Saga Karate Kid: tutti i film in ordine dal 1984 al 2025, Cobra Kai e il significato del Miyagi-Do spiegato
Tutto inizia con una ceratura.
Un ragazzo che cera macchine convinto di essere sfruttato. Un vecchio che osserva senza spiegare. E un momento, quando il vecchio fa alzare il ragazzo e gli mostra che ogni gesto ripetuto era già una difesa, che cambia il modo in cui una generazione intera capisce la parola “imparare”.
La saga Karate Kid è durata quarant’anni. Ha prodotto sei film, una serie animata, una serie televisiva di sei stagioni, un ramo parallelo in Cina e perfino un’imitazione italiana. Ha attraversato la California del 1984, l’Okinawa del 1986, la Manila del film italiano del 1987, la Pechino del 2010 e la New York di Legends. Ha trasformato un antagonista in protagonista e ha dimostrato che una storia raccontata da un punto di vista non è mai la storia completa.
Questa è la guida completa: tutti i film in ordine, il significato del Miyagi-Do, e la domanda che non smette di tornare. Cosa rende uno strumento di violenza uno strumento di crescita?
I film della saga Karate Kid in ordine cronologico
La saga si divide in due rami narrativi convergenti: l’universo classico (1984-1989, poi Cobra Kai 2018-2025) e l’universo del remake (2010, poi Legends 2025). I due rami convergono per la prima volta in Karate Kid: Legends.
Karate Kid (1984): il fondamento
Regista: John G. Avildsen. Cast principale: Ralph Macchio, Pat Morita, Elisabeth Shue, William Zabka
Daniel LaRusso, diciassettenne, si trasferisce con la madre da Newark, nel New Jersey, a Reseda, a Los Angeles. Viene bullizzato dai ragazzi del dojo Cobra Kai, guidati da Johnny Lawrence. Il tuttofare del condominio, Mr. Miyagi, si rivela un maestro di karate e prende Daniel sotto la propria ala.
Il film ha due livelli. Il primo è il livello narrativo: torneo, bullismo, crescita, vittoria. Il secondo è il livello filosofico: la differenza tra il karate come strumento di dominio (Cobra Kai: “strike first, strike hard, no mercy”) e il karate come strumento di difesa e crescita (Miyagi-Do: “karate per difesa solo, mai per attaccare”).
Uscito il 22 giugno 1984, costato 8 milioni di dollari, ne incassò 130,8 in tutto il mondo: fu il più grande successo a sorpresa di Hollywood di quell’anno, rilanciò la carriera di Pat Morita e contribuì a rendere popolare il karate negli Stati Uniti. Nel 2025 la Biblioteca del Congresso lo ha inserito nel National Film Registry.
Perché è fondamentale: tutto quello che la saga fa nei decenni successivi è un commento su questo film. Cobra Kai in particolare è una risposta diretta alla sua struttura narrativa: la stessa storia, vista dal punto di vista dell’antagonista.
Voto: 7.2/10, uno dei migliori film di formazione del cinema americano degli anni Ottanta.
Articolo completo: Karate Kid (1984)
Karate Kid II (1986): il passato di Miyagi
Regista: John G. Avildsen. Cast principale: Ralph Macchio, Pat Morita, Tamlyn Tomita, Yuji Okumoto, Nobu McCarthy
Daniel accompagna Miyagi a Okinawa, dove il padre del sensei sta morendo. Lì Miyagi deve affrontare Sato, il compagno d’infanzia che lo odia da quarant’anni per una questione d’onore legata a Yukie, la donna che entrambi amavano. Daniel si innamora di Kumiko (Tamlyn Tomita) e si scontra con Chozen, il nipote di Sato.
Il secondo film è il capitolo più personale della trilogia: è il film di Miyagi più che di Daniel. Il ritorno a casa porta alla luce la sua giovinezza, l’amore perduto, la ragione per cui lasciò l’isola, in scene di una potenza emotiva che il primo film non aveva. Yuji Okumoto costruisce un villain con un’insistenza nell’orgoglio che Cobra Kai riprenderà decenni dopo, trasformando Chozen in uno dei riscatti di personaggio più riusciti della serie.
Costato 12,5 milioni di dollari, il film ne incassò circa 130, quanto il primo. La canzone Glory of Love di Peter Cetera arrivò al primo posto negli Stati Uniti e fu candidata all’Oscar come miglior canzone originale.
Perché vale: per capire chi è davvero Miyagi, il secondo film è essenziale. La storia del 1986 rende tutto il rapporto con Daniel del primo film più denso.
Voto: 6.4/10, più piccolo del primo ma più profondo nel personaggio di Miyagi.
