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Baki (2020): il Raitai Tournament, Mohammad Alai Jr. e il finale che apre lo scontro con Yujiro

Tredici episodi per chiudere il cerchio: il torneo cinese millenario, il figlio del più grande pugile di sempre e la sfida che Baki aspettava da tre serie
2020 ⭐ 7.5/10
Baki (2020): il Raitai Tournament, Mohammad Alai Jr. e il finale che apre lo scontro con Yujiro
Anno 2020
Generi Azione, Arti marziali, Drammatico
Stagioni 1
Episodi 13
Cast Nobunaga Shimazaki, Akio Ōtsuka, Rikiya Koyama, Soichiro Hoshi

Baki (2020) comincia dove la stagione precedente lo aveva lasciato in bilico tra la vita e la morte: avvelenato, debilitato, ma per la prima volta ammesso a un torneo che non si tiene a Tokyo, non si tiene in un’arena clandestina, e non si tiene nemmeno in Giappone. Tredici episodi più tardi, quello stesso ragazzo moribondo avrà sconfitto il figlio del più grande pugile della storia e otterrà, finalmente, quello che l’intero franchise promette fin dal primo, timido OVA del 1994: la parola di suo padre che accetta di combattere contro di lui.

Di cosa parla Baki (2020): la trama dall’inizio

La stagione si apre riprendendo esattamente il cliffhanger della precedente: Baki, paralizzato dal veleno di Ryukou Yanagi, viene ammesso d’urgenza al Raitai Tournament grazie all’intercessione personale di Kaiō Retsu presso il proprio maestro. È un ingresso di fortuna quasi beffardo: il torneo cinese, che si tiene una sola volta ogni cento anni per decretare il nuovo Imperatore del Mare (Kaiō), riunisce i combattenti più forti dell’intero continente asiatico, e Baki vi entra in condizioni fisiche che a malapena gli permettono di reggersi in piedi.

Il primo avversario affrontato dal protagonista, Kaiō Ri, diventa paradossalmente anche il mezzo della sua guarigione: esperto a sua volta della tecnica del tocco venefico, proprio come Yanagi nella stagione precedente, Ri inietta in Baki un veleno che finisce per neutralizzare, quasi per caso, quello già in circolo nel suo corpo — un antidoto trovato nell’ennesimo avvelenamento, in una delle soluzioni narrative più apertamente sopra le righe dell’intero franchise, eppure perfettamente coerente con la sua logica interna. È uno dei passaggi più scopertamente simbolici dell’intera saga — il dolore che cura il dolore — e segna il punto in cui la stagione smette di essere una storia di sopravvivenza per tornare a essere, come da tradizione del franchise, una storia di superamento dei limiti.

È proprio l’edizione di questo torneo, su esplicita concessione degli organizzatori cinesi, a infrangere per la prima volta nella sua storia millenaria una regola non scritta: l’ammissione di tre ospiti stranieri, fino a quel momento esclusi per tradizione da una competizione riservata ai soli maestri del Kenpo cinese. Oltre a Baki, vengono ammessi anche Yujiro Hanma — presentato ufficialmente come “l’essere più forte sulla Terra” — e Mohammad Alai Jr., figlio del leggendario pugile. È un’eccezione che la serie sfrutta narrativamente per sottolineare quanto il torneo stesso, pur affondando le radici in secoli di tradizione, non possa più ignorare l’esistenza di combattenti capaci di ridefinire da soli le gerarchie di potere globali. Con l’avanzare della competizione, il formato individuale lascia progressivamente spazio a una struttura a squadre, Cina contro una rappresentativa congiunta di Giappone e Stati Uniti, che finisce per includere, accanto a Baki, Yujiro e Kaiō Retsu, anche Katsumi Orochi — figlio di Doppo, da sempre alla ricerca di un riscatto generazionale — e lo stesso Biscuit Oliva, già incrociato nella prima stagione nei panni di cacciatore di taglie governativo.

