CineNote

Non sono recensioni. Solo appunti di cinema.

serie-tv

Banshee è il miglior noir della TV? Antony Starr, la città Amish del crimine e 4 stagioni di violenza estrema

Un criminale senza nome prende l'identità di uno sceriffo in una città della Pennsylvania abitata dagli Amish e dominata dal crimine
2013 ⭐ 8.4/10
Banshee è il miglior noir della TV? Antony Starr, la città Amish del crimine e 4 stagioni di violenza estrema
Anno 2013
Generi Crime, Thriller, Drama
Stagioni 4
Episodi 38
Cast Antony Starr, Ivana Miličević, Ulrich Thomsen, Frankie Faison, Hoon Lee, Matt Servitto, Lili Simmons, Ryan O'Nan, Ben Cross

Un uomo senza nome. Quindici anni di prigione per una rapina finita male. Una città del Pennsylvania che non sa chi è. Un badge falso, un’identità rubata, e una guerra criminale che non era la sua ma che dovrà combattere lo stesso.

Banshee — La città del male non è una serie che si vende sulle premesse. Si vende sulle scene di combattimento più brutali della televisione americana del decennio, su un protagonista costruito sull’ambiguità morale assoluta, e su un universo geograficamente impossibile: una comunità Amish in Pennsylvania dove convivono il crimine organizzato, i nativi americani, la corruzione locale, e uno sceriffo che non è quello che dice di essere.

Di cosa parla Banshee: l’identità rubata

Il protagonista di Banshee non ha mai un nome. Lo chiamiamo “Lucas Hood” — il nome dello sceriffo appena nominato di Banshee, Pennsylvania, che muore in circostanze fortunate nel primo episodio, permettendo al nostro criminale di prenderne l’identità e il badge.

Lucas Hood (Antony Starr) è appena uscito di prigione dopo quindici anni. La rapina che lo ha messo dentro era contro Rabbit — un boss criminale dell’Europa dell’Est con un lungo braccio e una memoria perfetta. La sua complice e amante era Anastasia (Ivana Miličević), figlia di Rabbit, che è fuggita durante l’arresto e si è costruita una nuova vita a Banshee come Carrie Hopewell — moglie del procuratore distrettuale locale, madre di due figli.

Lucas la trova. E poi decide di restare — non solo per lei, ma perché il crimine che ha trovato a Banshee lo attrae nonostante sé stesso, perché lo sceriffo falso è paradossalmente il posto migliore per nascondersi dal vero criminale che è stato.

La premessa è deliberatamente assurda. Banshee sa che è assurda e ci costruisce sopra un’intera estetica: la serie non chiede realismo, chiede coinvolgimento. Se accetti l’universo delle prime tre puntate, la serie ti prende e non ti lascia fino al finale della quarta stagione.

Antony Starr: dal crime allo sceriffo, a Homelander

Antony Starr era quasi sconosciuto fuori dalla Nuova Zelanda quando Banshee è partita nel 2013. Il ruolo di Lucas Hood lo ha reso immediatamente riconoscibile — un attore fisicamente imponente, capace di alternare la calma del predatore con l’esplosività della violenza in secondi.

Quello che distingue la sua performance da altri villain/eroi della televisione crime è il corpo. Starr porta nel personaggio una presenza fisica che non ha bisogno di dialogo per comunicare: Lucas Hood in silenzio è più minaccioso di metà dei villain che parlano. Le sequenze di combattimento — costruite con una choreografia brutale che non ha la grazia stilizzata del cinema d’azione ma la crudezza fisica di qualcuno che ha imparato a sopravvivere — sono tra le più intense della televisione via cavo.

Banshee ha anche preparato Starr per Homelander in The Boys: entrambi i personaggi sono sulla linea sottile tra il carisma e la sociopatia, tra il controllato e l’esplosivo. Chi ha visto Banshee capisce meglio da dove viene la performance di Starr in The Boys — stessa postura, stesso contenimento prima della deflagrazione.

Kai Proctor: il villain che capisce meglio del protagonista

Se il protagonista senza nome è il cuore d’azione della serie, Kai Proctor (Ulrich Thomsen) è il suo cervello narrativo più interessante.

Proctor è figlio di una famiglia Amish. È stato scomunicato dalla comunità per la propria vita criminale — un rifiuto che porta ancora nel corpo, che lo torna a visitare ogni volta che entra in contatto con il padre o con le radici che ha abbandonato. È il boss che controlla Banshee attraverso la corruzione, la violenza, e una rete di interessi economici legali che funzionano da copertura.

La serie usa Proctor in modo più sofisticato di quanto ci si aspetterebbe: non è solo il villain che si oppone allo sceriffo falso. È un uomo che capisce perfettamente cosa sta succedendo intorno a lui — comprende l’identità falsa di Hood molto prima che la serie lo riveli esplicitamente — e sceglie deliberatamente di non usare questa conoscenza, perché Hood è utile in un modo che un vero sceriffo non sarebbe mai.

