Alice nel Paese delle Meraviglie: guida completa a tutti i film, anime e serie — da Carroll a Tim Burton
C’è un buco nel terreno.
Un buco abbastanza grande da far cadere una bambina, abbastanza buio da non vedere il fondo, abbastanza profondo da dar tempo alle domande di accumularsi durante la caduta. Cosa troverà dall’altra parte? Chi vive lì sotto? Ci sono regole?
Lewis Carroll aprì quel buco nel 1862, durante una gita in barca sul Tamigi, raccontando una storia alla bambina Alice Liddell. Da quel momento non lo ha più chiuso. Alice nel Paese delle Meraviglie — il libro che Carroll pubblicò nel 1865 — è diventato uno dei testi più adattati nella storia della cultura visiva. Film, serie televisive, anime, videogiochi, fumetti, spettacoli teatrali: ogni decennio produce la sua versione di Alice, e ogni versione dice qualcosa di diverso su cosa sia quel posto al di là della tana del bianconiglio.
Questa guida analizza tutti gli adattamenti principali — dai classici alle versioni più radicali — per capire cosa Carroll ha davvero scritto e perché continua a essere tradotto in immagini da più di un secolo.
Lewis Carroll: il matematico che inventò un mondo impossibile
Charles Lutwidge Dodgson — il nome reale di Lewis Carroll — nacque il 27 gennaio 1832 a Daresbury, nel Cheshire. Era il terzo di undici figli di un parroco anglicano. Studiò matematica a Oxford e lì rimase per tutta la vita come professore e diacono del Christ Church College. Non si sposò mai. Era balbuziente in compagnia degli adulti ma parlava fluentemente con i bambini.
Il 4 luglio 1862 Carroll e il suo amico Robinson Duckworth portarono in barca sul Tamigi le tre figlie del decano del Christ Church, Henry Liddell: Lorina (13 anni), Alice (10 anni) e Edith (8 anni). Durante il pomeriggio Carroll inventò sul momento una storia per Alice — la storia di una bambina che cade in una tana e finisce in un mondo surreale. Alice chiese che la storia fosse scritta. Carroll la scrisse e la consegnò ad Alice come regalo di Natale nel 1864, con il titolo Alice’s Adventures Underground. Un anno dopo, rivista ed espansa, fu pubblicata come Alice’s Adventures in Wonderland da Macmillan.
Carroll era un logico. Insegnava logica e algebra. Le assurdità del Paese delle Meraviglie non erano casuali: erano la logica portata alle sue estreme conseguenze, dove le premesse sono vere ma le conclusioni sono assurde. Quando la Regina di Cuori dice “prima la sentenza, poi il processo”, sta applicando una logica coerente con le sue premesse (lei ha tutto il potere) ma assurda per qualsiasi sistema di giustizia reale. Carroll stava satirizzando la burocrazia, il sistema legale, l’educazione vittoriana — ma attraverso la logica, non attraverso la denuncia diretta.
Il secondo libro, Through the Looking-Glass (1871), porta Alice in un mondo del Rovescio dove tutto funziona al contrario. La struttura è una scacchiera: Alice avanza da pedone a regina attraverso incontri con figure degli scacchi. Carroll inserisce Humpty Dumpty con il suo dialogo sul linguaggio (“Quando io uso una parola, significa esattamente quello che voglio che significhi”), il Cavaliere Bianco con la sua melanconia, i Gemelli Tweedledee e Tweedledum che discutono di filosofia.
Entrambi i libri sono contemporaneamente per bambini e per adulti. I bambini seguono Alice attraverso il senso del meraviglioso e dell’assurdo. Gli adulti riconoscono la satira politica e la critica sociale. È questa doppia natura che ha reso il testo così adattabile: ogni generazione e ogni cultura può trovare il proprio livello di lettura.
Il classico animato Disney (1951): 13° capolavoro e primo grande flop
Il 13° classico Disney — Alice nel Paese delle Meraviglie (1951) — fu il progetto che Walt Disney aveva cullato per quasi vent’anni. L’idea era nata negli anni Trenta, era passata attraverso un concept con Mary Pickford come Alice live-action, e aveva aspettato fino al dopoguerra per trovare la forma definitiva: un lungometraggio animato puro, 75 minuti, 14 canzoni originali.
