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Tutta la saga Men in Black in ordine: film, serie animata e dove vederla in Italia

Dal fumetto di Lowell Cunningham al franchise più longevo della fantascienza comica: quasi trent'anni di agenti in tuta nera, alieni nascosti e neuralyzer
16-07-2026 1997 ⭐ 7.2/10
Tutta la saga Men in Black in ordine: film, serie animata e dove vederla in Italia
Regia Barry Sonnenfeld
Generi Azione, Commedia, Fantascienza
Cast Will Smith, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Tessa Thompson, Chris Hemsworth, Tommy Lee Jones, Jemaine Clement, Emma Thompson

Gli uomini in nero non esistono.

Ma se sei in un vicolo di New York nel mezzo della notte e vedi qualcosa di impossibile, potrebbero presentarsi. Porterebbero un dispositivo piccolo e lucente. Ti chiederebbero di guardare. Poi torneresti a casa pensando di aver visto un’allucinazione causata dal troppo lavoro, e il vicolo sarebbe vuoto.

Quasi trent’anni fa, Barry Sonnenfeld e Will Smith hanno preso questa idea e l’hanno trasformata in uno dei franchise di fantascienza più riusciti degli anni Novanta. La saga Men in Black — quattro film, una serie animata, fumetti, videogiochi — è la storia di quanto sia complicato mantenere un segreto quando ci sono milioni di alieni che vivono tra la gente, e di due agenti specifici che hanno deciso di occuparsene.

Questa è la guida completa: tutti i film in ordine, la serie animata, il lore espanso, e dove trovare tutto in Italia.

Tutta la saga Men in Black in ordine

L’origine: il fumetto di Lowell Cunningham

Prima di Will Smith, prima di Tommy Lee Jones, prima del neuralyzer e di Frank il carlino, c’era un fumetto pubblicato da una piccola casa editrice canadese nel 1990.

Lowell Cunningham era un fan della mitologia degli uomini in nero — le figure misteriose in completo scuro che, secondo decine di testimonianze di avvistamenti UFO dagli anni Cinquanta, si presentavano ai testimoni per intimidirli e farli tacere. Non erano identificabili come agenti governativi né come privati: erano semplicemente là, e poi sparivano. La loro origine era sconosciuta. Potevano essere umani. Potevano non esserlo.

Cunningham scrisse una serie a fumetti — Men in Black, pubblicata da Aircel Comics (poi Marvel) — che prendeva questa mitologia come punto di partenza. Gli agenti erano figure moralmente ambigue, spesso brutali, con metodi che non si sarebbero qualificati come eroici. L’umorismo era nerissimo. La premessa era distopica più che avventurosa.

Walter F. Parkes e Laurie MacDonald trovarono il fumetto e ne comprarono i diritti per Sony Pictures. Lo script — scritto da Ed Solomon — ha trasformato il materiale di partenza: gli agenti in nero da figure inquietanti diventano funzionari federali stressati, gli alieni da minacce diventano immigrati cosmici, il tono da thriller paranoide diventa commedia d’azione. È un’adattamento che ha salvato il tono e buttato il contenuto — e ha avuto ragione a farlo.

Men in Black (1997): dove tutto comincia

Il 2 luglio 1997, Men in Black arriva nelle sale americane e incassa $84 milioni nel primo weekend. Nel primo mese supera i $250 milioni. Alla fine del percorso mondiale tocca $589 milioni — su un budget di $90 milioni. È uno dei successi più clamorosi di quell’estate, in un’estate già densa (Titanic sarebbe arrivato a dicembre).

La storia è semplice: l’agente J (Will Smith), poliziotto di New York con riflessi impossibili, viene reclutato da K (Tommy Lee Jones) per entrare in un’organizzazione segreta che monitora gli alieni sulla Terra. Il pianeta è densamente popolato di extraterrestri — politici, chef, musicisti, il direttore della dogana — che vivono vite normali sotto identità umane. Gli MIB sono lì per assicurarsi che nessuno lo sappia.

Il villain è Edgar il Bug — un alieno predatore che ha assunto il corpo di un fattore dell’Illinois (Vincent D’Onofrio). Vincent D’Onofrio ha studiato il movimento di un corpo alieno abitato da qualcosa di non umano: cammina sbagliato, parla sbagliato, si siede sbagliato. È una delle performance villain fisicamente più memorabili del cinema degli anni Novanta.

