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Baki (2018) è il reboot definitivo della saga? Trama, i cinque condannati a morte e dove vederlo

TMS Entertainment riporta Baki su Netflix con la Most Evil Death Row Convicts Saga: cinque mostri evasi dal braccio della morte, un solo desiderio: perdere
2018 ⭐ 8.1/10
Baki (2018) è il reboot definitivo della saga? Trama, i cinque condannati a morte e dove vederlo
Anno 2018
Generi Azione, Arti marziali, Drammatico
Stagioni 1
Episodi 26
Cast Nobunaga Shimazaki, Akio Ōtsuka, Takayuki Sugō, Takuya Eguchi

Baki (2018) comincia con una domanda che il franchise si era già posto, ma mai con questa brutalità: cosa succede quando cinque uomini sopravvissuti alla pena capitale decidono, tutti insieme, di tornare a sentirsi vivi solo perdendo un combattimento?

La risposta, per ventisei episodi, è una colata di violenza ininterrotta che TMS Entertainment confeziona come il ritorno in grande stile di una delle saghe di arti marziali più estreme mai scritte. Non un remake, non un reboot nel senso stretto del termine: Baki (2018) riparte esattamente da dove si erano fermate le due serie TV del 2001, abbandona il torneo di Tokugawa e apre un capitolo nuovo, mai portato prima sullo schermo, in cui il nemico non è più un singolo avversario ma un intero sistema carcerario che improvvisamente smette di reggere.

Di cosa parla Baki (2018): la trama dall’inizio

Il titolo giapponese dell’arco, Most Evil Death Row Convicts Saga, descrive con precisione chirurgica quello che sta per accadere. Cinque detenuti, ciascuno condannato a morte in un paese diverso, evadono nello stesso momento da strutture di massima sicurezza ritenute inviolabili: Dorian da un carcere statunitense dopo essere sopravvissuto all’impiccagione, Hector Doyle dal Regno Unito dopo aver resistito alla sedia elettrica, Sikorsky dalla Russia, Spec dalla Florida, Ryukou Yanagi dal Giappone. Un legame psichico mai del tutto spiegato — più suggerito che argomentato, in perfetto stile Itagaki — li convince che l’unico modo per tornare a provare qualcosa è affrontare i combattenti più forti del pianeta, concentrati tutti a Tokyo, l’unica città al mondo in cui, da generazioni, la forza bruta viene trattata con lo stesso rispetto riservato altrove all’arte o alla scienza.

L’ispettore Mitsunari Tokugawa, memore degli eventi delle serie precedenti, avverte immediatamente Baki Hanma: il campione dell’arena clandestina sotto il Tokyo Dome sa che la minaccia lo riguarda direttamente. Ma la serie, nella sua prima metà, fa una scelta narrativa insolita: distoglie volutamente lo sguardo dal protagonista per concentrarsi sugli scontri tra i convicts e i veterani del franchise. È Doppo Orochi, il decimo dan di karate Shinshinkai già incontrato nelle serie precedenti, ad affrontare per primo Dorian, portando con sé un Kiyosumi Kato ancora convalescente per assestare, insieme, il colpo di grazia. È Goki Shibukawa, maestro dell’Aikijutsu, a misurarsi con la ferocia di Hector Doyle e le sue lame impiantate nel sistema nervoso. Ognuno di questi scontri funziona come un capitolo a sé, costruito con la stessa logica di crescendo dell’OVA del 1994: presentare il mostro, mostrarne il potere quasi incontenibile, poi rivelare che su questo pianeta esiste ancora chi può fermarlo. Lo scontro tra Orochi e Dorian, in particolare, viene costruito come un duello tra esperienza e spregiudicatezza: il maestro di karate, pur ferito e ormai anziano, riesce a individuare nelle tecniche ipnotiche dell’avversario una falla che solo decenni di combattimenti reali possono insegnare a riconoscere. Quello tra Shibukawa e Doyle, al contrario, si gioca quasi interamente sul controllo articolare: l’aikijutsu del maestro giapponese trasforma ogni lama impiantata nel corpo del convict in un’arma che si ritorce contro chi la impugna, in una delle coreografie di combattimento più tecnicamente dense dell’intera stagione.

