CineNote

Non sono recensioni. Solo appunti di cinema.

film

The Social Network: trama, finale spiegato e perché il film di Fincher su Facebook è un capolavoro del cinema americano

Non è un film su Facebook. È un film sul tradimento, sull'ambizione e sul prezzo di voler cambiare il mondo.
2010 ⭐ 9/10
The Social Network: trama, finale spiegato e perché il film di Fincher su Facebook è un capolavoro del cinema americano
Anno 2010
Regia David Fincher
Generi Dramma
Cast Jesse Eisenberg, Andrew Garfield, Justin Timberlake, Armie Hammer, Rooney Mara, Max Minghella, Brenda Song, Josh Pence

Trailer ufficiale via YouTube — canale Sony Pictures Entertainment

Inizia con una rottura.

Erica lascia Mark. Non perché sia cattivo — è peggio: perché è impossibile da sostenere. Troppo veloce, troppo tagliente, troppo convinto che l’intelligenza scusi qualsiasi cosa.

The Social Network di David Fincher non è un film su Facebook. È un film su cosa succede quando l’ambizione non ha argini — e sul prezzo che pagano le persone che stavano vicino quando quella diga ha ceduto.

Uscito nel 2010, il film ha vinto tre Oscar e ha ridefinito il modo in cui Hollywood racconta la Silicon Valley. Ma la cosa più sorprendente, quindici anni dopo, è che continua a migliorare con il tempo. Ogni cosa che sappiamo oggi su Facebook — gli scandali, le audizioni al Congresso, Cambridge Analytica — aggiunge strati di significato a un film che aveva già capito tutto prima che succedesse.

Di cosa parla The Social Network: la trama dall’inizio

Cambridge, Massachusetts, 2003. Mark Zuckerberg (Jesse Eisenberg) è uno studente di Harvard brillante, socialmente goffo, e arrabbiato con il mondo in modo che lui stesso non saprebbe spiegare. Dopo essere stato lasciato da Erica Albright, torna in camera sua, apre il laptop, e in una notte crea Facemash — un sito che mette a confronto le foto delle studentesse di Harvard chiedendo agli utenti di votare chi è più attraente. Il sito crasha i server di Harvard in poche ore.

Questo episodio — brillante, crudele, e radicalmente irresponsabile — attira l’attenzione dei gemelli Winklevoss (Armie Hammer in doppio ruolo), studenti-atleti che cercano qualcuno per sviluppare HarvardConnection, un social network esclusivo per studenti delle università dell’Ivy League. Zuckerberg accetta, poi li fa aspettare mentre lavora a qualcosa di diverso e più grande.

Nel febbraio del 2004, con il capitale iniziale fornito dal suo migliore amico Eduardo Saverin (Andrew Garfield) e la collaborazione tecnica di alcuni colleghi, Zuckerberg lancia thefacebook.com. Il sito si diffonde con una velocità che nessuno aveva previsto — prima Harvard, poi Yale e Stanford, poi tutto il resto.

La storia della fondazione è raccontata in flashback, durante le deposizioni legali di due cause intentate contro Zuckerberg: quella dei Winklevoss, che sostengono che Zuckerberg abbia rubato la loro idea, e quella di Saverin, che sostiene di essere stato estromesso dall’azienda in modo fraudolento.

A cambiare tutto è l’arrivo di Sean Parker (Justin Timberlake), co-fondatore di Napster, che vede in Facebook qualcosa che gli altri non hanno ancora capito: non un sito, ma un’infrastruttura per l’identità umana. Parker convince Zuckerberg a eliminare il “the” da “thefacebook”, a trasferirsi a Palo Alto, e soprattutto a pensare in grande — non a Harvard, non alle università dell’Ivy League, ma a tutto il mondo. La sua influenza su Zuckerberg è decisiva e destabilizzante al tempo stesso. Parker porta visione, ma porta anche l’abitudine a bruciare i ponti dietro di sé.

