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Men in Black III (2012): trama, Josh Brolin come K giovane, il finale spiegato e dove vederlo in Italia

Il terzo capitolo della saga fa quello che i sequel raramente riescono a fare: trova un motivo vero per esistere, e quel motivo è emotivo
2012 ⭐ 6.5/10
Men in Black III (2012): trama, Josh Brolin come K giovane, il finale spiegato e dove vederlo in Italia
Anno 2012
Regia Barry Sonnenfeld
Generi Azione, Commedia, Fantascienza
Cast Will Smith, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Jemaine Clement, Emma Thompson, Michael Stuhlbarg, Alice Eve, Nicole Scherzinger

Trailer ufficiale via YouTube — canale Sony Pictures Italia

C’è un momento in Men in Black III in cui capisci che questo non è solo un sequel.

È tardi nel film, a Cape Canaveral, e succede qualcosa che trasforma quarant’anni di storia in un significato. Non ti aspetti di commuoverti in un film su agenti segreti e alieni in tuta nera. Ti succede comunque.

Men in Black III (2012) è il caso raro di un terzo capitolo che trova — dieci anni dopo il secondo — un motivo vero per esistere. E quel motivo non è un villain più grande o un budget più alto, ma una domanda: perché K aveva scelto J?

La domanda sembra piccola. Non lo è. È la domanda che non era mai stata posta esplicitamente nei due film precedenti — perché il rapporto J-K funzionava come dinamica comica e non aveva bisogno di spiegazioni. I partner negli MIB vengono scelti, ma K aveva scelto J in modo specifico, con una qualità di attenzione che J aveva notato senza mai riuscire a capire.

Quando un film riesce a porre una domanda che il pubblico non sapeva di avere — e poi risponderla in modo emotivamente soddisfacente — è lì che diventa qualcosa di più di un sequel commerciale. Men in Black III riesce in questo, nonostante una produzione caotica, un budget esploso e tre sceneggiatori.

C’è un momento che misura la riuscita del film: la scena in cui K giovane neuralizza il bambino e gli dice che suo padre era un eroe. Non è un momento d’azione. Non ha effetti speciali. È Josh Brolin e un bambino, su una pista di lancio, con un razzo che si alza in cielo dietro di loro. Ed è il momento più emozionante dell’intera saga.

Questo è quello che i sequel raramente riescono a fare: trovare qualcosa che non era nell’originale e che, una volta visto, sembra essere sempre stato lì. K aveva sempre saputo chi era J. J non lo aveva mai saputo. E noi, per due film, non avevamo capito perché quella relazione aveva quella specifica qualità di peso non detto. Men in Black III lo spiega senza rovinarlo — e aggiunge qualcosa che i due film precedenti non avevano osato cercare. Questo è, di fatto, un piccolo miracolo cinematografico, soprattutto considerando le condizioni in cui il film è stato fatto.

Di cosa parla Men in Black III: la trama dall’inizio

La notte di luglio 2012, Boris l’Animale evade dalla prigione di massima sicurezza sulla luna. Boris è un alieno Boglodita — l’ultimo della sua specie — che K aveva arrestato nel 1969 nel corso di una missione in cui Boris aveva perso un braccio. Da allora, Boris ha aspettato. Quarantatré anni.

Una volta libero, Boris non va semplicemente a cercarlo. Usa un dispositivo di salto temporale per tornare al 15 luglio 1969 — il giorno precedente al lancio di Apollo 11 — e uccide K prima che lo arresti.

Nel presente cambiato, K non esiste. Non è mai esistito nella MIB degli ultimi decenni. Nessuno lo ricorda tranne J — che si sveglia con ricordi di due versioni del presente sovrapposti. Lui è l’unico ad avere vissuto entrambe le timeline. Non sa perché.

Agent O (Emma Thompson), nuova capo degli MIB dopo la morte di Z, confirma: K è morto nel 1969. La Terra è senza la schermatura che K aveva attivato dopo aver fermato Boris — e una flotta Boglodita si avvicina.

J si procura un dispositivo di salto temporale e si butta dal Chrysler Building.

Atterra il 15 luglio 1969.

Josh Brolin come K giovane: la performance che salva il sequel

Tutto il meccanismo del film dipende da un’unica cosa: che Josh Brolin come il giovane K funzioni.