Il torneo prosegue riunendo in scena alcuni dei combattenti più straordinari mai apparsi nella saga: Kaiō Kaku, il Supremo Gran Maestro del Kenpo cinese e detentore del titolo di Kaiō nel secolo precedente, un uomo di età ultracentenaria le cui tecniche derivano da decenni di affinamento quasi ininterrotto; Kaiō Ri, specialista del tocco venefico; Kaiō Chin; e Jyaku, l’unico rappresentante giapponese della competizione. Ma è Yujiro Hanma, presente al torneo più come osservatore interessato che come vero concorrente, a ribaltare le regole del gioco nel momento decisivo: dichiarando nulli tutti i risultati precedenti, l’Ogre si autoproclama sfidante diretto di Kaiō Kaku, imponendosi su di lui in un duello che la serie presenta quasi come una formalità dovuta, più che come un vero confronto alla pari — l’ennesima dimostrazione che, in questo universo, la forza pura può riscrivere anche le regole più sacre di una tradizione millenaria.

Parallelamente al torneo, la stagione sviluppa il secondo grande arco narrativo, la Godlike Clash of the Kids Saga: l’arrivo di Mohammad Alai Jr., figlio del leggendario pugile Mohammad Alai — versione romanzata, nell’universo di Itagaki, del vero Muhammad Ali — che sostiene di aver perfezionato un’arte marziale fondata esclusivamente sui pugni. Alai Jr. non si limita a sfidare Baki sul piano fisico: in una delle sottotrame più controverse della stagione, chiede inaspettatamente la mano di Kozue Matsumoto, la storica fidanzata del protagonista, che rifiuta la proposta senza esitazione. È un affronto che si somma, più che sostituirsi, alla rivalità sportiva tra i due giovani combattenti, entrambi eredi di un nome ingombrante da dover dimostrare di meritare.

Lo scontro decisivo arriva nel finale di stagione, ambientato significativamente sotto il Tokyo Dome — lo stesso luogo simbolico dell’arena clandestina che aveva dato il via a tutta la saga fin dalla serie TV del 2001, un ritorno geografico che la serie sceglie con evidente consapevolezza citazionista, quasi a voler ricordare al pubblico più fedele da dove tutto era partito prima di lanciarsi verso il conflitto finale della saga. Alai Jr., nonostante le ferite accumulate nel corso della stagione e un confronto durissimo sostenuto poco prima contro il proprio stesso padre, affronta Baki in quello che si preannuncia come il duello tra i due figli più attesi del franchise. Il combattimento dura pochi, intensissimi istanti: Baki si impone con una facilità che sorprende lo stesso pubblico della serie, abituato a scontri ben più prolungati. È proprio questa vittoria, osservata da lontano, a convincere Yujiro che il figlio è finalmente pronto per lo scontro che l’intera saga promette fin dal principio: l’Ogre, per la prima volta in assoluto, accetta di combattere contro Baki.

Doppo Orochi e Katsumi: un confronto che resta sullo sfondo

Doppo Orochi, ancora doppiato da Takayuki Sugō, mantiene in questa stagione un ruolo più defilato rispetto al passato, ma la sua presenza resta importante per il filo narrativo legato al figlio Katsumi Orochi, integrato nella squadra congiunta di Giappone e Stati Uniti che affronta i Kaiō cinesi nella fase finale del torneo. Il rapporto tra padre e figlio, già esplorato nelle serie precedenti, continua a svilupparsi in questa stagione come controcanto più silenzioso rispetto al ben più clamoroso conflitto tra Baki e Yujiro: entrambi i giovani protagonisti, Katsumi e Baki, condividono infatti la stessa condizione di eredi chiamati a confrontarsi con un padre leggendario, pur con esiti e approcci radicalmente diversi.

Baki Hanma: dalla sopravvivenza alla maturità

Baki Hanma, ancora doppiato da Nobunaga Shimazaki, attraversa in questa stagione l’arco di trasformazione più netto dell’intera serie Netflix: entra nel Raitai Tournament come un sopravvissuto, ne esce come un combattente capace di imporsi su un rivale blasonato quanto Mohammad Alai Jr. senza nemmeno il bisogno di prolungare lo scontro. Shimazaki costruisce questa evoluzione con un’interpretazione sempre più sobria, quasi dimessa nei momenti di dialogo, a contrasto con un’esplosività fisica che la stagione riserva soltanto ai combattimenti più importanti — una scelta recitativa che rende ancora più potente, per contrasto, il momento in cui Yujiro finalmente lo riconosce come avversario degno. È un arco di crescita che completa idealmente quanto già avviato nella prima stagione, trasformando un ragazzo in fuga dalle conseguenze del proprio stesso talento in un combattente finalmente consapevole della propria forza.