È in questo momento che Saverin comincia a perdere. Non perché venga cacciato immediatamente, ma perché il centro di gravità si sposta — fisicamente a Palo Alto, mentalmente verso un futuro dove la sua quota iniziale, il suo ruolo, la sua presenza non hanno più lo stesso peso. Saverin rimane a New York a cercare inserzionisti mentre Zuckerberg reinventa le regole. Quando tornerà a chiedere conto di quello che è successo, sarà troppo tardi per cambiare qualcosa.

Aaron Sorkin e la sceneggiatura più veloce del cinema americano

Il merito principale di The Social Network è la sceneggiatura di Aaron Sorkin. Non perché sia accurata — Zuckerberg ha contestato diverse versioni dei fatti — ma perché è costruita con una precisione artigianale raramente raggiunta nel cinema contemporaneo.

I dialoghi di Sorkin non suonano come la vita reale. Sono più veloci, più densi, più articolati. I personaggi hanno sempre la risposta giusta al momento giusto, cosa che nella vita vera non accade quasi mai. È una convenzione teatrale che Sorkin usa consapevolmente — e che funziona perché il ritmo intellettuale corrisponde al ritmo mentale del protagonista.

La struttura narrativa è la scelta più intelligente: il film si apre direttamente nelle deposizioni, con Mark e Eduardo seduti da lati opposti di un tavolo circondati da avvocati. Il passato e il presente si alternano continuamente — vediamo cosa è successo nel flashback, poi torniamo alle deposizioni dove lo stesso evento viene interpretato in modo diverso da ciascuna parte.

Questa struttura fa una cosa specifica: non ci dice mai chi ha ragione. I Winklevoss hanno la loro versione, Saverin ha la sua, Zuckerberg ha la sua. Il film non arbitraria — mostra le contraddizioni e lascia allo spettatore il lavoro di sintesi.

La sceneggiatura ha vinto l’Oscar. Sorkin ha dichiarato di non aver mai aperto Facebook durante la scrittura del film. Non aveva bisogno di capire il prodotto — aveva bisogno di capire le persone che lo avevano creato.

David Fincher e la regia: Harvard come ambiente ostile

David Fincher trasforma Harvard in qualcosa di vagamente sinistro.

Non è ovvio come lo faccia. Harvard è bella — edifici storici, corridoi di legno scuro, biblioteche illuminate da lampade ad incandescenza. Fincher non la deturpa. La rende semplicemente troppo perfetta, troppo esclusiva, troppo consapevole di se stessa. È un ambiente che seleziona i vincitori prima ancora che comincino a competere — e Zuckerberg lo sa, e lo odia, e vuole appartenervi più di qualsiasi cosa.

La fotografia di Jeff Cronenweth usa una palette desaturata, quasi monocromatica. I neri sono profondi, le luci sono fredde. Anche le feste — e ci sono feste nel film, belle e caoticissime — sembrano illuminate da qualcosa di artificiale, di non pienamente reale.

La colonna sonora di Trent Reznor e Atticus Ross è la scelta più audace. Reznor è il fondatore dei Nine Inch Nails — non il compositore ovvio per un dramma su studenti universitari. Il risultato è una partitura elettronica ansiogena che trasforma ogni scena in qualcosa di leggermente minaccioso. La versione strumentale di “In the Hall of the Mountain King” che accompagna la scena di Zuckerberg che crea Facemash è rimasta nella memoria di chiunque abbia visto il film. Ha vinto l’Oscar per la miglior colonna sonora — meritatamente.

Vale la pena soffermarsi su una scena specifica per capire come Fincher lavora: la regata sul Tamigi, in cui i gemelli Winklevoss gareggiano per l’Università di Harvard ai campionati di Henley. Fincher gira la sequenza al ralenti, con la musica di Reznor che sale, le barche che scivolano sull’acqua e i corpi degli atleti in sincronia perfetta. È una scena che non fa avanzare la trama di un millimetro. Ma stabilisce qualcosa di fondamentale sul carattere dei Winklevoss — l’eccellenza fisica, il privilegio istituzionale, la certezza di appartenere al mondo che conta — e lo fa usando il cinema, non il dialogo. È la firma di un regista che ha qualcosa da dire e sa come dirlo senza aprire bocca.