Nel frattempo, la serie non dimentica di dare respiro anche ai personaggi più giovani del cast: Kozue Matsumoto, storica fidanzata di Baki, osserva con crescente apprensione l’escalation di violenza a cui il ragazzo si espone stagione dopo stagione, mentre Katsumi Orochi, figlio del maestro Doppo e rivale generazionale di Baki fin dalle prime serie, continua a misurarsi con un divario di talento che sembra ogni anno più difficile da colmare — un filo narrativo minore ma costante, che la saga porterà avanti fino alle stagioni più recenti del franchise.

Quando la narrazione torna infine a concentrarsi su Baki, lo fa attraverso lo scontro con Sikorsky, il convict russo le cui dita sono in grado di perforare la carne come artigli, e soprattutto attraverso l’incontro decisivo con Ryukou Yanagi, il più piccolo ma psicologicamente più inquietante dei cinque. Praticante della cosiddetta “Via del Vuoto”, Yanagi combina un controllo della respirazione quasi impercettibile con un tocco venefico capace di paralizzare il sistema nervoso della vittima: è lui, alla fine, a infliggere a Baki il veleno che lo ridurrà in fin di vita proprio nel finale di stagione. La scena che chiude i ventisei episodi non è una vittoria plateale, ma un atto di disperazione: Kaiō Retsu, intervenendo personalmente presso il proprio anziano maestro — il leggendario Re del Mare Ryu — ottiene per Baki, ormai moribondo, l’ammissione d’urgenza al Raitai Tournament, il torneo centenario cinese che diventerà il cuore della stagione successiva.

I cinque condannati a morte: chi sono davvero

Il cuore pulsante della stagione sono proprio loro, costruiti da Itagaki non come semplici ostacoli ma come varianti quasi filosofiche della stessa domanda: cosa resta di un essere umano quando il dolore e la morte smettono di avere significato?

Dorian, doppiato in questa serie da Banjō Ginga, è l’unico dei cinque ad aver raggiunto in passato il rango di Sea King, lo stesso titolo detenuto da Kaiō Retsu — primo uomo occidentale nella storia a riuscirci. Pratica un kenpo cinese arricchito da tecniche di ipnosi, e proprio la sua capacità di manipolare la percezione degli avversari lo rende inizialmente il più imprevedibile del gruppo, prima di cadere sotto i colpi uniti di Orochi e Kato.

Hector Doyle, doppiato da Takehito Koyasu, porta nel corpo lame metalliche impiantate direttamente nel sistema nervoso centrale, controllabili a comando come estensioni naturali degli arti; un generatore improvvisato, posizionato dove dovrebbe trovarsi il cuore, amplifica ulteriormente la sua già mostruosa potenza fisica. È il terzo dei cinque a conoscere finalmente la sconfitta, nello scontro con Shibukawa.

Sikorsky, doppiato da Kenjiro Tsuda, è un evaso dal carcere russo di Evans: le sue dita, allenate fino a una durezza innaturale, perforano la carne come se fosse argilla. Dopo aver tentato di misurarsi con il colosso Biscuit Oliva — l’assassino governativo americano capace di trasformare il proprio corpo in una sfera di muscoli quasi indistruttibile, la celebre tecnica “Ball” — viene sopraffatto e infine arrestato, incapace anche solo di scalfirlo.

Spec, doppiato da Chafurin, ha novantasette anni nonostante un fisico che ne dimostra la metà: la sua tecnica, la Apnea Rush, consiste in un centinaio di pugni rapidissimi scagliati senza mai respirare, una sequenza capace di polverizzare ossa e organi prima ancora che l’avversario riesca a reagire.

Ryukou Yanagi, doppiato da Issei Futamata, chiude la galleria dei mostri come il più contenuto nell’aspetto e il più letale nella sostanza: pratica la Via del Vuoto, una disciplina che unisce controllo totale della respirazione, invisibilità tattica e un “tocco avvelenato” capace di paralizzare il sistema nervoso della vittima in pochi secondi. È lui, nel finale, a tentare — insieme a un Sikorsky ormai disperato — un’imboscata a due contro Baki, pestaggio che i due convicts incassano comunque integralmente nonostante la superiorità numerica.

