CineNote

Non sono recensioni. Solo appunti di cinema.

film

Due occhi diabolici spiegato: Argento e Romero omaggiano Poe — trama, episodi e finale

Quando i due maestri dell'horror firmano insieme un film su Edgar Allan Poe
17-07-2026 1990 ⭐ 6.1/10
Due occhi diabolici spiegato: Argento e Romero omaggiano Poe — trama, episodi e finale
Regia Dario Argento
Generi Horror
Cast Harvey Keitel, Adrienne Barbeau, Ramy Zada, E.G. Marshall, Madeleine Potter, John Amos, Kim Hunter, Martin Balsam

Due registi. Due episodi. Un solo scrittore come fonte: Edgar Allan Poe.

Due occhi diabolici (1990) è l’esperimento più anomalo nella filmografia di Dario Argento: un film antologico co-diretto con George A. Romero, due maestri dell’horror che si confrontano separatamente con i racconti di Poe senza mai condividere lo stesso set. Il risultato è un film in due metà quasi completamente diverse — per tono, stile, ritmo — che convivono sotto lo stesso titolo con una coerenza tematica ma non stilistica.

È anche uno dei film meno discussi della sua filmografia, ingiustamente oscurato dai lavori del decennio precedente. Ma ha qualcosa da dire.

Il progetto: Argento e Romero su Poe

La collaborazione tra Dario Argento e George A. Romero aveva precedenti.

Argento aveva co-prodotto e curato il montaggio della versione europea di Dawn of the Dead (1978) di Romero — quella che in Italia era uscita come Zombi, con la colonna sonora dei Goblin invece della musica originale americana. I due si conoscevano, si rispettavano, e condividevano una posizione simile nel cinema horror internazionale: entrambi avevano reinventato il loro genere di riferimento, entrambi erano considerati autori all’interno di una forma solitamente considerata commerciale.

L’idea di un film antologico su Poe era vecchia quanto il cinema horror stesso — i racconti di Poe erano stati adattati decine di volte, da Roger Corman con Vincent Price negli anni Sessanta a vari film minori. L’approccio di Argento e Romero era diverso: non un ciclo di adattamenti prodotti in serie ma due visioni personali, separate, che usavano Poe come punto di partenza per due film quasi autonomi.

La produzione fu americana — girata a Pittsburgh, città natale di Romero — con budget modesto ma con il peso di due firme importanti. Harvey Keitel, che Argento riuscì a coinvolgere per il suo segmento, era una garanzia di visibilità internazionale.

Episodio 1: I fatti nel caso del signor Valdemar (Romero)

Il primo episodio, diretto da Romero, è l’adattamento di The Facts in the Case of M. Valdemar (1845) — uno dei racconti meno noti di Poe ma uno dei più inquietanti.

Jessica (Adrienne Barbeau) è sposata con Ernest Valdemar (E.G. Marshall), un uomo anziano e molto ricco, ormai morente. Il suo amante Robert Hoffman (Ramy Zada) è un medico che usa il mesmerismo — l’ipnosi nella forma in cui veniva praticata nel XIX secolo. I due hanno un piano: ipnotizzare Valdemar e tenerlo in stato di trance nel momento della morte, così da avere il tempo di fargli firmare una nuova versione del testamento che lasci tutto a Jessica.

Il piano funziona — fin troppo bene. Valdemar viene mesmerizzato nel momento esatto della morte: muore, ma la sua coscienza rimane intrappolata tra i due stati, né morta né viva. La voce che parla dalla bocca di Valdemar non è più la sua — è qualcosa che viene dall’altra parte. E quella cosa vuole essere liberata, qualunque cosa significhi.

Romero gira questo episodio con la sobrietà che caratterizza il suo cinema migliore: pochi effetti speciali ostentati, molta attenzione ai personaggi, un ritmo narrativo che costruisce la tensione invece di sostituirla con lo shock. Adrienne Barbeau — già protagonista di film di John Carpenter, moglie dell’epoca di Carpenter stesso — porta una qualità di determinazione fredda al personaggio di Jessica. E.G. Marshall è perfetto come l’uomo che muore senza sapere di essere usato.

