Il Tagliaerbe – The Lawnmower Man: realtà virtuale, la causa di Stephen King e il film che Pierce Brosnan preferirebbe dimenticare
Jobe taglia l’erba.
Ogni giorno, lo stesso giardino, le stesse strisce ordinate, il lento ronzio della macchina. Non capisce molto del mondo. Non ne ha bisogno. È felice così.
Poi arriva il dottor Angelo con le sue vasche di realtà virtuale e le sue fiale di droghe cognitive. E in pochi mesi Jobe capisce tutto — molto più di quanto avrebbe mai dovuto.
Il Tagliaerbe – The Lawnmower Man (1992) è uno di quei film che i libri di storia del cinema tendono a collocare in una nota a piè di pagina. Troppo rozzo per essere considerato fantascienza seria, troppo visionario per essere liquidato come exploitation. È un film che nel 1992 fece cose che il cinema non aveva mai fatto prima con la grafica computerizzata — e che Stephen King odiò al punto da portare i produttori in tribunale.
Di cosa parla Il Tagliaerbe: la trama dall’inizio
Siamo agli inizi degli anni Novanta. Jobe Smith (Jeff Fahey) è un manovale con ritardo mentale che lavora come tagliaerbe nel villaggio rurale del New Hampshire. Vive sotto la tutela di un prete aggressivo, è gentile con i bambini del vicinato, e non ha la capacità mentale di capire che il suo mondo è molto più piccolo di quello che potrebbe essere.
Il dottor Lawrence Angelo (Pierce Brosnan) lavora per una misteriosa agenzia governativa su un progetto di potenziamento cognitivo che combina droghe sperimentali con sessioni in realtà virtuale. Gli esperimenti funzionano — sulle scimmie. Angelo ha bisogno di un soggetto umano disposto, innocente abbastanza da non fare domande.
Jobe è perfetto.
Angelo inizia a testare su Jobe le stesse droghe e le stesse sessioni VR, ma con una modifica rispetto al protocollo militare originale: la versione “pacifica” delle sostanze, che accelera l’intelligenza senza aumentare l’aggressività. All’inizio tutto va bene. Jobe cresce intellettualmente a una velocità stupefacente — impara lingue, matematica, filosofia in settimane. Si innamora di Marnie (Jenny Wright). La sua consapevolezza si espande.
Il problema è che l’agenzia governativa — che finanzia il progetto in segreto — sostituisce le droghe di Angelo con la versione militare. Quelle che aumentano non solo l’intelligenza ma anche il controllo mentale, l’aggressività, il desiderio di dominare.
La svolta è sottile all’inizio. Jobe inizia a sentire i pensieri degli altri. Può spostarare oggetti con la mente. Può far sì che le persone facciano quello che vuole. Angelo osserva queste abilità con una combinazione di entusiasmo scientifico e orrore crescente — è lo stesso dottor Frankenstein che guarda la sua creatura capire di essere più forte di lui.
Da quel momento Jobe non è più il manovale gentile. È qualcosa di diverso. E quello che è diventato vuole uscire dal corpo e vivere dove nessuno può toccarlo: nella rete informatica globale.
La struttura narrativa del film è deliberatamente quella del mito di Prometeo: un essere ordinario che ottiene un dono che non era pensato per lui, e che non può sopportare. Ma il film non giudica Jobe — mostra invece come il sistema militare-industriale che ha corrotto l’esperimento sia la vera forza antagonista. Angelo voleva fare del bene. L’agenzia governativa voleva un’arma. Jobe è la vittima collaterale di un conflitto tra due visioni della tecnologia.
Jeff Fahey e Pierce Brosnan: i protagonisti
Jeff Fahey era all’apice di una carriera da caratterista di lusso quando accettò il ruolo di Jobe. La sfida era doppia: costruire un personaggio credibile nella fase di innocenza ritardata, e poi trasformarlo progressivamente in una presenza minacciosa e ultraintelligente senza perdere mai il filo della continuità emotiva. Fahey la riesce con più dignità di quanto il film avesse diritto di aspettarsi da lui.