La produzione iniziò nel 1946 con una tecnica innovativa: gli attori — tra cui Kathryn Beaumont (Alice), Ed Wynn (il Cappellaio Matto) e Sterling Holloway (il Gatto del Cheshire) — furono filmati live-action come riferimento per gli animatori. Ogni scena di Alice fu prima recitata in costume, poi tradotta in animazione. Il risultato è una fluidità nei movimenti che distingue questo film dai classici precedenti.
Disney combinò i due libri di Carroll in un unico racconto, tagliando personaggi ritenuti meno animabili: Humpty Dumpty, la Tartaruga Mock, il Grifone. La scelta fu dettata dal ritmo: 75 minuti non permettevano di includere tutto. Quello che rimase — il Cappellaio Matto, la Lepre Marzolina, la Regina di Cuori, il Gatto del Cheshire — divenne il catalogo iconografico standard di Alice per le generazioni successive.
Il film uscì il 28 luglio 1951 e fu un flop commerciale: budget 3 milioni di dollari, incasso domestico 2, 4 milioni. Walt Disney lo detestava, definendolo “troppo freddo” — il pubblico non riusciva ad amare Alice nel modo in cui aveva amato Cenerentola o Biancaneve. Aveva ragione almeno in parte: Alice non soffre, non perde nessuno, non cresce in modo tradizionale. È curiosa, e basta.
La rivincita arrivò negli anni Sessanta, quando il film fu rilancato in sala e incontrò la cultura psichedelica. I Jefferson Airplane campionarono White Rabbit, Grace Slick cantò “feed your head”. Il Paese delle Meraviglie diventò metafora del viaggio lisergico — una lettura che Carroll non aveva pianificato ma che il testo, con la sua logica distorta e i funghi che fanno cambiare le dimensioni, sembrava permettere.
Oggi il classico Disney del 1951 è il parametro visivo di riferimento per qualsiasi versione di Alice. Le rose rosse vernicate di bianco, il cappello del Cappellaio Matto, il sorriso del Gatto del Cheshire — queste immagini sono diventate così codificate che quasi ogni adattamento successivo si posiziona rispetto a loro.
Tim Burton e il Paese delle Meraviglie (2010-2016): la versione blockbuster
Sessant’anni dopo il classico Disney, Tim Burton reinventò Alice come storia di formazione per adulti. Alice in Wonderland (2010) non è un remake del film del 1951 ma un sequel: Alice Hamilton ha 19 anni e ritorna nell’Underland — il vero nome del Paese delle Meraviglie, che da bambina aveva capito male — per compiere una profezia: uccidere lo Jabberwocky e liberare il regno dalla Regina Rossa.
La scelta di Burton fu radicale: rendere esplicito il tema che Carroll aveva lasciato implicito. Alice, nel libro, è una bambina curiosa che naviga un mondo di regole assurde. Alice di Burton è una giovane donna che deve capire chi è, cosa vuole, e come resistere alle pressioni sociali che le dicono di essere qualcun altro. Il film non parla del Paese delle Meraviglie: parla di una donna che impara a scegliere per sé.
Mia Wasikowska portò ad Alice una qualità di presenza radicata che la scena richiedeva — circondata da creature digitali, costumi eccessivi, fondali CGI, doveva essere l’unico centro di gravità reale del film. Johnny Depp come Cappellaio Matto con i capelli rossi (riferimento all’avvelenamento da mercurio dei cappellai dell'800) fu l’elemento più discusso — troppo diverso dall’originale per alcuni, perfettamente coerente con l’estetica burtoniana per altri. Helena Bonham Carter come Regina Rossa con la testa ingrandita digitalmente fu la performance più memorabile.
Il film incassò oltre un miliardo di dollari — terzo film più visto del 2010. Vinse tre Oscar: Miglior Costumi (Colleen Atwood), Miglior Scenografia, Migliori Effetti Visivi. Rotten Tomatoes segnò il 50% dalla critica professionale, che trovò la sceneggiatura troppo lineare rispetto all’anarchia di Carroll.