Articolo completo: Karate Kid II
Karate Kid III (1989): il villain più sofisticato
Regista: John G. Avildsen. Cast principale: Ralph Macchio, Pat Morita, Thomas Ian Griffith, Martin Kove
Kreese, devastato dalla sconfitta del Cobra Kai, chiede aiuto a Terry Silver, ricchissimo ex commilitone che elabora un piano di vendetta psicologicamente sofisticato contro Daniel e Miyagi. Il nuovo lottatore Mike Barnes è lo strumento fisico; Silver è la mente.
Il terzo film è il più criticato della trilogia, e la sua storia produttiva spiega il perché. Lo sceneggiatore Robert Mark Kamen avrebbe voluto scrivere un prequel; i produttori imposero invece una storia più simile al primo film. Il risultato replica la struttura del 1984, e Daniel sembra meno cresciuto di quanto i due film precedenti avrebbero suggerito. Costato 12,5 milioni, incassò 38,9 milioni: meno di un terzo del secondo capitolo. Ricevette cinque candidature ai Razzie, compresi Macchio e Morita, e nel 2015 lo stesso Avildsen lo definì un’orribile imitazione dell’originale.
Ma Terry Silver è il punto di forza: un villain che non usa i pugni ma la psicologia, che capisce il punto debole di Daniel (il suo orgoglio) e lo usa con precisione chirurgica. Per Thomas Ian Griffith era il debutto al cinema. Cobra Kai ha poi trasformato Silver in uno degli antagonisti più riusciti dell’intera saga, riportando Griffith nel ruolo dalla quarta stagione.
Perché vale: per Terry Silver, e per la domanda più difficile che il film pone: cosa succede quando Daniel smette di fidarsi del suo maestro?
Voto: 5.9/10, inferiore ai precedenti ma con il villain più elaborato della trilogia classica.
Articolo completo: Karate Kid III
The Next Karate Kid (1994): il capitolo dimenticato
Regista: Christopher Cain. Cast principale: Pat Morita, Hilary Swank, Michael Ironside
L’unico film della saga senza Daniel LaRusso. Miyagi va al cimitero di Arlington per una cerimonia in onore dei nippo-americani del 442° reggimento, con cui aveva combattuto nella Seconda guerra mondiale, e lì incontra la vedova del suo ufficiale comandante. A Boston conosce la nipote di lei, Julie Pierce (Hilary Swank), un’adolescente piena di rabbia dopo la morte dei genitori, e ne diventa il maestro. Anche qui c’è un filo con il passato: Julie ha imparato i primi rudimenti di karate dal padre, che li aveva appresi dal nonno, allievo di Miyagi. Il maestro la porta in un monastero buddhista per insegnarle a governare la rabbia, mentre lei si prende cura in segreto di un falco ferito nascosto sul tetto della scuola.
È il primo film in cui il protagonista è una ragazza, e gli antagonisti non vengono da un dojo: sono gli Alpha Elite, una confraternita di sicurezza scolastica addestrata a far rispettare le regole con la forza dal sedicente colonnello Dugan, interpretato da Michael Ironside.
The Next Karate Kid è il capitolo meno ricordato della saga, e per ragioni valide. Manca la chimica Macchio-Morita, manca la profondità narrativa della trilogia. Hilary Swank, che sarebbe diventata una delle attrici più premiate della sua generazione, dà il meglio che il copione le permette, ma il copione è il problema principale. I numeri lo confermano: uscito in Canada ad agosto e negli Stati Uniti a settembre 1994, costato 12 milioni, incassò 15,8 milioni. La saga cinematografica si fermò per sedici anni.
Perché vale: solo per i completisti della saga e per i fan di Pat Morita. Storicamente interessante come esperimento, Miyagi senza Daniel, ma narrativamente il punto più debole del franchise.
Voto: 5.0/10, onesto come film di genere per ragazzi, deludente come Karate Kid.
Karate Kid (2010): il ramo cinese
Regista: Harald Zwart. Cast principale: Jaden Smith, Jackie Chan, Taraji P. Henson
Reboot separato dall’universo classico. Dre Parker (Jaden Smith), dodicenne di Detroit, si trasferisce a Pechino con la madre vedova. Viene bullizzato da Cheng, un ragazzo esperto di kung fu. Il tuttofare del condominio, Han (Jackie Chan), si rivela un maestro di kung fu.
La struttura narrativa è identica al 1984, deliberatamente. Ma il contesto culturale è completamente diverso: la Cina moderna, il kung fu invece del karate nonostante il titolo, un protagonista dodicenne invece di un adolescente. Jackie Chan porta al personaggio di Han una malinconia e una profondità emotiva diverse da quelle di Miyagi: lo stesso dolore, una diversa modalità di portarlo.
Dietro c’era una macchina produttiva molto diversa da quella degli anni Ottanta. Il film fu prodotto con la China Film Group e, tra gli altri, da Will Smith e Jada Pinkett Smith, genitori del protagonista; fu girato a Pechino tra luglio e ottobre 2009, con le musiche di James Horner, e presentato in anteprima a Westwood, in California, il 7 giugno 2010. Costato 40 milioni di dollari, ne incassò 359,1: di gran lunga il capitolo più redditizio della saga.