Jesse Eisenberg come Zuckerberg: il genio antipatico

Jesse Eisenberg costruisce uno dei protagonisti più complessi del cinema americano degli anni 2010.

Zuckerberg nel film è simultaneamente tre cose difficili da tenere insieme: straordinariamente intelligente, socialmente incompetente, e stranamente simpatico nonostante tutto. Eisenberg riesce in questo equilibrio perché non cerca mai la simpatia — lascia che emerga dalle crepe, dai momenti in cui il personaggio abbassa inavvertitamente la guardia.

La velocità del pensiero è la cosa più difficile da replicare. Eisenberg parla velocemente, sì — ma non è quello. È che i suoi personaggi pensano velocemente, e le parole che escono sono già il prodotto di un ragionamento che lo spettatore non ha visto. Quando risponde a una domanda con qualcosa che sembra non centrarci, in realtà ha già fatto tre salti logici che il suo interlocutore sta ancora cercando di seguire.

Andrew Garfield come Eduardo Saverin è il cuore emotivo del film. Se Zuckerberg è freddo e indecifrabile, Saverin è caldo e leggibile — e questa leggibilità lo rende vulnerabile. Non perché sia stupido, ma perché si fida. La scena finale tra i due — quando Eduardo realizza cosa è successo con le sue quote — è il momento emotivamente più potente del film, e tutto il merito è di Garfield.

Justin Timberlake come Sean Parker è la performance più sorprendente. Parker è il co-fondatore di Napster che nel 2004 diventa una presenza destabilizzante nella vita di Zuckerberg — carismatico, visionario, e fondamentalmente irresponsabile. Timberlake porta al personaggio una qualità di eterno adolescente cresciuto troppo in fretta: qualcuno che conosce tutte le regole del gioco e ha scelto deliberatamente di non seguirne nessuna.

La storia vera: cosa è successo davvero tra Zuckerberg, Saverin e i gemelli Winklevoss

Il film drammatizza, ma i fatti legali sono reali.

Eduardo Saverin fornì 19.000 dollari di capitale iniziale per Facebook e fu co-fondatore dell’azienda. Quando Facebook si spostò a Palo Alto nell’estate del 2004, Saverin rimase a New York a cercare inserzionisti. Nel corso del 2004 e del 2005, mentre arrivavano nuovi investitori — prima Peter Thiel, poi Accel Partners — la struttura aziendale venne ristrutturata in modi che diluitero progressivamente la quota di Saverin.

Saverin intentò causa nel 2009 sostenendo che la diluizione fosse stata deliberata e fraudolenta. La causa fu risolta con un accordo riservato — Saverin ottenne il riconoscimento del suo status di co-fondatore di Facebook, una quota che varie fonti stimano tra il 2% e il 5%, e un accordo di riservatezza che impedisce di conoscere i dettagli esatti. Con la quotazione di Facebook nel 2012, quella quota valeva comunque miliardi di dollari.

I gemelli Winklevoss ottennero un accordo da 65 milioni di dollari nel 2008 — poi cercarono di impugnarlo, sostenendo che le azioni fossero state valutate meno del dovuto. Il tentativo fallì. Usarono parte dell’accordo per investire massicciamente in Bitcoin nei primissimi anni della criptovaluta, diventando tra i primi miliardari del settore crypto.

La storia di Saverin ha un capitolo successivo che il film non racconta. Nel 2011, prima dell’IPO di Facebook, Saverin rinunciò alla cittadinanza americana, trasferendosi definitivamente a Singapore. Il gesto scatenò reazioni furiose negli Stati Uniti — molti lo interpretarono come una mossa fiscale per evitare le tasse sulle plusvalenze durante la quotazione. Saverin negò che fosse la motivazione principale. La verità è probabilmente più semplice: stava già vivendo a Singapore da anni, aveva interessi di investimento in tutta l’Asia, e la rinuncia alla cittadinanza era il passo logico di un percorso già avviato.