Il sequel, Alice attraverso lo specchio (2016), fu diretto da James Bobin (non Burton, che rimase solo produttore). Introduce il personaggio di Tempo (Sacha Baron Cohen) come antagonista e un plot sul viaggio nel tempo — invenzione del film, non presente in Carroll. Il risultato fu deludente: 30% su Rotten Tomatoes, 300 milioni di incasso su 170 milioni di budget. Il cambio di regia si sentì.
Il dittico Burton/Bobin rimane la versione di Alice più vista dal grande pubblico contemporaneo — e per molti è il primo incontro con il Paese delle Meraviglie fuori dalla versione Disney.
Jan Švankmajer (1988): il Paese delle Meraviglie come inconscio infantile
Quattro anni prima del film di Burton — e quarant’anni dopo il classico Disney — il cineasta ceco Jan Švankmajer girò la versione più radicale mai realizzata di Alice. Neco z Alenky (1988) — “Qualcosa da Alice” — non è un adattamento: è un prelievo. Švankmajer prese i personaggi e la struttura di Carroll e li ricostruì con il suo linguaggio visivo: stop-motion con oggetti reali.
Il Bianconiglio è un coniglio impagliato che perde la segatura dal ventre. Il Bruco è una calza bianca trasparente con occhi di vetro e una dentiera. Il Cappellaio Matto è un manichino di legno. Nessun colore vivace, nessuna canzone. Solo oggetti morti che si animano in spazi grigi e claustrofobici.
La scelta più insolita: Kristýna Kohoutová, l’unica attrice in carne e ossa, presta la sua voce a tutti i personaggi — non solo ad Alice. Il Bianconiglio parla con la sua voce. Il Bruco parla con la sua voce. È una scelta filosofica: in un sogno, chi parla con tutte le voci se non il sognatore stesso? Il Paese delle Meraviglie di Švankmajer è l’inconscio di Alice — tutti i personaggi sono parti di lei.
Švankmajer era un artista ceco sotto censura del regime comunista cecoslovacco. La produzione di Neco z Alenky fu affidata a una società svizzera (Condor Films di Berna) per aggirare i controlli statali. Il film era anche una metafora politica: il Paese delle Meraviglie come sistema di regole arbitrarie, la Regina che condanna a caso, il potere senza logica — tutto questo suonava molto diverso a chi viveva in una dittatura.
Il film vinse il Grand Prix al Festival di Annecy nel 1989. Ha un 96% su Rotten Tomatoes. Non è mai stato un successo commerciale, ma è tra i film più studiati nelle università di cinema come esempio di animazione surrealista.
Alice (Syfy, 2009): il Paese delle Meraviglie come distopia delle emozioni
Nel dicembre 2009, il canale Syfy trasmise Alice — una miniserie in due parti scritta, diretta e prodotta da Nick Willing. Il Paese delle Meraviglie, qui, è una città futuristica verticale dove la Regina di Cuori (Kathy Bates) governa attraverso un sistema di estrazione emotiva: le emozioni vengono prelevate dagli esseri umani catturati dal mondo reale, trasformate in sostanze chimiche, e vendute come droghe ai residenti.
Alice Hamilton — Caterina Scorsone — è un’istruttrice di judo che segue il suo ragazzo scomparso attraverso uno specchio. Hatter — Andrew-Lee Potts — è un trafficante del mercato nero. Tim Curry è il Dodo politico. Harry Dean Stanton è il Bruco saggio e malinconico.
È la versione più esplicitamente politica di Alice: il capitalismo predatorio che estrae emozioni invece di lavoro, la dipendenza come sistema di controllo, il Paese delle Meraviglie come stato totalitario. Un’idea che ha guadagnato pertinenza nei due decenni successivi — l’economia delle piattaforme digitali che valorizzano le reazioni emotive degli utenti non è lontana dal sistema della Regina di Cuori.
La miniserie ricevette nomination agli Emmy ma non è mai stata distribuita capillarmente in Italia. Rimane un oggetto di culto per chi la conosce.