La formula del film è semplice ed eseguita a perfezione: due protagonisti magnetici con chimica reale, world-building credibile e visivamente inventivo, ritmo comico preciso al millisecondo. Il finale — in cui J permette a K di ritirarsi dalla vita degli MIB — è sorprendentemente emotivo per un film d’azione estivo.

Will Smith ha anche vinto un Grammy per il singolo “Men in Black” — una delle rari volte nella storia recente in cui la canzone promozionale di un film ha avuto una vita propria oltre il marketing.

Men in Black II (2002): la formula si inceppa

Cinque anni dopo, con un budget quasi doppio ($140 milioni) e le stesse stelle, Men in Black II cerca di replicare la formula.

Il problema è proprio questo: sta cercando di replicare, non di evolvere.

Serleena (Lara Flynn Boyle) — un alieno Kylothian che assume le sembianze di una modella di Victoria’s Secret — vuole la Luce di Zartha, un artefatto cosmico nascosto sulla Terra. K, che si è fatto neuralyzzare alla fine del primo film, vive come impiegato postale nel Massachusetts senza ricordi MIB. J deve riportarlo in servizio.

La struttura è l’inversione del primo film: J veterano, K neofita. Funziona per venti minuti, poi K recupera la memoria e la dinamica torna com’era, svuotando l’inversione di qualsiasi conseguenza.

Il villain è meno memorabile di Edgar il Bug. I personaggi secondari — Johnny Knoxville come alieno a due teste, Frank il carlino promosso a personaggio ricorrente — vengono usati in eccesso. Il ritmo è meno preciso. La rivelazione finale — che Laura Vasquez (Rosario Dawson) è la Luce di Zartha, e che K aveva cancellato i propri ricordi per dimenticare di essersi innamorato di sua madre — è emotivamente potente ma arriva troppo tardi in un film che non ha preparato abbastanza il terreno.

Incasso mondiale: $445 milioni. Successo commerciale assoluto, ma significativamente meno del primo in rapporto al budget.

Men in Black III (2012): il salto nel tempo che salva la saga

Dieci anni dopo il secondo film — un intervallo causato da negoziazioni difficili tra le parti — Men in Black III arriva nelle sale.

È il migliore dei sequel, e probabilmente il film che la saga aspettava.

Boris l’Animale (Jemaine Clement) — l’ultimo Boglodita, arrestato da K nel 1969 con la perdita di un braccio — evade dalla prigione lunare e torna indietro nel tempo per uccidere K prima che l’arresto avvenga. In un presente cambiato dove K è morto nel 1969, J è l’unico a ricordare la timeline originale. Viaggia nel 1969, incontra il giovane K — Josh Brolin, in una performance mimetica di Tommy Lee Jones che è tecnicamente straordinaria — e deve fermare Boris al lancio di Apollo 11.

Il film usa il viaggio nel tempo non come gag ma come meccanismo emotivo. Il 1969 è il momento in cui la storia dei due protagonisti ha delle radici che J non conosceva. Il finale — in cui J scopre che il colonnello James Edwards, suo padre, era morto proteggendo la Terra a Cape Canaveral, e che K lo sapeva da sempre — è uno dei momenti più riusciti dell’intero franchise.

Griffin (Michael Stuhlbarg), l’alieno Arcano che percepisce tutti i possibili futuri simultaneamente, è il personaggio più originale dei quattro film.

Incasso mondiale: $654 milioni su $225 milioni di budget — il più redditizio della trilogia.

Men in Black: International (2019): Londra, nuovi agenti, risultati misti

Men in Black: International è il tentativo di espandere il franchise verso nuovi orizzonti.

La premessa è interessante: la sede di Londra degli MIB, con il veterano stanco Agente H (Chris Hemsworth) e la nuova arrivata Agente M (Tessa Thompson) che scopre una talpa interna al servizio del Hive — un’entità aliena collettiva parassita.

La chimica tra Hemsworth e Thompson è reale — erano già apparsi insieme in Thor: Ragnarok con la stessa dinamica. Pawny (Kumail Nanjiani), il piccolo alieno a forma di pedone di scacchi che giura fedeltà assoluta a M, è il personaggio secondario più riuscito dei quattro film.