Il rapporto tra Hood e Proctor è la tensione narrativa più sofisticata della serie: due criminali che si capiscono perfettamente, che si usano a vicenda, che non possono essere alleati ma che non possono nemmeno permettersi di essere nemici completi. Ulrich Thomsen porta questo equilibrio con una precisione che trasforma ogni scena condivisa con Starr in qualcosa da guardare due volte.

Job: il personaggio più originale di Banshee

In una serie dominata da mascolinità violenta, Job (Hoon Lee) è l’eccezione che dimostra che Banshee sa fare qualcosa di più della semplice brutalità.

Job è il miglior amico del protagonista, hacker e specialista in infiltrazione. È anche transgender — una delle prime rappresentazioni regolari di un personaggio transgender in una serie via cavo americana — con una doppia vita tra la propria identità e il lavoro criminale. La serie tratta questa doppia identità senza il didatticismo che spesso affligge le rappresentazioni TV: Job è semplicemente Job, e la sua identità è parte del personaggio senza essere il tema dominante di ogni scena in cui appare.

Il suo umorismo — tagliente, sarcastico, spesso l’unico momento di leggerezza in una serie molto oscura — funziona come contrappeso alla gravità del tono generale. Job ride delle situazioni impossibili in cui la band si trova. Lo spettatore ride con lui. Ed è questo che rende la serie sostenibile nelle scene più pesanti.

Carrie Hopewell/Anastasia: il personaggio che tiene tutto insieme

Se Lucas Hood è il motore d’azione di Banshee, Carrie Hopewell (Ivana Miličević) è il motore emotivo — e spesso il personaggio più interessante da seguire.

Anastasia, nata figlia di Mr. Rabbit, ha abbandonato la vita criminale durante l’arresto di Hood quindici anni prima. Si è costruita una nuova identità: Carrie Hopewell, moglie del procuratore distrettuale Gordon Hopewell, madre di due figli, parte integrante della comunità di Banshee. Ha fatto quello che Lucas non è riuscito a fare — ha lasciato la vita precedente con tale completezza da renderla irriconoscibile.

Il ritorno di Hood distrugge questo equilibrio. Non perché Carrie voglia tornare al passato — non lo vuole — ma perché il suo passato torna comunque, sotto forma di un ex amante che porta con sé tutto quello da cui era fuggita.

Ivana Miličević costruisce Carrie come un personaggio che opera su due piani simultaneamente: la moglie e madre della comunità di Banshee, e la combattente addestrata dal crimine che non ha mai smesso di essere. Le scene in cui questi due piani si scontrano — specialmente nelle stagioni 2 e 3, quando il segreto della sua vita precedente inizia a frammentarsi — sono tra le più intense della serie.

Il suo rapporto con Hood è costruito sull’ambivalenza: non lo ama nel modo semplice della romantica da crime drama. Lo rispetta come complice, lo teme come catalizzatore, lo vuole come destino inevitabile. È una relazione adulta in senso preciso — due persone che si capiscono troppo bene per raccontarsi storie romantiche semplici.

Mr. Rabbit: il villain del passato

Mr. Rabbit (Ben Cross) è la minaccia offstage delle prime due stagioni — il boss criminale ucraino il cui braccio lunghissimo raggiunge anche Banshee, Pennsylvania.

La serie usa Mr. Rabbit con intelligenza: non lo rende immediatamente fisico. È una presenza narrativa, una paura che Hood e Carrie portano in ogni scena. Sappiamo che Rabbit ha cercato Hood per quindici anni. Sappiamo che non dimentica. Sappiamo che arriverà.

Quando arriva — nella seconda stagione, quando Mr. Rabbit raggiunge fisicamente Banshee — la resa dei conti non delude le aspettative costruite. Ben Cross porta il villain con una calma da predatore che è più minacciosa della violenza esplicita: Rabbit non ha bisogno di urlare o di agitarsi. Sa di avere tempo.

La risoluzione dell’arco di Mr. Rabbit nella seconda stagione libera la serie per costruire qualcosa di nuovo nelle stagioni 3 e 4 — villain diversi, minacce diverse, la stessa città che continua a generare conflitti come se avesse un talento naturale per il crimine.

La comunità Amish come elemento narrativo

L’ambientazione Amish di Banshee non è un dettaglio esotico — è parte integrante della costruzione del mondo della serie.

La presenza della comunità Amish di Banshee crea un contrasto visivo e tematico costante con il crimine che la serie racconta. I carri trainati da cavalli contro le moto di gang. Le case senza elettricità contro i server di Job. La comunità che si autogestisce secondo principi religiosi rigidi contro il boss criminale che è stato scomunicato da quella stessa comunità.