Fushigi no Kuni no Alice (1983): l’anime più fedele, la sigla di Cristina D’Avena
Mentre Disney semplificava e Burton reinventava, l’animazione giapponese degli anni Ottanta fece qualcosa di più semplice e più ambizioso: adattare Carroll il più fedelmente possibile.
Fushigi no Kuni no Alice — coproduzione giapponese-tedesca tra Nippon Animation e Apollo Film — andò in onda su TV Tokyo da ottobre 1983 a marzo 1984 per 52 episodi. Copre entrambi i romanzi di Carroll, include Humpty Dumpty e il suo dialogo sul linguaggio, la Tartaruga Mock e il Grifone, la struttura a scacchi del secondo libro, il Cavaliere Bianco con la sua canzone malinconica.
In Italia arrivò nel 1986 su Italia 1 con il doppiaggio realizzato da Merak Film. La sigla — “Nel paese delle meraviglie” — fu cantata da Cristina D’Avena ed è rimasta uno dei brani più riconoscibili della TV italiana degli anni Ottanta. La voce italiana di Alice fu quella di Debora Magnaghi. La serie fu replicata per anni su Canale 5, JimJam e Nickelodeon.
L’anime ha una qualità artigianale che le produzioni computer degli anni successivi non sempre replicano: fondali dipinti a mano, un ritmo narrativo più lento e meditativo, personaggi dal design shōjo tipicamente anni Ottanta. Non è visivamente eclatante come il Disney o visivamente disturbante come Švankmajer — è qualcosa di intermedio, fedele e delicato, che lascia spazio al testo di Carroll di emergere.
Il simbolismo di Alice: tana del bianconiglio, specchi e carte da gioco
Perché Alice nel Paese delle Meraviglie continua ad affascinare? La risposta è nel simbolismo — un simbolismo aperto, che permette infinite interpretazioni.
La tana del bianconiglio è il passaggio tra due stati: ordine e caos, razionale e irrazionale, conscio e subconscio. Seguire il bianconiglio significa abbandonare la certezza del mondo conosciuto per inseguire qualcosa di incomprensibile. Carroll usava la metafora per descrivere la curiosità — l’impulso che porta ad esplorare anche quando non si capisce dove si sta andando. Matrix ha usato la stessa metafora: “segui il coniglio bianco”, poi la pillola rossa. È la stessa struttura narrativa: qualcuno viene invitato a vedere la verità oltre la superficie del mondo conosciuto.
Lo specchio — protagonista del secondo libro di Carroll — è la soglia tra il mondo reale e il suo Rovescio. In Through the Looking-Glass, tutto funziona al contrario: per andare avanti bisogna andare indietro, per restare fermi bisogna correre. Lo specchio come passaggio tra mondi è uno dei simboli più utilizzati nella cultura popolare — in ogni versione cinematografica di Alice è presente, dalla Syfy 2009 al film di Burton.
Le carte da gioco — la corte della Regina di Cuori nel primo libro — sono una gerarchia di potere che ha senso solo all’interno di se stessa. Il Re, la Regina, i Fanti: tutti eseguono ordini, tutti vivono nel terrore, tutti partecipano a un gioco le cui regole non hanno senso se si guarda dall’esterno. Carroll stava satirizzando la corte vittoriana. Alice in Borderland ha utilizzato le carte da gioco in modo letterale: le quattro suite e i valori numerici delle carte determinano le prove del survival game. Il Bianconiglio, Arisu, il Borderland — la connessione tra l’opera di Haro Aso e il testo di Carroll è esplicita e rivendicata: Arisu è il nome giapponese di Alice, e il Borderland è un Paese delle Meraviglie in cui le regole arbitrarie del gioco hanno conseguenze reali di vita o morte.
Alice nel cinema e nella cultura popolare: dal coniglio di Matrix a Borderland
L’influenza di Alice nel Paese delle Meraviglie sulla cultura visiva del Novecento e del Duemila è difficile da misurare nella sua completezza. Alcune tracce sono esplicite, altre implicite.