Baki Hanma: il protagonista cresce ancora

Baki Hanma, doppiato in questa serie da Nobunaga Shimazaki — voce già nota al pubblico anime per ruoli come Yuu Otosaka in Charlotte e Tamaki Suoh in Ouran High School Host Club — attraversa in questi ventisei episodi una delle fasi più dure del proprio percorso. Non è più soltanto il giovane campione dell’arena clandestina: è ormai un combattente riconosciuto a livello internazionale, osservato con crescente attenzione dallo stesso Yujiro, che per la prima volta smette di considerarlo un fastidio marginale.

La caratterizzazione di Shimazaki punta su un registro più contenuto rispetto alle interpretazioni precedenti del personaggio: meno urlato, più interiorizzato, coerente con un Baki che inizia a ragionare da stratega oltre che da combattente puro. È un cambio di tono che riflette anche l’evoluzione del disegno dei personaggi, affidato a Fujio Suzuki, più muscolare e dettagliato rispetto alle due serie del 2001, con un uso del CG in cel-shading per le sequenze di combattimento più dinamiche — una scelta tecnica che la critica internazionale avrebbe poi definito controversa, ma funzionale al ritmo forsennato della serie. Rispetto al Baki ancora acerbo dell’OVA del 1994 e a quello già affermato ma non ancora del tutto maturo delle serie del 2001, questa versione del personaggio porta sulle spalle il peso di una reputazione internazionale crescente, e lo si avverte in ogni sua scelta tattica, meno impulsiva e sempre più calcolata.

Yujiro Hanma: il padre che osserva da lontano

Yujiro Hanma, doppiato da Akio Ōtsuka — uno dei doppiatori più rispettati dell’intera industria, voce storica di Solid Snake nella saga videoludica Metal Gear — mantiene in questa stagione un ruolo più defilato rispetto a quanto accadrà nelle serie successive. L’Ogre osserva l’arrivo dei cinque condannati con il distacco di chi sa già che nessuno di loro rappresenta una minaccia reale per lui; il suo vero interesse resta il proprio figlio, di cui segue l’evoluzione con una curiosità gelida che è insieme affetto negato e rivalità pura.

Ōtsuka costruisce un Yujiro meno istrionico rispetto alle versioni precedenti, più simile a una forza della natura silenziosa: quando finalmente decide di intervenire nella trama, verso la fine della stagione, lo fa con un minimo di parole e un massimo di presenza scenica, lasciando intendere che il vero scontro tra padre e figlio, quello capace di definire l’intera saga, è ancora rimandato alle stagioni successive.

Doppo Orochi, Goki Shibukawa e i veterani del Shinshinkai

Se i cinque condannati sono il motore della minaccia, sono i veterani già incontrati nelle serie precedenti a garantire alla stagione il suo spessore drammatico. Doppo Orochi, doppiato da Takayuki Sugō, torna nei panni del decimo dan di karate Shinshinkai, gran maestro soprannominato “Ammazzatigri” per aver sconfitto una tigre a mani nude in gioventù: il suo scontro con Dorian è costruito come un confronto tra esperienza e spregiudicatezza, risolto solo grazie all’intervento di un Kato ancora segnato dalle ferite di un precedente duello.

Goki Shibukawa, maestro di Aikijutsu capace di controllare le articolazioni avversarie con una precisione quasi chirurgica, affronta Hector Doyle in uno degli scontri più tecnici della stagione, dimostrando che la vera arte marziale, in Baki, non è mai soltanto una questione di forza bruta. Entrambi i personaggi rappresentano l’ala più “classica” del cast, in opposizione ideale ai condannati, pura espressione di un caos privo di disciplina.

Il cast tecnico dietro le quinte

Oltre al nucleo di protagonisti già citati, la serie si appoggia a un reparto staff di tutto rispetto: le sigle d’apertura “Beastful” dei GRANRODEO e “The Gong of Knockout” di Fear, and Loathing in Las Vegas scandiscono rispettivamente la prima e la seconda metà della stagione, mentre in chiusura si alternano “Resolve” di Azusa Tadokoro e “Beautiful Beast” di DEVIL NO ID — un dettaglio produttivo non banale, perché il cambio di sigla a metà stagione segnala visivamente al pubblico lo spartiacque narrativo tra la prima e la seconda ondata di condannati affrontati da Baki e dai veterani del franchise.