Subito dopo l’uscita fu annunciato un seguito con Jaden Smith, Jackie Chan e Taraji P. Henson, affidato al regista Breck Eisner. Il progetto cambiò sceneggiatori, perse e ritrovò il regista, e nel 2017 Chan ammise che il copione non funzionava. Quel film non è mai stato girato: al suo posto, anni dopo, è arrivato Legends.
Perché vale: per le location cinesi, per il metodo della giacca che traduce il wax on wax off, e per Jackie Chan in un ruolo più drammatico del solito.
Voto: 6.6/10, più spettacolare del 1984, meno profondo emotivamente.
Articolo completo: Karate Kid (2010)
Cobra Kai (2018-2025): il sequel che ha cambiato tutto
Creatori: Josh Heald, Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg. Cast principale: Ralph Macchio, William Zabka, Martin Kove, Thomas Ian Griffith
Sei stagioni e 65 episodi, dal 2 maggio 2018 al 13 febbraio 2025: le prime due su YouTube Red e YouTube Premium, le altre su Netflix. La serie comincia nel 2017, trentatré anni dopo la finale del torneo del 1984: Daniel LaRusso è un concessionario d’auto di successo, Johnny Lawrence è un uomo solo, alcolizzato e fallito che riapre il Cobra Kai.
Cobra Kai è il progetto più ambizioso dell’intera saga, e il più riuscito dopo il film originale del 1984. La serie fa una cosa che i sequel raramente osano: ribalta il punto di vista del film originale. Daniel, che nella storia del 1984 era l’eroe, è mostrato come qualcuno capace di difetti significativi: rigidità, presunzione, incapacità di ascoltare. Johnny, che era l’antagonista, emerge come qualcuno che aveva le sue ragioni, e che il sistema Cobra Kai aveva formato prima che potesse scegliere diversamente.
La serie è anche una lunga riunione di famiglia. Nella terza stagione tornano, come ospiti, Elisabeth Shue nei panni di Ali, Tamlyn Tomita come Kumiko e Yuji Okumoto come Chozen, che nelle ultime due stagioni diventa un personaggio fisso. Dalla quarta ritorna Terry Silver, con lo strato più oscuro della serie: il villain di Karate Kid III aggiornato con decenni di potere economico e manipolazione. La sua presenza rende l’intera trilogia classica più interessante a posteriori. La sesta stagione, divisa in tre parti uscite tra luglio 2024 e febbraio 2025, porta lo scontro fino al Sekai Taikai, il campionato mondiale.
Il successo si è visto anche nei premi: la terza stagione è stata candidata all’Emmy come miglior serie comica.
Perché è essenziale: Cobra Kai è il motivo per cui la saga è ancora viva. È il sequel che il franchise meritava, e che nessuno si aspettava fosse possibile quarant’anni dopo il film originale.
Voto: 8.2/10, uno dei sequel televisivi più riusciti degli ultimi anni.
Articolo completo: Cobra Kai
Karate Kid: Legends (2025): la convergenza
Regista: Jonathan Entwistle. Cast principale: Ben Wang, Jackie Chan, Joshua Jackson, Sadie Stanley, Ming-Na Wen, Ralph Macchio
Il film che unisce i due universi. Si apre con un ricordo dell’estate in cui Miyagi racconta al giovane Daniel le origini del karate di famiglia: nel Seicento un suo antenato, Shimpo Miyagi, finì in Cina e fu accolto proprio dalla famiglia Han, che gli insegnò il kung fu. Poi il salto al 2023. Li Fong (Ben Wang), pronipote e allievo di Han a Pechino, si trasferisce a New York con la madre, che gli fa promettere di smettere con le arti marziali dopo la morte del fratello Bo, ucciso da un avversario sconfitto. A New York Li si scontra con il campione di karate Conor Day, aiuta il padre dell’amica Mia a tornare sul ring per salvare la sua pizzeria dai debiti, e alla fine si prepara al torneo dei Five Boroughs con due maestri: Han, che vola a Los Angeles per convincere Daniel LaRusso (Ralph Macchio) a unirsi a loro.
Legends è il film più ambizioso della saga cinematografica dopo il primo. La sua scelta narrativa principale, presentare il Miyagi-Do karate e il kung fu di Han come espressioni diverse della stessa filosofia invece di sistemi in competizione, è il commento più esplicito che la saga abbia mai fatto sulla propria tesi centrale. La storia è ambientata tre anni dopo gli eventi di Cobra Kai, Pat Morita compare in immagini d’archivio tratte da Karate Kid II, e nel finale Daniel discute con Johnny Lawrence se sia meglio la pizza di New York o quella della California.