Il finale, quando Valdemar-creatura si manifesta nella sua forma più esplicita, è l’unico momento in cui Romero cede alla tentazione dello shock visivo — ma è guadagnato dalla costruzione che lo precede.

Episodio 2: Il gatto nero (Argento)

Il secondo episodio è quello di Argento — e porta inconfondibilmente la sua firma.

Rod Usher (Harvey Keitel) è un fotografo di scene del crimine. Lavora per la polizia, documentando i cadaveri e i luoghi degli omicidi — un lavoro che lo ha reso insensibile alla violenza, quasi dipendente dall’adrenalina di quelle immagini. Ha problemi con l’alcol. Vive con sua moglie Annabel (Madeleine Potter), una musicista, e con il gatto nero di lei — un animale che Rod odia con un’intensità sproporzionata e irrazionale.

Il racconto di Poe originale — The Black Cat (1843) — è uno dei più brevi e più diretti: un uomo uccide il gatto della moglie, poi uccide la moglie e ne nasconde il cadavere in un muro, ma il gatto murato insieme al corpo tradisce il crimine con le sue urla quando la polizia indaga.

Argento espande questo schema con elementi del Tell-Tale Heart e con la sua visione personale: Rod è un artista — anche se un artista della morte, un fotografo di cadaveri. Le sue fotografie di scene del crimine diventano popolari, lui diventa famoso. L’arte e la violenza si intrecciano, come in Tenebre (1982) con il romanziere che diventa killer.

Il gatto nero viene ucciso. Un altro gatto identico sembra arrivare — o è lo stesso, tornato? Annabel muore. Il corpo viene murato. E il gatto, murato con lei, inizia a urlare.

La sequenza finale, quando la polizia sfonda il muro e trova il gatto che siede sul cadavere di Annabel con gli occhi spalancati, è girata da Argento con la precisione di un tableau — un’immagine che è insieme horror puro e composizione visiva elaborata.

Harvey Keitel nel cinema di Argento

La presenza di Harvey Keitel nel segmento di Argento è uno degli elementi più sorprendenti della filmografia del regista.

Keitel nel 1990 era reduce da anni di lavoro con Martin Scorsese — Mean Streets (1973), Taxi Driver (1976), Raging Bull (1980) — e stava per tornare alla ribalta internazionale con The Piano (1993) e Pulp Fiction (1994). Lavorare in un film horror italiano non era la scelta più ovvia per la sua traiettoria.

Ma Keitel aveva una curiosità per i lavori fuori dalla norma — nella sua filmografia ci sono collaborazioni con registi europei, film d’autore, lavori che non si spiegano con la sola logica commerciale. Il personaggio di Rod Usher gli offriva qualcosa: un uomo che usa l’arte come forma di controllo sulla morte, che crolla quando quella morte diventa personale.

La performance è tesa e fisica. Keitel costruisce Rod non come un maniaco ma come qualcuno che si trova su un bordo — funzionante, professionale, riconoscibile nelle sue nevrosi. L’alcolismo, l’odio irrazionale per il gatto, il passaggio dalla violenza controllatissima del lavoro alla violenza incontrollata contro Annabel: tutto si sviluppa con una logica interna che Keitel sostiene senza mai scivolare nella caricatura.

C’è anche Madeleine Potter come Annabel — un personaggio che nel racconto di Poe non esiste come individuo ma solo come vittima. Argento le dà una professione (musicista) e una presenza fisica che la rende reale prima di eliminarla. Quella scelta — rendere la vittima qualcuno prima di ucciderla — è tipica del suo cinema migliore, e la ritroviamo in molti altri lavori della sua filmografia, da L’uccello dalle piume di cristallo a Profondo Rosso.

Poe nel cinema: l’eredità di un americano cupo

Scegliere Edgar Allan Poe come fonte per un film horror nel 1990 non era una scelta neutra.

Poe era già stato oggetto di un ciclo di adattamenti hollywoodiani negli anni Sessanta — quelli di Roger Corman con Vincent Price per la American International Pictures. Erano film di grande fascino e di bassa fedeltà al testo: prendevano i titoli e qualche elemento delle storie, li espandevano in sceneggiature spesso molto lontane dall’originale.