Funziona. Straordinariamente.

Brolin ha passato settimane a studiare Tommy Lee Jones — il modo in cui muove la testa, la qualità specifica del silenzio che porta nelle scene, il ritmo delle sue pause, il modo in cui gli occhi comunicano senza che la faccia si muova. Il risultato non è un’imitazione comica ma una versione plausibile dello stesso uomo con trent’anni in meno — e con qualcosa che il K invecchiato aveva perduto lungo il percorso.

Il giovane K è ancora curioso. Non scherza, perché K non scherza mai. Ma c’è ancora qualcosa nel suo sguardo che non si è ancora spento del tutto. Quando J gli spiega che viene dal futuro e che sono partner, il K del 1969 lo guarda con un’attenzione che il K del 2012 non avrebbe mai mostrato.

La dinamica si inverte rispetto ai due film precedenti. Nel primo film, J era il novizio e K il veterano; in Men in Black II, K era temporaneamente il disorientato. In Men in Black III, J è il veterano — sa cose sul futuro che K non sa, incluso il fatto che alcune di quelle cose sono tragiche — e il giovane K è il partner che deve imparare a fidarsi di lui.

Will Smith trova in questo film la sua migliore versione del personaggio J. Non il J spavaldo del primo film, non il J stanco del secondo, ma un J che porta il peso di una cosa che non sa ancora nominare — un peso che capirà solo nel finale.

Jemaine Clement e Boris l’Animale: il villain più riuscito dei sequel

“Boris l’Animale.” Pausa. “È solo Boris.”

Jemaine Clement — uno dei fondatori dei Flight of the Conchords, noto per il suo umorismo ironico e gentile — si trasforma in qualcosa di completamente diverso. Boris è fisicamente imponente, vocalmente distorto, con una presenza che i villain dei film precedenti non avevano: una motivazione comprensibile.

Il casting di Clement è controintuitivo nel modo giusto. Chi lo conosceva per il suo umorismo neozelandese — gentile, autoironico, costruito sulla consapevolezza di sé — non si aspettava di vederlo come una creatura aliena minacciosa e risentita. Quella distanza tra aspettativa e performance è parte di quello che rende Boris memorabile: c’è qualcosa di dissonante nel vederlo in quel ruolo, e quella dissonanza produce un tipo di inquietudine che un actor più ovviamente “da villain” non avrebbe generato.

Jemaine Clement ha dichiarato in interviste di aver studiato il personaggio come qualcuno che non aveva mai smesso di essere arrabbiato — quarantatré anni di prigione non come tempo trascorso ma come tempo rubato, come un conto aperto che deve essere chiuso. Quella specificità psicologica si vede nella performance: Boris non è furioso in modo generico, è furioso in modo preciso. Sa esattamente a chi attribuire la responsabilità di quello che gli è stato fatto, sa esattamente cosa vuole, e la sua pazienza nel pianificare la vendetta — quarantatré anni di attesa — è in sé un tipo di orrore.

Boris non è un alieno generico che vuole conquistare la Terra. È un sopravvissuto che ha perso il suo braccio, ha trascorso quarantatré anni in prigione lunare, e vuole che quei quarantatré anni non siano mai esistiti. Vuole tornare indietro non per odio puro ma per recuperare quello che è stato tolto.

Il design del personaggio è elaborato: Boris ospita nel suo palmo un essere parassitoide con artigli che spara come proiettile vivente. Il costume è organico, la maschera nasconde metà del viso, il braccio protesico ricorda una forma aliena che non è umana né robotica ma qualcosa di intermedio.

In Men in Black 3 compaiono simultaneamente due versioni di Boris — quella del 2012 che ha appena evaso e quella del 1969 appena arrivata con il salto temporale. Il film sfrutta l’incontro tra i due con intelligenza: la versione giovane disprezza la versione anziana per non aver ancora agito, quella anziana disprezza la giovane per non aver capito che quarantatré anni di prigione cambiano le priorità.

Griffin e i futuri possibili: il personaggio più originale della saga

Michael Stuhlbarg come Griffin è la scoperta del film.