La scena in cui Jobe — appena diventato capace di leggere — si siede su un bordo e recita a memoria un testo di fisica è tra le più riuscite: c’è qualcosa di genuinamente inquietante nel vedere quella mente aprirsi così in fretta, quella voce che trova improvvisamente una profondità che prima non aveva. È il momento in cui il film smette di essere un film di genere qualsiasi e diventa qualcosa di interessante.
Pierce Brosnan stava attraversando un momento di transizione. Il ruolo di James Bond sarebbe arrivato tre anni dopo con GoldenEye (1995). Nel 1992 era ancora il protagonista di serie TV di seconda scelta, e The Lawnmower Man era il tipo di produzione da cui un attore più fortunato si sarebbe tenuto lontano. Brosnan fa il necessario — il dottor Angelo è credibile nella sua scienza e nella sua ingenuità di fronte alle conseguenze delle sue azioni — ma non è il ruolo che lo ha reso celebre, e lo sa.
Jenny Wright interpreta Marnie Burke, la vicina di casa di Jobe che si innamora di lui nella fase di crescita intellettuale e ne diventa l’unico legame umano genuino. Wright era un’attrice della scena horror/thriller indipendente degli anni Ottanta — aveva già lavorato in Near Dark (1987) con una piccola parte — e porta al personaggio una qualità di tenerezza che bilancia il progressivo horror che circonda Jobe. La storia d’amore tra Jobe e Marnie è la componente più umana del film, quella che lo distingue da un semplice horror di trasformazione: Jobe non diventa un mostro perché era sempre un mostro. Diventa qualcosa di incomprensibile perché il sistema che avrebbe dovuto proteggerlo l’ha tradito.
Dean Norris appare in un ruolo minore come il Direttore dell’agenzia governativa. Norris sarebbe diventato celebre vent’anni dopo come Hank Schrader in Breaking Bad: è interessante rintracciare in questo piccolo ruolo burocratico dello stesso tipo di autorità goffa e alla fine impotente che avrebbe interpretato nella grande serie di Vince Gilligan.
La realtà virtuale nel 1992: tra visione e limitazione tecnica
Il 1992 era l’anno zero della realtà virtuale come concetto culturale. Internet non era ancora pubblica. Il World Wide Web aveva meno di un anno. “Cyberspace” era una parola che William Gibson aveva inventato una decina di anni prima in Neuromancer e che pochissime persone usavano al di fuori dei laboratori universitari.
In questo contesto, le sequenze VR di The Lawnmower Man avevano un impatto visivo che oggi è difficile da immaginare. I poligoni rozzi, le texture piatte, i movimenti rigidi — tutto quello che oggi sembra una battuta sui videogiochi degli anni Novanta — nel 1992 era l’unica rappresentazione credibile dello spazio digitale che il cinema avesse mai offerto. Non perché fosse bello. Perché era nuovo.
Brett Leonard aveva capito qualcosa di importante: il cyberspazio non è solo uno sfondo. È un luogo con regole proprie, in cui la fisica è opzionale, in cui il corpo si trasforma in qualcosa di diverso. Le sequenze in cui Jobe e Marnie si incontrano nello spazio VR — con i loro avatar geometrici che si fondono in un’esperienza sensoriale totale — anticipavano concetti che il cinema avrebbe ripreso molto più tardi, e meglio, in eXistenZ di David Cronenberg, in Tron e nel ciclo Matrix.
Il film ricevette nomination ai Saturn Awards per gli effetti speciali proprio per quella capacità di rendere lo spazio digitale fisicamente abitabile — qualcosa che all’epoca pochissimi film avevano tentato.
La firma della Image Machine Productions — la società specializzata in CGI che realizzò le sequenze VR — trasformò il film in un portfolio proof of concept per la grafica computerizzata. Molti dei tecnici che lavorarono su The Lawnmower Man finirono successivamente in produzioni come Jurassic Park (1993) e Terminator 2 (1991, prodotto prima ma uscito nell’anno precedente). Il film è, tra le altre cose, un documento di quel momento specifico in cui Hollywood scopriva che la CGI poteva fare cose che le marionette non potevano.