L’IPO di Facebook, nel maggio del 2012, valutò l’azienda 104 miliardi di dollari — la più grande quotazione nella storia della tecnologia fino a quel momento. La quota di Saverin, qualunque fosse la percentuale esatta dell’accordo, lo rese miliardario in modo definitivo. I gemelli Winklevoss usarono i loro 65 milioni di dollari per investire massicciamente in Bitcoin negli anni in cui la criptovaluta era ancora marginale, costruendo una seconda fortuna nell’ecosistema crypto. Nel 2013, una corte d’appello confermò definitivamente l’accordo — non c’era più nulla da contestare.

Accuratezza storica del film — cosa è reale e cosa no. La struttura legale dei conflitti è reale. La dinamica tra Zuckerberg e Saverin è probabilmente più sfumata di quella mostrata — meno deliberatamente crudele, più il risultato di priorità divergenti e decisioni prese in un contesto di crescita caotica. La scena di apertura con Erica — la motivazione sentimentale che avrebbe spinto Zuckerberg a creare Facemash — è quasi certamente un’invenzione narrativa di Sorkin.

The Social Network e il cinema sulla Silicon Valley

The Social Network ha definito l’estetica visiva e narrativa di come Hollywood racconta la Silicon Valley e il mondo tech.

Prima di questo film, i film sui fondatori di startup erano generalmente celebrativi — la storia del genio che ce la fa, il sogno americano in versione digitale. Fincher e Sorkin hanno fatto qualcosa di diverso: hanno preso una storia di successo straordinario e l’hanno raccontata come una tragedia shakespeariana, con tradimenti, ambizioni distrutte, e un protagonista che alla fine ha tutto tranne quello che voleva davvero.

The Circle (2017) con Emma Watson e Tom Hanks porta la stessa critica un passo oltre: non racconta la fondazione di una piattaforma sociale ma il suo approdo logico — un’azienda tech con il potere e l’ideologia per rendere la sorveglianza totale. Se The Social Network mostra come nasce il mostro, The Circle mostra cosa succede quando il mostro è già adulto e ha convinto il mondo che il controllo sia libertà.

Nel cluster hacker di CineNote, The Social Network si inserisce accanto a Snowden — entrambi raccontano personaggi che usano la tecnologia per raggiungere obiettivi che il sistema normale non avrebbe permesso — e a Mr. Robot, che porta la stessa riflessione sul potere delle piattaforme digitali in territorio di thriller. Blackhat (2015) di Michael Mann è il lato criminale dello stesso ecosistema: dove The Social Network mostra chi costruisce l’infrastruttura digitale, Blackhat mostra chi la viola — entrambi rivelando sistemi che operano al di fuori delle regole ordinarie. WarGames (1983) è il capostipite — il film che ha inventato l’archetipo del ragazzo brillante che usa il computer per sfidare sistemi più grandi di lui. The Social Network è quel archetipo portato al 2010, con la Silicon Valley come campo di battaglia invece del NORAD. Halt and Catch Fire è il prequel ideale: racconta gli anni Ottanta in cui quella Silicon Valley è stata costruita mattone per mattone. Person of Interest è il sequel distopico: cosa succede quando le piattaforme che Facebook ha costruito diventano abbastanza grandi da sorvegliare ogni aspetto della vita di tutti — e qualcuno decide di usarle. Per tutti i titoli del genere, la guida completa è in I migliori film e serie sull’hacking.

La differenza fondamentale rispetto ai film precedenti sulla tecnologia è che in The Social Network la tecnologia non è il punto. Facebook nel film è quasi irrilevante come prodotto — quello che conta è il potere che genera, chi lo controlla, e il costo umano di quella competizione. È un film sul capitalismo e sull’ambizione molto più che sull’informatica.

Questa è anche la ragione per cui il film regge meglio di quasi tutti i suoi contemporanei. I film che raccontano la tecnologia invecchiano di solito malissimo — l’interfaccia cambia, il gergo diventa incomprensibile, i riferimenti perdono senso. The Social Network non invecchia perché non parla di tecnologia: parla di tradimento, di classe sociale, di cosa siamo disposti a perdere per ottenere quello che vogliamo. Questi temi non hanno data di scadenza. Sono gli stessi che Shakespeare usava, e funzionano oggi esattamente come allora.

