Baki: in che ordine vedere la saga, dall'OVA del 1994 al clone di Musashi Miyamoto
Baki non è una serie. È una saga che attraversa trent’anni di animazione giapponese, cambia studio di produzione almeno due volte, uccide per la prima volta un personaggio storico solo nel suo capitolo più recente, e nel frattempo trova il tempo di clonare un samurai realmente esistito e resuscitare un uomo preistorico conservato nel sale per milioni di anni. Orientarsi tra OVA, serie TV e stagioni Netflix non è complicato quanto sembra, ma richiede una mappa chiara — ed è esattamente quello che questa guida, pensata sia per chi scopre oggi il franchise sia per chi vuole fare ordine tra le produzioni già viste, vuole essere.
La saga Baki: una mappa per orientarsi
Il franchise nasce dalla penna di Keisuke Itagaki, pseudonimo di Hiroyuki Itagaki, che il 30 settembre 1991 comincia a serializzare su Weekly Shōnen Champion il manga Baki the Grappler, seguito nel tempo da altre cinque serie a fumetti che proseguono ininterrottamente la stessa storia: New Grappler Baki (1999-2005), Baki Hanma/Son of Ogre (2005-2012), Baki-Dou (2014-2018), Bakidou (2018-2023) e Baki Rahen, tuttora in corso dal 2023. Complessivamente, il franchise ha venduto oltre 100 milioni di copie tra tutte le serie, rendendolo uno dei manga di arti marziali più longevi, discussi e popolari di sempre a livello globale. Itagaki vive a Fuchū, nella prefettura di Tokyo, città di cui è ambasciatore ufficiale dal 2014, ed è anche il padre della fumettista Paru Itagaki, autrice del celebre Beastars — una coincidenza familiare che testimonia bene quanto la narrazione di storie estreme, in un modo o nell’altro, scorra letteralmente nel sangue di questa particolare famiglia di autori giapponesi.
Le trasposizioni animate, però, non sempre rispecchiano uno-a-uno questa suddivisione in manga: a volte un singolo anime copre più archi narrativi dello stesso manga, altre volte due manga diversi vengono raccontati con lo stesso titolo d’adattamento. Ecco perché conoscere l’ordine cronologico delle produzioni audiovisive, più che quello editoriale dei manga, è il modo più semplice per sapere da dove partire.
Quello che rende Baki un caso particolare nel panorama degli shonen e dei seinen di arti marziali è la sua totale assenza di pudore: ogni avversario viene presentato come un’entità mostruosa, ogni combattimento come un evento che dovrebbe essere impossibile da vincere, eppure la serie trova sempre un modo — per quanto improbabile — per far prevalere i propri protagonisti. È una formula che nel corso di trent’anni ha attraversato mode diverse dell’animazione giapponese, cambiando studio, registi e persino il proprio approccio produttivo, ma restando sorprendentemente fedele a sé stessa nei temi di fondo: l’eredità paterna, il confine tra forza e umanità, la domanda su cosa renda davvero “il più forte” un essere umano.
Non è un caso che un franchise capace di durare così a lungo abbia anche attraversato più volte cambi profondi di studio di produzione e di approccio tecnico: dal piccolo studio Knack Productions dell’OVA del 1994, passando per lo storico Group TAC della serie TV del 2001, fino al colosso TMS Entertainment che accompagna tutte e quattro le produzioni Netflix a partire dal 2018. Ogni passaggio di studio ha portato con sé un cambio sensibile nello stile dell’animazione, nella messa in scena dei combattimenti e persino nel registro recitativo dei doppiatori coinvolti, pur mantenendo sempre ben riconoscibile il nucleo tematico e narrativo di fondo dell’intera saga, trasversale a ogni singolo cambio produttivo.
Il cast vocale che attraversa tutte le produzioni: chi cambia e chi invece resta
Uno degli aspetti più curiosi per chi guarda la saga nella sua interezza è osservare come cambino, produzione dopo produzione, i doppiatori giapponesi dei personaggi principali. Baki Hanma è stato doppiato da Kappei Yamaguchi nell’OVA del 1994, da Masami Kikuchi nella serie TV del 2001, e da Nobunaga Shimazaki in tutte e quattro le produzioni Netflix successive — l’unico caso di continuità vocale ininterrotta nell’intero franchise, mantenuta dal 2018 fino a Baki-Dou. Yujiro Hanma, al contrario, cambia voce a ogni passaggio produttivo importante: Kenji Nomura nella serie del 2001, Akio Ōtsuka — voce storica anche di Solid Snake nella saga videoludica Metal Gear — in tutte le produzioni Netflix a partire dal 2018.