Stephen King contro Hollywood: la causa che fece scuola
La storia della causa di Stephen King contro New Line Cinema è una delle più interessanti della storia legale di Hollywood, e The Lawnmower Man ne è l’epicentro.
King aveva pubblicato il racconto breve “The Lawnmower Man” nel 1975 nella raccolta “Night Shift”. La storia non aveva nulla a che vedere con la realtà virtuale o il potenziamento cognitivo: era un horror puro, con un tagliaerbe demoniaco che serviva il dio Pan e uccideva chi rifiutava i sacrifici. I produttori di New Line Cinema avevano acquistato i diritti del titolo — non dell’intera storia — e costruito un film completamente diverso.
Quando il film uscì con il nome di Stephen King in evidenza — “Stephen King’s The Lawnmower Man” era il titolo ufficiale — King reagì immediatamente. Non si trattava solo di orgoglio autoriale: il racconto originale era scomparso del tutto, rimpiazzato da una storia di VR e droghe militari che non condivideva nulla con la sua visione.
King vinse la causa. Il tribunale ordinò che il nome dell’autore venisse rimosso dal film e da tutto il materiale promozionale. Fu il primo caso nella storia del cinema americano in circa 70 anni in cui un autore ottenne giudizialmente la dissociazione del proprio nome da un adattamento.
Il precedente legale stabilito dalla causa King-New Line è ancora citato oggi in contratti e dispute su adattamenti. Contribuì a rafforzare le clausole contrattuali che proteggono gli autori dai usi del loro nome per fini commerciali non autorizzati.
Il film come prodotto della sua epoca: Hollywood e la VR negli anni Novanta
The Lawnmower Man arrivò in un momento specifico della storia culturale della tecnologia. Il 1992 era l’anno in cui la realtà virtuale stava transitando dalla ricerca accademica ai laboratori delle grandi aziende tech, e la cultura popolare cercava di capire cosa significasse.
Jaron Lanier — il pioniere della VR che aveva fondato VPL Research alla fine degli anni Ottanta — era già diventato un personaggio mediatico. Riviste come Wired, fondata nel 1993, stavano iniziando a costruire il mito della Silicon Valley come laboratorio del futuro. Il libro “Neuromante” di William Gibson era già un testo di riferimento per chiunque volesse pensare seriamente al digitale.
In questo contesto, The Lawnmower Man era il tentativo di Hollywood di portare quell’immaginario al grande pubblico. Non era il solo: lo stesso anno uscì Sneakers (con Robert Redford), e poco dopo sarebbero arrivati Hackers (1995) e il ciclo Matrix. Tutti questi film cercavano di rispondere alla stessa domanda: come si racconta in immagini un mondo che esiste solo come flusso di dati?
La risposta di Leonard fu la più viscerale e la meno sofisticata: la VR come spazio di trasformazione fisica, come luogo in cui il corpo cambia. Non è la risposta più elegante, ma è quella che ha lasciato le immagini più durature — le geometrie poliedriche, i colori al neon, i movimenti impossibili della fisica digitale. Un’estetica che è entrata nell’immaginario degli anni Novanta molto prima che le tecnologie che descriveva diventassero disponibili.
Brett Leonard alla regia: la visione non convenzionale
Brett Leonard non è un nome che compare nei canoni del cinema di fantascienza. Eppure The Lawnmower Man è un film di un regista con una visione genuina — non rifinita, spesso goffa, ma genuina.
Leonard era ossessionato dall’interfaccia tra mente umana e spazio digitale prima che questa ossessione diventasse un tema mainstream. Aveva già diretto il thriller orroroso The Dead Pit (1989) e sarebbe tornato sul tema della VR con Virtuosity (1995), in cui un’entità digitale violenta — composta dalla personalità di 200 serial killer — fuggiva nella realtà fisica attraverso un corpo sintetico.
Il problema di Leonard era lo stesso del suo antagonista cinematografico: una visione che andava avanti più velocemente della tecnica disponibile per realizzarla. The Lawnmower Man è pieno di scene in cui si capisce cosa il regista voleva fare — e altrettante in cui si capisce che il budget e la tecnologia non gliel’hanno permesso di farlo davvero.