Nel cinema sull’identità digitale è il polo opposto rispetto a The Net, Hackers (entrambi del 1995) e al tedesco Who Am I (2014): lì si viola un sistema, qui lo si costruisce.

The Social Network oggi: un film che invecchia al contrario

Il film uscì nel 2010, quando Facebook era ancora qualcosa di positivo nella narrativa pubblica — la rete che connetteva il mondo, lo strumento che aveva aiutato le primavere arabe, la piattaforma che teneva in contatto famiglie e amici.

Poi è arrivato tutto il resto.

Cambridge Analytica, nel 2018, ha rivelato come i dati di ottantasette milioni di utenti fossero stati usati per costruire profili psicografici destinati a influenzare elezioni. I Congressional hearings in cui Zuckerberg ha risposto a senatori americani che non capivano come funzionasse il suo prodotto. Il ruolo di Facebook nella diffusione di disinformazione durante le elezioni del 2016. La rebranding in Meta, con il metaverso come scommessa esistenziale dell’azienda. I miliardi spesi in una visione che il mercato non ha mai comprato.

Guardare The Social Network oggi è un’esperienza diversa da quella del 2010. Il Zuckerberg del film è freddo e difficile, ma c’è qualcosa in lui che riconosciamo — il desiderio di costruire qualcosa di straordinario, di dimostrare qualcosa a qualcuno. La nostra simpatia è parziale ma reale.

Il Zuckerberg delle audizioni del 2018, seduto davanti al Congresso americano con la sua camicia bianca e la sua risposta standardizzata, è qualcosa di più difficile da decifrare. Non è il personaggio del film — eppure è la stessa persona. Oppure è diventato qualcos’altro. Oppure era già quello, e il film ci ha mostrato solo la versione che volevamo vedere.

C’è una cosa che The Social Network ha capito prima di tutti: Facebook non è mai stato un sistema di connessione. È sempre stato un sistema di status. La prima cosa che Zuckerberg ha costruito — Facemash — era un sito per valutare l’attrattività delle studentesse di Harvard. L’impulso è rimasto identico nelle versioni successive: il like, i follower, i confronti. La piattaforma per “connettere il mondo” è nata dal desiderio di vincere una gerarchia sociale.

Fincher e Sorkin hanno catturato questa verità nel 2010, forse senza sapere del tutto cosa stessero facendo. Il film si ferma prima che la storia diventi troppo complicata. E precisamente questa scelta — chiudersi con una richiesta di amicizia aspettando risposta — è diventata, col tempo, la più onesta possibile.

Il finale di The Social Network spiegato

Il film si chiude con Zuckerberg seduto solo in una stanza, durante una pausa tra le deposizioni.

L’avvocatessa che lo assiste — Marilyn Delpy, interpretata da Rashida Jones — gli ha appena detto qualcosa di importante: non che Zuckerberg sia una cattiva persona, ma che si comporta come una cattiva persona. E che non è la stessa cosa.

Zuckerberg apre il laptop. Cerca Erica Albright su Facebook. Invia una richiesta di amicizia. Poi aspetta. Ricarica la pagina. Aspetta ancora.

Il gesto è perfetto nella sua ironia tragica: l’uomo che ha costruito il sistema di connessione sociale più grande della storia — che ha rivoluzionato il modo in cui tre miliardi di persone comunicano — non riesce a connettersi con la persona che voleva raggiungere davvero. Ha vinto ogni battaglia legale, ha miliardi di dollari, ha cambiato il mondo. E aspetta che una ragazza clicchi “accetta”.

Quella richiesta di amicizia rimane in sospeso. Il film finisce.

È uno dei finali più precisi del cinema americano del decennio. Non dice che Zuckerberg è un mostro. Non dice che è un martire. Dice che ha pagato un prezzo — e che forse non se ne è ancora accorto del tutto. Forse non lo sarà mai.