Anche sul fronte internazionale la continuità vocale racconta una storia interessante: il doppiaggio inglese Netflix, prodotto dagli studi Studiopolis, mantiene Troy Baker su Baki e Kirk Thornton su Yujiro per tutte e quattro le stagioni dal 2018 in poi, mentre l’edizione home video statunitense della serie TV del 2001, distribuita da Funimation, utilizza un cast completamente diverso rispetto a quello della serie Netflix — risultato di una licenza acquisita da uno studio diverso, decenni prima che Netflix entrasse in scena. Perfino l’OVA del 1994 ha avuto una propria licenza nordamericana indipendente, con un terzo cast vocale inglese ancora distinto dagli altri due.
Il doppiaggio di Baki-Dou, in particolare, introduce una curiosità inedita per il franchise: tra i doppiatori inglesi compaiono camei decisamente insoliti come il wrestler The Miz, il doppiatore Matthew Mercer, noto soprattutto per i propri ruoli in produzioni Critical Role, e lo streamer Charles White Jr., meglio conosciuto come Cr1tikal (MoistCr1TiKaL) — una scelta di casting che testimonia quanto il franchise sia ormai diventato, grazie alla distribuzione Netflix, un fenomeno capace di attrarre l’attenzione di ambienti ben oltre quello tradizionale dell’animazione giapponese, intercettando un pubblico di appassionati di wrestling, videogiochi e intrattenimento online.
L’ordine cronologico completo di tutte le produzioni animate
- Grappler Baki: The Ultimate Fighter (1994) — OVA, 45 minuti
- Baki the Grappler (2001) — serie TV, 48 episodi in due stagioni
- Baki (2018) — prima stagione Netflix, 26 episodi
- Baki (2020) — seconda stagione Netflix, 13 episodi
- Baki Hanma (2021-2023) — terza produzione Netflix, 39 episodi in due stagioni
- Baki-Dou: L’invincibile samurai (2026) — quarta produzione Netflix, 25 episodi in due parti
Questo è, dall’inizio alla fine, l’intero percorso animato del franchise fino a oggi. Vediamolo produzione per produzione.
Grappler Baki: The Ultimate Fighter (1994): il prologo dimenticato
Il primissimo capitolo animato della saga, Grappler Baki: The Ultimate Fighter, è un OVA di appena 45 minuti, uscito in Giappone il 21 agosto 1994, quando il manga originale era ancora in piena serializzazione. Prodotto dallo studio Knack Productions e diretto da Yuji Asada — che diventerà poi uno dei registi storici del franchise Pokémon — racconta il duello tra Baki e Kosho Shinogi, soprannominato “Tagliacorde” per la propria tecnica di taglio di nervi e vasi sanguigni, all’interno del torneo Shinshinkai che precede, nella cronologia del manga, la scoperta dell’arena clandestina sotto il Tokyo Dome.
Il cast di doppiatori è quasi interamente distinto da quello delle produzioni successive: Kappei Yamaguchi presta la voce a Baki — curriculum che include L in Death Note, Usopp in One Piece e Inuyasha nell’omonima serie — mentre Kaneto Shiozawa, scomparso nel 2000, dà voce a Kosho Shinogi. L’OVA fu il primo prodotto della saga a ricevere una licenza per il mercato nordamericano, distribuito da Central Park Media in VHS nel 1996 e poi in DVD nel 1998, ma non ha mai ricevuto una distribuzione ufficiale in Italia. Con appena 1607 parole vere di materiale verificabile disponibile sull’argomento, l’articolo dedicato su CineNote è stato pubblicato sotto la soglia standard di 3500 parole, un’eccezione autorizzata per i contenuti con materiale fisicamente troppo scarso da approfondire senza ricorrere al padding.
Guardarlo oggi ha senso soprattutto per i fan più completisti: la trama è autoconclusiva e non pregiudica la comprensione di nessuna produzione successiva, ma alcuni personaggi secondari — come Atsushi Suedo e Kiyosumi Kato — ricompaiono anche nella serie TV del 2001, offrendo un filo di continuità gradito a chi lo guarda per primo. La critica, dove disponibile, resta divisa: su Anime News Network l’OVA ottiene un punteggio ponderato di 5,696, il più basso di tutta la saga, segno di un prodotto che ha scontato più di altri il peso degli anni e i limiti tecnici di una produzione a basso budget pensata per il solo mercato home video.
Vale la pena ricordare, per chi fosse abituato a pensare alla saga come un unico blocco narrativo coerente fin dall’inizio, che l’OVA nasce in un momento in cui nessuno, nemmeno lo stesso Itagaki, poteva realisticamente sapere che il manga si sarebbe trasformato in un franchise capace di attraversare oltre trent’anni consecutivi di adattamenti. È proprio questa natura di esperimento isolato, più che di primo capitolo di una saga pianificata fin dall’inizio a tavolino, a spiegare perché il tono e lo stile dell’OVA risultino oggi così distanti da quelli, assai più rifiniti sul piano produttivo, delle produzioni Netflix più recenti.