Il film nacque in un momento storico specifico — l’inizio degli anni Novanta, quando la VR sembrava destinata a diventare la prossima rivoluzione tecnologica entro pochi anni — e quella tempestività è sia il suo limite che la sua strana forma di onestà. Non stava inseguendo un trend: stava cercando di anticiparne uno.
Il finale de Il Tagliaerbe spiegato
Il terzo atto è il più debole del film, e anche il più ambizioso.
Jobe, ormai trasformato in qualcosa di irriconoscibile come essere umano, attacca e uccide diverse persone usando i suoi poteri telecinetici. Angelo cerca di fermarlo con ogni mezzo. Marnie viene uccisa. Jobe si disconnette progressivamente dal corpo fisico.
La scena centrale del finale — Jobe che si dissolve nella rete — è concettualmente bellissima e tecnicamente limitata. L’idea che un essere umano potesse abitare il cyberspazio come spazio fisico, abbandonando il corpo biologico come un involucro vuoto, era radicale nel 1992. Non era ancora una questione mainstream. William Gibson l’aveva esplorata in Neuromancer, Neal Stephenson l’avrebbe esplorata in Snow Crash l’anno successivo. Ma il cinema non ci era ancora arrivato.
Il finale aperto — tutti i telefoni del mondo che squillano simultaneamente — è la scena migliore del film. Non risolve nulla. Non spiega dove è finito Jobe, se è vivo o morto o qualcosa di terzo. Dice solo che il processo non è reversibile. Che quello che è entrato nella rete non può uscire dalla stessa porta da cui è entrato.
È un finale che The Lawnmower Man 2 (1996) avrebbe stupidamente annullato con la ricomparsa fisica di Jobe. Ma preso da solo, il finale del primo film è un atto di fede nella fantascienza come genere capace di fare domande a cui non risponde.
Ricezione, box office e vita cult de Il Tagliaerbe
The Lawnmower Man uscì nei cinema americani il 6 marzo 1992 con un budget di circa 10 milioni di dollari. Incassò più di 32 milioni di dollari solo negli Stati Uniti, rendendolo un successo commerciale significativo per una produzione di genere di quella dimensione. A livello mondiale superò i 50 milioni.
La critica fu divisa. Molti recensori faticavano a classificarlo: troppo ambizioso per un B-movie, troppo goffo per essere preso sul serio come fantascienza adulta. Roger Ebert lo definì “visivamente innovativo ma narrativamente rozzo” — una sintesi onesta. I recensori delle riviste specializzate di fantascienza furono più generosi, riconoscendo nella visione del cyberspazio qualcosa di genuinamente nuovo.
Il successo commerciale portò immediamente alla produzione del sequel, che però non sarebbe riuscito a replicare né il coraggio visivo né il budget del primo film.
Il film come documento culturale. Guardato oggi, The Lawnmower Man è soprattutto un documento di un momento storico molto preciso: l’estate del 1991-1992, quando la VR sembrava il prossimo grande salto tecnologico e Internet era ancora un termine da specialisti. Il timore e la fascinazione del film per la tecnologia digitale sono quelli di un’epoca che non sapeva ancora come le tecnologie che stava immaginando avrebbero cambiato il mondo.
In questo senso è un cult non malgrado i suoi limiti ma in parte grazie ad essi: il 1992 parla attraverso ogni inquadratura, ogni textura poligonale, ogni sceneggiatura che tratta il cyberspazio come se fosse davvero lì fuori ad aspettarci. Non c’è nostalgia sentimentale in questo — c’è qualcosa di più onesto: la prova di quanto quella generazione ci credesse davvero.
Il sequel: The Lawnmower Man 2 — Jobe’s War (1996)
Il Tagliaerbe 2 – The Cyberspace (1996) è unanimamente considerato uno dei peggiori followup degli anni Novanta.
Prodotto con un budget ancora più ridotto, senza la presenza di Pierce Brosnan (rimpiazzato da Patrick Bergin nel ruolo di un nuovo scienziato) e senza Jeff Fahey nella stessa configurazione emotiva del primo film, il secondo capitolo cerca di sfruttare la notorietà del titolo senza averne la visione.