Fight Club (1999), altro film di David Fincher, percorre la stessa traiettoria in senso opposto: dove Zuckerberg costruisce qualcosa di globale lasciando le relazioni umane ai margini, il narratore di Fight Club distrugge tutto per ritrovare qualcosa di autentico — o almeno così crede. Due facce dello stesso disagio maschile filtrato attraverso la logica del potere. The Game (1997) — l’altro Fincher degli anni Novanta — porta la stessa ossessione per il controllo in territorio thriller: Nicholas Van Orton, come Zuckerberg, è un uomo che ha costruito ogni difesa contro il dolore e che crolla quando il mondo smette di obbedire alle sue regole. Memento (2000) di Christopher Nolan è il terzo vertice di questo triangolo: un protagonista che costruisce la propria identità attraverso le informazioni che controlla, esattamente come Zuckerberg — ma con la differenza che Leonard Shelby sa di non potersi fidare della propria memoria, mentre Zuckerberg sembra convinto di potersi fidare della propria versione dei fatti. E Zodiac (2007), probabilmente il lavoro più maturo di Fincher, porta questa ossessione per la verità in un caso reale irrisolto: come in The Social Network, il film finisce senza la risposta che il protagonista — e lo spettatore — si aspettava.

Dove vedere The Social Network in streaming in Italia

The Social Network poster
Amazon

The Social Network (2010)

★★★★★ 5.0 (595)

18,78 €

Acquista su Amazon

The Social Network è disponibile su Netflix in Italia — la piattaforma più stabile per questo titolo nel mercato italiano.

È anche disponibile per il noleggio o l’acquisto digitale su:

  • Amazon Prime Video
  • Apple TV
  • Google Play Movies

Verificare su JustWatch.it per la disponibilità aggiornata — le licenze streaming cambiano periodicamente.

Domande frequenti su The Social Network

Di cosa parla The Social Network?

The Social Network (2010) racconta la nascita di Facebook attraverso le deposizioni legali di tre cause intentate contro Mark Zuckerberg: quella dei gemelli Winklevoss, che sostengono di aver avuto l’idea originale, e quella di Eduardo Saverin, co-fondatore e amico di Zuckerberg, che fu estromesso dall’azienda. Il film intreccia passato e presente — i flashback della fondazione e le deposizioni nel presente — costruendo un ritratto di genio, ambizione e tradimento.

The Social Network è basato su una storia vera?

Basato sul libro ‘The Accidental Billionaires’ di Ben Mezrich, il film si ispira a eventi reali ma è una ricostruzione drammatizzata, non un documentario. Zuckerberg ha smentito alcune versioni dei fatti — in particolare la motivazione sentimentale dell’inizio, con la ragazza che lo lascia. Facebook e Zuckerberg non hanno partecipato al progetto. La struttura dei fatti legali — le cause dei Winklevoss e di Saverin — è reale e documentata.

Chi è Eduardo Saverin e cosa gli è successo davvero?

Eduardo Saverin è il co-fondatore brasiliano di Facebook che fornì il capitale iniziale e fu chief financial officer dell’azienda nei primi anni. Quando Zuckerberg portò Sean Parker come presidente e aprì a nuovi investitori, la quota di Saverin fu diluita — secondo Saverin, deliberatamente e fraudolentemente. La causa fu risolta con un accordo riservato nel 2009: Saverin ottenne una quota stimata tra il 2% e il 5% di Facebook, sufficiente a renderlo miliardario. Oggi vive a Singapore.

I gemelli Winklevoss avevano davvero avuto l’idea di Facebook?

Cameron e Tyler Winklevoss sostengono di aver ingaggiato Zuckerberg per sviluppare HarvardConnection, un social network esclusivo per studenti Harvard, e che Zuckerberg abbia usato quell’idea per creare Facebook mentre li faceva aspettare. Zuckerberg ha sempre negato questa versione. La causa fu risolta nel 2008 per 65 milioni di dollari — una cifra che i Winklevoss cercarono poi di impugnare sostenendo di aver firmato a valutazioni troppo basse. I Winklevoss usarono parte dell’accordo per investire in Bitcoin, diventando poi miliardari anche grazie a quello.