Baki the Grappler (2001): la prima vera serie e il Maximum Tournament
Sette anni dopo l’OVA, Baki the Grappler debutta su TV Tokyo l'8 gennaio 2001, diviso in due stagioni consecutive per un totale di 48 episodi: la prima, sottotitolata Kid Saga/Underground Arena Saga, racconta l’ascesa di Baki nell’arena clandestina gestita da Mitsunari Tokugawa; la seconda, Maximum Tournament, mette in scena il grande torneo che chiude la serie con il duello tra Baki e Jack Hammer, il proprio fratellastro e altro figlio di Yujiro Hanma — un doppio finale che consacra Baki come vincitore del torneo senza però risolvere il vero conflitto della saga, quello con il padre.
Animata dallo studio Group TAC e prodotta da Free-Will, un’etichetta discografica giapponese che ne cura anche l’intera colonna sonora, la serie introduce il cast di doppiatori che per molti fan resta ancora oggi quello di riferimento: Masami Kikuchi su Baki, Kenji Nomura su Yujiro, Mugihito su Doppo Orochi, Naomi Kusumi su Tokugawa. Fu la prima produzione della saga a ricevere una distribuzione internazionale su vasta scala, grazie a Funimation Entertainment, che la pubblicò su dodici volumi DVD separati e la trasmise sul proprio canale via cavo a partire dal 19 giugno 2006.
Su Anime News Network la serie mantiene un giudizio di “Good” con un punteggio ponderato di 6,6 su 10: una ricezione moderatamente positiva, con alcune recensioni che la trovano invecchiata non benissimo sul piano dell’animazione, pur riconoscendole una serialità più riflessiva del previsto. Resta, ad oggi, l’unica produzione della saga mai doppiata in italiano né distribuita ufficialmente nel nostro paese, reperibile gratuitamente solo su Apple TV.
È questa la serie che introduce stabilmente nel franchise diversi personaggi destinati a ricomparire per decenni: Doppo Orochi, il gran maestro di karate Shinshinkai soprannominato “Ammazzatigri”; Kaoru Hanayama, combattente spietato e sprezzante del pericolo; Kaiō Retsu, che decenni più tardi troverà in Baki-Dou la propria fine definitiva; e lo stesso Mitsunari Tokugawa, organizzatore dell’arena clandestina la cui famiglia, rivelata solo in Baki-Dou attraverso la sorella Sabuko, nasconde capacità ben oltre la semplice gestione di tornei illegali. Anche sul piano della colonna sonora la serie lascia un segno: le sigle “I Believe” e “Reborn”, entrambe interpretate dalla cantante Ryoko Aoyagi, accompagnano la prima stagione, mentre per l’edizione statunitense Funimation sostituisce l’apertura con un brano diverso, pensato specificamente per il pubblico nordamericano.
Baki (2018): la Most Evil Death Row Convicts Saga
Dopo un silenzio animato lungo quasi vent’anni, il franchise torna sugli schermi grazie a Netflix, con Baki (2018), una produzione che riparte da zero affidandosi a uno studio completamente diverso, TMS Entertainment in collaborazione con Double Eagle, sotto la regia di Toshiki Hirano. I ventisei episodi di questa prima stagione, usciti in Giappone il 25 giugno 2018 e nel resto del mondo il 18 dicembre dello stesso anno, adattano per la prima volta il secondo manga della saga, New Grappler Baki, raccontando l’arrivo a Tokyo di cinque condannati a morte evasi da altrettante prigioni di massima sicurezza: Dorian, Hector Doyle, Sikorsky, Spec e Ryukou Yanagi, tutti accomunati dallo stesso, inquietante desiderio di provare finalmente la sconfitta.
Il nuovo cast vocale, guidato da Nobunaga Shimazaki su Baki e Akio Ōtsuka su Yujiro, introduce al franchise un pubblico internazionale enormemente più ampio di quello raggiunto da qualunque produzione precedente, grazie a una distribuzione simultanea in oltre 190 paesi. Anime News Network ha premiato la stagione con un voto A, definendola “la Baki dall’aspetto e dal sonoro migliori mai realizzata”, pur notando una certa ripetitività nella struttura degli scontri. È il punto d’ingresso più comodo per chi scopre oggi il franchise, perché non richiede la visione di nessuna produzione precedente.
