The Hateful Eight è un capolavoro incompreso? Otto personaggi, neve e paranoia in 70mm
Trailer ufficiale via YouTube — canale 01Distribution
Nessuno si fida di nessuno.
Otto persone in una stanza, una bufera di neve che rende impossibile uscire, e la certezza che almeno uno di loro mente su chi è e cosa vuole. The Hateful Eight è il film di Tarantino più vicino all’esperimento mentale puro: cosa succede quando metti insieme persone che si odiano, le chiudi in uno spazio senza uscita, e aggiungi la domanda più semplice — chi ha avvelenato il caffè?
La risposta che il film dà non è solo narrativa. È una riflessione su cosa significa la giustizia in un paese che aveva appena combattuto una guerra civile senza risolvere i problemi che l’avevano causata. The Hateful Eight è il film più politico di Tarantino — e anche il più teatrale, il più volutamente artificioso, il più vicino a una piece da camera che alla azione spettacolare.
Di cosa parla The Hateful Eight: una stagecoach bloccata dalla neve
Wyoming, qualche anno dopo la guerra civile americana. Il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), un cacciatore di taglie nero con un passato controverso nell’esercito dell’Unione, si trova bloccato sulla strada da una bufera. Viene raccolto dalla diligenza di John Ruth (Kurt Russell) — un altro cacciatore di taglie soprannominato “il Boia” perché porta i ricercati vivi invece di ucciderli. Ruth sta trasportando Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh), la cui testa vale 10.000 dollari, verso Red Rock.
Lungo la strada raccolgono un altro passeggero: Chris Mannix (Walton Goggins), un ex guerrigliero confederato che sostiene di essere il nuovo sceriffo di Red Rock. Quando arrivano a Minnie’s Haberdashery — il posto di sosta dove si rifugiano dalla bufera — trovano già quattro persone: Bob il Messicano (Demián Bichir), che dice di occuparsi del locale in assenza di Minnie; Oswaldo Mobray (Tim Roth), un boia britannico che si dichiara in viaggio per Red Rock; Joe Gage (Michael Madsen), un cowboy che scrive lettere a sua madre; e il generale Sanford Smithers (Bruce Dern), un vecchio veterano confederato.
Nessuno di loro è quello che dice di essere. E qualcuno vuole liberare Daisy Domergue.
Samuel L. Jackson e il Maggiore Warren: il protagonista impossibile
Il Maggiore Marquis Warren è il personaggio centrale del film — e il più problematico. È un nero che ha combattuto per l’Unione, che porta con sé una lettera presumibilmente firmata da Abraham Lincoln (poi rivelata essere falsa — la usa come pass sociale), che ha una reputazione costruita su azioni violente durante la guerra.
Samuel L. Jackson porta Warren con la stessa energia che porta Jules Winnfield e Ordell Robbie, ma con qualcosa di aggiunto: questo personaggio porta il peso storico di essere un nero in un paese che aveva appena smesso legalmente di rendere gli uomini neri proprietà. Ogni interazione con i personaggi bianchi del film è carica di quella tensione. La scena in cui Warren umilia deliberatamente il generale Smithers per farlo provocare a sparare è una delle sequenze più disturbanti del film — Warren usa la stessa violenza psicologica che i bianchi hanno usato contro di lui, e il film non assolve nessuno.
Kurt Russell e il paradosso di John Ruth
John Ruth è il personaggio più onesto del film nel senso più limitato: fa quello che dice che farà. Porta Daisy a Red Rock viva, perché la legge lo richiede e lui rispetta la legge. Non la uccide quando potrebbe, non tratta con chi vuole liberarla, non abbassa la guardia anche quando sarebbe più comodo.
Il paradosso è che questa rigidità morale — il rispetto assoluto della procedura legale — diventa il meccanismo della sua morte. Ruth si fida troppo della legge e troppo poco degli uomini. Kurt Russell porta John Ruth con una fisicità e un’irascibilità che nascondono la fragilità del personaggio: è un uomo che ha ridotto tutta la complessità morale a una regola semplice, e quella semplicità lo rende vulnerabile in un mondo dove le regole non bastano.
Jennifer Jason Leigh: la candidata all’Oscar nel caos
Daisy Domergue è il personaggio più ambiguo del film. Per quasi tutta la prima metà è silenziosa, sottomessa, un’appendice fisica di Ruth che riceve schiaffi ogni volta che fa qualcosa di sbagliato. La tentazione è di leggerla come vittima — una donna maltrattata da un uomo brutale in un sistema che non la protegge.
Poi la seconda metà ribalta tutto. Daisy è il centro gravitazionale di tutta la violenza del film. Quello che sembrava passività era calcolo. Jennifer Jason Leigh porta questa rivelazione senza mai far sembrare che stia recitando due personaggi diversi — la passività della prima metà era già Daisy, solo Daisy che aspettava.
