Game of Death – L'ultimo combattimento di Chen: trama, la pagoda e il film incompiuto di Bruce Lee
Trailer ufficiale via YouTube — canale Arrow Video
Bruce Lee morì il 20 luglio 1973, poche settimane prima dell’uscita del film che lo avrebbe reso una leggenda globale.
Game of Death uscì nel 1978. Nel mezzo, cinque anni di tentativi di completare un film che Lee non aveva finito, usando tutto quello che la produzione riusciva a trovare: un sostituto con gli occhiali da sole, fotografie ingrandite, e in un caso limite, riprese dal funerale reale.
È il film più tormentato della filmografia di Bruce Lee. È anche, nella sua parte originale — la sequenza della pagoda girata nel 1972 — la dimostrazione più pura della sua filosofia.
Due produzioni in parallelo: perché Lee abbandonò la pagoda
Capire perché Bruce Lee interruppe le riprese di Game of Death proprio mentre stava girando la sequenza più ambiziosa della propria carriera richiede di guardare al calendario del 1972-1973 nel suo insieme. Nello stesso periodo in cui lavorava alla pagoda con Inosanto, Ji Han-jae e Kareem Abdul-Jabbar, Lee ricevette l’offerta che aveva inseguito per anni: una coproduzione internazionale con la Warner Bros, destinata a diventare Enter the Dragon, il primo film di arti marziali hongkonghese pensato fin dall’origine per il mercato statunitense.
Per Lee, che aveva già sperimentato sulla propria pelle le porte chiuse di Hollywood negli anni precedenti, quell’occasione non era rimandabile: significava finalmente un accesso diretto al pubblico americano, con un budget e una distribuzione che nessuna produzione di Hong Kong avrebbe mai potuto garantire da sola. Mise quindi da parte il materiale già girato per Game of Death — convinto di poterci tornare in seguito — e si dedicò a tempo pieno a Enter the Dragon. Non ebbe mai l’occasione di completare quel ritorno: morì poche settimane prima della prima uscita mondiale del film che lo avrebbe reso una star globale.
La storia dietro il film: due prodotti in uno
Game of Death non è un film solo. È due cose distinte incollate insieme.
La parte originale (1972): Bruce Lee girò Game of Death tra settembre e ottobre 1972, pochi mesi prima che uscisse nelle sale The Way of the Dragon (/the-way-of-the-dragon/). La sua visione era ambiziosa: una storia filosofica sul Jeet Kune Do, strutturata come una scalata a una pagoda a cinque livelli. A ogni piano, un guerriero esperto di uno stile diverso. Il protagonista deve adattarsi, imparare, superare la rigidità di ogni sistema per proseguire.
Lee girò oltre 120 minuti di materiale grezzo, quasi tutto dedicato alla sequenza della pagoda, con tre collaboratori reali, scelti personalmente perché rappresentassero stili di combattimento radicalmente diversi tra loro: Dan Inosanto (arti del bastone filippine), Ji Han-jae (hapkido coreano) e Kareem Abdul-Jabbar (grande personaggio dell’azione basato sulla statura estrema). Poi sospese le riprese per concentrarsi su Enter the Dragon (/enter-the-dragon/), la coproduzione Warner Bros.
Lee morì il 20 luglio 1973, prima di poter completare il film.
La parte postuma (1978): Raymond Chow e la Golden Harvest decisero di completare il film per distribuirlo. Affidarono la regia a Robert Clouse, che aveva già diretto Enter the Dragon. Ma con meno di un’ora di footage originale, la maggior parte del film doveva essere girata da zero con un sostituto.
Il sostituto principale fu Kim Tai-jong, un attore-controfigura che indossava costantemente occhiali da sole e veniva ripreso prevalentemente di spalle o in ombra. In alcune scene si usarono fotografie ingrandite di Bruce Lee. In una scena controversa e oggi considerata eticamente inaccettabile, fu usato materiale del funerale reale di Lee inserito nel contesto del racconto.
Il risultato è un film profondamente diviso: per quasi 80 minuti si guarda un film mediocre con un sostituto imbarazzante; negli ultimi 20, appare il footage originale di Lee e tutto cambia registro completamente, passando da un action movie dimenticabile a un documento quasi sacro per chiunque abbia studiato il suo lavoro.
La sequenza della pagoda: il cuore originale del film
La pagoda è strutturata come una serie di incontri filosofici oltre che fisici.