Il film è stato confermato nel settembre 2022, scritto da Rob Lieber e girato tra aprile e giugno 2024, dopo una ricerca del cast durata da novembre 2023 ad aprile 2024. È il primo della saga non prodotto da Jerry Weintraub, morto nel 2015. Dopo l’anteprima a Città del Messico il 7 maggio 2025, è uscito negli Stati Uniti il 30 maggio. Con un budget di 45 milioni ne ha incassati circa 117, un risultato leggermente sotto le attese che è stato attribuito ai fan ormai abituati a trovare la saga su Netflix e alla concorrenza di Lilo & Stitch. Le recensioni sono state tiepide (57% su Rotten Tomatoes, 51 su Metacritic), il pubblico più generoso: A- su CinemaScore.
Perché vale: per la convergenza dei due universi, per la qualità delle coreografie (le più spettacolari della saga), e per la scena tra Han e Daniel che i fan aspettavano da quindici anni.
Voto: 7.0/10, il miglior film Karate Kid dopo il 1984, con riserve.
Articolo completo: Karate Kid: Legends
Le origini: Robert Mark Kamen e il vero Miyagi
Karate Kid sembra una favola. In buona parte è un’autobiografia.
Lo sceneggiatore Robert Mark Kamen aveva diciassette anni quando, dopo una visita all’Esposizione universale di New York del 1964, fu aggredito da un gruppo di bulli. Cominciò a studiare arti marziali per difendersi. Il primo istruttore che trovò presentava il combattimento soprattutto come strumento di violenza e di vendetta: il seme di John Kreese e del Cobra Kai. Deluso, Kamen passò al Gōjū-ryū di Okinawa, con un maestro giapponese che non parlava inglese e che si era formato con Chōjun Miyagi, il fondatore di quello stile. Il nome del sensei più famoso del cinema viene da lì.
Anni dopo, a Hollywood, Kamen seppe che il produttore Jerry Weintraub aveva acquistato i diritti di un articolo di giornale su un ragazzo, figlio di una madre sola, che aveva preso la cintura nera per difendersi dai bulli del quartiere. Kamen fuse quella storia con la propria. La regia andò a John G. Avildsen, che aveva diretto Rocky, e con lui arrivò il compositore Bill Conti. Per Ralph Macchio, reduce da The Outsiders (1983), era il secondo ruolo importante al cinema; per la madre di Daniel lo studio valutò anche Valerie Harper, prima di scegliere Randee Heller.
Le riprese si svolsero tra il 31 ottobre e il 16 dicembre 1983. Le coreografie dei combattimenti furono affidate a Pat E. Johnson, cintura nera di Tang Soo Do che aveva lavorato con Chuck Norris ed era apparso in Enter the Dragon con Bruce Lee; nel film è anche l’arbitro del torneo. Nelle scene più impegnative, Pat Morita era sostituito dalla controfigura Fumio Demura.
È per questo che il film suona vero anche quando è ingenuo. Ogni lezione di Miyagi è la risposta di un uomo adulto al ragazzo spaventato che era stato.
Il Miyagi-Do: la filosofia spiegata
Tutta la saga Karate Kid è un dibattito tra due filosofie dell’uso della forza.
Il Cobra Kai: strike first, strike hard, no mercy. Attaccare prima che l’avversario abbia la possibilità di difendersi. Usare la paura come strumento di controllo. Non c’è posto per la debolezza o l’esitazione. È il sistema di Kreese e, portato alle sue conseguenze logiche, di Terry Silver.
Il Miyagi-Do: karate per difesa solo, mai per attaccare. La forza è uno strumento, non uno scopo. La vittoria non è l’obiettivo principale: l’equilibrio interiore è l’obiettivo. La tecnica è lo strumento per raggiungere questo equilibrio, non un fine in sé.
La tensione tra queste due filosofie è il motore narrativo di tutta la saga, dal torneo del 1984 all’arco finale di Cobra Kai.
Quello che Cobra Kai aggiunge è la consapevolezza che le due filosofie non sono semplicemente buona e cattiva. Il Cobra Kai funziona: produce risultati fisici, costruisce fiducia in chi non ne ha, insegna a difendersi in un mondo che non è gentile. Il Miyagi-Do richiede un livello di maturità emotiva che non tutti hanno già quando iniziano ad allenarsi. Il dibattito tra le due scuole non è morale ma pratico: quale strumento forma meglio la persona?
La risposta della saga, nessun singolo strumento è sufficiente, è il motivo per cui Cobra Kai ha potuto costruire sei stagioni su questo dibattito senza esaurirlo.
Bruce Lee non fa parte del franchise, ma la sua influenza sulla figura del maestro è evidente: basta confrontare Miyagi con Enter the Dragon (1973) e con la filmografia di Bruce Lee.
