e bellissimo — ma il meccanismo di fondo, l’impossibilità di uscire, è identico. Oasis Resort lo dichiara chiamandosi “trappola a cielo aperto”.
Il secondo è la satira televisiva sulla ricchezza, di cui Succession è il vertice: lì il denaro è potere aziendale e la crudeltà passa dai dialoghi, mentre nel filone resort il denaro è tempo libero e la crudeltà passa dai corpi e dagli spazi. Non a caso Mark Mylod, regista di alcuni degli episodi più importanti di Succession, ha poi diretto The Menu.
C’è infine una parentela meno ovvia ma reale con il cinema sulla memoria inaffidabile. The Resort la rende esplicita: il suo caso irrisolto è irrisolto perché nessuno ricorda correttamente, e il personaggio dell’ex proprietario dell’hotel tiene la stanza tappezzata di post-it per compensare la memoria che perde — un sistema di appunti esterni che richiama direttamente quello di Memento.
Guida rapida: quale guardare
| Se cerchi | Guarda | Perché |
|---|---|---|
| Il capostipite, horror puro | Shining (1980) | L’hotel come antagonista, geometria impossibile |
| Satira sociale seriale | The White Lotus (2021) | Il titolo più rappresentativo del filone |
| Un film singolo con finale forte | The Menu (2022) | Struttura a orologeria, Ralph Fiennes |
| Satira senza consolazione | Triangle of Sadness (2022) | Palma d’Oro, nessun buono |
| Un whodunit divertente | Glass Onion (2022) | Benoit Blanc, l’unico colpevole punito |
| Noir corale anni Sessanta | 7 sconosciuti a El Royale (2018) | Struttura a capitoli, Cynthia Erivo |
| Folk horror | Midsommar (2019) | Orrore in pieno sole, Florence Pugh |
| Horror gotico | La Cura dal Benessere (2016) | Sanatorio alpino, estetica da fiaba nera |
| Dramma sul consenso | Nine Perfect Strangers (2021) | Nicole Kidman, ritiri di benessere |
| Giallo chiuso contemporaneo | Oasis Resort (2026) | Trappola a cielo aperto alle Canarie |
| Qualcosa di inclassificabile | The Resort (2022) | Commedia, cold case e tempo, sottovalutatissimo |
Un ordine di visione cronologico
Non esiste continuità tra questi titoli: ognuno si guarda da solo, in qualsiasi ordine.
Chi però volesse seguire l’evoluzione del filone può procedere per data:
Shining (1980) stabilisce l’hotel come antagonista. La Cura dal Benessere (2016) sposta il dispositivo sull’istituzione terapeutica. 7 sconosciuti a El Royale (2018) lo incrocia con il noir corale. Midsommar (2019) lo porta nel villaggio e nel folk horror. The White Lotus (2021) inaugura la fase satirica e definisce il genere nella percezione comune. Il 2022 è l’anno di picco, con quattro titoli — The Menu, Triangle of Sadness, Glass Onion, The Resort — che escono a pochi mesi l’uno dall’altro. Oasis Resort (2026) mostra dove è arrivato il modello quando viene applicato al giallo di produzione europea.
La concentrazione del 2022 non è casuale: arriva dopo due anni di pandemia, in cui il viaggio era stato impossibile e la disuguaglianza economica era diventata argomento quotidiano. Glass Onion ambienta esplicitamente la propria storia nel maggio 2020.
Il filone dopo il 2022: Sirens, The Four Seasons e la Costa Azzurra
Il 2022 è stato l’anno di picco, ma il filone non si è fermato lì. Gli ultimi due anni hanno prodotto altre variazioni, tutte su Netflix.
Sirens (2025) è la più vicina al modello. Miniserie in cinque episodi creata da Molly Smith Metzler a partire da una propria pièce teatrale del 2011, racconta un solo weekend in una tenuta sul mare, dove Devon arriva per convincere la sorella Simone a lasciare il lavoro di assistente personale di una miliardaria, Michaela. Ci sono Meghann Fahy — che veniva dalla seconda stagione di White Lotus — Milly Alcock, Kevin Bacon e Julianne Moore, e c’è tutto l’armamentario del genere: la casa bellissima, il personale che non può dire di no, la ricchezza come religione. Cinque episodi da poco meno di un’ora l’uno, usciti tutti insieme il 22 maggio 2025, con recensioni positive.