Primo piano: Dan Inosanto con i bastoni del kali/escrima filippino. Lee entra senza armi. La risposta del Jeet Kune Do al sistema delle armi è l’adattabilità — rubò le armi, le usò, cambiò sistema a seconda della situazione. La scena mostra Lee che impara l’arma dell’avversario mentre combatte.
Secondo piano: Ji Han-jae con l’hapkido coreano. Uno stile morbido che usa la forza dell’avversario contro se stesso. Lee qui si confronta con qualcosa di simile alla propria filosofia — e deve spingere oltre, trovare la risposta a un sistema già flessibile.
Terzo piano (il grande climax): Kareem Abdul-Jabbar.
Kareem Abdul-Jabbar: la scena più iconica
Abdul-Jabbar, 2,18 metri di altezza, campione NBA con i Milwaukee Bucks, era un allievo di Bruce Lee. La loro amicizia era autentica — si allenavano insieme, si rispettavano profondamente.
Lee scelse Kareem deliberatamente per il piano più alto della pagoda. Il principio era semplice: se il Jeet Kune Do è davvero un sistema adattabile che supera ogni ostacolo fisso, deve poter rispondere anche all’avversario fisicamente più estremo possibile. Kareem era quell’avversario.
La sequenza è straordinaria per molte ragioni tecniche e narrative insieme. Bruce Lee è il più piccolo dei due di una misura assurda — quasi mezzo metro di differenza. Non può colpire in alto abbastanza per essere efficace. Non può afferrarlo in modo normale. La soluzione — attaccare le gambe, usare la velocità invece della forza, cambiare continuamente livello — è una lezione vivente del Jeet Kune Do in azione.
La luce nella sequenza è soffusa, quasi drammatica — Lee scelse di girare con un’illuminazione che dava alla sequenza un senso di rituale oltre che di combattimento.
Il cast completo del footage originale: chi erano davvero gli avversari
Il footage originale di Game of Death — quello girato da Lee nel 1972 — coinvolgeva un cast ristretto ma tecnicamente eccezionale.
Dan Inosanto (nato il 24 luglio 1936) è un veterano delle arti marziali e il più stretto collaboratore di Bruce Lee. Esperto di kali/escrima filippine, pentjak silat e molti altri stili, Inosanto avrebbe continuato per decenni a insegnare il Jeet Kune Do dopo la morte di Lee, diventandone di fatto il custode ufficiale. La sequenza con i bastoni nel footage originale mostra una velocità e una fluidità raramente viste nel cinema dell’epoca.
Ji Han-jae è un maestro coreano di hapkido — l’arte marziale coreana che enfatizza la redirezione della forza e le tecniche di proiezione. Il combattimento con Lee nel secondo piano della pagoda è tecnicamente il più sofisticato della sequenza: due stili che condividono principi di adattabilità si confrontano, con Lee che deve trovare risposte a qualcosa di già simile alla sua filosofia.
Kareem Abdul-Jabbar al piano più alto resta la dimostrazione finale di questo principio: l’avversario fisicamente impossibile, l’ostacolo che nessun sistema fisso potrebbe affrontare, contro cui solo l’improvvisazione totale può funzionare.
La tuta gialla: da costume funzionale a icona globale
La tuta gialla con strisce nere che Bruce Lee indossa nella sequenza della pagoda è diventata uno dei simboli più riconoscibili del cinema di arti marziali di sempre — eppure non nacque come tale. Era, in origine, semplicemente il costume funzionale che Lee aveva scelto per il proprio personaggio: pratico per muoversi, visivamente distinto contro le scenografie scure della pagoda. Nessuno, sul set nel 1972, pensava di star girando un’icona.
Nel 2003, Quentin Tarantino la citò esplicitamente in Kill Bill Volume 1: Uma Thurman indossa esattamente la stessa tuta — gialla, con strisce nere — durante la sequenza alla Casa delle Foglie Blu in Giappone. Il tributo era dichiarato, consapevole, totale. Tarantino non si limitò al costume: l’intera struttura di Kill Bill — un’eroina sola che affronta una serie di avversari progressivamente più difficili — riecheggia la struttura della pagoda di Game of Death.
La combinazione del giallo brillante con la fisicità inconfondibile di Lee ha creato un’immagine che il cervello umano associa immediatamente all’eccellenza fisica, alla velocità, alla maestria. Oggi la tuta gialla è riapparsa in innumerevoli omaggi, parodie, videogiochi, fumetti, nelle fiere del fumetto di tutto il mondo e come costume di Halloween. È diventata una meta-icona — non solo il simbolo di Bruce Lee, ma il simbolo dell’icona Bruce Lee stessa.