The Social Network: il finale spiegato

Il film si chiude con Zuckerberg solo in una stanza, durante una pausa delle deposizioni, che invia una richiesta di amicizia su Facebook alla ragazza che lo aveva lasciato all’inizio. Aspetta. Ricarica la pagina. Il gesto è perfetto nella sua ironia: l’uomo che ha costruito il sistema di connessione sociale più grande della storia non riesce a connettersi con la persona che voleva raggiungere davvero. Ha vinto tutto. Ha perso quello che voleva.

Chi ha scritto The Social Network?

La sceneggiatura è di Aaron Sorkin, basata sul libro di Ben Mezrich. Sorkin ha vinto l’Oscar per la miglior sceneggiatura non originale. La sua firma è riconoscibile: dialoghi velocissimi, personaggi che parlano come nessuno parla nella vita reale ma come tutti vorrebbero parlare, struttura narrativa che usa i flashback come strumento di tensione drammatica invece che di nostalgia. Sorkin ha dichiarato di non aver mai aperto Facebook durante la scrittura.

Jesse Eisenberg assomiglia davvero a Zuckerberg?

Fisicamente sì, più di quanto ci si aspetterebbe. Ma la somiglianza più profonda è nella qualità intellettuale che Eisenberg porta al personaggio: la velocità del pensiero, il disprezzo per le convenzioni sociali, l’incapacità di capire perché le persone si offendano per cose che lui considera irrilevanti. Zuckerberg ha commentato il film brevemente, dicendo che la sua rappresentazione era ‘inaccurata’ — ma non ha specificato cosa esattamente.

Dove vedere The Social Network in streaming in Italia?

The Social Network è disponibile su Netflix in Italia. È anche acquistabile o noleggiabile su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play Movies. Netflix è la piattaforma più stabile per questo titolo nel mercato italiano — verificare su JustWatch.it per conferma della disponibilità aggiornata.

La colonna sonora di The Social Network: chi l’ha composta?

Trent Reznor e Atticus Ross hanno composto la colonna sonora, vincendo l’Oscar per la miglior colonna sonora originale. È una scelta insolita per un film drammatico — Reznor è il fondatore dei Nine Inch Nails. Il risultato è una partitura elettronica fredda, ansiogena, che trasforma Harvard in un ambiente ostile e Silicon Valley in qualcosa di vagamente minaccioso. È difficile immaginare il film con qualsiasi altra musica.

Quanti Oscar ha vinto The Social Network?

The Social Network ha vinto 3 Oscar su 8 nomination: miglior sceneggiatura non originale (Aaron Sorkin), miglior montaggio (Kirk Baxter e Angus Wall), e miglior colonna sonora originale (Trent Reznor e Atticus Ross). Era considerato il favorito per il miglior film — quell’anno vinse invece Il Discorso del Re, in una delle decisioni più discusse della storia recente degli Oscar.

Sean Parker era davvero come lo mostra il film?

Sean Parker — interpretato da Justin Timberlake — è il fondatore di Napster che nel film appare come una figura carismatica e destabilizzante, capace di convincere Zuckerberg a spostare Facebook a Palo Alto e a marginalizzare Saverin. Parker ha commentato il film dicendo che la sua caratterizzazione era ‘una fantasia di Hollywood’. La realtà è probabilmente più sfumata: Parker era effettivamente una figura influente nei primi anni di Facebook, ma il livello di manipolazione mostrato nel film è una semplificazione narrativa.

Perché The Social Network è considerato un grande film?

Perché riesce a fare qualcosa di raramente riuscito: rendere cinematograficamente avvincente un argomento — la nascita di un sito web — che non lo è. Lo fa attraverso dialoghi straordinari, una regia di Fincher che trasforma ogni ambiente in qualcosa di leggermente sinistro, e un protagonista che è simultaneamente geniale, antipatico, e stranamente simpatico. È il film che ha definito l’estetica visiva e narrativa dell’era della Silicon Valley.

Commenti

Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.

Nessun commento approvato per ora.

Articoli correlati