Il metodo Miyagi: perché funziona
Wax on, wax off. Vernicia il recinto. Carteggia il pavimento.
Il metodo di Miyagi non è eccentricità: è pedagogia precisa. Insegnare il corpo prima della mente significa evitare il filtro della paura: un adolescente a cui si chiede di imparare a difendersi caricherà ogni movimento con l’ansia della performance, del giudizio, del fallimento. Miyagi aggira questo filtro insegnando qualcosa che sembra irrilevante finché non si rivela essenziale.
Kamen, che il karate di Okinawa lo aveva praticato davvero con un maestro che non parlava la sua lingua, sapeva cosa significa imparare prima con il corpo e solo dopo con le parole. La genialità narrativa del film del 1984 è stata rendere questo principio immediatamente comprensibile per un pubblico che non conosce le arti marziali.
Han nel 2010 usa la stessa logica con la giacca. Dre passa settimane a mettere e togliere la giacca, e il corpo impara i blocchi e le schivate senza che la mente li abbia mai nominati. Il risultato è lo stesso: un sistema di risposta automatica che emerge nei momenti di pressione. In Legends i due metodi si incontrano sullo stesso tetto di New York, quando Han e Daniel costruiscono insieme per Li una variante del dragon kick.
Il Miyagi-Do non insegna il karate. Insegna la risposta giusta al momento giusto, e la insegna così profondamente che non richiede riflessione.
Pat Morita: il bambino dei campi che diventò Mr. Miyagi
C’è una scena del primo film che molti spettatori ricordano senza ricordare perché li abbia colpiti tanto. Miyagi è ubriaco, da solo, nell’anniversario di qualcosa. Daniel lo trova così e capisce, un frammento alla volta, che mentre Miyagi combatteva per l’esercito americano durante la Seconda guerra mondiale, sua moglie e il figlio appena nato morivano a Manzanar, uno dei campi in cui gli Stati Uniti rinchiusero i cittadini di origine giapponese.
Quella scena ha un peso che va oltre la finzione, perché l’uomo che la recita quei campi li aveva conosciuti davvero.
Noriyuki “Pat” Morita, figlio di immigrati giapponesi arrivati in California dalla prefettura di Kumamoto, si ammalò di tubercolosi spinale a due anni. Passò la maggior parte dei nove anni successivi tra un sanatorio a Weimar, in California, e lo Shriners Hospital di San Francisco, a lungo immobilizzato in un gesso che gli copriva il corpo, e gli dissero che non avrebbe mai camminato.
Uscì dall’ospedale a undici anni, dopo un complesso intervento alla colonna vertebrale e dopo aver imparato a camminare. Non tornò a casa: fu portato direttamente a Gila River, in Arizona, il campo in cui nel frattempo era stata internata la sua famiglia. Dopo circa un anno e mezzo fu trasferito a Tule Lake, al confine tra California e Oregon.
Il pubblico americano lo conosceva, prima del 1984, come comico: dal 1975 al 1983 era stato Arnold, il proprietario della tavola calda in Happy Days. Per molti era difficile immaginarlo in un ruolo drammatico.
La candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista arrivò per un personaggio che lui non aveva bisogno di immaginare. Le arti marziali erano della sua controfigura, il maestro Fumio Demura. La guerra, i campi, la perdita e la dignità silenziosa erano sue.
È anche la chiave per capire perché Miyagi funzioni come maestro. Non insegna a Daniel a vincere: gli insegna a sopravvivere a un mondo ingiusto senza diventarne una copia. È la lezione di chi l’ha imparata da bambino, dietro un filo spinato, in un paese che lo considerava un nemico.
Morita è morto il 24 novembre 2005, tredici anni prima di Cobra Kai. La serie ha scelto di non sostituirlo con nessun altro attore: Miyagi resta presente soltanto attraverso i ricordi di Daniel, le immagini di repertorio e gli insegnamenti tramandati. Legends ha fatto la stessa scelta, usando immagini d’archivio di Karate Kid II. È forse il gesto più rispettoso dell’intero franchise: ammettere che quel maestro non era un ruolo da riassegnare, ma una persona.
Johnny Lawrence e la rivincita del villain: come Cobra Kai ha riscritto il 1984
Per trentaquattro anni Johnny Lawrence è stato soltanto il bullo biondo che picchiava Daniel.
Poi nel 2018 Cobra Kai ha fatto una cosa che quasi nessun sequel osa: ha dato ragione, almeno in parte, all’antagonista.
L’idea non nasceva dal nulla. Da anni circolava tra i fan una lettura rovesciata del film originale, secondo cui il vero protagonista sarebbe stato Johnny: un ragazzo con un patrigno ricco e anaffettivo, un maestro violento come unica figura paterna, che si vede portare via la ragazza da un nuovo arrivato e poi perde il torneo a causa di un calcio che forse non era regolare. La battuta era diventata abbastanza celebre da trasformarsi quasi in un luogo comune della cultura pop.