Yujiro Hanma: l’Ogre che riscrive le regole

Yujiro Hanma, doppiato ancora da Akio Ōtsuka con la consueta autorevolezza vocale che contraddistingue l’interprete fin dalla prima stagione, assume in questa stagione un ruolo molto più centrale rispetto alla precedente. Il suo intervento nel Raitai Tournament — l’annullamento unilaterale dei risultati, l’autoproclamazione a sfidante diretto del campione in carica — non è soltanto una dimostrazione di forza, ma un vero e proprio atto di sovversione dell’ordine costituito, l’ennesima conferma che per l’essere più forte del mondo le regole sono sempre opzionali. È solo osservando la vittoria del figlio contro Alai Jr. che l’Ogre abbandona, anche solo per un istante, questo distacco quasi divino: la decisione di accettare lo scontro con Baki arriva proprio nel momento in cui smette di vederlo come un fastidio marginale e inizia a considerarlo, per la prima volta, un vero rivale, degno finalmente di condividere lo stesso ring del padre.

Kaiō Retsu e Kaiō Kaku: due generazioni di maestri cinesi

Kaiō Retsu, doppiato da Rikiya Koyama, torna a ricoprire un ruolo narrativamente decisivo: è grazie al proprio legame con la tradizione del Raitai Tournament che Baki ottiene l’ingresso nella competizione, ed è ancora lui a fare da ponte culturale tra il mondo marziale giapponese e quello cinese per tutta la durata della stagione, forte di un rispetto guadagnato sul campo in decenni di carriera agonistica. Il suo antico maestro, Kaiō Kaku, rappresenta invece l’apice di una tradizione marziale che affonda le radici in oltre un secolo di pratica ininterrotta: un combattente anziano ma lungi dall’essere diminuito, le cui tecniche derivano da una pazienza e una precisione che nessun allenamento accelerato potrebbe replicare. Il confronto generazionale tra l’esperienza millenaria di Kaku e la forza bruta e immediata di Yujiro diventa, di fatto, il vero cuore filosofico del torneo: cosa conta di più, decenni di raffinamento tecnico o un talento naturale capace di ignorare qualsiasi regola? La serie non offre una risposta univoca, ma la scelta di far vincere comunque Yujiro, nonostante l’enorme divario di esperienza a suo sfavore, suggerisce una visione del mondo in cui il talento puro, se portato all’estremo, può ancora avere l’ultima parola anche contro una vita intera dedicata al perfezionamento tecnico — un tema che Itagaki affronta con la consapevolezza di chi, al tempo stesso, ammira profondamente entrambe le filosofie di combattimento senza schierarsi mai del tutto per l’una o per l’altra.

Mohammad Alai Jr.: l’eredità di un nome troppo grande

Mohammad Alai Jr., doppiato in giapponese da Soichiro Hoshi, rappresenta probabilmente il personaggio più controverso introdotto in questa stagione. Figlio di un pugile che nell’universo di Baki occupa lo stesso posto che Muhammad Ali occupa nella realtà, Alai Jr. porta sulle spalle un’eredità impossibile da onorare con la sola boxe: la sua arte marziale, fondata esclusivamente sui pugni ma elevata a disciplina totale, è il tentativo di dimostrare che la tecnica del padre può evolversi in qualcosa di ancora più letale. La sua proposta di matrimonio a Kozue, respinta senza esitazione, lo colloca in una posizione scomoda agli occhi del pubblico — più un rivale arrogante che un vero antagonista — ma la sua sconfitta contro Baki, arrivata dopo un durissimo scontro sostenuto anche contro il proprio padre, resta uno dei momenti più rapidi e definitivi dell’intera stagione. Proprio questo doppio confronto, prima contro il genitore e poi contro Baki nello stesso arco di episodi, costruisce Alai Jr. come una figura tragica più che semplicemente antagonista: un giovane che tenta disperatamente di dimostrare un valore proprio, indipendente dal cognome che porta, e che finisce invece per essere sconfitto da entrambi i rappresentanti di un’eredità paterna altrettanto ingombrante — un parallelismo che la serie costruisce con evidente intenzione, mettendo Baki e Alai Jr. l’uno di fronte all’altro come specchi quasi perfetti della stessa condizione esistenziale.