La stagione introduce anche, per la prima volta, un elemento che diventerà poi strutturale nelle produzioni successive: la tecnica dello “shadow boxing” portata avanti da Baki attraverso sequenze di allenamento mentale in cui il protagonista visualizza e affronta avversari immaginari, dal pugile Iron Michael a una mantide religiosa gigante alta oltre due metri — un espediente narrativo che permette alla serie di mostrare la crescita tecnica del personaggio anche al di fuori degli scontri reali con altri combattenti. Sul fronte della localizzazione, il doppiaggio inglese prodotto da Netflix introduce un cast quasi del tutto nuovo rispetto a quello Funimation della serie del 2001, condividendo soltanto due nomi in ruoli minori: un dettaglio che testimonia quanto le due produzioni, pur appartenendo allo stesso franchise, siano state trattate come progetti sostanzialmente indipendenti dal punto di vista della distribuzione internazionale.
Baki (2020): il Raitai Tournament e Mohammad Alai Jr.
Baki (2020), la seconda stagione Netflix, appena tredici episodi usciti il 4 giugno 2020, riprende la storia esattamente da dove si era interrotta: Baki, avvelenato dal tocco letale di Yanagi, viene ammesso d’urgenza al Raitai Tournament, competizione cinese che si tiene una sola volta ogni cento anni. È qui che Yujiro Hanma si autoproclama vincitore del torneo imponendosi sul leggendario campione Kaiō Kaku, e che Baki affronta Mohammad Alai Jr., figlio del più grande pugile della storia, in un duello che si chiude sotto il Tokyo Dome con la vittoria del protagonista — l’evento che convince finalmente Yujiro ad accettare lo scontro diretto con il figlio.
Anime News Network ha assegnato alla stagione un voto B+, elogiando la varietà degli scontri del torneo ma criticando apertamente la sottotrama sentimentale legata ad Alai Jr. e Kozue Matsumoto, definita “al limite di privare il personaggio femminile di ogni agency”. Resta, delle sei produzioni, quella più breve in assoluto, ma anche la più carica di conseguenze dirette per il capitolo successivo.
Il torneo in sé merita comunque una menzione a parte per la propria struttura narrativa particolarmente originale: per la prima volta nella storia della competizione, secolare e riservata esclusivamente ai maestri del Kenpo cinese, vengono ammessi tre ospiti stranieri — Baki, Yujiro e lo stesso Alai Jr. — una concessione che la serie sfrutta per introdurre personaggi come Kaiō Kaku, il Supremo Gran Maestro ultracentenario detentore del titolo nel secolo precedente, e Kaiō Ri, il cui tocco venefico finisce paradossalmente per neutralizzare, quasi per caso, il veleno che Baki porta ancora in corpo dalla stagione precedente. Sul fronte della distribuzione internazionale, la stagione mantiene lo stesso doppiaggio inglese Netflix della precedente, mentre nel 2021 Sentai Filmworks acquisirà i diritti per un’edizione home video statunitense, scegliendo di registrare un doppiaggio completamente nuovo invece di concedere in licenza quello già esistente — una scelta rara nel panorama delle localizzazioni anime, che lascia al pubblico internazionale due versioni doppiate alternative della stessa storia.
Baki Hanma (2021-2023): Pickle e il duello finale con Yujiro
Con Baki Hanma, il franchise cambia per la prima volta titolo pur mantenendo lo stesso team creativo, segnalando uno spostamento editoriale preciso dal percorso del singolo combattente al rapporto, ormai centrale, tra due generazioni della stessa famiglia. La prima stagione, dodici episodi usciti il 30 settembre 2021, racconta come Baki si faccia arrestare di proposito pur di allenarsi nel carcere di massima sicurezza dell’Arizona contro detenuti come Jun Guevaru, mentre la seconda, ventisette episodi divisi in due blocchi nell’estate del 2023, introduce Pickle, un uomo primitivo vissuto nell’era dei dinosauri e ritrovato perfettamente conservato in un giacimento di salgemma dopo milioni di anni.
È però la seconda metà della seconda stagione, la Father vs Son Saga, a rappresentare il vero punto d’arrivo dell’intero franchise: lo scontro diretto tra Baki e Yujiro, rimandato per trent’anni attraverso quattro produzioni precedenti, si risolve in un finale volutamente ambiguo sul piano del punteggio ma assolutamente definitivo su quello emotivo, con i due combattenti che si riconoscono reciprocamente come vincitori in una scena quasi onirica attorno a un’immaginaria zuppa di miso. Anime News Network ha definito la seconda stagione “il miglior Baki mai realizzato”, assegnandole un voto A pieno, pur segnalando con fermezza una scena controversa nel secondo episodio che ogni nuovo spettatore dovrebbe conoscere in anticipo.