Josh Heald, Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg, gli autori della serie, l’hanno presa sul serio e ne hanno ricavato sei stagioni.
Il Johnny del 2018 è un uomo di mezza età rimasto fermo agli anni Ottanta: beve, vive in un appartamento squallido, non sa usare uno smartphone, ascolta hard rock e considera ogni cambiamento sociale un attacco personale. William Zabka lo interpreta con un’autoironia disarmante, e la serie ne fa progressivamente il personaggio più umano del cast. Daniel LaRusso, di contro, è diventato un concessionario d’auto di successo con una vena di arroganza che il film del 1984 non lasciava prevedere.
Il rovesciamento non è un semplice gioco di prospettiva. Serve a mettere in discussione la tesi stessa della saga. Se Johnny era un ragazzo ferito e manipolato da un adulto, allora il Cobra Kai non era il male assoluto: era una risposta sbagliata a un bisogno reale di forza e appartenenza. E il Miyagi-Do, applicato con rigidità, può produrre la stessa arroganza che pretende di combattere.
C’è anche una storia industriale dietro il successo, e vale la pena ricordarla. Cobra Kai debuttò nel maggio 2018 su YouTube Red, il servizio a pagamento di YouTube, dove ottenne buone recensioni ma un pubblico limitato; la seconda stagione uscì nell’aprile 2019. YouTube non era interessata a una quarta stagione, e i produttori cercarono una piattaforma che lasciasse aperta quella possibilità. Nel giugno 2020 la serie passò a Netflix, portando con sé la terza stagione già girata, uscita il 1° gennaio 2021. Su Netflix trovò un pubblico enorme, fatto in gran parte di spettatori che non sapevano nemmeno della sua esistenza. Una serie data per marginale divenne un fenomeno globale non perché fosse cambiata, ma perché era cambiato il posto in cui si poteva trovarla.
È per questo che Cobra Kai non si è esaurita dopo una stagione di nostalgia. Ha trasformato un film per ragazzi degli anni Ottanta in un ragionamento adulto su come si diventa i cattivi della storia di qualcun altro, e sul fatto che, visti da vicino, quasi nessuno lo è davvero.
Karate Kid, la serie animata (1989): il capitolo che nessuno ricorda
Tra Karate Kid III e The Next Karate Kid c’è un tassello che quasi tutte le guide dimenticano: una serie animata.
The Karate Kid andò in onda il sabato mattina sulla NBC dal 9 settembre al 16 dicembre 1989, per 13 episodi da 23 minuti, prodotta da DIC Animation City e Saban Entertainment. La premessa non ha niente del realismo dei film: un piccolo santuario dai poteri mistici viene rubato dal suo luogo sacro a Okinawa, e Daniel e Miyagi, insieme alla ragazza Taki Tamurai, girano il mondo per ritrovarlo.
I personaggi non erano doppiati dagli attori dei film, anche se Pat Morita prestò la voce alla narrazione d’apertura. Jon Hurwitz, co-creatore di Cobra Kai, ha chiarito che la serie animata non fa parte del canone. Ma gli autori non l’hanno dimenticata: il santuario compare come omaggio nascosto nel dojo di Chozen a Okinawa.
La musica della saga: Bill Conti, Zamfir e You’re the Best
La saga Karate Kid ha un suono riconoscibile, e dietro c’è quasi sempre lo stesso nome.
Bill Conti, collaboratore di Avildsen fin da Rocky (1976), firmò le musiche di tutti e quattro i film della prima serie, dal 1984 a The Next Karate Kid. Nel primo film la sua partitura è attraversata dagli assoli di flauto di Pan di Gheorghe Zamfir, il suono che molti associano ai momenti di Miyagi. Karate Kid II è l’unico film della trilogia senza quel flauto, una scelta di cui lo stesso compositore si sarebbe poi pentito.
Il brano più famoso però non è di Conti. You’re the Best di Joe Esposito, che accompagna il montaggio del torneo nel finale del primo film, era stato scritto per Rocky III: Sylvester Stallone lo aveva scartato a favore della canzone dei Survivor, e il pezzo trovò casa in Karate Kid. Nel 1986 fu il turno di Glory of Love di Peter Cetera, candidata all’Oscar.
Il remake del 2010 ha cambiato completamente registro con le musiche di James Horner, mentre Legends è stato musicato da Dominic Lewis. Nel 2007 le quattro colonne sonore originali di Conti sono state raccolte in un cofanetto di 4 CD, stampato in soli 2.500 esemplari.