Griffin è un alieno Arcano che percepisce simultaneamente tutti i possibili futuri. Non come previsione — come presenza. Ogni momento, vive in tutte le versioni di quello che potrebbe succedere allo stesso tempo. È felice e spaventato, curioso e malinconico, con la leggerezza di chi sa che il peggio è possibile ma sceglie comunque di sperare nel meglio.

La scena al bowling dove Griffin, J e il giovane K si siedono insieme è la più insolita dell’intero franchise. Griffin spiega come vede il futuro — tutti i futuri — con la calma di chi ha fatto pace con il caos del possibile. È un personaggio che non appartiene al tono tipico di un film d’azione estivo, eppure funziona perfettamente perché Stuhlbarg lo porta in modo completamente naturale.

C’è un’idea filosofica sottesa al personaggio di Griffin che il film non esplicita ma che si sente: la differenza tra vedere tutti i futuri possibili e saper scegliere quale abitare. Griffin sa come finirà ogni cosa — compresa la possibilità che tutto vada storto. Eppure continua a scegliere di sperare, di aiutare, di fare la cosa che potrebbe fare la differenza. Non è determinismo — è scelta consapevole dentro la consapevolezza del caso.

È la stessa scelta che J fa nel finale: potrebbe lasciar andare, potrebbe non capire cosa sta succedendo. Invece rimane. Invece guarda. Ed è guardando che capisce chi era suo padre e perché K lo aveva cercato.

Griffin e J sono, in questo senso, due versioni dello stesso problema morale: cosa si fa quando si sa che le cose potrebbero andare male? La risposta del film — si fa la cosa giusta lo stesso — è semplice. Ma i film che trovano modi insoliti di dirla semplice sono quelli che rimangono.

Griffin ha anche il ruolo narrativo chiave: è lui l’oggetto del contendere a Cape Canaveral. Possiede il device Arcano che K usò nel 1969 per attivare la schermatura della Terra contro i Bogloditi. Senza Griffin, la Terra è indifesa. Boris sa dov’è. J e K giovane devono proteggerlo.

Gli anni Sessanta come palcoscenico: la NASA, l’Apollo 11 e il 1969 degli alieni

Una delle scelte più intelligenti di Men in Black III è il periodo storico scelto per il salto temporale.

Il 1969 — l’anno dello sbarco sulla luna — è il momento in cui la Terra è più vicina allo spazio. Non metaforicamente: una navicella con tre astronauti sta per lasciare l’atmosfera, e Cape Canaveral è il punto di concentrazione massima dell’attenzione mondiale. È il posto perfetto per una battaglia segreta tra agenti MIB e un alieno venuto dal futuro.

Il film usa l’ambientazione con cura: la Cape Canaveral del 1969 ricostruita in produzione, i costumi dell’epoca, la tecnologia pre-digitale degli MIB dell’era (i neuralyzer sono ingombranti e meccanici, i device alieni sembrano usciti da un artigiano del futuro incastrato nel passato). C’è anche una sequenza in Andy Warhol’s Factory che gioca con le aspettative dell’ambiente culturale dell’epoca — Warhol stesso come alieno MIB è una delle gag più riuscite.

Ma la cosa più intelligente è il contrasto tra J e l’America del 1969. Un uomo nero in tuta nera che gira per la Cape Canaveral del 1969 non è benvenuto — e il film lo dice esplicitamente in una sequenza breve ma non superficiale. J ha il distintivo degli agenti governativi, ma la prima reazione dei poliziotti non è la deferenza. Il film inserisce il dettaglio senza farne il centro — basta che ci sia, perché è vero.

Il lancio di Apollo 11 come sfondo al climax aggiunge una scala cosmica alla scena finale: mentre la storia più personale della saga si risolve sulla pista di lancio, sopra di loro il razzo più importante della storia umana parte verso la luna portando con sé la schermatura che proteggerà la Terra per i decenni successivi.

Girare senza sceneggiatura: la produzione impossibile

Men in Black III ha una storia di produzione che Barry Sonnenfeld ha descritto come “a crazy production” — e l’aggettivo è un eufemismo.