Il problema è lo script: ambiziosa nella premessa (alieni, tradimento, world-building globale), carente nell’esecuzione. Molte scene potenzialmente interessanti vengono risolte troppo in fretta. Il twist sul villain — Liam Neeson come l’Alto T compromesso dal Hive — è prevedibile per lo spettatore attento. Il ritmo nella seconda metà perde precisione.

Incasso mondiale: $254 milioni su $110 milioni di budget. Con due star fresche di Avengers: Endgame, Sony si aspettava di più. Nessun sequel è stato annunciato.

La serie animata (1997-2001): il lore espanso

Tra il primo e il secondo film, la Men in Black franchise ha prodotto qualcosa di raramente ricordato nei riassunti della saga: una serie animata di 53 episodi distribuita tra il 1997 e il 2001 su The WB Network.

La serie riprendeva i personaggi dei film — J (doppiato da Keith Diamond), K (doppiato da Ed O’Ross) — e espandeva il world-building in direzioni che i film non avevano avuto il tempo di esplorare. Quattro stagioni, ciascuna con struttura diversa: la prima principalmente episodica, le successive con archi narrativi più lunghi.

Alcune particolarità della serie animata che la distinguono dai film:

  • L’agenzia NYPD da cui J proveniva ha un ruolo più ricorrente
  • Vengono introdotte specie aliene non presenti nei film (e che i film successivi non hanno usato)
  • Il tono è meno adulto dei film ma non infantilizzato — è pensata per un pubblico di adolescenti
  • Ci sono crossover episodici con altri universi animati della WB

La serie ha ricevuto una risposta positiva dalla critica specializzata in animazione e dalla fan community, ma è rimasta sostanzialmente separata dalla memoria popolare della saga — che si è concentrata sui film.

Trovare la serie in streaming in Italia nel 2026 è difficile: non è sulle principali piattaforme. DVD originali sono reperibili su eBay e Amazon Marketplace (usato).

I fumetti dopo i film: Marvel Comics e oltre

Dopo il successo del film del 1997, Marvel Comics (che aveva acquisito Aircel Comics) ha pubblicato una serie di fumetti ispirata all’adattamento cinematografico — più vicina al tono dei film che al fumetto originale di Cunningham.

Le serie Marvel includevano adattamenti diretti dei film e storie originali che espandevano il lore. Erano pensate come merchandise editoriale del franchise più che come letteratura indipendente, ma contenevano alcune storie interessanti che approfondivano il world-building.

Il fumetto originale di Cunningham — con il suo tono più cupo e ambiguo — è difficile da trovare in Italia ma disponibile in edizioni inglesi. È interessante confrontarlo con i film per vedere quanto l’adattamento abbia trasformato il materiale di partenza.

J e K: l’evoluzione di una coppia nel corso di quattro film

Il cuore della saga non è il world-building alieno. È la relazione tra due persone che non avrebbero mai dovuto incontrarsi, e che invece hanno passato vent’anni di storia cinematografica a occuparsi insieme del problema più grande che ci sia.

L’Agente J (Will Smith) attraverso i tre film originali compie un arco narrativo che raramente viene analizzato come tale. Nel 1997 è il novizio — brillante, arrogante, sicuro di sé, ma fondamentalmente inesperto. La sua arroganza è la sua forza e la sua debolezza: è rapido, ha riflessi soprannaturali, pensa fuori dagli schemi, ma non ha ancora capito che il mondo è molto più grande di qualsiasi schema. L’incontro con K lo costringe ad accettare qualcosa di difficile: che quello che sa è una frazione minuscola di quello che esiste.

In Men in Black II, J è il veterano. Ha la sicurezza che K aveva nel primo film — e ha perso qualcosa della sua energia iniziale. La sicurezza del veterano è più pesante dell’arroganza del novizio: c’è un’amarezza sottile in un J che ha già visto troppo. Il film non sviluppa abbastanza questo aspetto del personaggio, ma Will Smith lo porta comunque.

In Men in Black III, J è completo. Ma completo non significa risolto: porta un’assenza che non sa nominare — la mancanza del padre, che è diventata la mancanza di K, che è diventata la strana intensità di K nei suoi confronti che non ha mai capito. Il finale gli dà la risposta. Non è una risposta che risolve il dolore, ma è una risposta che dà senso alla scelta di K.

L’Agente K (Tommy Lee Jones) è il personaggio più complesso della saga, proprio perché comunica tutto attraverso quello che non dice.