Kaoru Hanayama e Kaiō Retsu: la generazione di mezzo

Kaoru Hanayama, doppiato da Takuya Eguchi, mantiene il proprio ruolo di combattente spietato e sprezzante del pericolo, sempre pronto a lanciarsi in scontri che altri eviterebbero per calcolo. Kaiō Retsu, doppiato da Rikiya Koyama, assume invece un ruolo narrativamente decisivo proprio nel finale: è grazie alla sua intercessione personale presso il leggendario maestro Sea King Ryu che Baki, ormai avvelenato e in fin di vita, riesce a ottenere l’ammissione al Raitai Tournament — lo snodo che collega direttamente questa stagione alla successiva.

Biscuit Oliva: il mostro che non fa nemmeno parte dei cinque

Tra i personaggi che emergono con più forza in questa stagione, pur non facendo parte ufficialmente dei cinque condannati, c’è Biscuit Oliva, soprannominato “Mr. Unchained”. Nato a Cuba ed emigrato negli Stati Uniti, Oliva lavora come mercenario al servizio del governo americano, incaricato di catturare o eliminare minacce troppo pericolose per le forze dell’ordine convenzionali; in cambio della propria disponibilità, gli viene concessa una libertà pressoché totale all’interno del carcere statale dell’Arizona in cui risiede ufficialmente, da cui può uscire ed entrare a piacimento — da qui il soprannome. Fisicamente ispirato al leggendario culturista cubano-americano Sergio Oliva, tre volte Mr. Olympia, il personaggio porta all’estremo l’idea di un corpo scolpito fino a diventare quasi impenetrabile, capace con la tecnica “Ball” di contrarre la muscolatura fino ad assumere la forma di una sfera perfetta, pressoché invulnerabile a qualunque colpo. È proprio lui a infliggere a Sikorsky l’unica, vera umiliazione della sua carriera criminale, dimostrando che la serie, pur mettendo al centro i cinque evasi, riserva ancora spazio a minacce addirittura superiori.

Mitsunari Tokugawa: la memoria vivente dell’arena clandestina

Mitsunari Tokugawa, l’anziano organizzatore dell’arena sotto il Tokyo Dome già centrale nelle due serie TV del 2001, mantiene anche in questa stagione un ruolo di collegamento fondamentale tra le generazioni di combattenti. È lui il primo a intuire la portata della minaccia rappresentata dai cinque condannati, ed è sempre nel suo mondo — fatto di scommesse clandestine e di un rispetto quasi religioso per la forza pura — che la serie ancora il proprio impianto narrativo, nonostante il salto di scala rispetto agli adattamenti precedenti: non più un singolo torneo cittadino, ma una minaccia che arriva da cinque continenti diversi e che richiede, per la prima volta, una risposta corale da parte di tutti i veterani del franchise.

Una strategia Netflix pensata per il mercato globale

L’annuncio di Baki (2018) arriva nell’agosto 2017, all’interno di una più ampia strategia con cui Netflix, in quegli anni, stringe accordi diretti con diverse case di produzione giapponesi per costruire un catalogo anime capace di raggiungere simultaneamente gli abbonati di oltre 190 paesi. Per un franchise che fino a quel momento aveva sempre sofferto ritardi di localizzazione anche di diversi anni — basti pensare ai due anni trascorsi tra l’OVA del 1994 e la sua licenza nordamericana in VHS — la distribuzione mondiale praticamente in contemporanea rappresenta un cambio di paradigma quasi radicale, capace di introdurre Baki a un pubblico internazionale enormemente più ampio di quello raggiunto da qualunque precedente adattamento del franchise.

La produzione: TMS Entertainment e il ritorno di Toshiki Hirano

Dopo il lungo silenzio animato seguito alle due serie TV del 2001, il franchise di Baki torna sugli schermi grazie a TMS Entertainment, in collaborazione con lo studio Double Eagle, sotto la regia di Toshiki Hirano, veterano dell’animazione giapponese con crediti che spaziano da City Hunter a Fist of the North Star. La sceneggiatura è curata da Tatsuhiko Urahata, mentre il character design, come già accennato, porta la firma di Fujio Suzuki.