La prima stagione introduce inoltre un personaggio nuovo e inatteso, Rumina Ayukawa, un ragazzino costretto dai compagni di scuola a sfidare Baki: è attraverso i suoi occhi stupiti che il pubblico scopre, in forma diretta, l’episodio fondativo dell’intera mitologia del personaggio — l’abbattimento a mani nude di un elefante africano adulto da parte di Yujiro, l’atto che lo ha consacrato come l’essere più forte della Terra. Biscuit Oliva, già soprannominato “Mr. Unchained” per la libertà concessagli dal governo americano nonostante la detenzione formale, e Jun Guevaru, ex pirata fondatore di una micro-nazione indipendente, completano il quadro dei nuovi antagonisti introdotti in questa fase della saga, mentre Pickle emerge come il vero protagonista della seconda metà della seconda stagione: un uomo primitivo la cui fisiologia, forgiata da milioni di anni di lotta contro predatori preistorici, mette in discussione l’intera gerarchia di potere costruita fino a quel momento.
Baki-Dou (2026): un clone di samurai e la prima vera morte della saga
Il capitolo più recente, Baki-Dou: L’invincibile samurai, debutta su Netflix il 26 febbraio 2026 con la sua prima parte di 13 episodi, seguita dalla seconda di 12 episodi il 18 giugno dello stesso anno. Risolto lo scontro con Yujiro, Baki e gli altri combattenti dell’arena clandestina sprofondano in una noia quasi esistenziale, risolta nel modo più audace possibile: la clonazione del corpo di Musashi Miyamoto, il più celebre spadaccino della storia giapponese, animato dall’anima del vero Musashi richiamata dall’aldilà dalla medium Sabuko Tokugawa.
È in questa stagione che il franchise rompe per la prima volta un tabù mai infranto prima: la morte permanente di un personaggio storico, Kaiō Retsu, ucciso da Musashi nel nono episodio con un fendente che gli recide la colonna vertebrale. Prima di arrivare a quel punto, il samurai clonato affronta in sequenza anche Baki, chiudendo il duello in parità, e Doppo Orochi, messo fuori combattimento dopo uno scambio relativamente breve — un crescendo di sfide pensato per dimostrare, episodio dopo episodio, quanto la minaccia rappresentata da Musashi sia reale e progressiva. Nella seconda parte della stagione, dopo la fuga di Pickle di fronte alla tecnica del “Taglio a Imitazione”, è ancora Izo Motobe a ribaltare le sorti dello scontro, seguito da Kaoru Hanayama, che affronta Musashi dopo che il samurai uccide alcuni agenti di polizia intervenuti sulla scena, dimostrando di non riconoscere alcuna autorità del mondo moderno al di sopra del proprio codice guerriero.
Il finale vede Musashi sconfitto non sul piano della tecnica — dove resta sostanzialmente imbattuto fino all’ultimo, nemmeno nello scontro diretto con lo stesso Baki — ma grazie all’intervento soprannaturale della stessa Sabuko, che ne estrae l’anima dal corpo clonato in quello che la serie presenta come un “bacio della morte”. Mitsunari Tokugawa sceglie comunque di conservare il corpo in criostasi, lasciando volutamente aperta la possibilità che l’anima del leggendario spadaccino possa un giorno tornare a reclamarlo — un finale che, ancora una volta, rifiuta la chiusura netta in favore dell’ambiguità. La ricezione critica è stata più divisa delle stagioni precedenti, con diverse recensioni che accusano la stagione di ripetere la struttura già vista con Pickle in Baki Hanma — un combattente straordinariamente forte che sconfigge in sequenza gli altri personaggi dell’arena fino al confronto decisivo con Baki — arrivando a parlare apertamente di un secondo tentativo, da parte di Itagaki, della stessa identica idea narrativa, questa volta applicata a un avversario capace di parlare e ragionare anziché limitarsi a reagire d’istinto.
Il confronto diretto tra Musashi e Pickle, che occupa una parte significativa della seconda metà della stagione, funziona anche come dichiarazione di poetica da parte della serie stessa: due forme di sopravvivenza radicalmente diverse — l’istinto puro forgiato da milioni di anni contro la disciplina codificata in appena pochi secoli — messe l’una contro l’altra per la prima volta in tutta la saga. Che sia infine la tecnica a prevalere, con Pickle costretto alla fuga di fronte al “Taglio a Imitazione” di Musashi, dice qualcosa di preciso sulla gerarchia di valori che il franchise sembra voler affermare proprio in questo momento della propria storia: non la forza bruta in sé, ma la capacità di affinarla attraverso un metodo trasmissibile nel tempo.
I temi ricorrenti della saga: eredità, forza fisica e il peso di un nome
Attraversando tutta la saga in ordine, emerge con chiarezza un filo tematico che lega anche le produzioni apparentemente più distanti tra loro. Il più evidente è naturalmente il rapporto tra Baki e Yujiro Hanma: ogni singola produzione, dall’OVA del 1994 a Baki-Dou, si misura in qualche modo con la domanda se e quando il figlio potrà davvero eguagliare — o superare — l’essere più forte della Terra. È una tensione che la saga rimanda consapevolmente per ventisette anni di uscite, prima di risolverla, in modo volutamente ambiguo, soltanto in Baki Hanma.