The Four Seasons (2025) prende la stessa materia e la porta nella commedia. Creata da Tina Fey con Lang Fisher e Tracey Wigfield a partire dal film del 1981 di Alan Alda, che nella serie compare anche come ospite, segue un gruppo di amici sposati nei loro viaggi stagionali: una casa sul lago, una stazione sciistica, un resort. La crudeltà qui è quella domestica delle coppie di lunga data, non quella di classe, ma la struttura è identica — persone chiuse in un luogo di vacanza che non possono evitarsi. Con Fey, Steve Carell, Will Forte e Colman Domingo, ha debuttato il 1° maggio 2025, è tornata il 28 maggio 2026 ed è già stata rinnovata per una terza stagione. I giudizi sono cresciuti con il tempo: dal 78% della prima stagione all'89% della seconda su Rotten Tomatoes.
E poi c’è la quarta stagione di The White Lotus, il capitolo che tutti aspettano. Le riprese si sono svolte tra Saint-Tropez e Cannes da aprile a ottobre 2026, con l’azione ambientata durante il festival del cinema: dal nuovo denaro americano al vecchio denaro europeo, e dal turismo alla fama come merce. Nel cast, tra gli altri, Vincent Cassel, Steve Coogan, Kumail Nanjiani, Chris Messina e Laura Dern, arrivata a riprese iniziate al posto di Helena Bonham Carter. L’uscita è attesa nel 2027.
I numeri del filone
Messi in fila, i conti raccontano una cosa interessante: è un genere che costa poco e rende bene, tranne quando prova a costare tanto.
Shining (1980) è costato 19 milioni di dollari e ne ha incassati 56,9. Midsommar (2019) è il caso più clamoroso: 9 milioni di budget, 48,5 di incasso, cinque volte tanto. The Menu (2022) ha fatto 79,6 milioni con 30 di budget, Triangle of Sadness 32,9 con 15,6, Grand Budapest Hotel addirittura 174,6 con 25.
Dall’altra parte ci sono i due film che hanno speso di più: La Cura dal Benessere (40 milioni di budget, 26,6 di incasso) e 7 sconosciuti a El Royale (32 contro 31,8), entrambi insuccessi in sala e entrambi diventati oggetti di culto dopo.
Il resto del filone vive fuori dal botteghino: The White Lotus, Nine Perfect Strangers, The Resort, Sirens e Oasis Resort sono prodotti da piattaforme, dove il successo si misura in abbonamenti e in settimane di conversazione — e dove, non a caso, il genere si è spostato quasi per intero.
Dove vedere questi titoli in Italia
La distribuzione è frammentata su quasi tutte le piattaforme.
- Netflix — Glass Onion e Oasis Resort in esclusiva
- Sky e NOW — The White Lotus con tutte le stagioni, e The Resort, che essendo una produzione Peacock passa dai canali del gruppo Comcast
- Disney+ — The Menu e 7 sconosciuti a El Royale, entrambi titoli confluiti nel gruppo
- Prime Video — Nine Perfect Strangers con entrambe le stagioni
- Noleggio e acquisto digitale — Shining, Midsommar, Triangle of Sadness e La Cura dal Benessere su Amazon Prime Video, Apple TV, Google Play e Rakuten TV, con passaggi periodici in abbonamento
La disponibilità in catalogo cambia con una certa frequenza: conviene verificare al momento della visione.
Il filone continua
Il filone non dà segni di stanchezza: la quarta stagione di The White Lotus arriverà nel 2027, The Four Seasons ha una terza stagione in arrivo, e ogni anno qualcuno trova un nuovo posto bellissimo in cui chiudere dei personaggi.
Quello che rende il genere così resistente è che la premessa non si consuma. Finché esisteranno luoghi costruiti per far dimenticare alle persone ricche che il mondo esiste, ci sarà materiale per raccontare cosa succede quando il mondo entra comunque.
E ogni volta funzionerà, perché il pubblico è dalla parte sbagliata della riga rossa e lo sa benissimo.
Domande frequenti
Quali sono i migliori film ambientati in un hotel?
Shining (1980) resta il riferimento assoluto, con l’Overlook Hotel come vero antagonista. Seguono 7 sconosciuti a El Royale (2018) per il noir corale, The Menu (2022) per la satira di classe, Glass Onion (2022) per il whodunit su isola privata e Midsommar (2019) per la variante folk horror del villaggio isolato.
Perché così tanti film e serie sono ambientati in hotel e resort?
Perché un resort è una struttura narrativa perfetta: raduna estranei in uno spazio chiuso, impedisce di andarsene, e istituisce una gerarchia rigidissima tra chi paga e chi serve. Aggiunge inoltre un contrasto potente tra la bellezza del luogo e la bruttezza di ciò che vi accade.