La scelta di affidare la serie a Netflix, con un modello di distribuzione globale simultaneo — uscita in Giappone il 25 giugno 2018, nel resto del mondo il 18 dicembre dello stesso anno — segna una svolta produttiva significativa per il franchise: per la prima volta nella sua storia, Baki raggiunge un pubblico mondiale praticamente nello stesso momento, senza i ritardi di licenza pluriennali che avevano invece caratterizzato tanto l’OVA quanto le due serie TV precedenti.

Critica: la violenza come dichiarazione d’intenti

Anime News Network ha assegnato alla serie un giudizio entusiasta: il critico Daryl Surat, recensendo sia la versione doppiata sia quella sottotitolata, ha premiato lo show con un voto A, definendolo “un bombardamento completamente folle, ultraviolento e carico di testosterone contro ogni parvenza di logica convenzionale e di bellezza” — una descrizione che il recensore presenta esplicitamente come il più grande pregio della serie e, al tempo stesso, il suo limite più evidente. Sul piano tecnico, Surat ha definito questa la “Baki dall’aspetto e dal sonoro migliori mai realizzata”, pur notando che i momenti in CG in cel-shading risultano a tratti più evidenti del previsto rispetto all’animazione tradizionale.

Sulla community generalista, il giudizio resta nel complesso positivo ma meno unanime: molti spettatori apprezzano la fedeltà quasi spudorata al tono del manga originale, privo di censure televisive, mentre altri trovano eccessiva la ripetitività della struttura — presentazione del mostro, dimostrazione di potenza, sconfitta improvvisa — lungo tutti e ventisei gli episodi. Altre recensioni, più caute, assegnano alla stagione un giudizio mediano — un 6 su 10, in un caso — pur riconoscendo che dietro l’apparente eccesso di “uomini fin troppo muscolosi che si picchiano a morte” si nasconde una ricerca reale sulle discipline marziali reali o inventate di ogni personaggio, con uno studio quasi documentaristico della storia e della logica di ciascuna tecnica mostrata sullo schermo.

Il vero tema della stagione: la noia di chi non può più perdere

Sotto la coltre di violenza quasi compiaciuta, la Most Evil Death Row Convicts Saga racconta in realtà una condizione paradossale: cosa succede quando si diventa così forti da non poter più temere nulla, nemmeno la morte? I cinque condannati non cercano ricchezza, vendetta o libertà: cercano l’unica esperienza che il loro stesso potere ha reso impossibile, la sconfitta. È un tema che Itagaki aveva già accennato nelle serie precedenti attraverso la figura di Yujiro Hanma — l’essere più forte del mondo, condannato a un’esistenza priva di veri rivali — ma che qui viene moltiplicato per cinque e portato alle estreme conseguenze: un’intera generazione di mostri che si è evoluta oltre il limite umano e che, per questo, ha smarrito ogni possibilità di provare paura, dolore con un significato, persino noia nel senso comune del termine.

Baki, al contrario, rappresenta ancora la possibilità di perdere qualcosa di reale: una gara contro il tempo, un corpo non ancora del tutto sovrumano, la paura concreta della morte imminente nel momento in cui viene avvelenato da Yanagi. È proprio questa fragilità residua, più che la sua forza, a renderlo l’unico vero antagonista credibile per cinque uomini che hanno smesso di avere qualcosa da perdere.

La distribuzione internazionale: due doppiaggi inglesi diversi

La serie ha avuto una storia produttiva particolare anche fuori dal Giappone. Il doppiaggio inglese originale, distribuito da Netflix tra dicembre 2018 e giugno 2020 e registrato presso gli studi Studiopolis, vede Troy Baker nei panni di Baki Hanma, Kirk Thornton in quelli di Yujiro Hanma (oltre che voce narrante), e Steve Blum in quelli di Doppo Orochi — un cast che condivide solo due nomi, Kyle Hebert e lo stesso Troy Baker in ruoli minori, con il doppiaggio Funimation della serie TV del 2001.