Il manga alle spalle: due archi di New Grappler Baki

Questa stagione adatta due archi narrativi distinti del manga New Grappler Baki di Keisuke Itagaki: la Great Chinese Challenge Saga, che nella pubblicazione originale copre i volumi 18-27 per un totale di oltre ottanta capitoli, serializzati tra il 2003 e il 2005, e la più breve Godlike Clash of the Kids Saga, incentrata sul confronto tra Baki e Mohammad Alai Jr. Curiosamente, la transizione tra le due stagioni Netflix non coincide esattamente con la suddivisione del manga: i primi capitoli della Great Chinese Challenge Saga vengono già anticipati negli ultimi due episodi della prima stagione, lasciando a questa seconda tranche il compito di sviluppare per intero il torneo e il suo seguito diretto.

È un dettaglio produttivo che riflette una scelta precisa: concludere la prima stagione non sulla sconfitta di un singolo avversario, ma sull’apertura di un nuovo, più ampio scenario internazionale, capace di tenere alta l’attesa del pubblico nei due anni di distanza che separano le due uscite su Netflix.

Kozue Matsumoto: più di un semplice interesse amoroso

Kozue Matsumoto, compagna di scuola di Baki e figlia della sua padrona di casa, orfana di un padre morto proprio nell’arena clandestina che aveva reso celebre il protagonista, ricopre in questa stagione un ruolo più centrale di quanto la sua caratterizzazione spesso defilata lasci intuire. Timida e riservata in apparenza, Kozue dimostra in più occasioni una fermezza che la distingue nettamente da una semplice funzione decorativa: è lei a offrire a Baki un sostegno emotivo cruciale nei momenti più bui del suo avvelenamento, ed è sempre lei, con fermezza assoluta, a respingere senza esitazioni la proposta di matrimonio di Mohammad Alai Jr. — un rifiuto che la serie costruisce come atto di autodeterminazione più che come semplice fedeltà sentimentale. Significativo, a questo proposito, anche il giudizio che lo stesso Yujiro Hanma riserva a Kozue in un momento di rara apertura: definirla, seppur a modo suo brutale, come la donna migliore che il figlio potesse incontrare.

Jack Hanma: il fratello che osserva da lontano

Tra le presenze minori ma significative di questa stagione compare anche Jack Hanma, doppiato da Kenta Miyake, fratellastro di Baki e figlio anch’egli di Yujiro, già incrociato nelle serie precedenti nel proprio personale, ossessivo tentativo di sconfiggere il padre comune attraverso potenziamenti fisici sempre più estremi: un percorso che, a differenza di quello più tecnico e misurato intrapreso da Baki, punta tutto sulla pura ipertrofia muscolare come scorciatoia verso la forza assoluta. Il suo ruolo in questa stagione resta defilato rispetto a quanto accadrà più avanti nella saga, ma la sua semplice presenza nel cast conferma quanto il tema della rivalità tra fratelli, entrambi schiacciati dall’ombra ingombrante dello stesso padre, resti uno dei fili conduttori più costanti dell’intero franchise. Jack rappresenta, di fatto, un contraltare narrativo necessario alla crescita di Baki: dove il protagonista sceglie sempre, pur tra mille sofferenze, la via dell’allenamento autentico, Jack incarna la tentazione opposta, quella della scorciatoia chimica e chirurgica verso un potere che il corpo umano, lasciato alla propria naturale evoluzione, non potrebbe mai raggiungere.

