Il gatto a nove code spiegato: trama, killer e il giallo scientifico di Dario Argento
Franco Arno è cieco. Ma ha sentito qualcosa che nessuno dei vedenti intorno a lui ha capito.
Due voci, fuori da un istituto di ricerche genetiche, nel buio. Parole che non avrebbe dovuto sentire. E la notte stessa, nell’istituto, muore qualcuno.
Il gatto a nove code (1971) è il secondo film di Dario Argento — il capitolo di mezzo della Trilogia degli animali, il film che lo stesso regista ha descritto come il suo lavoro meno riuscito. È un giudizio in parte comprensibile e in parte ingiusto: Il gatto è davvero il più tradizionale dei tre, il più ancorato alla struttura del giallo convenzionale. Ma proprio per questo è forse il più accessibile, il più chiaro nella sua meccanica, il film di Argento che funziona meglio come puro esercizio di thriller.
Il gatto a nove code: di cosa parla — la trama dall’inizio
Franco Arno (Karl Malden) è un ex giornalista, cieco, che vive con la nipotina Lori. Una sera, passando davanti all’Istituto Terzi — un centro di ricerche genetiche — sente per caso una conversazione: due uomini che parlano di qualcosa che non dovrebbero dire ad alta voce. Non capisce il contesto, ma qualcosa in quello scambio di parole non torna.
La notte stessa, nell’istituto avviene un furto. Un ricercatore muore in circostanze sospette.
Carlo Giordani (James Franciscus) è un giovane giornalista che copre la cronaca nera. Si occupa del caso e incontra Arno — riconosce nell’ex giornalista un alleato prezioso: Arno ha sentito la conversazione, ha una memoria e un’intelligenza analitica affinata da anni di lavoro nel buio. I due cominciano a indagare insieme.
L’indagine porta a scoprire che l’istituto stava lavorando su una ricerca delicata: il legame tra il cromosoma XYY e la tendenza alla violenza. La teoria — controversa già all’epoca, poi definitivamente confutata — sosteneva che gli individui con questo corredo cromosomico fossero biologicamente predisposti ai comportamenti criminali.
Qualcuno nell’istituto aveva scoperto di avere lui stesso quel cromosoma. E stava uccidendo chiunque potesse rivelarlo.
Il cromosoma XYY: la scienza come movente
Il dispositivo narrativo centrale del Gatto a nove code è l’uso di una teoria scientifica come motore del crimine — e questa è una delle scelte più originali nella filmografia di Argento.
La sindrome di Jacobs (o XYY) era oggetto di discussione scientifica negli anni Sessanta e Settanta. Alcuni ricercatori avevano osservato una proporzione leggermente più alta del normale di individui XYY nelle prigioni e avevano concluso che ci fosse una connessione causale. La ricerca fu successivamente demolita: la correlazione era debole, i campioni erano viziati, e la maggior parte degli XYY non ha alcuna tendenza alla violenza. Ma all’epoca del film, la teoria circolava come qualcosa di scientificamente plausibile.
Argento usa questa plausibilità come struttura portante: il killer non è un pazzo qualunque, non è una strega, non è un personaggio soprannaturale. È qualcuno che crede di avere una natura violenta biologicamente determinata — e che uccide per proteggere questo segreto. Il movente è la paura di essere ciò che la scienza dice di essere.
C’è un’ironia implicita nel film che Argento non esplicita ma che è presente nella struttura: il killer commette i delitti che la teoria dice che dovrebbe commettere. Non per coazione irresistibile, ma per la decisione razionale di coprire le proprie tracce. La “natura violenta” che il cromosoma XYY dovrebbe predeterminare viene invece scelta liberamente — il che mina l’intera premessa scientifica del movente.
È una delle poche volte in cui Argento usa la razionalità come strumento critico invece di aggirarla.
Il finale spiegato: chi è il killer e come viene smascherato
L’identità del killer — il dottor Calabresi — viene rivelata nella parte finale del film attraverso la ricostruzione logica dell’indagine di Arno e Giordani.