Jobe sopravvive agli eventi del primo film e — in modo non specificato — torna con nuovi piani per dominare la rete globale. La critica stroncò il film universalmente. Non è disponibile su nessuna piattaforma streaming di rilievo.
Vale la pena menzionarlo solo per dire: il vero finale di questa storia è quello del 1992.
Dove vedere Il Tagliaerbe in Italia

Il Tagliaerbe (The Lawnmower Man) è disponibile gratuitamente su Plex con pubblicità in Italia. È anche noleggiabile in digitale su Amazon Prime Video, Apple TV e Google Play Movies.
Per chi vuole la versione completa: il Director’s Cut di 142 minuti è disponibile su Tubi (gratuito con pubblicità, servizio USA) e in DVD/Blu-ray in import. La versione Director’s Cut aggiunge 34 minuti di scene che approfondiscono la trama militare, le motivazioni di Angelo e alcune sequenze VR tagliate per ragioni di ritmo nella versione cinematografica.
Il Tagliaerbe e il cinema della realtà virtuale: le connessioni
Il film di Leonard occupa un posto specifico nella genealogia del cyberpunk nel cinema e più in particolare nella tradizione dei film sulla realtà virtuale e sulla mente come territorio digitale.
Tron (1982) di Disney fu il primo film a costruire uno spazio digitale visivamente coerente. Nel cinema d’autore della stessa decade, Ghost in the Shell (1995) di Mamoru Oshii porta la stessa domanda nel registro filosofico: Motoko Kusanagi ha già il corpo che Jobe sogna — pienamente cyborg — e si chiede cosa rimanga dell’identità quando la biologia è già diventata tecnologia. Jobe vuole dissolversi nella rete; Kusanagi teme già di essere la rete. Prospettive opposte sulla stessa frontiera.
Serial Experiments Lain (1998) porta la stessa conclusione nel registro dell’anime sperimentale: Lain si dissolve letteralmente nel Wired — la rete digitale — fino a diventarne il centro e la coscienza. Il Tagliaerbe lo mostra come horror di genere (Jobe nel finale fa squillare tutti i telefoni del mondo come segnale della sua presenza nella rete); Lain lo mostra come meditazione filosofica sull’identità. Il punto d’arrivo è lo stesso: l’essere umano che smette di avere un corpo e diventa rete — un universo interno al computer con proprie regole fisiche. The Lawnmower Man prende quella stessa premessa e la sposta dalla metafora pura al thriller corporale: la mente umana non visita il computer, ci vive dentro.
Virtuosity (1995) è il film successivo di Brett Leonard stesso — un ciclo che il regista ha portato avanti con coerenza. Denzel Washington vs un’entità digitale con un corpo sintetico: stessa logica di The Lawnmower Man, più budget, più rifinitura.
Johnny Mnemonic (1995) porta la stessa visione del cyberspazio come territorio fisicamente pericoloso — con Keanu Reeves nel ruolo di un corriere con un hard disk cerebrale — in un contesto cyberpunk molto più letterario.
eXistenZ (1999) di Cronenberg è il punto di arrivo filosofico più sofisticato di questa tradizione. E nel registro del thriller psicologico, La Cura dal Benessere (2016) di Gore Verbinski è il film che più da vicino condivide con Il Tagliaerbe la struttura dell’esperimento segreto su un soggetto vulnerabile in un’istituzione isolata: in entrambi i casi c’è un sistema che simula la cura per nascondere la predazione, e un protagonista che nel corso del film capisce cosa gli sta succedendo troppo tardi: non solo si può abitare lo spazio digitale, ma ci si può perdere dentro senza sapere di esserci persi.
Neuromancer il romanzo — anche se non ancora il film — è il testo madre di tutto questo. E in un registro diverso, Stati di Allucinazione (Altered States, 1980) di Ken Russell anticipa Il Tagliaerbe in modo sorprendente: anche lì uno scienziato usa sostanze + tecnologia per espandere i limiti della coscienza umana (vasche di deprivazione sensoriale + farmaci allucinogeni), anche lì il confine tra scoperta e distruzione di sé si dissolve progressivamente. Russell lavora in modo più poetico e Russell ha un budget molto più alto, ma la struttura del problema è identica: Gibson aveva inventato il linguaggio con cui questi film parlavano, e ogni visualizzazione del cyberspazio degli anni Novanta gli deve qualcosa.