La produzione: lo stesso team, due anni dopo

La seconda stagione mantiene l’intera squadra creativa della prima: la regia resta affidata a Toshiki Hirano, la produzione a TMS Entertainment, il character design a Fujio Suzuki. A differenza della prima stagione, distribuita in due blocchi di tredici episodi ciascuno nel corso del 2018, questa seconda tranche viene pubblicata interamente in un’unica soluzione su Netflix il 4 giugno 2020, a quasi due anni esatti dalla conclusione della precedente — un intervallo che riflette i tempi di produzione sempre più dilatati di un’animazione che, episodio dopo episodio, continua a puntare su combattimenti sempre più elaborati visivamente.

Sul fronte della localizzazione internazionale, la stagione mantiene lo stesso doppiaggio inglese della precedente, prodotto da Netflix con Troy Baker ancora nei panni di Baki e Kirk Thornton in quelli di Yujiro. La situazione cambierà soltanto nel febbraio 2021, quando Sentai Filmworks otterrà i diritti per l’edizione home video statunitense e deciderà di registrare un doppiaggio inglese completamente nuovo negli studi di Houston, affidando il ruolo del protagonista a Blake Jackson: una scelta che, come già per la prima stagione, lascerà al pubblico di lingua inglese due versioni doppiate alternative della stessa storia, entrambe tuttora reperibili a seconda che si scelga di guardare la serie su Netflix o di recuperarla tramite l’edizione fisica distribuita da Sentai Filmworks.

Critica: un torneo esaltante, un finale più controverso

Anime News Network ha assegnato alla stagione un voto B+, elogiando in particolare la prima metà dedicata al Raitai Tournament: “scontro dopo scontro”, scrive la recensione, la varietà degli stili di combattimento messi in scena mantiene vivo il ritmo narrativo senza mai perdere slancio lungo l’intero arco cinese. Il giudizio cambia però bruscamente con l’arrivo della Godlike Clash of the Kids Saga: secondo la stessa recensione, il secondo arco si riduce in gran parte a una sequenza di pestaggi ripetitivi con scarso valore di intrattenimento, e la sottotrama sentimentale legata a Mohammad Alai Jr. viene definita problematica, al limite di privare Kozue Matsumoto di qualsiasi agency nelle proprie scelte — un insieme di elementi che, secondo il recensore, lascia la stagione su una nota “molto meno esaltante, persino un po’ deprimente” rispetto a quanto ci si sarebbe aspettati dal finale.

Su MyAnimeList, la stagione si assesta su un punteggio di 7,52, leggermente inferiore a quello della precedente: alcuni spettatori la definiscono comunque “un viaggio selvaggio” ricco di “combattimenti sopra le righe”, mentre altri lamentano un eccesso di spiegazioni verbali durante i confronti più attesi — fino a trenta minuti di dialoghi tecnici sulle singole tecniche nei momenti che avrebbero dovuto essere puramente action — con alcune recensioni particolarmente severe che la giudicano addirittura peggiore della prima stagione sul piano della messa in scena dei combattimenti.

Tradizione contro forza bruta: il vero tema del torneo

Al di là delle coreografie di combattimento, il Raitai Tournament racconta un conflitto molto più profondo: quello tra una tradizione marziale codificata, tramandata per secoli attraverso un sistema rigoroso di titoli, gerarchie e rituali, e l’irruzione improvvisa di una forza che a quella tradizione non deve nulla. Yujiro Hanma non si limita a vincere il torneo: lo nega nella sua stessa essenza, dichiarando nulli i risultati di decenni di preparazione altrui con la stessa naturalezza con cui si corregge un errore di calcolo. È un gesto che la serie non presenta come eroico, né come propriamente villain: è semplicemente la logica interna di un personaggio per cui le regole, qualunque esse siano, valgono solo fino a quando non ostacolano la propria volontà.