Kai Proctor è il personaggio che incarna questa tensione nella maniera più diretta: figlio di Banshee Amish, ha lasciato la comunità per costruire un impero criminale, ma non ha mai davvero lasciato — il padre, i fratelli, la terra che ancora possiede, i sensi di colpa che porta nel corpo, sono tutti radici che non si tagliano completamente.

La serie usa questo dualismo per costruire il villain più sfumato della propria storia: Proctor è un criminale per scelta, ma è anche qualcuno che capisce cosa ha perso e porta quella perdita come un peso che lo rende paradossalmente più umano.

Il suono e l’estetica di Banshee

Banshee è prodotta da Alan Ball — il creatore di Six Feet Under e True Blood — e la produzione si sente nella cura per i dettagli che tradisce una serie premium di qualità.

La fotografia privilegia il contrasto: le scene all’interno del bar Sugar (il quartiere generale informale di Hood) hanno una palette calda e chiusa, le scene nella campagna della Pennsylvania Amish hanno una luce aperta e quasi bucolica che crea un dissonanza permanente con la violenza che ci accade dentro.

La colonna sonora usa un approccio eclettico — rock, country, musica elettronica — che segue l’umore delle scene invece di costruire un’identità musicale coerente. Non è un difetto: è coerente con un universo che mette insieme elementi eterogenei (crimine, Amish, FBI, nativi americani) senza pretendere che formino un quadro unico.

Le scene di sesso — esplicite per gli standard televisivi americani, anche via cavo premium — sono costruite come le scene di combattimento: con la stessa attenzione alla fisicità, con la stessa disponibilità a mostrare conseguenze. Banshee non usa il sesso come decorazione. Lo usa come informazione narrativa — i momenti di vulnerabilità tra i personaggi che la serie altrimenti costruisce come impenetrabili.

Le stagioni di Banshee a confronto

Stagione 1 (2013, 10 episodi) — La costruzione dell’universo. Introduzione di tutti i personaggi principali, della comunità di Banshee, dell’identità falsa di Hood. Ritmo lento in apparenza, costruzione densa. Il finale della prima stagione — con l’arrivo dei sicari di Rabbit — risolve la tensione costruita in modo brutalmente efficace.

Stagione 2 (2014, 10 episodi) — Il picco. L’arco di Mr. Rabbit si risolve, la relazione tra Hood e Carrie raggiunge il punto di massima complessità, e la serie introduce il villain nativo americano che amplia l’universo geografico e criminale di Banshee. La migliore stagione in termini di equilibrio tra azione e costruzione del personaggio.

Stagione 3 (2015, 10 episodi) — L’escalation. Banshee introduce un serial killer come elemento perturbante — qualcosa di diverso dalla criminalità organizzata che era il centro delle prime due stagioni. Non è la stagione più riuscita, ma mantiene la qualità delle sequenze d’azione.

Stagione 4 (2016, 8 episodi) — La conclusione. Più breve e più concentrata. La serie sa che sta finendo e non perde tempo. Il finale è coerente con il personaggio e con la serie che lo ha ospitato.

Le sequenze di combattimento: un’estetica propria

Banshee ha costruito un’identità visiva specifica nelle sequenze di combattimento che la distingue dalla maggior parte del crime drama televisivo.

Non c’è la coreografia stilizzata dei film d’azione — niente movimenti fluidi, niente protagonista che sconfigge dieci avversari senza ricevere colpi. Le scene di combattimento di Banshee sono brutali, fisicamente costose per tutti i partecipanti, e costruite su una logica di realismo escalation: i colpi fanno male, la violenza ha conseguenze fisiche che si trascinano negli episodi successivi, e Lucas Hood perde — a volte — in modo convincente.

La scena dell’interrogatorio nella seconda stagione, in cui Hood viene torturato, è tra le più dure della serie: non per il contenuto grafico in sé ma per il modo in cui la serie non taglia, non abbrevia, non alleggerisce la brutalità del momento. È una scelta precisa: Banshee vuole che tu senta il peso fisico di quello che i personaggi subiscono.

Questa attenzione alla fisicità della violenza è coerente con l’universo della serie — un posto dove la forza bruta risolve i problemi che la legge non può o non vuole risolvere, e dove quella forza bruta ha un costo reale.

Banshee e il panorama crime televisivo

Banshee debuttò nel gennaio 2013, nello stesso periodo in cui Sons of Anarchy era al picco della propria popolarità e Breaking Bad si avvicinava al finale storico. Il contesto era quello di un crime drama televisivo che stava espandendo i propri confini — violenza più esplicita, moralità più grigia, protagonisti sempre meno convenzionali.

Nel cluster del crime drama violento, Banshee occupa un posto specifico: è la serie che ha portato le scene di azione al limite fisico del medium televisivo, che ha scelto deliberatamente di non costruire un protagonista redimibile, che ha usato l’ambientazione impossibile (la città Amish del crimine) per creare un universo con le proprie regole assurde ma interne.