Da dove iniziare con i film ambientati in resort e hotel?
Da The White Lotus se si cerca satira sociale e si vuole il titolo più rappresentativo del filone contemporaneo. Da Shining se si preferisce l’horror e si vuole partire dal capostipite. Da The Menu se si vuole un film singolo, breve e con un finale forte.
Qual è il film più spaventoso ambientato in un hotel?
Shining di Stanley Kubrick, senza rivali. L’Overlook Hotel funziona su una geometria impossibile che genera disagio senza che lo spettatore capisca perché. La Cura dal Benessere è il secondo, con il sanatorio alpino portato verso l’horror gotico esplicito.
Cosa hanno in comune The White Lotus, The Menu e Triangle of Sadness?
Appartengono tutti al filone eat the rich degli anni Venti: mettono in scena persone ricchissime in un luogo esclusivo e osservano cosa succede quando la struttura che le protegge si rompe. La differenza sta nell’esito — White Lotus non punisce quasi nessuno, The Menu punisce tutti, Triangle of Sadness dimostra che la gerarchia si ricostruisce comunque.
Quali film o serie sono ambientati in centri benessere?
Nine Perfect Strangers è il titolo di riferimento, con due stagioni ambientate in ritiri di benessere di lusso dove la direttrice somministra psichedelici agli ospiti. La Cura dal Benessere porta la stessa premessa verso l’horror in un sanatorio sulle Alpi svizzere.
Esiste un ordine consigliato per guardare questi titoli?
Non sono collegati tra loro, quindi ogni titolo si guarda da solo. Un percorso sensato per capire l’evoluzione del filone è però cronologico: Shining (1980) → La Cura dal Benessere (2016) → 7 sconosciuti a El Royale (2018) → Midsommar (2019) → The White Lotus (2021) → i quattro titoli del 2022 → Oasis Resort (2026).
Perché il personale dell’hotel è così importante in queste storie?
Perché è la metà del sistema che di solito resta invisibile. I titoli migliori del filone danno ai dipendenti lo stesso peso narrativo degli ospiti: Armond in The White Lotus è di fatto il protagonista, Abigail in Triangle of Sadness ribalta l’intera gerarchia, Elsa in The Menu regge il film insieme allo chef.
Quali di questi titoli sono disponibili su Netflix?
Glass Onion è un’esclusiva Netflix, così come Oasis Resort. Gli altri sono distribuiti altrove: The White Lotus su Sky e NOW, The Menu e 7 sconosciuti a El Royale su Disney+, Nine Perfect Strangers su Prime Video. La disponibilità cambia nel tempo.
C’è differenza tra i film e le serie di questo filone?
Sì, ed è sostanziale. I film costruiscono un meccanismo che esplode: la struttura chiusa serve a produrre una catastrofe in due ore. Le serie usano lo stesso spazio per l’osservazione prolungata, lasciando che le tensioni maturino per settimane narrative. The Menu e The White Lotus partono dalla stessa premessa e ne ricavano cose opposte.
Qual è il titolo più sottovalutato del filone?
The Resort, uscito nel 2022 su Peacock e visto da pochissimi per limiti di distribuzione. Mescola commedia matrimoniale, cold case e fantastico sul tempo, con un’ottima Cristin Milioti. Subito dopo 7 sconosciuti a El Royale, un insuccesso commerciale che ha poi guadagnato una reputazione da cult mancato.
Ci sono titoli nuovi del filone nel 2025 e nel 2026?
Sì. Sirens (Netflix, maggio 2025) porta il dispositivo in una tenuta sul mare, con Julianne Moore nel ruolo della miliardaria e Meghann Fahy e Milly Alcock come sorelle. The Four Seasons di Tina Fey, sempre su Netflix, usa i viaggi stagionali di un gruppo di amici e ha già tre stagioni. E la quarta stagione di The White Lotus è stata girata tra Saint-Tropez e Cannes da aprile a ottobre 2026, per arrivare sugli schermi nel 2027.
Questi film raccontano dinamiche reali del turismo di lusso?
In parte sì. L’asimmetria tra ospiti e personale, il lavoro emotivo richiesto a chi serve, l’impatto del turismo sulle economie locali e la cultura del sacrificio nelle cucine d’alta gamma sono elementi documentati. La violenza è finzione, la struttura sociale che la produce nel racconto è largamente reale.



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