Il Jeet Kune Do spiegato attraverso la pagoda
Per capire perché la sequenza della pagoda resta così importante, bisogna capire cosa fosse davvero il Jeet Kune Do per Bruce Lee: non uno stile di combattimento tra i tanti, ma una critica radicale all’idea stessa di “stile” come sistema chiuso e immutabile. Lee aveva studiato a fondo il wing chun classico a Hong Kong, ma era arrivato a credere che qualsiasi tradizione marziale, per quanto efficace, diventasse una gabbia se applicata in modo rigido e dogmatico di fronte a un avversario reale e imprevedibile.
La pagoda traduce questa idea in struttura narrativa pura: ogni piano non è semplicemente “un combattimento in più”, ma la messa alla prova di un principio filosofico specifico. Contro le armi di Inosanto, il principio è l’adattabilità alla distanza e al ritmo imposto da uno strumento che il protagonista non possiede. Contro la morbidezza dell’hapkido di Ji Han-jae, il principio è non lasciarsi intrappolare da un sistema che, come il proprio, rifiuta la rigidità. Contro la statura impossibile di Kareem Abdul-Jabbar, il principio è l’abbandono totale di ogni tattica precostituita in favore dell’improvvisazione pura. Pochi film d’azione, prima o dopo, hanno mai tentato di rendere visivamente un’idea filosofica con altrettanta disciplina strutturale.
Come Lee avrebbe voluto che finisse il film
Dalle note e dalle dichiarazioni dei collaboratori, emerge un quadro della visione originale di Lee per Game of Death: il protagonista che sale la pagoda non era pensato come un semplice film d’azione.
Il tema era il conflitto tra sistema e adattabilità. Ogni piano rappresentava un sistema diverso — un’arte marziale, una filosofia, un modo di vedere il combattimento. Il protagonista non poteva vincere rimanendo fedele a un unico sistema. Doveva imparare, assorbire, adattarsi.
Era una dimostrazione narrativa del Jeet Kune Do — il modo del pugno che intercetta, il sistema che Lee aveva sviluppato come critica a ogni sistema fisso, incluse le tradizioni classiche del kung fu che aveva lui stesso studiato.
Se Lee avesse completato il film, sarebbe stato probabilmente la sua opera più personale e più filosoficamente ricca. Forse anche la più difficile commercialmente. Non lo sapremo mai.
La versione del 1978: i problemi etici e il giudizio storico
La versione del 1978 che uscì nei cinema è oggi giudicata molto severamente dalla critica.
L’uso del sostituto Kim Tai-jong in occhiali da sole è visibilmente imbarazzante: in diverse scene il volto è fuori fuoco, ripreso di spalle, o tagliato dall’inquadratura. In una scena, si applica letteralmente una fotografia del volto di Bruce Lee sul volto del sostituto come se fosse una maschera.
La scena più controversa usa riprese del vero funerale di Bruce Lee, inserite nel film come se fossero parte della finzione narrativa. Fu una delle scelte più contestate dalla critica, insieme all’inquadratura in cui il volto di Lee è un ritaglio di cartone incollato su uno specchio.
Il film ebbe comunque successo al botteghino, e nel 1981 la Golden Harvest ne ricavò perfino un Game of Death II che con la storia originale non ha nulla a che fare e riusa scarti di Enter the Dragon.
Oggi la versione del 1978 viene principalmente vista come contenitore del footage originale — prezioso non per sé, ma come accesso ai frammenti del girato originale di Lee.
Il cast della storia-cornice: chi sono i villain del 1978
A differenza del footage originale della pagoda, girato da Lee con collaboratori reali del mondo delle arti marziali, la trama-cornice aggiunta nel 1978 per legare insieme i frammenti superstiti si affida a un cast di caratteristi hollywoodiani. Dean Jagger interpreta il Dr. Land, il capo del sindacato criminale che vuole sfruttare l’immagine di Billy Lo; Hugh O’Brian veste i panni di Steiner, lo scagnozzo di Land, descritto da più recensioni come un villain da operetta, sempre in scena con un bastone da passeggio vistoso quanto superfluo. Gig Young interpreta Jim Marshall, mentre Colleen Camp è Ann Morris, l’interesse amoroso di Billy Lo, e interpreta anche il brano “Will This Be The Song I’ll Be Singing Tomorrow” presente nella colonna sonora.