Il confronto più diretto è con Peaky Blinders: entrambe hanno un protagonista carismatico che usa violenza e intelligenza in egual misura, entrambe mostrano il crimine come sistema organizzato con la propria logica interna, entrambe non si scusano del proprio protagonista. La differenza è nel tono: Peaky Blinders è epico, Banshee è selvaggio.

Sons of Anarchy condivide con Banshee l’interesse per un protagonista criminale che deve gestire fedeltà multiple in un ecosistema di violenza organizzata. Ma Sons of Anarchy è più operistico nelle proprie ambizioni, più disposto alla tragedia come forma narrativa. Banshee preferisce la brutalità funzionale alla grandeur.

Per chi arriva da The Sopranos, Banshee è il successore meno cerebrale ma più fisicamente intenso: dove Tony Soprano pensava molto e agiva con parsimonia, Lucas Hood agisce prima e pensa dopo — il che produce un ritmo narrativo completamente diverso.

Il finale di Banshee spiegato

La quarta stagione di Banshee è la più breve (otto episodi invece di dieci) e la più concentrata. La serie sa che sta finendo e costruisce verso una conclusione che onora la premessa assurda con cui è iniziata.

Lucas Hood non diventa un eroe. Non si redime nel senso convenzionale del termine. La serie non ha mai preteso di essere la storia di un criminale che diventa buono — è sempre stata la storia di un criminale che prova a protegger qualcosa, e che alla fine capisce che quello che vuole proteggere non ha bisogno di lui nel modo in cui pensava.

Il finale mostra Hood che lascia Banshee silenziosamente, senza fanfare, senza la scena del grande sacrificio. Scompare come era arrivato — con un nome falso e nessuna destinazione precisa. È una conclusione coerente: la serie non poteva permettersi un finale di redenzione senza tradire quattro stagioni di costruzione del personaggio.

Dove vedere Banshee in streaming in Italia

Banshee poster
Amazon

Banshee (2013)

★★★★★ 4.1

18,12 €

Acquista su Amazon

Banshee — tutte e quattro le stagioni — è disponibile su Amazon Prime Video Italia attraverso il canale HBO Max. La serie era trasmessa in prima visione su Sky Atlantic in Italia.

Per il cluster crime violento: Sons of Anarchy è il parallelo più vicino per tono e struttura criminale. Peaky Blinders porta la stessa energia in un periodo storico diverso. The Sopranos è il punto di riferimento assoluto del genere — più psicologico, meno fisicamente brutale, ma la resa dei conti con la violenza come stile di vita è la stessa.

Domande frequenti

Di cosa parla Banshee? Un criminale senza nome si spaccia per il nuovo sceriffo di Banshee, Pennsylvania, mentre cerca la sua ex complice e combatte il boss criminale locale Kai Proctor.

È violenta Banshee? Molto — tra le serie via cavo più violente del decennio. Scene di combattimento brutali, contenuti sessuali espliciti. Classificata 18+.

Come finisce Banshee? Hood lascia Banshee silenziosamente, senza redenzione formale. Il finale è aperto e coerente con il personaggio.

Chi è Antony Starr? L’attore neozelandese che interpreta il protagonista, noto anche per Homelander in The Boys. Banshee è il suo ruolo di rottura internazionale.

Banshee è disponibile in streaming? Su Amazon Prime Video Italia attraverso il canale HBO Max.

Chi è il villain principale di Banshee? Kai Proctor (Ulrich Thomsen), boss criminale di origini Amish che controlla la città. Nella stagione 4 emerge anche un antagonista seriale.

Quanti episodi ha Banshee? 38 episodi totali distribuiti in 4 stagioni (2013-2016).

Banshee e The Boys: è lo stesso Antony Starr? Sì. Antony Starr interpreta sia Lucas Hood in Banshee (2013-2016) sia Homelander in The Boys (2019-). Chi ha visto Banshee riconosce immediatamente la stessa tecnica: il controllo del corpo, l’alternanza tra calma e esplosività, la capacità di far sentire la minaccia anche nelle scene quiete. Banshee è il ruolo di rottura che ha reso possibile Homelander.

Perché Banshee è ambientata in una città Amish? La scelta dell’ambientazione Amish è deliberatamente paradossale: una comunità basata sulla non-violenza e il ritiro dal mondo moderno come sfondo per una serie sulla violenza più estrema del medium. Il paradosso non è decorativo — il personaggio di Kai Proctor, figlio scomunicato di una famiglia Amish diventato boss criminale, incarna quella tensione come conflitto personale irrisolto che la serie esplora per quattro stagioni.

Commenti

Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.

Nessun commento approvato per ora.

Articoli correlati