Argento e Romero scelgono un approccio diverso: i loro due episodi sono fedeli al nucleo narrativo dei racconti di Poe, anche se li espandono e li recontestualizzano. Il mesmerismo di Romero è quello che Poe aveva immaginato nell’Ottocento, aggiornato nella tecnica ma non nella logica. Il gatto nero di Argento segue quasi punto per punto il racconto, aggiungendo il contesto del fotografo di crimini come amplificazione tematica.

Questa fedeltà non è nostalgia ma rispetto — il riconoscimento che i meccanismi di Poe funzionano ancora, che le sue storie non hanno bisogno di essere modernizzate nelle strutture ma solo aggiornate nel contesto. Il mesmerismo è ancora una forma di controllo sulla morte. Il gatto nero è ancora il sintomo di una colpa che non riesce a stare nascosta.

Argento e Poe condividono un interesse per la psicologia dell’eccesso — il protagonista che porta dentro di sé il seme della propria distruzione, che agisce contro il proprio interesse razionale guidato da forze che non riesce a controllare. È la stessa dinamica di Tenebre, di Opera, di tutto il cinema argentiano più interessante: l’uomo che fa quello che fa perché non può non farlo.

Simon Boswell e la colonna sonora: il suono degli anni Novanta di Argento

Un elemento spesso trascurato nel discutere Due occhi diabolici è la colonna sonora — o meglio, l’assenza di qualcosa che ci aspetteremmo.

I film di Argento sono inseparabili dalla loro musica. Profondo Rosso (1975) e Suspiria (1977) esistono tanto come esperienze sonore quanto come esperienze visive — i Goblin avevano creato qualcosa di unico, un’estetica musicale che era parte costitutiva del cinema argentiano. Anche Opera (1987), con Claudio Simonetti ma senza i Goblin nella formazione completa, aveva la musica come elemento centrale — la lirica come contrappunto e amplificazione del terrore.

In Due occhi diabolici c’è Simon Boswell, un musicista britannico che aveva già collaborato con Argento e che avrebbe continuato a farlo negli anni Novanta. Boswell porta un suono diverso: più orientato al rock elettronico, più patinato nelle sonorità, meno aspro e sperimentale rispetto al lavoro dei Goblin nel loro periodo migliore.

Non è un difetto in sé — è la firma sonora di un’epoca. Gli anni Novanta del cinema horror, anche europeo, avevano un’estetica musicale diversa dagli anni Settanta. Il synth grezzo dei Goblin, quella texture di basso e tastiere che sembrava emergere da un posto oscuro e imprecisato, aveva lasciato spazio a produzioni più pulite.

La colonna sonora di Boswell funziona — sorregge le scene senza disturbarle. Ma chi guarda Due occhi diabolici dopo Suspiria o dopo Profondo Rosso sentirà immediatamente la differenza: qualcosa di fondamentale nel suono di Argento era cambiato. Non per colpa di Boswell, ma perché quel momento era irripetibile.

Il cinema antologico horror: un formato difficile

Due occhi diabolici appartiene a una tradizione precisa: il film horror antologico.

La tradizione ha radici nel cinema britannico degli anni Sessanta e Settanta — Amicus Productions aveva costruito un intero catalogo di film in segmenti, spesso basati su racconti di terrore, con titoli come Tales from the Crypt (1972) e Asylum (1972). In Italia, il cinema horror antologico aveva esempi celebri — da I tre volti della paura (1963) di Mario Bava a Le notti del terrore — ma non era mai diventato un formato prevalente.

Il problema del film antologico è sempre lo stesso: le due o tre storie raramente hanno lo stesso peso, e quella più debole trascina verso il basso l’intera operazione. La soluzione di Argento e Romero — coinvolgere due registi di pari statura e dare a ciascuno piena autonomia — è elegante in teoria. In pratica, produce un film che è due film: non si integrano in qualcosa di maggiore della somma delle parti, ma le parti singole hanno una qualità che un film antologico tradizionale raramente raggiunge.

L’incoerenza stilistica, che potrebbe essere un difetto, diventa in questo caso un punto di interesse. Passare dall’episodio di Romero a quello di Argento è come cambiare canale su due frequenze diverse dell’orrore — la stessa lunghezza d’onda narrativa (Poe), modulata in due modi opposti. La formula funziona proprio perché i due registi non cercano di armonizzarsi.