Il ragazzo dal kimono d’oro: il parallelo italiano
Nel 1987, mentre la saga Karate Kid continuava con il secondo capitolo, l’Italia produceva il proprio equivalente: Il ragazzo dal kimono d’oro, scritto con Dardano Sacchetti, prodotto e diretto da Fabrizio De Angelis con lo pseudonimo Larry Ludman, con un Kim Rossi Stuart diciassettenne come protagonista.
La storia è quella di Anthony, un sedicenne che raggiunge il padre a Manila, viene pestato dalla banda del campione locale Quino e impara il karate da un maestro eremita, Kimura, fino al torneo della rivincita. Il film è un documento del cinema di genere italiano degli anni Ottanta, l’industria che rispondeva a ogni trend americano di successo con versioni locali a budget ridotto. Non ha la profondità emotiva del Karate Kid originale né la qualità della scrittura dei personaggi. Ma ha una sua onestà artigianale e, retrospettivamente, il fascino di vedere alle origini uno degli attori italiani più importanti della sua generazione.
Il successo generò un piccolo franchise. Kim Rossi Stuart tornò nel 1988 per Il ragazzo dal kimono d’oro 2, ambientato in Florida, l’unico dei seguiti uscito al cinema. Gli altri seguiti non uscirono al cinema, dal terzo in poi con personaggi diversi, e al franchise si aggiunse una serie TV omonima.
L’archetipo del torneo di arti marziali e dell’eroe prescelto che la saga Karate Kid ha codificato ricompare in franchise insospettabili: Mortal Kombat e il cinema d’azione analizza le analogie tra la saga di Daniel LaRusso e il cinema di Mortal Kombat.
Il futuro del franchise: spin-off e nuovi capitoli
Dopo quarant’anni, la domanda è sempre la stessa: c’è ancora qualcosa da raccontare?
Sulla carta, sì. Quando Cobra Kai si è conclusa, nel febbraio 2025, il co-creatore Jon Hurwitz ha detto di lavorare attivamente a possibili spin-off, spiegando di avere davanti «un buffet» di idee, da una storia ambientata cento anni prima a una che riprende dopo la fine della serie. Ha anche precisato che tutto dipende da ciò che vorranno fare Sony e Netflix. Ralph Macchio, dal canto suo, ha parlato di diverse possibilità ancora aperte.
Legends ha complicato i conti. Il film ha funzionato con il pubblico in sala, ma ha incassato meno del previsto, e la spiegazione più citata dice molto dello stato del franchise: dopo Cobra Kai, i fan si sono abituati a trovare Karate Kid in streaming, non al cinema.
Nel frattempo, la saga ha già fatto quello che pochi franchise riescono a fare: ha unito il ramo americano e quello cinese, ha dato a Johnny Lawrence la sua rivincita e ha costruito un albero genealogico che va da un pescatore di Okinawa del Seicento a un ragazzo di Pechino sui tetti di New York.
Il prossimo allievo, se arriverà, dovrà ricominciare dalla stessa domanda del 1984.
Dove vedere tutta la saga Karate Kid in streaming in Italia

Netflix Italia copre la maggior parte della saga:
- Karate Kid (1984) ✓
- Karate Kid II (1986) ✓
- Karate Kid III (1989) ✓
- Karate Kid (2010 remake) ✓
- Cobra Kai stagioni 1-6 (2018-2025) ✓
- Karate Kid: Legends (2025) ✓
The Next Karate Kid (1994) non è stabilmente su Netflix: verifica la disponibilità su JustWatch o considera acquisto e noleggio digitale su Amazon Prime Video, Apple TV o Google Play.
Il ragazzo dal kimono d’oro non è disponibile su piattaforme mainstream: catalogo vintage o mercato dell’usato.
Domande frequenti sulla saga Karate Kid
Quanti film ha la saga Karate Kid in ordine?
La saga Karate Kid comprende sei film: Karate Kid (1984), Karate Kid II (1986), Karate Kid III (1989), The Next Karate Kid (1994), il remake Karate Kid (2010) e Karate Kid: Legends (2025). A questi si aggiungono la serie animata del 1989 e la serie Cobra Kai (2018-2025, 6 stagioni), sequel ufficiale della trilogia originale.
Da dove iniziare con la saga Karate Kid?
Dal film del 1984, senza eccezioni. Karate Kid è il fondamento di tutto: Daniel LaRusso, Mr. Miyagi, wax on wax off, il Crane Kick. Cobra Kai in particolare perde gran parte del suo senso senza il primo film, perché tutta la sua scrittura è un dialogo con i personaggi del 1984.
Cosa significa ‘wax on, wax off’ in Karate Kid?
Mr. Miyagi fa cerare macchine a Daniel come apparente lavoro servile. Il gesto circolare della ceratura, ‘wax on’ con la destra e ‘wax off’ con la sinistra, si rivela un blocco difensivo: quando Daniel viene attaccato, il corpo sa già come rispondere senza che la mente debba decidere. È il principio centrale del Miyagi-Do: insegnare il corpo prima della mente.