Il film ha iniziato le riprese il 16 novembre 2010 senza una sceneggiatura completa. Non è un modo di dire, ed è lo stesso regista ad averlo messo a verbale: “Sapevamo, iniziando il film, che non avevamo un secondo e un terzo atto finiti”, ha dichiarato Sonnenfeld nel 2012, aggiungendo che se il film fosse andato bene sarebbe stato un colpo di genio e se fosse andato male un’idea davvero stupida. Il cuore emotivo del film — la rivelazione sul padre di J, il motivo per cui K aveva sempre guardato J in quel modo — non era scritto quando le telecamere hanno cominciato a girare.

Quattro sceneggiatori hanno lavorato al film in momenti diversi: Etan Cohen (autore del draft originale), David Koepp, Jeff Nathanson e Michael Soccio. La produzione fu fermata a dicembre e riprese a metà febbraio — una pausa di mesi durante la quale i diversi autori lavorarono a costruire un terzo atto che funzionasse.

Il motivo per cui la produzione era partita senza avere il film completo era in parte economico e in parte logistico. Sony Pictures era preoccupata di perdere importanti benefici fiscali legati alle riprese a New York. Tutti i protagonisti — Will Smith, Tommy Lee Jones, Barry Sonnenfeld — erano finalmente disponibili contemporaneamente dopo anni di agende conflittuali. Aspettare avrebbe rischiato di perdere questa rara convergenza.

Il risultato di tutto questo caos è uno dei casi più straordinari nella storia recente dei blockbuster: un film che funziona emocionalmente meglio di quanto avrebbe diritto di fare date le condizioni in cui è stato prodotto. La coerenza del terzo atto — la rivelazione su J e suo padre, la scelta di K, il significato retroattivo di tutta la relazione tra i due — non sembra un finale scritto nell’emergenza. Sembra un finale che doveva essere così.

Il budget finale, stimato tra i 215 e i 250 milioni di dollari, fu uno dei più alti del 2012, gonfiato in parte proprio dall’interruzione della produzione e dai costi aggiuntivi della pausa e dei reshoots. Il film incassò $654 milioni nel mondo — il più redditizio della trilogia originale — dimostrando che il pubblico percepiva qualcosa che la critica di produzione non aveva previsto: nonostante il caos, il film funzionava.

Il finale di Men in Black III spiegato

Cape Canaveral, 16 luglio 1969. Apollo 11 sta per decollare.

Boris attacca durante il lancio. K giovane riesce ad attivare il dispositivo di schermatura, che si agancia al missile Apollo 11 e viene portato in orbita. Ma il Boris del 2012 — quello che ha fatto il salto temporale dal presente — tiene K giovane a punta di pistola.

Arriva il colonnello James Edwards — un militare presente per la sicurezza del lancio. Edwards attacca Boris, permettendo a K di liberarsi. Boris uccide Edwards.

J è lì. Era arrivato con K, e ora guarda suo padre morire.

Poi vede qualcosa che non si aspettava: un bambino. Un bambino piccolo che stava aspettando fuori dall’auto — il figlio del colonnello. Il bambino guarda J con gli occhi aperti.

Il bambino è J.

Il K del 1969 vede la scena. Capisce. Si avvicina al bambino, tira fuori il neuralyzer, e lo neuralizza. Ma prima di farlo, gli dice qualcosa: che suo padre era un eroe. Che ha salvato il mondo. Che non potrà ricordarlo, ma qualcuno lo ricorderà per lui.

Poi K guarda il bambino negli occhi — e sceglie.

Non è una coincidenza che, anni dopo, K abbia trovato il giovane James Edwards Jr. e lo abbia portato agli MIB. K sapeva chi era. K sapeva di essere indirettamente responsabile del fatto che il padre di J non ci fosse. E aveva deciso di occuparsene lui, in modo che il figlio di quell’uomo potesse fare qualcosa di significativo con la propria vita.

La cosa che J non aveva mai capito — il motivo per cui K lo guardava con quella strana intensità, il motivo per cui sembrava sempre portare un peso non detto — era questo.

K aveva conosciuto suo padre.