Quando Sentai Filmworks ha ottenuto nel 2021 i diritti per un’edizione DVD fisica della serie, ha scelto di produrre un doppiaggio inglese completamente nuovo invece di concedere in licenza quello già esistente targato Netflix — una rarità nel panorama delle localizzazioni anime, che ha finito per lasciare al pubblico internazionale due versioni doppiate della stessa stagione, ciascuna con un proprio cast vocale indipendente.

Il manga alle spalle: New Grappler Baki e l’escalation di Itagaki

Quando questa stagione va in onda nel 2018, il manga da cui è tratta — New Grappler Baki, serializzato tra il 1999 e il 2005 per un totale di trentuno volumi — è concluso ormai da tredici anni, e l’autore Keisuke Itagaki si trova già diversi capitoli avanti nella saga, con Baki Hanma in piena pubblicazione. Questo scarto temporale tra scrittura e trasposizione animata è una costante del franchise fin dall’OVA del 1994, uscito quando il manga originale era ancora agli inizi: Itagaki scrive e disegna sempre con enorme anticipo rispetto a ciò che il pubblico televisivo vede, costruendo una mitologia stratificata in cui ogni nuovo adattamento arriva a raccontare una storia che, sulla pagina, i lettori più fedeli conoscono già da anni.

La Most Evil Death Row Convicts Saga segna, all’interno di questa escalation progressiva, un salto di scala deliberato: se il manga originale e la sua prima serie TV restavano ancorati a un singolo torneo cittadino, New Grappler Baki allarga per la prima volta l’orizzonte della minaccia a scala globale, introducendo l’idea — che diventerà poi strutturale nelle serie successive — di un mondo segreto di combattenti sovrumani sparsi su ogni continente, ciascuno capace di mettere in discussione la gerarchia di potere fin lì stabilita. È un allargamento di prospettiva che prepara direttamente il terreno per il Raitai Tournament della stagione successiva, dove la scala del conflitto si sposterà definitivamente dal singolo villain alla competizione tra intere scuole e nazioni.

Dove si colloca nella saga più ampia

Baki (2018) segna un punto di svolta produttivo per il franchise: è la prima trasposizione animata del secondo manga della saga, New Grappler Baki, e copre per intero la Most Evil Death Row Convicts Saga, arco narrativo mai portato prima sullo schermo. A differenza dell’OVA del 1994 e delle due serie TV del 2001 — entrambe basate sul manga originale Baki the Grappler — questa stagione inaugura la seconda grande fase della storia, quella che porterà progressivamente al centro della scena il rapporto irrisolto tra Baki e Yujiro, fino allo scontro definitivo promesso fin dalla prima serie e ancora rimandato in questi ventisei episodi — e che troverà infine una risposta compiuta solo in Baki Hanma (2021-2023).

Per chi ha già visto gli adattamenti precedenti, il cambio di registro è evidente fin dai primi minuti: l’OVA del 1994 e le serie TV del 2001 restavano ancorati a un impianto quasi teatrale, fatto di tornei e arene cittadine ben definite, mentre questa stagione introduce per la prima volta una minaccia globale, diffusa, priva di un unico luogo fisico di contenimento — una scelta che rispecchia fedelmente l’allargamento di respiro del manga da cui è tratta, e che prepara il pubblico al definitivo salto di scala internazionale di Baki (2020), la stagione successiva.

Dove vedere Baki (2018) in streaming in Italia

La serie è disponibile in Italia su Netflix, con doppiaggio in lingua italiana, all’interno del catalogo permanente della piattaforma. È presente anche gratuitamente, con interruzioni pubblicitarie periodiche, su Apple TV. Trattandosi di una produzione originale Netflix, non ha mai ricevuto un’edizione fisica in Italia: chi preferisce recuperare il franchise su supporto fisico può orientarsi verso le edizioni da collezione di Baki the Grappler (2001), approfondite nell’articolo dedicato. Per una mappa completa di tutte le produzioni della saga, utile anche per sapere cosa guardare dopo, la guida all’ordine di visione di Baki riassume l’intero percorso dall’OVA del 1994 a oggi.

Domande frequenti

Come finisce la stagione 1 di Baki (2018)?

La prima stagione si chiude con Baki sopravvissuto al veleno paralizzante di Ryukou Yanagi, l’ultimo e più letale dei cinque condannati a morte. Gravemente debilitato, viene comunque ammesso al Raitai Tournament grazie all’intercessione di Kaiō Retsu presso il proprio maestro, il leggendario Re del Mare Ryu — un ingresso di fortuna che apre direttamente la strada alla seconda stagione, uscita su Netflix nel 2020.