Il K del 1997 sembra un uomo consumato dal lavoro — stanco, cynique, efficiente. Ma non è solo stanchezza. È il peso di un segreto che porta da decenni. Quando alla fine chiede a J di neuralyzzarlo, sembra una resa. Men in Black III rivela che era qualcosa di diverso: non una resa alla stanchezza, ma la scelta di smettere di portare da solo un peso che non poteva essere condiviso.

Josh Brolin come K giovane è, paradossalmente, il personaggio K più interessante: è la versione prima che il peso si accumulasse, ancora curiosa, ancora aperta. Il giovane K del 1969 non ha ancora perso la capacità di sorprendersi. Brolin ha catturato questo — non solo i manierismi di Jones, ma lo stato interiore di un uomo che non è ancora diventato quello che sarà.

La coppia J-K funziona perché è asimmetrica: K sa cose su J che J non sa su se stesso. J porta energia che K non ha più. Nessuno dei due è completo senza l’altro — non come partner professionali, ma come persone.

Il design visivo e le colonne sonore: l’estetica MIB

La saga ha un’identità visiva immediata: il completo nero, la cravatta nera, la camicia bianca, gli occhiali da sole. È un’estetica che chiunque riconosce anche senza aver visto i film — è entrata nell’iconografia popolare così profondamente da precedere la conoscenza del franchise.

Rick Baker — il maestro del makeup cinematografico, otto volte vincitore dell’Oscar — ha supervisionato il design delle creature per i film originali. Le specificità del suo approccio si vedono nei dettagli: ogni alieno ha un’anatomia coerente con la sua specie, non solo un aspetto bizzarro. I worm alieni hanno una logica biologica. Edgar il Bug ha una fisiologia che spiega i movimenti sbagliati. Gli alieni di Men in Black non sembrano costumi ma organismi.

Danny Elfman ha composto le colonne sonore dei tre film originali — la stessa firma musicale che porta alle produzioni di Tim Burton, ma in un registro più leggero e ironico. Il tema principale di Men in Black è immediatamente riconoscibile: ottoni staccati, percussioni irregolari, un senso di goffaggine cosmica che si adatta perfettamente al tono. Non è musica grandiosa nel senso dell’epopea fantascientifica — è musica per un ufficio governativo molto, molto strano.

Barry Sonnenfeld come regista dei tre film originali ha stabilito un’estetica precisa: le carrellate veloci che rivelano dettagli alieni in secondo piano, i piani lunghi che mostrano la scala dell’organizzazione, il contrasto tra gli ambienti puliti e asettici della sede MIB e il caos colorato di New York. La pulizia visiva del film è parte del joke — gli agenti portano ordine in un universo fondamentalmente disordinato, e la fotografia riflette questa pretesa.

F. Gary Gray in Men in Black: International ha scelto un approccio più classico al blockbuster internazionale: location reali in Europa e Africa del Nord, una palette visiva più calda rispetto al blue-grey dei film originali, sequenze d’azione con una fisicità diversa. Non è migliore o peggiore — è diverso, e riflette il tentativo di dare al franchise un sapore meno specificamente newyorchese.

Il world-building degli MIB: come funziona l’organizzazione

Attraverso i quattro film, la saga ha costruito un universe coerente. Ecco i principali elementi del lore:

La struttura degli MIB L’organizzazione è nominalmente autonoma dal governo federale ma lavora con le agenzie di intelligence. Ha una sede principale a New York, uffici in tutto il mondo (come visto in International), e una collaborazione con la NASA per l’esplorazione spaziale. Il capo dell’organizzazione nei film originali è Z (Rip Torn); in International diventa Agent O (Emma Thompson).

Il neuralyzer Il dispositivo più iconico della saga. Emette un flash luminoso che cancella i ricordi a breve termine — la durata dell’amnesia dipende dalla lunghezza dell’esposizione e dalla potenza del device. Versioni più avanzate (come quella usata da Boris in MIB III) possono operare su intere popolazioni. Nel 1969, i neuralyzer erano ingombranti e meccanici; nel presente dei film sono palmari e digitali.

La schermatura della Terra La grande rivelazione di Men in Black III: nel 1969, K ha attivato un dispositivo alieno (il device Arcano di Griffin) agganciato all’Apollo 11, che ha protetto la Terra dalla flotta Boglodita. Senza quella protezione — come si vede nella timeline alternativa dove K è morto — la Terra sarebbe vulnerabile.