Baki, al contrario, rappresenta ancora — proprio come nella stagione precedente — l’eccezione a questa logica: pur essendo tecnicamente un ospite ammesso per deroga a una competizione che non gli appartiene culturalmente, sceglie di rispettarne le regole fino in fondo, vincendo i propri incontri uno alla volta invece di imporsi con la forza bruta del padre. È un contrasto che la stagione costruisce con pazienza, lasciando che sia proprio questa differenza di approccio, più della semplice differenza di potenza fisica, a motivare la decisione finale di Yujiro di considerare il figlio un avversario degno.

Un confronto diretto con la prima stagione

Rispetto a Baki (2018), questa seconda tranche cambia sensibilmente registro narrativo. Se la prima stagione costruiva la propria tensione attraverso l’arrivo progressivo di minacce isolate — i cinque condannati, ciascuno affrontato singolarmente dai veterani del franchise — questa seconda stagione adotta una struttura più corale e internazionale, in cui il conflitto non nasce più da un’invasione esterna ma da una competizione formale, con le sue regole, i suoi arbitri e la sua millenaria legittimità culturale. È un cambio di registro che riflette fedelmente la progressione del manga originale, sempre più orientato, arco dopo arco, verso scenari di scala globale piuttosto che verso singoli duelli cittadini.

Anche sul piano emotivo la stagione segna un’evoluzione: se la prima si concentrava quasi esclusivamente sull’azione pura, la seconda dedica più spazio alle relazioni tra personaggi — il rapporto tra Baki e Kozue, quello più ambiguo tra Baki e suo fratello Jack, la rivalità irrisolta tra Katsumi Orochi e il protagonista — costruendo un tessuto emotivo che prepara il terreno per la svolta drammatica rappresentata dall’accettazione finale di Yujiro.

Dove si colloca nella saga più ampia

Baki (2020) funziona narrativamente come una cerniera tra due fasi distinte del franchise: chiude la Most Evil Death Row Convicts Saga avviata nella stagione precedente, introduce per la prima volta uno scenario internazionale su scala davvero globale — non più una minaccia che arriva a Tokyo, ma una competizione che si svolge interamente sul suolo cinese — e soprattutto apre la strada, con il finale sotto il Tokyo Dome, al confronto padre-figlio che il franchise rimanda fin dal proprio primo capitolo animato. È la stagione più breve della serie Netflix, appena tredici episodi contro i ventisei della precedente, ma anche la più densa di conseguenze dirette per il prosieguo della saga: tutto quello che accade in Baki Hanma (2021-2023) discende direttamente dalla decisione che Yujiro prende nei minuti finali di questi tredici episodi. Non è un caso che la saga successiva porti il nome stesso del cognome dei due protagonisti: dopo tre adattamenti animati costruiti attorno al cognome Baki, il franchise sceglie proprio a partire da questo punto di svolta di spostare il focus narrativo sul legame di sangue che unisce e separa, da sempre, padre e figlio.

Il ruolo di Biscuit Oliva tra i due fronti

Biscuit Oliva, già presenza memorabile della prima stagione nei panni di cacciatore di taglie governativo americano, torna anche in questa seconda tranche integrato nella squadra congiunta che affronta i maestri cinesi nella fase finale del torneo, confermando ulteriormente il proprio status di combattente temuto anche da chi, come Baki e Yujiro, proviene da tradizioni marziali e culturali del tutto diverse dalla sua.

Dove vedere Baki (2020) in streaming in Italia

La stagione è disponibile in Italia su Netflix, con doppiaggio in lingua italiana, all’interno dello stesso catalogo della prima stagione, raggiungibile cercando semplicemente “Baki” nel motore di ricerca interno della piattaforma. Trattandosi anch’essa di una produzione originale Netflix, non ha mai ricevuto un’edizione fisica ufficiale nel nostro paese, né in DVD né in Blu-ray, a differenza di quanto accaduto negli Stati Uniti con l’edizione home video curata da Sentai Filmworks. Per una mappa completa di tutte le produzioni della saga, la guida all’ordine di visione di Baki riassume l’intero percorso dall’OVA del 1994 a oggi.

Domande frequenti

Come finisce Baki (2020)?