La candidatura all’Oscar fu la prima della carriera di Leigh — una carriera lunga e irregolare, con film di culto negli anni Novanta (Altman, Coen Brothers) e poi un lungo periodo di semi-invisibilità. The Hateful Eight le ha ridato una visibilità che meritava.
Il 70mm: il paradosso formale del film
The Hateful Eight è stato girato in Ultra Panavision 70, un formato che usa una pellicola da 70mm con un rapporto d’aspetto di 2.76:1. Era il formato dei film epici degli anni Sessanta — Ben-Hur (1959), Lawrence d’Arabia (1962), 2001 Odissea nello Spazio (1968). Un formato pensato per paesaggi, folle, grandiosità.
Tarantino lo ha usato per un film che si svolge quasi interamente in una stanza.
La scelta è paradossale e precisa allo stesso tempo. Il 70mm permette di vedere ogni dettaglio dell’ambiente — il legno delle pareti, le espressioni di ogni personaggio anche ai lati del frame, la neve che entra da ogni fessura. L’ambiente claustrofobico diventa più claustrofobico, non meno, quando è inquadrato con questa chiarezza. E i lunghi piani del paesaggio all’apertura — la diligenza nella neve, il Wyoming sterminato — creano un contrasto con il soffocamento interno che il film poi costruisce.
La versione roadshow originale, proiettata in 70mm in un numero limitato di sale durante le prime settimane, includeva anche un’ouverture musicale di Morricone e un intervallo a metà — un’esperienza cinematografica che non si vedeva dagli anni Sessanta.
Ennio Morricone e la prima colonna sonora originale
The Hateful Eight è il primo film di Tarantino per cui Ennio Morricone ha composto musica originale. In precedenza Tarantino aveva usato brani di Morricone preesistenti — ma non aveva mai commissionato una colonna sonora appositamente.
Morricone vinse l’Oscar per la Miglior colonna sonora originale nel 2016 — il suo primo Oscar competitivo (aveva ricevuto un Oscar alla carriera nel 2007). La colonna sonora mescola il western classico di Morricone con qualcosa di più oscuro, più psicologico, più adatto a un film che usa il western come involucro per qualcosa di diverso.
Il paradosso è che Morricone disse in più interviste di non capire i film di Tarantino — li trovava troppo violenti, troppo citazionisti. Ma compose una delle sue colonne sonore più riuscite degli ultimi decenni per un regista di cui non condivideva la poetica.
Walton Goggins e Chris Mannix: il villain che diventa co-protagonista
Chris Mannix (Walton Goggins) è introdotto come antagonista: un ex guerrigliero confederato, figlio di un capobanda, razzista esplicito, che sostiene di essere il nuovo sceriffo di Red Rock ma non ha documenti per provarlo. Ogni interazione con Warren nella prima metà del film è una escalation di odio razziale a doppio senso — entrambi si insultano, entrambi si provocano.
Ma Mannix è anche l’unico personaggio del film che subisce un vero arco narrativo. Quando tutto cade a pezzi — quando l’avvelenamento viene scoperto, quando i complici di Domergue iniziano a morire — Mannix deve decidere da che parte stare. Sceglie Warren. Non per simpatia, non per ideologia — ma perché il caos lo costringe a scegliere tra ordine e caos, e lui sceglie l’ordine.
Walton Goggins porta Mannix con la stessa precisione che ha portato Boyd Crowder in Justified — un personaggio che sembra monodimensionale finché non lo è. La scena finale, con Mannix e Warren che discutono se impiccare Daisy mentre entrambi stanno morendo per il veleno, è la chiusura più strana e più onesta del film: due uomini che si odiano, che stanno morendo insieme, che trovano un accordo sull’unica cosa che conta.
La controversia della sceneggiatura: il leak che ha quasi cancellato il film
The Hateful Eight ha avuto un inizio burrascoso. Nel gennaio 2014, mesi prima che le riprese iniziassero, la sceneggiatura del film fu diffusa online dopo essere stata condivisa con un gruppo ristretto di attori e agenti per una lettura privata. Tarantino era furioso — disse che avrebbe trasformato la sceneggiatura in un romanzo e abbandonato il progetto cinematografico.
Poi cambiò idea. Organizzò una lettura pubblica con Samuel L. Jackson, Kurt Russell e altri attori in un teatro di Los Angeles — una performance di tre ore dell’intera sceneggiatura. L’accoglienza fu così entusiasta che Tarantino decise di girare il film.
La vicenda del leak ha avuto conseguenze legali: Tarantino citò in giudizio il sito Gawker per aver pubblicato link alla sceneggiatura trapelata. La causa fu risolta nel 2014 con un accordo riservato. È rimasto uno degli episodi più dibattuti del rapporto tra Hollywood e l’informazione digitale.