Il contrasto tra questa trama-cornice, scritta e recitata con il tono di un comune action movie americano di fine anni Settanta, e la sequenza della pagoda che la precede — dove si vede il vero Bruce Lee dimostrare la propria filosofia di combattimento — è forse l’elemento che meglio spiega la ricezione contraddittoria del film: due registri narrativi e attoriali completamente incompatibili, cuciti insieme per necessità commerciale.
Il restauro Arrow Video: come vedere oggi la versione migliore
Negli anni più recenti, l’etichetta specializzata britannica Arrow Video ha realizzato un restauro in 4K di Game of Death a partire dagli elementi filmici originali, pubblicato in un’edizione limitata che include sia il montaggio internazionale sia quello per il mercato giapponese, uniti tramite un sistema di diramazione (seamless branching) che permette di passare dall’uno all’altro senza dover acquistare dischi separati. L’audio è stato restaurato nella versione mono inglese originale per entrambe le edizioni.
Il cofanetto include, tra gli extra, un commento audio di Brandon Bentley e Mike Leeder, un’intervista a Colleen Camp, scene eliminate ed estese recuperate dalle versioni in lingua cinese, interviste d’archivio a Dan Inosanto e a Bob Wall (altro storico collaboratore di Lee), e materiale dietro le quinte tratto dal documentario Bruce Lee: The Legend. Lo stesso restauro è stato incluso anche nel cofanetto Bruce Lee at Golden Harvest, che riunisce in edizione 4K anche The Big Boss, Fist of Fury e The Way of the Dragon, oltre a un restauro separato di Game of Death II. Per chi vuole la versione filologicamente più completa e meglio conservata del film, questa resta oggi la scelta di riferimento.
Accoglienza e incassi: un successo commerciale nonostante le stroncature
All’uscita, nel 1978, Game of Death fu accolto dalla critica in modo durissimo, sia a Hong Kong sia a livello internazionale: diverse testate dell’epoca parlarono apertamente di un’operazione cinica pensata per incassare sul nome di una leggenda scomparsa, con titoli che denunciavano come la figura di Lee fosse stata “sminuita” dal risultato finale.
Nonostante le stroncature, il film funzionò benissimo al botteghino: solo per lo spettacolo di mezzanotte del debutto a Hong Kong furono venduti circa 25.000 biglietti nei vari cinema della città, e l’incasso mondiale complessivo si stima intorno ai 43 milioni di dollari — una cifra enorme per l’epoca, specialmente considerando che gran parte del film non contiene il vero Bruce Lee. Il paradosso di Game of Death è proprio questo: un prodotto che la critica giudicò quasi unanimemente un tradimento dell’eredità di Lee, ma che il pubblico premiò comunque, trascinato dal solo nome in locandina.
Le versioni regionali: un film diverso a seconda del paese
Pochi film di arti marziali hanno avuto una storia distributiva frammentata quanto Game of Death. La versione in lingua inglese, quella diventata più nota in Occidente, è generalmente considerata il montaggio di riferimento. La versione per il mercato di Hong Kong, pensata per il pubblico locale, sostituisce due dei combattimenti minori delle prime scene con un unico scontro più lungo, girato in una serra, giudicato da diversi critici superiore sul piano coreografico — ma taglia altre sezioni di trama, rendendo la storia più difficile da seguire.
Le differenze non si fermano al montaggio delle scene d’azione: la versione di Hong Kong e quella per il resto dei mercati asiatici (esclusa l’edizione giapponese) utilizzano temi musicali di apertura e chiusura differenti, entrambi firmati dal compositore Joseph Koo, al posto della colonna sonora orchestrale usata nella versione internazionale. Perfino il finale cambia da mercato a mercato: l’edizione distribuita a Singapore e in Malesia mostra esplicitamente l’arresto di Billy Lo da parte della polizia, un epilogo assente nelle altre versioni.
La colonna sonora: John Barry e il tema alla 007
La colonna sonora della versione internazionale porta la firma di John Barry, il compositore britannico reso celebre dalle musiche della saga di James Bond, il cui tema principale per Game of Death — brillante, orchestrale, quasi elegante — riecheggia apertamente lo stile delle sue colonne sonore 007, con variazioni dello stesso motivo riproposte durante tutte le sequenze di combattimento più importanti del film.
Le versioni in lingua cantonese e mandarino, distribuite nei mercati asiatici, sostituiscono gran parte dello score di Barry con una colonna sonora alternativa del compositore hongkonghese Joseph Koo, la stessa firma dietro i temi distintivi delle edizioni regionali. La colonna sonora completa di Barry per il film, comprensiva del brano cantato da Colleen Camp (la stessa attrice presente nel cast), è stata pubblicata integralmente solo in anni recenti dall’etichetta specializzata Silva Screen, accoppiata alla colonna sonora che Barry scrisse per Night Games.