Le specie aliene sulla Terra La saga suggerisce che centinaia di specie aliene vivano sulla Terra sotto identità umane. I worm alieni della sede MIB (caffettomani irriducibili) sono forse i più amati. Ogni film aggiunge nuove specie con design visivi elaborati.

Il flash della memoria Non solo i neuralyzer esistono come tecnologia — esistono anche i “deneuralizzatori”, usati in Men in Black II per ripristinare i ricordi cancellati di K. La memoria non viene distrutta ma soppressa.

I villain della saga: da Edgar il Bug a Boris l’Animale

Ogni capitolo ha il suo antagonista. Vediamo come si confrontano:

Edgar il Bug (Vincent D’Onofrio, MIB 1997) è il più iconico per ragioni fisiche: D’Onofrio ha creato una performance basata sul movimento sbagliato — un corpo alieno che non capisce bene come funzionare in pelle umana. Visivamente, è ancora il villain più disturbante della saga.

Serleena (Lara Flynn Boyle, MIB II) è il villain più debole narrativamente. Il design alieno (essere vermiforme tentacolare) è elaborato, e la capacità di inglobare altri personaggi produce alcune sequenze memorabili. Ma la motivazione — vuole la Luce di Zartha — non ha la specificità di Edgar.

Boris l’Animale (Jemaine Clement, MIB III) è il villain meglio scritto dei sequel. Ha una storia precisa (l’arresto da parte di K, la perdita del braccio, quarantatré anni di prigione lunare), una motivazione comprensibile (vuole che quei quarantatré anni non siano mai esistiti), e una presenza fisica che Clement ha costruito con cura. Il confronto tra il Boris del 2012 e il Boris del 1969 — le due versioni dello stesso personaggio che si incontrano — è la sequenza villain più originale della saga.

Il Hive e i Gemelli (MIB: International) sono efficaci come minaccia fisica ma meno caratterizzati individualmente. I Gemelli (Les Twins) portano una fisicità straordinaria ai combattimenti. Il Hive come entità collettiva è concettualmente interessante ma narrativamente poco sviluppato.

L’ordine di visione consigliato

Se sei nuovo alla saga:

  1. Men in Black (1997) — obbligatorio. È il punto di riferimento di tutto il resto.
  2. Men in Black III (2012) — si può guardare dopo il primo saltando il secondo, se vuoi la storia emotiva senza il segmento più debole della saga. Ma attenzione: alcune meccaniche narrative di MIB III (il K che si neuralizza alla fine del primo, il presente senza K) hanno più senso se hai visto MIB II.
  3. Men in Black II (2002) — guarda prima di MIB III se vuoi la saga completa in ordine.
  4. Men in Black: International (2019) — indipendente. Puoi guardarlo in qualsiasi momento dopo il primo.

Se vuoi solo il meglio: Men in Black (1997) + Men in Black III (2012).

Se hai già visto tutti i film e vuoi approfondire: cerca la serie animata (difficile ma possibile trovare DVD), e leggi il fumetto originale di Cunningham per vedere da dove tutto è partito.

Dove vedere tutta la saga Men in Black in streaming in Italia

La disponibilità aggiornata (luglio 2026) — verifica sempre su JustWatch per variazioni:

Netflix

  • Men in Black (1997) — disponibile
  • Men in Black II (2002) — disponibile
  • Men in Black III (2012) — disponibile
  • Men in Black: International (2019) — disponibile

Amazon Prime Video Tutti e quattro i film sono disponibili per noleggio (€2.99-€3.99) o acquisto digitale (€7.99-€9.99).

Apple TV / Google Play / YouTube Movies Acquisto e noleggio di tutti i titoli.

Serie animata Non disponibile sulle piattaforme principali in Italia. DVD usati reperibili su Amazon Marketplace e eBay.

Formato fisico Il cofanetto Men in Black Trilogy Blu-ray (MIB I + II + III) è la soluzione migliore per i collezionisti. Men in Black: International è disponibile separatamente in Blu-ray e 4K UHD.

Men in Black nella fantascienza: il suo posto nel genere

Men in Black non è il tipo di fantascienza che cambia il mondo. Non ha l’ambizione filosofica di 2001: Odissea nello Spazio né l’urgenza politica di Metropolis. Non cerca di rispondere a domande profonde sulla condizione umana nel modo in cui le fa Blade Runner.