La scena culmine porta a uno scontro fisico — come quasi tutti i finali del giallo argentiano — in cui Calabresi muore cadendo da un’altezza. È la conclusione meccanica che Argento usa spesso: il killer viene ucciso non da un confronto eroico ma da una logica quasi automatica, quasi karmica.
La particolarità del finale è la posizione di Arno: il personaggio cieco che ha condotto l’indagine con le orecchie e con il ragionamento, non con gli occhi. È lui che ha sentito la conversazione iniziale, lui che ha collegato i dettagli sonori che Giordani — vedente ma meno attento — non aveva notato. Il film conclude con questa inversione: l’uomo privo della vista come il più capace di vedere la verità.
È un dispositivo che Argento usa anche altrove — il testimone con una percezione distorta o limitata che in realtà ha accesso a qualcosa che i protagonisti con tutti i sensi intatti non riescono a raggiungere. In L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Sam Dalmas aveva visto correttamente ma aveva interpretato in modo sbagliato. In Il gatto, Arno non ha visto niente — eppure è lui che capisce.
Karl Malden: un Oscar nel giallo italiano
La scelta di Karl Malden per il ruolo di Franco Arno è uno dei casting più ambiziosi nella filmografia di Argento.
Malden era un attore di primissimo piano del cinema americano. Aveva vinto il Premio Oscar come attore non protagonista per Un tram che si chiama desiderio (1951) di Elia Kazan — nella stessa produzione in cui Marlon Brando aveva rivelato il suo talento. Aveva lavorato con i grandi registi del cinema americano classico. Era noto e rispettato.
Portarlo in un giallo italiano nel 1971 era una scommessa — una delle tendenze del cinema di genere italiano dell’epoca era quella di inserire nel cast una o due star americane per aumentare la vendibilità internazionale, ma raramente si trattava di attori della statura di Malden.
La performance è calibrata: Arno è un personaggio che Malden costruisce dall’interno, con la disciplina di chi sa come costruire un personaggio invece di interpretare un tipo. Il suo cieco non è convenzionale — non usa il bastoncino in modo performativo, non ha la qualità di vittima che il cinema spesso attribuisce ai personaggi con disabilità visive. È un uomo intelligente e determinato che si muove nel mondo con la sicurezza di chi conosce i propri strumenti.
James Franciscus come Giordani è il contrappeso: giovane, visivamente attraente, mobile, con le risorse fisiche che Arno non ha. Il film bilancia i due personaggi in modo efficace: Arno fornisce la logica, Giordani l’azione.
Catherine Spaak nel ruolo di Anna Terzi — figlia del direttore dell’istituto — porta al film la presenza che il cinema italiano degli anni Settanta richiedeva in un ruolo femminile di supporto. Spaak era una delle attrici italiane più riconoscibili dell’epoca.
La musica di Ennio Morricone: il secondo capitolo della trilogia sonora
Come per L’uccello dalle piume di cristallo (1970), la colonna sonora de Il gatto a nove code è composta da Ennio Morricone.
Lo score di Morricone per questo film è più convenzionalmente “thriller” rispetto a quello del primo film. Meno sperimentale, meno alieno — più vicino alla tradizione del thriller americano degli anni Sessanta di quanto non fosse il lavoro su L’uccello. Morricone usa archi, fiati e temi che si ripetono con variazioni, costruendo un’atmosfera di tensione razionale invece di terrore viscerale.
Questa razionalità sonora è coerente con il film: Il gatto è il giallo più razionale di Argento, quello dove la logica dell’indagine è più importante dell’impatto visivo delle morti. La musica supporta questa scelta invece di contraddirla.
I Goblin sarebbero arrivati solo quattro anni dopo, con Profondo Rosso (1975) — e avrebbero cambiato radicalmente il suono del cinema di Argento. Ma la collaborazione con Morricone per la Trilogia degli animali ha il suo valore specifico: è la fase in cui Argento stava ancora cercando la propria voce, e Morricone offriva un linguaggio noto e sicuro su cui appoggiarsi mentre quella voce si formava.
La Trilogia degli animali: il posto de Il gatto nel sistema
La “Trilogia degli animali” è un nome dato a posteriori dai critici e dai fan — Argento non ha mai costruito i tre film come una trilogia consapevole. Ma il raggruppamento ha una logica.