Dove vedere Men in Black III in streaming in Italia

Men in Black III poster
Amazon

Men in Black III (2012)

★★★★★ 4.5 (2.021)

4,99 €

Acquista su Amazon

Men in Black III è disponibile in Italia su:

  • Netflix — in abbonamento, doppiaggio italiano (verifica su JustWatch)
  • Amazon Prime Video — noleggio (€3.99) o acquisto digitale (€9.99)
  • Apple TV — acquisto e noleggio
  • Google Play / YouTube Movies — disponibile per noleggio e acquisto

Come per gli altri capitoli della saga, la disponibilità su Netflix può variare. Il cofanetto Blu-ray trilogy (MIB I + II + III) su Amazon è la soluzione più economica per chi vuole la trilogia originale in formato fisico.

Men in Black III è il capitolo da vedere in assoluto se devi sceglierne uno solo dei sequel.

Men in Black III è il migliore dei sequel: perché

È una questione di struttura. Il problema dei sequel — come dimostrava Men in Black II — è trovare qualcosa di nuovo da dire con gli stessi personaggi. La risposta di Men in Black III è: scava più in profondità in quello che già esiste.

Il viaggio nel tempo non è uno stratagemma per gag (anche se produce alcune gag eccellenti: J che cerca di spiegare il 2012 a un habitué degli anni Sessanta). È il meccanismo che permette di scoprire che la relazione tra J e K ha radici più profonde di quanto chiunque — inclusi J e K — sapesse.

Il villain è il migliore dei sequel. Josh Brolin è straordinario. Il finale è emotivamente onesto. Questi sono i tre elementi che mancavano a Men in Black II e che Men in Black III ha trovato.

Il film è stato girato in condizioni produttive difficili: la sceneggiatura di Etan Cohen continuava a essere riscritta durante le riprese, e ci sono state settimane in cui nessuno sapeva esattamente come sarebbe finita la storia. Il fatto che il risultato sia coerente e commovente è un merito particolare di Sonnenfeld e del cast.

Rispetto a altri sequel fantascientifici della stessa era — Matrix Reloaded ha perso la semplicità filosofica del primo, Iron Man 2 ha sofferto del peso del worldbuilding MCU — Men in Black III ha invece trovato la propria ragione di essere nel terzo atto. È abbastanza per qualificarlo come il sequel riuscito della saga.

Il tentativo successivo — Men in Black: International (2019) — avrebbe provato a reinventare il franchise con Hemsworth e Thompson, con risultati più misti. Per la guida completa a tutti i capitoli vedi Tutta la saga Men in Black in ordine.

Domande frequenti

Di cosa parla Men in Black III (2012)?

Boris l’Animale — il villain più pericoloso mai catturato dagli MIB — evade dalla prigione lunare e torna indietro nel tempo al 1969 per uccidere K prima che lo arresti. In un presente cambiato dove K è morto nel 1969, J è l’unico a ricordarlo. Viaggia nel passato, incontra il giovane K (Josh Brolin), e deve fermare Boris al lancio di Apollo 11 a Cape Canaveral — dove si gioca la sopravvivenza della Terra.

Chi interpreta il giovane K in Men in Black III?

Josh Brolin. La sua performance è considerata uno dei punti forti dell’intera saga: Brolin ha studiato i movimenti, il tono di voce e i manierismi di Tommy Lee Jones, riproducendoli in una versione trent’anni più giovane con un’accuratezza che va oltre la semplice imitazione. Molti spettatori hanno trovato la sua incarnazione di K ancora più interessante del K ‘originale’, perché il personaggio conserva ancora un barlume di entusiasmo che cinquant’anni di servizio avrebbero spento.

Chi è Boris l’Animale in Men in Black III?

Boris l’Animale (interpretato da Jemaine Clement) è un alieno Boglodita — l’ultimo esemplare della sua specie. K lo aveva arrestato nel 1969, amputandogli un braccio nel processo, e da allora Boris è rimasto rinchiuso nella prigione lunare di massima sicurezza. Il suo obiettivo è tornare indietro nel tempo per uccidere K prima che questo avvenga. È il villain più caratterizzato dei sequel — ha una motivazione precisa e una presenza fisica che i precedenti antagonisti non avevano.

Il finale di Men in Black III spiegato: cosa succede davvero?

Il colonnello James Edwards — il padre di J — viene ucciso da Boris mentre protegge Griffin a Cape Canaveral. Il giovane K vede J bambino presente sulla scena, capisce che il bambino è il figlio dell’uomo appena morto, e lo neuralizza. Non casualmente: K sceglie di tenere d’occhio il figlio di un uomo che aveva dato la vita per la Terra. Ecco perché, anni dopo, K aveva cercato il giovane J per reclutarlo negli MIB. La cosa che J non aveva mai capito — perché K lo guardava con quella stranezza — era che K aveva conosciuto suo padre.