La stagione si chiude su due fronti. Nel Raitai Tournament, Yujiro Hanma annulla d’imperio i risultati precedenti e si impone come vincitore assoluto contro l’anziano Kaiō Kaku, oltre un secolo di esperienza alle spalle del maestro cinese. In parallelo, sotto il Tokyo Dome, Baki affronta e sconfigge Mohammad Alai Jr., figlio del più grande pugile della storia, in un duello durato pochi, intensissimi istanti. È proprio quella vittoria a convincere Yujiro che il figlio è finalmente pronto: alla fine della stagione il padre accetta, per la prima volta, di affrontarlo in combattimento.

Quanti episodi ha Baki (2020)?

Tredici episodi, pubblicati tutti insieme su Netflix il 4 giugno 2020, a circa due anni di distanza dalla fine della prima stagione.

Chi è Mohammad Alai Jr.?

È il figlio di Mohammad Alai, versione romanzata del leggendario Muhammad Ali all’interno dell’universo di Baki. Sostiene di aver perfezionato un’arte marziale fondata esclusivamente sui pugni, ed è doppiato in giapponese da Soichiro Hoshi. Nel corso della stagione chiede persino la mano di Kozue Matsumoto, la fidanzata di Baki, che rifiuta la proposta.

Cos’è il Raitai Tournament?

Una competizione di arti marziali cinese che si tiene una sola volta ogni cento anni, per decretare il nuovo Imperatore del Mare (Kaiō): il titolo più prestigioso del mondo marziale orientale, detenuto all’inizio della stagione dall’anziano e leggendario Kaiō Kaku.

In che ordine vedere gli anime di Baki?

Ordine cronologico interno alla saga: Grappler Baki – The Ultimate Fighter (1994, OVA), poi Baki the Grappler (2001), poi Baki (2018), poi Baki (2020), poi Baki Hanma (2021-2023), poi Baki-Dou (2026).

Dove vedere Baki (2020) in streaming in Italia?

La stagione è disponibile in Italia su Netflix con doppiaggio italiano, all’interno dello stesso catalogo della prima stagione.

Baki (2020) si può vedere senza aver visto la prima stagione?

No: la trama riparte direttamente dal finale di Baki (2018), con il protagonista ancora debilitato dal veleno di Ryukou Yanagi e appena ammesso al Raitai Tournament grazie all’intercessione di Kaiō Retsu. È necessario aver visto la prima stagione per seguire gli eventi senza interruzioni.

Chi vince il Raitai Tournament?

Formalmente nessuno: Yujiro Hanma, dopo aver osservato gli altri combattenti, dichiara nulli tutti gli incontri precedenti e si autoproclama vincitore imponendosi sul campione in carica Kaiō Kaku in un duello che la serie presenta come una formalità quasi dovuta più che come un vero confronto alla pari.

Chi è Kaiō Kaku?

Il Supremo Gran Maestro del Kenpo cinese, detentore del titolo di Kaiō (Imperatore del Mare) nel secolo precedente, un combattente di età ultracentenaria le cui tecniche derivano da decenni di affinamento pressoché ininterrotto.

Yujiro Hanma accetta davvero di combattere contro Baki alla fine di questa stagione?

Sì: dopo aver visto il figlio sconfiggere Mohammad Alai Jr. con una facilità inaspettata, Yujiro riconosce per la prima volta che Baki è pronto, e accetta lo scontro diretto che il franchise promette fin dall’OVA del 1994 — scontro che diventerà il fulcro della stagione successiva, Baki Hanma (2021-2023).

Qual è la differenza tra Baki (2018) e Baki (2020)?

Sono la stessa produzione Netflix divisa in due stagioni distinte, entrambe dirette da Toshiki Hirano per TMS Entertainment: la prima copre la Most Evil Death Row Convicts Saga, la seconda il Raitai Tournament e lo scontro con Mohammad Alai Jr., fungendo da ponte diretto verso il conflitto finale tra Baki e Yujiro.

Come è stata accolta la seconda stagione dalla critica?

In modo più tiepido della prima: su MyAnimeList la stagione mantiene un punteggio di 7,52, inferiore a quello della prima, con diversi spettatori che lamentano un eccesso di spiegazioni verbali durante i combattimenti principali a scapito del ritmo action.

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