La struttura a capitoli: il film come romanzo visivo
The Hateful Eight è strutturato in sei capitoli con titoli espliciti — un dispositivo che Tarantino usa raramente in forma così marcata. I capitoli creano una struttura quasi letteraria: ogni sezione del film ha un’unità di tempo e di luogo, un punto di vista principale, un cambio di informazione per lo spettatore.
Il Capitolo IV — “Domingue’s Got a Secret” — è il punto di svolta centrale: il narratore (Tarantino stesso, in voce off) prende il controllo della storia e racconta quello che era successo prima dell’arrivo della diligenza, dal punto di vista dei complici. È la violazione più esplicita della regola del “mostra senza spiegare” — e funziona esattamente perché è inaspettata.
La struttura a capitoli viene da Pulp Fiction e da Kill Bill, ma qui ha un peso diverso: in quei film i capitoli erano variazioni temporali o formali. In The Hateful Eight sono quasi un dispositivo narrativo da thriller classico — la storia rivelata a strati, ogni strato che modifica retrospettivamente quelli precedenti.
La politica: il post-bellum americano come specchio
The Hateful Eight non è solo un thriller chiuso. È un film sul post-guerra civile americano — su cosa rimane quando la guerra finisce ma i conflitti che l’hanno causata non si risolvono.
Ogni personaggio porta un’affiliazione politica precisa: nordisti e sudisti, ex schiavisti ed ex schiavi, messicani e anglosassoni, donne e uomini. Nessuno è neutrale, nessuno è senza storia. Il conflitto nella stanza replica in miniatura il conflitto che il paese ha appena combattuto — e la conclusione del film, i due sopravvissuti che si alleano per impiccare Daisy, è una alleanza impossibile tra un nero ex-soldato dell’Unione e un bianco ex-guerrigliero confederato.
È la versione più cinica della riconciliazione: non la pace, ma la cooperazione contingente per un obiettivo comune. Tarantino non risolve la tensione. La congela nell’ultimo fotogramma.
The Hateful Eight è anche, in un senso che non sempre si nomina, un film sulla legge. Tutti i personaggi hanno un rapporto con la legge — chi la applica, chi la subisce, chi la viola, chi la usa come copertura. Marquis Warren porta una lettera falsa del Presidente Lincoln: la legge come finzione sociale necessaria. John Ruth porta i ricercati vivi perché il processo di legge deve avere corso: la legge come procedura sacra. Mannix sostiene di essere sceriffo senza averne la prova: la legge come titolo autoproclamato. Daisy Domergue è la legge violata — il sistema che punisce senza distinguere.
Tarantino non dà una risposta. Lascia la domanda aperta, come aperto è il film: chi ha il diritto di giudicare, in un paese in cui il giudizio è sempre stato distribuito inegualmente?
La miniserie Netflix: un esperimento distributivo
Oltre alla versione theatrical da 167 minuti, The Hateful Eight esiste in una forma completamente diversa: la miniserie Netflix in quattro episodi (The Hateful 8: Extended Version), con circa 25 minuti di materiale aggiuntivo rispetto al montaggio cinematografico.
La versione estesa include scene tagliate, dialoghi più lunghi, sequenze che nella versione theatrical erano state compresse. Ogni episodio corrisponde approssimativamente a uno o due capitoli della struttura del film. Il risultato è un’esperienza narrativa diversa — più lenta, con i personaggi che hanno più tempo per svilupparsi, e con una narrazione che si avvicina ulteriormente al modello del romanzo o della serie televisiva.
Netflix ha distribuito la versione in quattro episodi nel 2019 — quattro anni dopo l’uscita cinematografica. Non è un repackage promozionale: è un montaggio genuinamente alternativo, con scelte narrative diverse. La versione theatrical privilegia il ritmo e la tensione; la versione estesa privilegia il carattere e l’atmosfera.
Il confronto con Le Iene: stesso schema, risultati diversi
Qualsiasi discussione di The Hateful Eight incontra inevitabilmente Le Iene (1992). Entrambi i film usano uno spazio chiuso, un gruppo di personaggi con identità sospette, la certezza che qualcuno stia mentendo. Il confronto è corretto ma porta a una conclusione spesso ignorata: sono film molto diversi, costruiti con gli stessi mattoni per edifici completamente diversi.
Le Iene è un film di genere nel senso più puro: un crime movie con struttura thriller, personaggi che hanno identità specifiche nel mondo criminale, una violenza che nasce da motivazioni pratiche. The Hateful Eight usa lo stesso schema di dramma da camera per qualcosa di più ambizioso: una riflessione sul post-guerra civile americano, sulla natura della giustizia, sulla costruzione dell’identità nazionale attraverso il conflitto razziale.