Quanti episodi ha Baki (2018)?

La prima stagione conta 26 episodi, trasmessi su Netflix Giappone dal 25 giugno al 16 dicembre 2018 e arrivati nel resto del mondo, sottotitoli italiani compresi, il 18 dicembre dello stesso anno.

Baki (2018) è un remake delle serie TV del 2001?

No. È un adattamento completamente nuovo, affidato a un altro studio (TMS Entertainment con Double Eagle) e a un altro regista (Toshiki Hirano), che riparte da zero dal punto in cui si erano fermate le due serie TV del 2001: copre infatti la Most Evil Death Row Convicts Saga, il secondo grande arco del manga, mai adattato prima in animazione.

Chi sono i cinque condannati a morte di Baki (2018)?

Dorian (Stati Uniti, kung-fu e ipnosi), Hector Doyle (Regno Unito, lame impiantate nel corpo), Sikorsky (Russia, dita capaci di perforare la carne), Spec (Stati Uniti, la tecnica Apnea Rush) e Ryukou Yanagi (Giappone, la Via del Vuoto e il tocco avvelenato). Tutti evasi da prigioni di massima sicurezza, tutti sopravvissuti alla pena di morte, tutti arrivati a Tokyo con lo stesso, inquietante desiderio: provare finalmente la sconfitta.

In che ordine vedere gli anime di Baki?

Ordine cronologico interno alla saga: Grappler Baki – The Ultimate Fighter (1994, OVA), poi Baki the Grappler (2001), poi Baki (2018), poi Baki (2020), poi Baki Hanma (2021-2023), poi Baki-Dou (2026).

Dove vedere Baki (2018) in streaming in Italia?

La serie è disponibile in Italia su Netflix con doppiaggio italiano, oltre che gratuitamente, con interruzioni pubblicitarie, su Apple TV.

Chi doppia Baki in questa serie?

La voce giapponese è di Nobunaga Shimazaki, già noto per ruoli come Yuu Otosaka in Charlotte e Tamaki Suoh in Ouran High School Host Club — una voce diversa sia da quella di Kappei Yamaguchi (OVA 1994) sia da quella di Masami Kikuchi (serie TV 2001).

Baki (2018) segue fedelmente il manga?

Sì, con qualche compressione tipica degli adattamenti animati: la serie traspone la Most Evil Death Row Convicts Saga di New Grappler Baki, il secondo manga della saga, rispettandone la sequenza degli incontri e l’escalation di violenza, pur limando alcuni dettagli più estremi per adattarli al formato televisivo.

Chi è il condannato più pericoloso tra i cinque?

Narrativamente parlando è Ryukou Yanagi, l’ultimo ad affrontare Baki: fisicamente il più minuto del gruppo, ma capace di un veleno paralizzante letale e di un controllo della respirazione che lo rende quasi invisibile al radar degli altri combattenti, oltre che l’unico a mettere seriamente a rischio la vita del protagonista.

Yujiro Hanma compare in questa stagione?

Sì, seppur in un ruolo più defilato rispetto alle serie successive: Yujiro osserva da lontano l’ascesa dei cinque condannati e l’evoluzione del figlio, accettando infine la sua sfida in una scena che chiude simbolicamente la stagione e apre al confronto, ancora rimandato, tra i due.

Baki (2018) è adatto a chi non ha mai visto Baki prima?

È il punto d’ingresso più comodo per chi scopre oggi il franchise: non richiede la visione delle serie del 1994 o del 2001 per essere seguito, anche se conoscere l’OVA e la serie TV del 2001 arricchisce diversi riferimenti e cammei di personaggi secondari.

Chi produce la colonna sonora di Baki (2018)?

Le musiche sono firmate da Kenji Fujisawa (Team-MAX); le sigle sono “Beastful” di GRANRODEO e “The Gong of Knockout” di Fear, and Loathing in Las Vegas in apertura, “Resolve” di Azusa Tadokoro e “Beautiful Beast” di DEVIL NO ID in chiusura.

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Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.

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