Matrix (1999) usa la metafora della tana del bianconiglio in modo diretto: Morpheus chiede a Neo di “seguire il coniglio bianco”, poi gli offre la pillola rossa (il corrispondente della tana: la strada verso la verità) e la pillola blu (restare nel mondo costruito, come restare nel giardino con la sorella prima che Alice veda il Bianconiglio). Il Paese delle Meraviglie di Carroll — mondo costruito con regole proprie che non corrispondono alla realtà — è una metafora della Matrice.
Il coniglio bianco come innesco narrativo è tornato nella serialità televisiva in forme inattese. In Blind Spot (NBC, 2015-2020), nell’ultima stagione Jane Doe — in preda alle allucinazioni causate dal veleno ZIP — segue un coniglio bianco attraverso i corridoi della sede FBI fino alla soluzione del caso. Non è un omaggio casuale: il coniglio di Carroll è diventato un archetipo universale del “segui qualcosa che non capisci per arrivare dove non saresti mai arrivato razionalmente”. Carroll ha consegnato alla narrativa moderna un dispositivo drammaturgico che funziona in qualsiasi genere — fantascienza, thriller, horror, dramma televisivo.
I Simpson ci sono tornati sopra più volte, ma la citazione più precisa è nella sigla di apertura di Treehouse of Horror XXIV (S25E02, 2013), diretta da Guillermo del Toro: Lisa cade nella tana del Bianconiglio in stile fedele al classico Disney del 1951 — stesso movimento, stessa palette cromatica, stessa Alice in caduta libera. In tredici secondi di omaggio, la sigla comprime cinquant’anni di immaginario visivo legato a Carroll e dimostra quanto quella sequenza del 1951 sia diventata il canone visivo assoluto del personaggio.
Alice in Borderland (manga 2010-2016, serie Netflix dal 2020) è l’adattamento contemporaneo più significativo. Non è una versione fedele ma una reinterpretazione: Arisu cade in un Tokyo vuoto (la tana del bianconiglio), le prove seguono le suite delle carte da gioco (la logica della corte della Regina), il Borderland è un mondo con regole proprie incomprensibili dall’esterno (il Paese delle Meraviglie). Il collegamento è thematico, filosofico, e nominale — Arisu/Alice — e rende Alice in Borderland l’erede più creativo e originale del testo di Carroll nel cinema e nella televisione degli ultimi anni.
American McGee’s Alice (videogioco, 2000) e il suo sequel Alice: Madness Returns (2011) portano il Paese delle Meraviglie in un territorio horror psicologico: Alice adulta, internata in un ospedale psichiatrico dopo il trauma per la morte dei genitori, si rifugia nel Paese delle Meraviglie come difesa mentale — ma il Paese delle Meraviglie è corrotto quanto la sua psiche.
In ogni versione, il meccanismo è lo stesso: Carroll ha creato un contenitore abbastanza aperto da contenere qualsiasi significato — politico, psicologico, esistenziale — e la cultura visiva continua a riempirlo con i propri significati.
Quale versione di Alice vedere per prima? Guida ragionata
Se stai avvicinando per la prima volta al mondo di Alice nel Paese delle Meraviglie o vuoi scoprire le versioni meno conosciute, ecco una guida in ordine consigliato:
1. Il testo originale — Alice’s Adventures in Wonderland (1865) e Through the Looking-Glass (1871) di Lewis Carroll sono disponibili in italiano in decine di edizioni economiche. Leggere Carroll prima di qualsiasi film permette di capire cosa ogni adattamento ha scelto di mantenere e cosa ha eliminato.
2. Alice nel Paese delle Meraviglie (Disney, 1951) — su Disney+. Il punto di partenza visivo obbligatorio. 75 minuti, 14 canzoni, l’estetica che ha definito i personaggi per il grande pubblico.
3. Alice di Švankmajer (1988) — su MUBI periodicamente. Il contrasto più netto con Disney: stop-motion, oggetti morti, nessuna canzone. Per capire quanto Carroll sia aperto a interpretazioni radicalmente diverse.
4. Alice in Wonderland (Tim Burton, 2010) — su Disney+. La versione blockbuster, con Mia Wasikowska e Johnny Depp. Tre Oscar tecnici, un miliardo al botteghino.
5. Alice attraverso lo specchio (2016) — su Disney+. Il sequel con James Bobin e Sacha Baron Cohen come Tempo. Meno riuscito, ma interessante come punto di confronto.