Le Iene funziona come un meccanismo perfetto. The Hateful Eight funziona come una domanda aperta. Sono riuscite diverse, non riuscite in gradi diversi — e il fatto che The Hateful Eight sia più lento, più teatrale, più difficile da accettare come intrattenimento puro è parte di quello che sta cercando di fare.
Dove vedere The Hateful Eight in Italia

The Hateful Eight è disponibile su Netflix Italia (anche in versione miniserie estesa) e in noleggio/acquisto digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play.
Per il cluster Tarantino: Le Iene (1992) è l’altro film del regista con dramma da camera e un traditore da trovare. Django Unchained (2012) esplora lo stesso periodo storico post-guerra civile da un’angolazione diversa. Pulp Fiction e Bastardi Senza Gloria completano la filmografia principale. Guida completa alla carriera: filmografia di Quentin Tarantino.
Domande frequenti
Di cosa parla The Hateful Eight?
Wyoming, subito dopo la guerra civile. Il cacciatore di taglie John Ruth (Kurt Russell) sta trasportando la prigioniera Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) verso la città di Red Rock. Una bufera di neve li obbliga a fermarsi in un posto di sosta dove si trovano altri sei personaggi. Uno di loro vuole liberare Daisy — ma nessuno sa chi.
Come finisce The Hateful Eight?
Si scopre che alcuni personaggi facevano parte della banda di Domergue e avevano avvelenato il caffè. Solo tre sopravvivono — il Maggiore Marquis Warren (Samuel L. Jackson), lo sceriffo Chris Mannix (Walton Goggins) e Daisy Domergue, ferita. Warren e Mannix, entrambi gravemente feriti, impiccano Daisy nell’ultima scena.
Cos’è l’Ultra Panavision 70?
Un formato cinematografico che usa una pellicola da 70mm con un angolo di campo di 2.76:1 — più largo di qualsiasi altro formato standard. Era usato per i grandi kolossal epici degli anni Sessanta (Ben-Hur, 2001 Odissea nello Spazio). Tarantino lo ha usato per un film che si svolge quasi interamente in una stanza — la scelta più paradossale possibile.
Ennio Morricone ha composto la musica di The Hateful Eight?
Sì. Morricone compose la colonna sonora originale — la prima che scrisse appositamente per un film di Tarantino (in precedenza Tarantino aveva usato brani suoi preesistenti). Morricone vinse l’Oscar per la Miglior colonna sonora originale nel 2016, il suo primo Oscar competitivo dopo quello alla carriera.
Dove vedere The Hateful Eight in Italia?
The Hateful Eight è disponibile su Netflix Italia (esiste anche la versione miniserie in 4 episodi) e in noleggio/acquisto digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play.
Chi è il personaggio di Jennifer Jason Leigh?
Daisy Domergue è la prigioniera di John Ruth: una criminale ricercata, apparentemente passiva e sottomessa, che si rivela molto più pericolosa di quanto sembri. Jennifer Jason Leigh fu candidata all’Oscar come Miglior attrice non protagonista — il suo primo nella carriera.
In che ordine vedere i film di Tarantino?
Le Iene (1992) → Pulp Fiction (1994) → Jackie Brown (1997) → Kill Bill Vol. 1 (2003) → Kill Bill Vol. 2 (2004) → A prova di morte (2007) → Bastardi Senza Gloria (2009) → Django Unchained (2012) → The Hateful Eight (2015) → C’era una Volta a Hollywood (2019).
The Hateful Eight è una miniserie su Netflix?
Esiste una versione Netflix montata come miniserie in quattro episodi (The Hateful 8: Extended Version), con materiale aggiuntivo e una narrazione più espansa. Il film originale dura 167 minuti nella versione theatrical.
Chi avvelena il caffè in The Hateful Eight?
Domergue, in collaborazione con Jody (Channing Tatum) e due altri complici che si trovavano già nel locale prima dell’arrivo dei protagonisti. L’avvelenamento è il colpo di scena centrale del film — e cambia retrospettivamente tutto quello che abbiamo visto nel primo atto.
The Hateful Eight è come Le Iene di Tarantino?
Il confronto è inevitabile: entrambi usano il dramma da camera con un gruppo di personaggi in uno spazio chiuso dove qualcuno mente. Ma The Hateful Eight è più lungo, più teatrale, ambientato in un periodo storico preciso con implicazioni razziali post-bellum. Le Iene è un film di genere crime; The Hateful Eight è quasi una riflessione sulla natura della giustizia americana.
Quanto dura The Hateful Eight?
167 minuti nella versione theatrical. La versione roadshow originale (proiettata in 70mm nelle prime settimane) includeva anche un’ouverture musicale e un intervallo — arrivando a circa 187 minuti totali.




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Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.