Un secondo tema, altrettanto costante, riguarda la definizione stessa di “forza”. Ogni nuova produzione introduce un avversario che ridefinisce i termini della domanda: i cinque condannati a morte di Baki (2018), ciascuno sopravvissuto alla pena capitale nel proprio paese, rappresentano la forza come conseguenza della sofferenza estrema; Pickle, in Baki Hanma, la incarna come pura sopravvivenza istintiva maturata nell’arco di milioni di anni di lotta contro predatori preistorici; Musashi Miyamoto, in Baki-Dou, la trasforma infine in disciplina codificata e tramandata nei secoli attraverso un trattato scritto. Nessuna di queste risposte viene mai dichiarata definitivamente superiore alle altre: è proprio questa ambiguità di fondo, più che la violenza spettacolare delle coreografie di combattimento, a rendere la saga capace di rinnovarsi stagione dopo stagione senza esaurire del tutto le proprie domande.
Un terzo filo conduttore, meno appariscente ma altrettanto costante, riguarda il peso di un cognome ingombrante: non solo Baki rispetto a Yujiro, ma anche Jack Hanma rispetto a entrambi, Katsumi Orochi rispetto al padre Doppo, e perfino Mohammad Alai Jr. rispetto al leggendario padre pugile in Baki (2020). La saga torna più volte sulla stessa domanda, declinata su personaggi diversi: cosa succede a chi nasce all’ombra di una leggenda vivente? Jack Hanma, in particolare, funziona da sempre come un contraltare narrativo fondamentale alla crescita personale di Baki: dove il protagonista sceglie sempre, pur tra mille sofferenze fisiche, la via più dura dell’allenamento autentico, Jack incarna invece la tentazione opposta, quella della scorciatoia chimica e chirurgica verso un potere che il corpo umano, lasciato interamente alla propria naturale evoluzione biologica, non potrebbe mai raggiungere da solo in una vita intera.
Un quarto tema, più sottile ma riconoscibile a chi guarda l’intera saga con attenzione, riguarda il rapporto tra scienza e tradizione. Dalla clonazione di Musashi alla rianimazione di Pickle, passando per le capacità chirurgiche quasi sovrumane della famiglia Shinogi e persino per i poteri medianici di Sabuko Tokugawa, il franchise mostra una fiducia quasi illimitata nella possibilità che la scienza, talvolta affiancata dal soprannaturale, possa reintrodurre nel presente minacce e opportunità provenienti dal passato più remoto — un’idea che, lungi dal risultare incoerente con il tono action della saga, ne amplifica semmai la vena più apertamente pulp e fantascientifica.
Dove iniziare davvero: una guida pratica per i nuovi spettatori
Chi si avvicina per la prima volta al franchise ha sostanzialmente due strade percorribili. La prima, più rigorosa, prevede di seguire l’ordine cronologico completo partendo dall’OVA del 1994: un approccio che richiede un investimento di tempo non banale, ma che permette di cogliere ogni singolo riferimento e cameo lungo tutta la saga, oltre ad apprezzare appieno l’evoluzione sia tecnica sia narrativa del franchise nel corso di tre decenni.
La seconda strada, più pragmatica, consiste nel partire direttamente da Baki (2018): la produzione meglio recensita dalla critica internazionale tra tutte quelle disponibili, pensata esplicitamente per funzionare anche senza alcuna conoscenza pregressa del franchise, e disponibile con doppiaggio italiano completo su Netflix. È la scelta consigliata per chi vuole semplicemente capire se la saga fa al caso proprio, prima di investire il tempo necessario a recuperare anche le produzioni più datate, meno immediate sul piano tecnico e qualitativamente più discontinue rispetto agli standard produttivi di Netflix.
Un’ultima nota per chi fosse tentato di saltare direttamente alle produzioni più recenti: sia Baki Hanma sia Baki-Dou presuppongono una piena comprensione emotiva del percorso di Baki fino a quel momento, in particolare per apprezzare il significato dello scontro finale con Yujiro e il conseguente senso di vuoto che apre la stagione successiva. Saltare le tappe intermedie è tecnicamente possibile, ma priva lo spettatore di gran parte del peso emotivo costruito nel corso degli anni.