Il footage originale ritrovato
Nel 2000, la ricercatrice filmografica John Little (curatore dell’archivio Bruce Lee) pubblicò una versione chiamata Bruce Lee: A Warrior’s Journey, che montava il footage originale della pagoda nella sua sequenza corretta, con documentario esplicativo.
Questa è oggi la modalità consigliata per vedere il lavoro originale di Lee su Game of Death — separato dal film del 1978, presentato nel suo contesto originale e con la massima qualità disponibile, senza le interruzioni della trama-cornice aggiunta anni dopo da Golden Harvest.
Game of Death e la sua influenza sul cinema successivo
Quentin Tarantino e Kill Bill (2003) sono l’esempio più citato, ma l’influenza di Game of Death — e in particolare della tuta gialla e della struttura a livelli — è pervasiva nel cinema d’azione degli ultimi cinquant’anni.
Il modello della pagoda — un protagonista che sale livello per livello, affrontando avversari progressivamente più difficili e diversi — è diventato un archetipo narrativo. Lo ritroviamo in The Raid (2011) di Gareth Evans, spesso citato come il miglior film di arti marziali degli anni 2010, con la struttura di un palazzo da svuotare piano per piano. Lo ritroviamo nella struttura di molti videogiochi d’azione — dai picchiaduro agli action RPG — dove il boss finale rappresenta sempre qualcosa di più grande e di più strano di qualsiasi nemico precedente.
La filosofia sottostante — l’adattabilità come unica risposta vera a un sistema sempre diverso — ha influenzato anche cineasti che non avrebbero mai citato Bruce Lee come riferimento diretto. Il concetto di protagonista che impara mentre combatte, che non porta con sé un set fisso di soluzioni ma le costruisce sul momento, è un principio narrativo che va ben oltre il cinema di arti marziali.
Per ricostruire l’uomo dietro l’ultimo film, dagli anni di The Green Hornet in poi, i documentari Be Water e I Am Bruce Lee sono più affidabili del biopic Dragon: The Bruce Lee Story.
La questione dell’eredità: chi possiede Game of Death?
La storia dei diritti e dell’eredità di Game of Death è intricata quanto la storia del film stesso.
Shannon Lee e la Bruce Lee Foundation si sono battute per anni per il riconoscimento dell’integrità artistica del lavoro originale di Lee. La versione del 1978 è giuridicamente un film di Raymond Chow e Golden Harvest, non di Bruce Lee — il che crea una situazione paradossale in cui il film che porta il nome di Lee è in larga parte un prodotto che Lee stesso non avrebbe mai approvato.
Il footage originale della pagoda — i minuti che Lee girò nel 1972 — è la parte di Game of Death che la famiglia Lee riconosce come opera del proprio padre. Il resto è una produzione postuma di cui Lee non ha alcuna responsabilità creativa.
Questo ha implicazioni pratiche: le versioni del film in streaming spesso non specificano quale versione stanno offrendo. Alcuni servizi hanno la versione del 1978 integrale, altri hanno versioni tagliate, e pochi hanno il documentario Bruce Lee: A Warrior’s Journey (2000) di John Little, che presenta il footage originale nella sua sequenza corretta.
Dove vedere Game of Death in Italia
Game of Death (L’ultimo combattimento di Chen) è disponibile su:
- Amazon Prime Video — incluso nell’abbonamento o in noleggio
- Rakuten TV — noleggio e acquisto digitale
- Chili Cinema — HD
- Microsoft Store / Apple TV — acquisto e noleggio
Per trovare la disponibilità su tutte le piattaforme italiane: JustWatch.
Esplora la filmografia completa di Bruce Lee: The Big Boss, Fist of Fury, The Way of the Dragon, Enter the Dragon. Guida completa: Bruce Lee — Filmografia.
Domande frequenti
Di cosa parla Game of Death (L’ultimo combattimento di Chen)?
Nella versione del 1978, Billy Lo (Bruce Lee) è un attore di arti marziali minacciato dalla criminalità organizzata che vuole sfruttarlo. Dopo aver finto la propria morte per sfuggire ai nemici, Li affronta i colpevoli della sua persecuzione combattendo piano per piano in una pagoda. La struttura narrativa della versione uscita nei cinema è però molto diversa da quanto Lee aveva originalmente pianificato.