L’uccello dalle piume di cristallo (1970) è il punto di partenza: il testimone che ha visto male, la percezione come inganno, il giallo come meccanismo di decodifica della realtà.
Il gatto a nove code (1971) è la variazione razionale: il giallo come problema logico, il detective non convenzionale (cieco), la scienza come movente.
4 mosche di velluto grigio (1971) è il punto di arrivo: il giallo come sperimentazione visiva, la fotografia come prova e come sfida, il protagonista più vicino al tipo argentiano maturo.
I tre film mostrano Argento in fase di formazione — non ancora il cineasta di Suspiria o Tenebre, ma già riconoscibile. Il gatto è il film dove si vede più chiaramente il dialogo tra la sua ambizione e i vincoli del genere — un dialogo che risolverà con Profondo Rosso (1975), il film in cui tutto si allinea.
Il cinema italiano del 1971: il contesto di produzione
Quando Il gatto a nove code uscì nel 1971, il giallo italiano era diventato un genere maturo e commercialmente solido.
L’uccello dalle piume di cristallo aveva avuto un successo inaspettato nell’anno precedente — non solo in Italia ma anche all’estero. La Titanus aveva finanziato il film successivo con più risorse e aspettative più alte. Il risultato fu un film con un cast internazionale più pesante (Karl Malden era una star di tutt’altra categoria rispetto a Tony Musante), una produzione più ambiziosa e una distribuzione più curata.
Il 1971 era anche l’anno in cui il giallo italiano si stava moltiplicando: Mario Bava girava A Baia degli angeli (poi rinominato Reazione a catena / Bay of Blood), Lucio Fulci stava muovendosi verso il thriller, altri registi di genere stavano esplorando lo stesso territorio aperto da Argento l’anno prima. Il genere era diventato una formula produttiva, e Argento si trovava nella posizione dell’inventore di una formula che altri stavano già usando in modo più commerciale.
Luigi Cozzi, co-sceneggiatore del film, era un collaboratore abituale di Argento in questi anni — critico cinematografico e futuro regista, aveva un rapporto stretto con Argento sin dai tempi della critica. Dardano Sacchetti, l’altro co-sceneggiatore, era destinato a diventare una delle figure più importanti della sceneggiatura nel cinema di genere italiano — avrebbe scritto decine di film horror e thriller nel decennio successivo per registi come Lucio Fulci e Lamberto Bava.
La collaborazione tra Argento e questi due sceneggiatori produce uno script più solido del normale per il genere — la struttura del Gatto è più coerente narrativamente rispetto a molti gialli dell’epoca, e questo si deve anche alla qualità degli autori coinvolti.
Il giudizio di Argento su se stesso: il film meno amato
Argento ha detto più volte che Il gatto a nove code è il suo film meno riuscito — o almeno il suo preferito in negativo.
Il giudizio è comprensibile dal punto di vista del suo sviluppo artistico: Il gatto è il film più convenzionale della sua filmografia, quello che si avvicina di più al giallo tradizionale senza aggiungere gli elementi che lo rendono riconoscibilmente “argentiano”. Non ha la libertà visiva di L’uccello, non ha l’energia musicale di Profondo Rosso, non ha la dimensione soprannaturale di Suspiria.
Ma è anche un giudizio che tende a essere condiviso acriticamente — e vale la pena resistere. Il gatto a nove code è un thriller ben costruito, con un meccanismo narrativo funzionante e una performance di Karl Malden che regge l’intero film. Il suo limite è rispetto alle aspirazioni di Argento, non rispetto agli standard del genere.
Per chi si avvicina al cinema di Argento dall’esterno — senza la familiarità con il suo corpus e i suoi standard — Il gatto è forse il punto di ingresso più agevole: è meno estremo esteticamente, più leggibile narrativamente, meno dipendente dalla conoscenza del genere. È il film dove Argento parla il linguaggio del thriller in modo più trasparente, prima di inventare un linguaggio proprio.