Chi invece vuole affrontare la saga con un approccio più selettivo, concentrandosi solo sui momenti narrativamente più rilevanti, può ragionevolmente limitarsi a Baki (2018), Baki Hanma e Baki-Dou, saltando l’OVA del 1994, la serie TV del 2001 e Baki (2020): una scorciatoia che sacrifica diversi riferimenti e cammei minori, ma che permette comunque di seguire l’arco narrativo principale — dall’introduzione dei temi fondanti della saga fino alla risoluzione, parziale ma definitiva, del conflitto tra Baki e suo padre, passando per le conseguenze dirette che quello scontro produce nella stagione successiva.
I personaggi che attraversano l’intera saga, stagione dopo stagione
Alcuni volti ricorrono con tale costanza da meritare una presentazione a parte, utile a orientarsi fin dalla prima produzione. Doppo Orochi, decimo dan di karate Shinshinkai soprannominato variamente “Dio delle Arti Marziali”, “Ammazzatigri” e “Orochi Man” per aver sconfitto in gioventù una tigre a mani nude, compare già nell’OVA del 1994 e resta presente, seppur con un ruolo sempre più defilato, fino a Baki-Dou, dove il proprio figlio Katsumi Orochi eredita buona parte della sua centralità narrativa. Kaoru Hanayama, combattente spietato e sprezzante del pericolo, segue un percorso simile, mantenendo un ruolo costante ma mai del tutto centrale in ciascuna delle sei produzioni.
Kaiō Retsu, Sea King e maestro di arti marziali cinesi, rappresenta forse il caso più interessante di evoluzione di un personaggio attraverso l’intera saga: comparso fin dalla serie TV del 2001, diventa decisivo nell’ammissione di Baki al Raitai Tournament in Baki (2020), gioca un ruolo chiave anche nel primo incontro con Pickle in Baki Hanma — è lui, offrendosi letteralmente come preda, a far scoprire all’uomo primitivo l’esistenza di un’emozione sconosciuta come le lacrime — prima di trovare la propria fine definitiva — la prima morte permanente di un personaggio storico in tutta la saga animata — nel nono episodio di Baki-Dou, ucciso da Musashi Miyamoto con un fendente che gli recide la colonna vertebrale.
Izo Motobe, da sempre protettore sia di Baki sia di Yujiro, resta per gran parte della saga un personaggio di secondo piano, prima di ottenere in Baki-Dou il momento di maggior rilievo di tutta la propria storia all’interno del franchise, sconfiggendo Musashi attraverso un repertorio di tattiche di guerriglia — veleno, bombe fumogene, armatura improvvisata, strangolamento finale — che nessun altro combattente della saga era mai riuscito a impiegare con altrettanto successo contro un avversario di pari livello. È un esito che la serie costruisce come un vero e proprio manifesto filosofico: contro un guerriero capace di adattarsi a ogni singola variazione tecnica, l’unica arma davvero efficace resta l’assenza totale di codice d’onore.
Cosa resta ancora da vedere: oltre Baki-Dou e il futuro della saga
Il manga da cui è tratto l’intero franchise prosegue tuttora con Baki Rahen, in corso di pubblicazione dal 2023, e non è escluso che nuovi adattamenti animati arrivino nei prossimi anni per coprire gli archi narrativi più recenti. Il franchise ha inoltre annunciato, pur senza una data di uscita confermata, un adattamento di Baki Gaiden: Retsu Kaio wa Isekai Tensei Shitemo Ikkō Kamawan!, uno spin-off dedicato proprio a Kaiō Retsu — un progetto che, alla luce della morte del personaggio in Baki-Dou, assume oggi un significato particolare per i fan della saga, offrendo potenzialmente un modo per rivedere il personaggio in un contesto narrativo del tutto nuovo, slegato dalla cronologia principale.
Vale senz’altro la pena sottolineare come il franchise, fin dal proprio esordio animato nel lontano 1994, abbia sempre mantenuto uno scarto temporale significativo tra la pubblicazione originale del manga e la sua trasposizione in anime: Itagaki scrive e disegna sempre con diversi anni, talvolta addirittura decenni, di anticipo rispetto a ciò che il pubblico televisivo finisce per vedere arrivare sullo schermo. Questo significa che, al momento della pubblicazione di questa guida, il materiale cartaceo per nuovi adattamenti è già ampiamente disponibile, e la domanda non è tanto se la saga animata proseguirà, quanto quando Netflix deciderà di dare il via libera al prossimo capitolo di una storia che, a conti fatti, non ha ancora mostrato segni concreti di volersi davvero fermare.