Come finisce Game of Death?
Nella versione del 1978, Billy Lo elimina i boss criminali e si vendica di chi lo ha perseguitato. La pagoda — con i combattimenti livello per livello — è la scena centrale del film, culminante nel duello con l’enorme guardia del corpo (Kareem Abdul-Jabbar). È un finale di liberazione, anche se la versione cinematografica è incompleta rispetto alla visione originale di Lee.
In che ordine vedere i film di Bruce Lee?
The Big Boss (1971) → Fist of Fury (1972) → The Way of the Dragon (1972) → Enter the Dragon (1973) → Game of Death (1978, postumo). Guida: Bruce Lee — Filmografia Completa.
Bruce Lee è morto prima di completare Game of Death?
Sì. Bruce Lee girò oltre 120 minuti di materiale per Game of Death tra settembre e ottobre 1972, poi sospese le riprese per girare Enter the Dragon. Morì il 20 luglio 1973. Il film uscì nel 1978, completato da Robert Clouse con due controfigure per le scene che Lee non aveva girato, usando anche riprese del vero funerale di Lee e, in un’inquadratura, un ritaglio di cartone con il suo volto incollato su uno specchio.
Chi è Kareem Abdul-Jabbar in Game of Death?
Kareem Abdul-Jabbar era la guardia del corpo nel piano più alto della pagoda. È l’avversario finale di Bruce Lee nella sequenza originale del 1972. Abdul-Jabbar era un campione NBA (giocava con i Milwaukee Bucks), allievo di Bruce Lee, alto 2,18 metri — una scelta deliberata di Lee per rendere il combattimento finale il più fisicamente estremo possibile. La loro amicizia era reale.
La tuta gialla di Bruce Lee in Game of Death è famosa?
Sì. La tuta gialla con strisce nere che Lee indossa nella sequenza della pagoda è diventata uno dei simboli più iconici del cinema di arti marziali. Quentin Tarantino la omaggiò esplicitamente in Kill Bill (2003): Uma Thurman indossa esattamente la stessa tuta durante la sequenza della Casa delle Foglie Blu. È forse il tributo cinematografico più riconoscibile mai reso a Bruce Lee.
Dove vedere Game of Death in streaming in Italia?
Game of Death è disponibile su Amazon Prime Video, Rakuten TV e altri servizi di noleggio digitale. Esiste anche una versione ‘Game of Death II’ del 1981 che usa ancora footage di Lee in modo controverso. Verificare la disponibilità aggiornata su JustWatch.
Cosa aveva originalmente pianificato Bruce Lee per Game of Death?
La visione originale di Lee era una storia filosofica: un maestro di arti marziali che sale piano per piano una pagoda a cinque livelli, affrontando a ogni piano un guerriero esperto di uno stile diverso. Il tema era il Jeet Kune Do — l’adattabilità come risposta alla rigidità di ogni sistema fisso. Lee aveva filmato la pagoda con Dan Inosanto (kali), Ji Han-jae (hapkido) e Kareem Abdul-Jabbar (stile personale basato sulla statura).
Il film del 1978 è fedele alla visione originale di Bruce Lee?
No. La versione del 1978 è sostanzialmente un film diverso che usa solo 12 minuti e 41 secondi del girato originale di Lee (principalmente la sequenza della pagoda). Il resto fu girato con controfigure, tra cui Kim Tai-chung, che indossavano occhiali da sole e venivano riprese spesso di spalle. Alcune scene usano fotografie di Lee e riprese dal funerale reale, scelte che molti critici hanno giudicato di cattivo gusto.
Dan Inosanto è apparso in Game of Death?
Sì. Dan Inosanto era il migliore amico e collaboratore di Bruce Lee, esperto di arti del bastone filippine (kali/escrima). Appare nella sequenza originale della pagoda come il primo avversario di Lee. Inosanto avrebbe continuato a preservare e diffondere il Jeet Kune Do dopo la morte di Lee.
Game of Death è davvero buono come film?
Come film completo, la versione del 1978 è problematica — la storia costruita intorno al footage originale è debole e il ricorso ai sostituti è imbarazzante. Ma la sequenza della pagoda con il footage originale di Lee è straordinaria: è Lee che dimostra i principi del Jeet Kune Do in un contesto narrativo perfetto. Vale da sola l’intera visione.
Game of Death è adatto ai bambini?
No. Contiene violenza fisica intensa e sequenze di combattimento brutali. Destinato a pubblico adulto o adolescente con supervisione.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.