Per chi segue la filmografia di Argento, Due occhi diabolici è una parentesi curiosa ma rivelatrice: mostra come il suo approccio all’immagine e alla violenza appaia ancora più distintivo quando messo a confronto diretto con un altro grande autore che lavora sullo stesso materiale.

Dove vedere Due occhi diabolici in Italia

Due occhi diabolici (1990) è disponibile su MUBI in Italia e acquistabile o noleggiabile digitalmente su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play. La disponibilità varia nel tempo.

L’edizione Blu-ray di Arrow Video (UK) è quella di riferimento — presenta entrambi gli episodi restaurati, con audio italiano originale e materiali extra su entrambe le produzioni. Per chi vuole seguire la filmografia completa di Argento in ordine cronologico, il film si colloca tra Opera (1987) e La sindrome di Stendhal (1996).


Domande frequenti

Due occhi diabolici di cosa parla? Film antologico in due episodi su racconti di Poe: Romero dirige “I fatti nel caso del signor Valdemar” (mesmerismo e morte sospesa) e Argento dirige “Il gatto nero” (fotografo di crimini, omicidio e gatto che tradisce il colpevole).

Chi dirige quale episodio? Romero dirige il primo (Adrienne Barbeau, E.G. Marshall). Argento dirige il secondo (Harvey Keitel, Madeleine Potter). Stili completamente diversi.

Trama dell’episodio di Argento? Rod Usher, fotografo alcolista, odia il gatto della moglie con intensità irrazionale. Lo uccide, uccide anche la moglie, mura il corpo — ma il gatto rimasto murato con lei tradisce il crimine con le sue urla quando arriva la polizia.

Trama dell’episodio di Romero? Jessica e il suo amante mesmerizzano il marito moribondo per far modificare il testamento. Valdemar muore durante la trance ma la sua coscienza rimane intrappolata — la creatura che ne risulta inizia a perseguitare i due.

I racconti di Poe usati? Romero: “I fatti nel caso del signor Valdemar” (1845). Argento: “Il gatto nero” (1843) + elementi de “Il cuore rivelatore” (1843).

Harvey Keitel nel film: chi interpreta? Rod Usher, fotografo di scene del crimine alcolista. Una delle collaborazioni più inaspettate di Keitel — allora nel pieno della carriera con Scorsese, sarebbe tornato alla ribalta con Pulp Fiction nel 1994.

Dove vedere Due occhi diabolici in streaming in Italia? Su MUBI in Italia, acquistabile o noleggiabile su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play. Arrow Video (UK) per il Blu-ray restaurato.

La musica è dei Goblin? No — Simon Boswell compone la colonna sonora. I Goblin non partecipano a questo progetto.

Quanto dura? 120 minuti totali — circa 60 minuti per episodio.

Quale episodio è migliore? Dipende dal punto di vista. Romero offre più solidità narrativa e attori di peso (Barbeau, Marshall). Argento offre più invenzione visiva e Harvey Keitel. Sono troppo diversi per un confronto diretto.

Due occhi diabolici è il film più importante di Argento degli anni Novanta? Tra i più rilevanti, insieme a La sindrome di Stendhal (1996). Gli anni Novanta sono il periodo meno costante di Argento — Due occhi si distingue per la collaborazione con Romero e la presenza di Keitel.

Il titolo: cosa significa? Richiama l’idea dello sguardo malvagio — i due occhi del titolo italiano sono anche i due episodi e i due registi. Il titolo internazionale è “Two Evil Eyes”.


Due occhi diabolici è il film dove Argento smette di essere solo Argento e diventa una metà di un dialogo.

Il dialogo è tra due visioni dell’orrore che condividono un punto di partenza — Poe — e arrivano a posti molto diversi. Romero racconta la paura della morte bloccata, la vita che non riesce a finire. Argento racconta la colpa che non riesce a nascondersi, il crimine che torna a galla attraverso il corpo che ha cercato di seppellire.

Due occhi. Due orrori. Una sola fonte.

È sufficiente per fare un film che vale la visione — anche se non è il film di Argento che rimarrà per sempre.

Commenti

Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.

Nessun commento approvato per ora.

Articoli correlati