Cobra Kai è il seguito di Karate Kid?
Sì, è il sequel ufficiale, ambientato più di trent’anni dopo il film del 1984. Ralph Macchio riprende Daniel LaRusso e William Zabka Johnny Lawrence. La serie ha 6 stagioni e 65 episodi (2018-2025): le prime due uscite su YouTube, le altre su Netflix. Ribalta il punto di vista del film originale, raccontando la storia di Johnny, l’antagonista del 1984.
In che ordine guardare la saga Karate Kid?
Ordine consigliato: 1) Karate Kid (1984), 2) Karate Kid II (1986), 3) Karate Kid III (1989), 4) Cobra Kai stagioni 1-6 (2018-2025), 5) Karate Kid (2010) per il ramo cinese, 6) Karate Kid: Legends (2025), che riunisce i due rami ed è ambientato dopo Cobra Kai. The Next Karate Kid (1994) è opzionale.
Karate Kid (2010) con Jaden Smith è collegato all’originale del 1984?
Alla sua uscita no: era un remake autonomo, ambientato in Cina con personaggi diversi. Karate Kid: Legends (2025) ha però collegato i due universi, portando Jackie Chan (Han del 2010) e Ralph Macchio (Daniel LaRusso) nello stesso film e raccontando che un antenato di Miyagi imparò il kung fu proprio dalla famiglia Han. Il 2010 è quindi diventato a posteriori un ramo della stessa saga.
Karate Kid: Legends è il seguito di Cobra Kai?
Sì. Karate Kid: Legends è ambientato tre anni dopo la conclusione di Cobra Kai: il Daniel LaRusso che incontriamo nel film è quello uscito dalla serie, e nel finale torna anche il Johnny Lawrence di William Zabka. La sua particolarità è unire questa continuità con il ramo del remake del 2010, attraverso il personaggio di Han interpretato da Jackie Chan.
Dove vedere tutta la saga Karate Kid in streaming in Italia?
Karate Kid (1984), Karate Kid II, Karate Kid III, il remake del 2010, tutte le stagioni di Cobra Kai e Karate Kid: Legends sono disponibili su Netflix in Italia. The Next Karate Kid (1994) va cercato in acquisto o noleggio digitale. La disponibilità cambia nel tempo: conviene verificare.
Chi è il vero protagonista di Cobra Kai?
La serie è costruita su due protagonisti pari, Daniel LaRusso e Johnny Lawrence. La vera sorpresa narrativa è però Johnny: l’antagonista del 1984 emerge come il personaggio più complesso e più emotivamente accessibile, dimostrando che la storia raccontata dal punto di vista di Daniel era vera ma incompleta.
Il Crane Kick di Karate Kid è una tecnica reale di karate?
Non nel karate tradizionale. Il Crane Kick, con Daniel su un piede solo e le braccia aperte prima di saltare e calciare, è una tecnica costruita per il film ed è diventata la firma del personaggio. Legends ne riprende l’idea con il dragon kick che Li Fong perfeziona insieme a Han e Daniel.
Pat Morita era davvero un maestro di karate?
No. Nelle scene di combattimento più impegnative Mr. Miyagi era affidato alla controfigura Fumio Demura, autentico maestro di karate, mentre le coreografie del primo film erano di Pat E. Johnson. Morita, fino ad allora noto soprattutto come comico, ottenne per il ruolo la candidatura all’Oscar come miglior attore non protagonista.
Qual è il migliore film della saga Karate Kid?
Per qualità complessiva il film del 1984, ancora insuperato. Per la profondità del personaggio di Miyagi Karate Kid II, per il villain Karate Kid III con Terry Silver, per lo spettacolo delle coreografie Karate Kid: Legends. Se si include la televisione, Cobra Kai è il capitolo più ambizioso e più riuscito dopo l’originale.
Il ragazzo dal kimono d’oro è collegato a Karate Kid?
No. Il ragazzo dal kimono d’oro (1987), prodotto e diretto da Fabrizio De Angelis con lo pseudonimo Larry Ludman, è una produzione italiana che riprende apertamente la formula del maestro, dell’allievo e del torneo, senza alcun legame ufficiale con la saga americana. Kim Rossi Stuart è il protagonista dei primi due film; seguirono altri seguiti e una serie TV.
Ci sarà un nuovo film Karate Kid dopo Legends?
Non risultano annunci ufficiali di un nuovo film. Legends (2025) ha incassato circa 117 milioni di dollari con un budget di 45, un risultato sotto le attese. Dopo la fine di Cobra Kai, nel febbraio 2025, il co-creatore Jon Hurwitz ha parlato di diverse idee per nuovi progetti, da una storia ambientata cento anni prima a una successiva alla serie, ma tutto dipende da Sony e Netflix.



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