Dove vedere Il gatto a nove code in Italia
Il gatto a nove code (1971) è disponibile su MUBI in Italia e acquistabile o noleggiabile digitalmente su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play. La disponibilità varia nel tempo.
L’edizione Blu-ray di Arrow Video (UK) è quella di riferimento — presenta il film restaurato con audio italiano originale e materiali extra. Per chi vuole esplorare la Trilogia degli animali in ordine, L’uccello dalle piume di cristallo (1970) è il punto di partenza e 4 mosche di velluto grigio (1971) è la conclusione.
Domande frequenti
Il gatto a nove code di cosa parla? Franco Arno, giornalista cieco in pensione, sente per caso una conversazione sospetta fuori da un istituto di ricerche genetiche. La notte stessa muore un ricercatore. Arno e il giovane giornalista Giordani si alleano per indagare su una serie di omicidi legati alla ricerca sul cromosoma XYY.
Chi è il killer? Il dottor Calabresi, un ricercatore dell’istituto che aveva scoperto di avere il corredo cromosomico XYY e stava uccidendo chiunque potesse rivelarlo. Temeva che questa informazione distruggesse la sua reputazione e carriera.
Il finale spiegato: cosa succede? L’indagine di Arno e Giordani porta all’identificazione di Calabresi. Negli scontri finali, Calabresi muore cadendo — il tipico finale meccanico-automatico del giallo argentiano. Arno, con la sua intelligenza analitica, è stato il cervello dell’indagine nonostante la cecità.
Cosa significa il titolo? Richiama la frusta a nove code (cat-o’-nine-tails), uno strumento di punizione. Narrativamente, Argento ha spiegato il titolo come riferimento ai “nove rami” dell’indagine — nove piste che portano alla stessa fonte.
La musica è di Morricone? Sì — Ennio Morricone compone lo score, più convenzionalmente thriller rispetto ai suoi altri lavori con Argento. I Goblin arriveranno solo nel 1975 con Profondo Rosso.
Dove vedere Il gatto a nove code in streaming in Italia? Su MUBI in Italia, acquistabile o noleggiabile su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play. Arrow Video (UK) per il Blu-ray di riferimento.
Il film fa parte di una trilogia? Sì — è il secondo della Trilogia degli animali: L’uccello dalle piume di cristallo (1970), Il gatto a nove code (1971), 4 mosche di velluto grigio (1971). I tre film non condividono personaggi o trame.
Chi è Karl Malden nel film? Karl Malden (1912-2009) era un attore americano premio Oscar per Un tram che si chiama desiderio (1951). Interpreta Franco Arno, il giornalista cieco. La sua presenza era una mossa per aumentare la vendibilità internazionale del film.
Il film è il preferito di Argento? Al contrario — Argento lo ha definito il suo film meno riuscito, troppo tradizionale rispetto alle sue ambizioni. Ma è forse il più accessibile per chi si avvicina al suo cinema per la prima volta.
Cos’è il cromosoma XYY nel film? Un’anomalia cromosomica reale (sindrome di Jacobs). Negli anni Settanta alcune ricerche (poi confutate) suggerivano un legame con la tendenza alla violenza. Argento usa questa teoria come base del movente del killer.
Quanto dura Il gatto a nove code? 112 minuti nella versione italiana — il film più lungo della Trilogia degli animali.
Il film è basato su un romanzo? No — sceneggiatura originale di Argento con Luigi Cozzi e Dardano Sacchetti. È uno dei primi soggetti originali di Argento.
Il gatto a nove code è il film di Argento che si difende da sé in modo silenzioso.
Non ha la follia visiva di Suspiria, non ha l’energia del riff di Profondo Rosso, non ha la meta-riflessione di Tenebre. Ha un uomo cieco che ascolta meglio di chiunque altro, e una struttura giallo che funziona con la precisione di un meccanismo ben oliato.
A volte la cosa più difficile è fare qualcosa di semplice che funzioni. Argento non lo sapeva ancora — lo avrebbe capito con i film successivi, quando avrebbe imparato a riconoscere cosa rendeva unico il suo cinema. Ma qui, nel 1971, aveva già fatto qualcosa di preciso e funzionante.
Non è poco.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.