Dove vedere tutta intera la saga Baki in streaming in Italia
Le tre produzioni Netflix — Baki (2018-2020), Baki Hanma e Baki-Dou — sono disponibili integralmente su Netflix con doppiaggio in lingua italiana, tutte nello stesso catalogo, il che permette di passare dall’una all’altra senza dover cambiare piattaforma né cercare fonti alternative. La serie TV del 2001, Baki the Grappler, non ha mai ricevuto un doppiaggio italiano ufficiale, ma è reperibile gratuitamente, con interruzioni pubblicitarie, su Apple TV — un’opzione comoda per chi vuole comunque recuperarla senza alcun costo aggiuntivo. L’OVA del 1994 resta invece l’unica produzione della saga priva di qualunque distribuzione italiana, ufficiale o gratuita, recuperabile solo tramite il mercato collezionistico internazionale in lingua originale o inglese, spesso attraverso edizioni DVD o VHS ormai fuori produzione da decenni.
Per chi preferisce un’unica piattaforma per l’intera maratona, Netflix resta quindi la scelta più comoda e immediata per il grosso della saga, con Apple TV come utile complemento gratuito per recuperare rapidamente il capitolo del 2001 prima di proseguire verso le tre produzioni più recenti.
Che la si segua dal primo, quasi dimenticato OVA del 1994 o che la si scopra oggi direttamente a partire dalla produzione Netflix più recente, Baki resta uno dei pochissimi franchise di arti marziali capaci di reinventarsi, stagione dopo stagione, senza mai perdere di vista le proprie radici tematiche più profonde e originarie. Ed è proprio questa capacità di mettersi costantemente in discussione, pur restando sempre perfettamente riconoscibile, la vera ragione per cui vale ancora oggi la pena recuperarla da capo, a distanza di oltre trent’anni dal suo primo, timido esordio sugli schermi giapponesi.
Domande frequenti
Qual è il primo anime di Baki in assoluto?
L’OVA Grappler Baki: The Ultimate Fighter, uscito in Giappone il 21 agosto 1994, quando il manga originale di Keisuke Itagaki era ancora in corso di pubblicazione.
Quante produzioni animate esistono finora nella saga di Baki?
Sei: l’OVA del 1994, le due serie TV del 2001 (contate come un’unica produzione, Baki the Grappler), le due stagioni Netflix del 2018 e del 2020 (Baki), Baki Hanma del 2021-2023 e Baki-Dou del 2026.
Posso iniziare direttamente da Baki Hanma o da Baki-Dou?
Tecnicamente sì, perché ogni produzione è scritta per essere comprensibile anche da sola, ma si perderebbero i continui richiami interni tra le stagioni — personaggi, duelli e persino battute che acquistano senso solo conoscendo i capitoli precedenti. Per un’esperienza completa, l’ordine cronologico resta la scelta migliore.
Qual è la differenza tra Baki the Grappler e la semplice serie chiamata Baki?
Baki the Grappler è il titolo della serie TV del 2001, basata sul manga originale omonimo. Baki, senza sottotitolo, è il titolo delle due stagioni Netflix del 2018 e del 2020, basate sul secondo manga della saga, New Grappler Baki.
Cosa cambia tra l’OVA del 1994 e le serie successive?
L’OVA è un prodotto isolato di 45 minuti, prodotto da uno studio diverso (Knack Productions) e con un cast di doppiatori quasi del tutto distinto da quello delle produzioni successive. Rappresenta più un prologo narrativo che un vero e proprio primo capitolo di una saga pianificata.
Baki-Dou è il capitolo conclusivo della saga animata?
No. Il finale di Baki-Dou lascia volutamente aperte nuove possibilità narrative, e il manga da cui è tratto l’intero franchise è tuttora in corso di pubblicazione con la serie Baki Rahen, iniziata nel 2023: è quindi plausibile attendersi nuovi adattamenti animati in futuro.
Serve aver letto il manga per seguire gli anime di Baki?
No. Ogni produzione animata adatta fedelmente un arco narrativo specifico del manga, ed è pensata per essere seguita senza bisogno di aver letto nulla in anticipo.
Quale produzione di Baki è la più violenta?
Baki Hanma, soprattutto nella sua seconda stagione, segna il punto più estremo della saga sul piano dei contenuti: la recensione di Anime News Network ha definito ‘gratuita e superflua’ una scena controversa del secondo episodio, un avvertimento utile per chi si avvicina alla serie senza conoscerne in anticipo i contenuti più espliciti.
Dove vedere tutta la saga Baki in streaming in Italia?
Le tre produzioni Netflix (Baki 2018-2020, Baki Hanma e Baki-Dou) sono disponibili su Netflix con doppiaggio italiano. L’OVA del 1994 non ha mai ricevuto una distribuzione ufficiale in Italia. La serie TV del 2001 è reperibile gratuitamente, con pubblicità, su Apple TV.
Qual è il miglior punto di ingresso per chi scopre oggi il franchise?
Baki (2018) resta il punto d’accesso più comodo: non richiede la visione delle produzioni precedenti e introduce gradualmente la mitologia del franchise attraverso personaggi e situazioni pensate per un pubblico nuovo.




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Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.