Men in Black III vale la pena di vederlo?

Sì, specialmente per il finale. È unanimemente considerato il migliore dei sequel MIB: Josh Brolin è straordinario come K giovane, Jemaine Clement offre la performance villain più riuscita dei tre sequel, e il finale emotivo dà alla storia una profondità che il primo film lasciava solo intuire. Il terzo atto, in particolare, è superiore a qualsiasi cosa presente in Men in Black II.

Dove vedere Men in Black III in streaming in Italia?

Men in Black III è disponibile su Netflix in Italia (verifica su JustWatch la disponibilità aggiornata), su Amazon Prime Video per noleggio o acquisto, e su Apple TV. È anche incluso nei cofanetti Blu-ray della trilogia MIB. La versione in 4K UHD è disponibile su alcune piattaforme digitali.

Quanto dura Men in Black III?

106 minuti — sette minuti in più del sequel del 2002, ma il ritmo è significativamente migliore. La struttura a viaggio nel tempo permette al film di alternare i tempi narrativi con più varietà di Men in Black II, evitando la sensazione di ripetizione che affliggeva il sequel.

Chi è Griffin in Men in Black III?

Griffin (Michael Stuhlbarg) è un alieno Arcano che può vedere simultaneamente tutti i possibili futuri. È forse il personaggio più originale dei sequel — una creatura che esiste in uno stato di pluralità temporale permanente, felice e malinconico allo stesso tempo, perché sa come finirà ogni cosa ma continua a sperare nel meglio. La sua scena al bowling con J e K giovane è una delle più memorabili del film.

Men in Black III ha avuto successo al botteghino?

Sì, è il più redditizio della trilogia Smith-Jones. Budget: stimato tra 215 e 250 milioni di dollari. Incasso mondiale: $654,2 milioni. Ha recuperato ampiamente l’investimento e ha performato meglio di Men in Black II in proporzione al budget. Il film è stato girato in condizioni difficili — la sceneggiatura veniva riscritta durante le riprese — ma il risultato finale ha superato le aspettative della critica.

C’è un viaggio nel tempo in Men in Black III?

Sì, è il meccanismo centrale del film. J usa un dispositivo di salto temporale per tornare al 15 luglio 1969 — il giorno prima del lancio di Apollo 11 — dove deve fermare Boris l’Animale prima che uccida K. Il film usa il viaggio nel tempo con più intelligenza narrativa rispetto alla media del genere: non è uno stratagemma per gag, ma il motore che permette di scoprire la backstory emotiva della coppia.

Emma Thompson è in Men in Black III?

Sì, Emma Thompson interpreta Agent O — la nuova capo degli MIB, succeduta a Z (Rip Torn). Il personaggio ha un legame emotivo con K che nel presente non può esprimere (il K invecchiato non lo ricorderebbe). Nel 1969, la giovane O è interpretata da Alice Eve. Thompson porta al personaggio una dignità malinconica che aggiunge un ulteriore strato al finale.

Men in Black III e il paradosso temporale: J ricorda K nonostante il cambio di timeline?

Sì, ed è una delle scelte narrative più interessanti. Quando Boris cambia la timeline uccidendo K nel 1969, il presente cambia per tutti tranne J — che ricorda entrambe le versioni della realtà. Il film non spiega scientificamente perché J sia immune al paradosso, ma suggerisce che la sua connessione con K — che va oltre quello che J stesso capisce — sia il motivo.

In che ordine vedere i film di Men in Black?

L’ordine consigliato è quello di uscita: Men in Black (1997) → Men in Black 2 (2002) → Men in Black 3 (2012) → Men in Black International (2019). Guida completa: Saga Men in Black

Boris l’Animale: chi è il villain di Men in Black III?

L’ultimo Boglodita, interpretato da Jemaine Clement. K lo aveva arrestato nel 1969, amputandogli un braccio. Dopo quarantatré anni di prigione lunare, torna indietro nel tempo per impedire che l’arresto avvenga.

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