Fa qualcosa di diverso: normalizza.

L’idea che ci siano alieni tra noi — che il tassista, l’avvocato, il conduttore televisivo possano non essere umani — viene trattata non come orrore ma come routine. Gli MIB esistono perché qualcuno deve occuparsi della burocrazia cosmica. I moduli da compilare, le autorizzazioni da ottenere, il monitoraggio delle identità — tutto il tedio amministrativo di un universo popolato da centinaia di specie civilizzate che devono coesistere su un pianeta minore.

È una visione comica e ottimistica del contatto alieno: il problema non è che ci siano alieni sulla Terra, il problema è il paperwork.

Nel contesto del cinema di fantascienza degli anni Novanta — un decennio ossessionato dalla minaccia aliena (Independence Day, Alien Resurrection, Mars Attacks!) — Men in Black ha scelto il registro opposto. Gli alieni non sono una minaccia da sconfiggere ma una componente da gestire. Il conflitto non è tra umani e alieni, ma tra alcune persone (J, K) e alcuni individui alieni specifici che vogliono fare danni.

È la differenza tra una storia di guerra e una storia di polizia. E fa tutta la differenza del mondo in come ci sentiamo alla fine.

Rispetto ad altri franchise fantascientifici della sua era: Matrix ha scelto la rivoluzione, Men in Black ha scelto l’amministrazione. Stargate ha scelto l’avventura militare, Men in Black la gestione civile. Non è la fantascienza più ambiziosa, ma è quella che più fedelmente rappresenta l’idea che il futuro — anche un futuro pieno di alieni — si possa affrontare con ironia e metodo.

Quasi trent’anni dopo il primo film, questa è ancora una visione attraente. Forse è per questo che il neuralyzer funziona come metafora: non ricordare può sembrare un regalo, ma qualcuno deve ricordare per te.

Domande frequenti

Quanti film di Men in Black esistono? Quattro: Men in Black (1997), Men in Black II (2002), Men in Black III (2012), Men in Black: International (2019). Esiste anche una serie animata (1997-2001, 53 episodi) e fumetti originali.

In che ordine guardare la saga Men in Black? Ordine di uscita: MIB (1997) → MIB II (2002) → MIB III (2012) → International (2019). Se vuoi solo il meglio: il primo e il terzo. International è indipendente dai primi tre e si può guardare separatamente.

Dove vedere tutta la saga in streaming in Italia? Tutti e quattro i film sono su Netflix (verifica JustWatch) e disponibili per noleggio/acquisto su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play. La serie animata non è facilmente reperibile in streaming in Italia.

Men in Black è basato su un fumetto? Sì. Il fumetto originale di Lowell Cunningham (1990, Aircel/Marvel) aveva un tono più cupo e ambiguo. Il film ha mantenuto la premessa e trasformato radicalmente il tono in commedia d’azione.

Qual è il film Men in Black migliore? Il primo (1997) è il più iconico. MIB III (2012) è il migliore dei sequel. MIB II (2002) è il più debole. International (2019) è un’espansione ambiziosa ma narrativamente incompiuta.

Chi è il villain più iconico della saga? Edgar il Bug (Vincent D’Onofrio, 1997) per la fisicità. Boris l’Animale (Jemaine Clement, 2012) per la caratterizzazione del personaggio.

La serie animata MIB è disponibile in streaming? No, non sulle principali piattaforme italiane. DVD usati reperibili su Amazon Marketplace.

Will Smith tornerà in Men in Black 5? Non confermato. Sony ha la licenza per nuovi film ma nessun progetto è in produzione annunciata a luglio 2026.

Cosa sono i Men in Black nella saga? Un’organizzazione governativa segreta che gestisce le relazioni con le civiltà aliene sulla Terra, monitora gli sbarchi e neuralizza i testimoni civili.

Men in Black: International è un reboot? No, è un sequel con nuovi protagonisti. Esiste nello stesso universo: Emma Thompson riprende il ruolo di Agent O, la tecnologia MIB è la stessa.

Qual è il finale più emozionante della saga? Men in Black III: la rivelazione che K aveva conosciuto il padre di J — morto a Cape Canaveral nel 1969 proteggendo la Terra — e che aveva scelto J consapevolmente.

Men in Black ha vinto Oscar? Sì, Men in Black (1997) ha vinto l’Oscar per il Miglior Trucco e Acconciatura (1998).

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