La domanda che The Lawnmower Man pone — cosa succede quando la mente supera il corpo, quando l’intelligenza non ha più bisogno della carne per esistere — è una delle domande più fertili della fantascienza. Brett Leonard la pose per primo nel cinema mainstream, con tutti i suoi limiti tecnici e tutta la sua goffaggine narrativa.
E Jobe, da qualche parte nella rete, aspetta ancora che qualcuno risponda.
Il film anticipa una domanda che la fantascienza avrebbe posto con sempre maggiore urgenza nei decenni successivi: cosa succede quando l’intelligenza non è più vincolata alla biologia? Non è una domanda che The Lawnmower Man risolve con eleganza — è troppo goffo per questo. Ma ha avuto il coraggio di porla prima degli altri, con le uniche immagini disponibili in quel momento storico: poligoni rozzi, colori violenti, un’estetica da sogno digitale che non assomigliava a niente di ciò che il cinema aveva fatto prima.
Trent’anni dopo, la domanda è ancora aperta. Gli strumenti sono cambiati. La domanda è rimasta.
Domande frequenti su Il Tagliaerbe
Il Tagliaerbe di cosa parla? Jobe Smith (Jeff Fahey), un manovale con ritardo mentale, viene usato come cavia dal dottor Angelo (Pierce Brosnan) in esperimenti di VR e droghe cognitive. Man mano che la sua intelligenza cresce in modo incontrollato, Jobe decide di abbandonare il corpo per vivere nella rete informatica globale.
Perché Stephen King ha fatto causa al film? Il film aveva pochissimo a che fare con il suo racconto breve originale. King vinse la causa nel 1992 e ottenne la rimozione del suo nome da tutto il materiale: il primo autore in 70 anni a riuscirci nel cinema americano.
Chi ha diretto Il Tagliaerbe? Brett Leonard, regista americano. Tornò sul tema VR con Virtuosity (1995).
Chi sono gli attori principali di The Lawnmower Man? Jeff Fahey (Jobe Smith) e Pierce Brosnan (dottor Angelo). Dean Norris — futuro Hank Schrader di Breaking Bad — appare in un ruolo minore.
The Lawnmower Man è fedele al racconto di Stephen King? No. Il racconto originale parla di un tagliaerbe demoniaco alimentato da un antico dio. Non c’è VR né scienza. King vinse la causa per la rimozione del suo nome.
Come finisce Il Tagliaerbe? Jobe si dissolve nella rete informatica globale. Nel finale, tutti i telefoni del mondo squillano simultaneamente — segno che Jobe non è stato completamente eliminato.
La realtà virtuale in The Lawnmower Man è ancora impressionante? Visivamente datata, ma concettualmente avanzata per il 1992. Era il primo film mainstream a visualizzare lo spazio digitale come luogo fisicamente abitabile dalla mente umana.
Dove vedere Il Tagliaerbe in streaming in Italia? Gratuito su Plex con pubblicità. Noleggiabile su Amazon Prime Video, Apple TV, Google Play Movies.
Esiste un sequel di The Lawnmower Man? Sì: Il Tagliaerbe 2 (1996), con Matt Frewer al posto di Jeff Fahey, considerato uno dei peggiori sequel degli anni Novanta. Il vero finale della saga è quello del 1992.
Quanti minuti dura Il Tagliaerbe? 108 minuti la versione cinematografica, 142 minuti il Director’s Cut con 34 minuti di scene aggiuntive.
The Lawnmower Man ha vinto premi? Ha ricevuto due nomination ai Saturn Awards 1993 per effetti speciali e costumi.
The Lawnmower Man ha influenzato altri film? La visualizzazione del cyberspazio come territorio fisicamente abitabile ha influenzato Virtuosity (1995), eXistenZ (1999) e in parte il ciclo Matrix. Il tema del genio digitale che sfugge al controllo è diventato un topos del cinema sci-fi degli anni Novanta.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.