6. Alice (Syfy, 2009) — su DVD o Pluto TV. La miniserie distopica con Kathy Bates come Regina di Cuori. La versione più esplicitamente politica.
7. Fushigi no Kuni no Alice (1983) — su YouTube (versioni non ufficiali). L’anime giapponese con la sigla di Cristina D’Avena. Il più fedele a Carroll, con i personaggi che Disney aveva tagliato.
Dove vedere Alice nel Paese delle Meraviglie in Italia: guida alle piattaforme


Su Disney+ (abbonamento standard):
- Alice nel Paese delle Meraviglie (1951) — classico animato Disney
- Alice in Wonderland (2010) — film di Tim Burton
- Alice attraverso lo specchio (2016) — sequel di James Bobin
Su MUBI (abbonamento o noleggio singolo):
- Alice (1988) di Jan Švankmajer — periodicamente in catalogo
Su YouTube (versioni non ufficiali):
- Fushigi no Kuni no Alice (1983) — molti episodi della versione italiana
Su DVD/Blu-ray (acquisto):
- Tutti i titoli sopra elencati, più Alice (Syfy 2009) in importazione
Su Pluto TV (gratuito con pubblicità):
- Alice (Syfy 2009) — periodicamente disponibile nel catalogo Syfy
Difficile da trovare in streaming italiano:
- Alice (Syfy 2009) e Fushigi no Kuni no Alice (1983) non sono sulle piattaforme principali italiane.
Domande frequenti su Alice nel Paese delle Meraviglie
Quanti adattamenti di Alice nel Paese delle Meraviglie esistono? Decine. I principali: il classico animato Disney (1951), il film di Tim Burton (2010), il sequel del 2016, il film di Švankmajer (1988), la miniserie Syfy (2009), l’anime del 1983. Esistono anche versioni teatrali, operistiche, videoludiche e fumettistiche.
Dove vedere Alice nel Paese delle Meraviglie in streaming? Disney (1951) e Burton (2010, 2016) sono su Disney+. Švankmajer su MUBI. L’anime del 1983 su YouTube (non ufficiale). La Syfy su DVD o Pluto TV.
Qual è il migliore film di Alice nel Paese delle Meraviglie? Per la magia visiva: Disney 1951 o Burton 2010. Per la fedeltà a Carroll: anime 1983. Per l’interpretazione radicale: Švankmajer 1988. Per la distopia: Syfy 2009.
Qual è il film più fedele al libro di Carroll? L’anime giapponese del 1983 (Fushigi no Kuni no Alice): 52 episodi che coprono entrambi i romanzi con Humpty Dumpty, la Tartaruga Mock e il Grifone.
Di cosa parla il libro originale? Alice cade in una tana del bianconiglio e finisce in un mondo dove la logica funziona al contrario. Carroll — professore di matematica a Oxford — usava l’assurdità per satirizzare la burocrazia, il sistema legale e l’educazione vittoriana.
Chi ha scritto Alice nel Paese delle Meraviglie? Lewis Carroll (pseudonimo di Charles Dodgson), professore di matematica a Oxford. La storia fu raccontata per la prima volta il 4 luglio 1862 durante una gita in barca alla bambina Alice Liddell.
Alice nel Paese delle Meraviglie è per bambini o adulti? Entrambi — ma per ragioni diverse. I bambini seguono l’avventura, gli adulti colgono la satira politica e la logica matematica. La maggior parte degli adattamenti semplifica per i bambini; Švankmajer e Syfy sono per adulti.
Cosa significa “segui il coniglio bianco”? Abbandonare la certezza per inseguire l’ignoto. Matrix usa questa metafora esplicitamente: Morpheus invita Neo a seguire il coniglio bianco prima di offrirgli la pillola rossa.
Alice nel Paese delle Meraviglie ha un sequel? Sì — Through the Looking-Glass (1871). Tim Burton produsse il film sequel Alice attraverso lo specchio (2016), diretto da James Bobin.
Chi è la vera Alice di Lewis Carroll? Alice Liddell (1852-1934), figlia del decano del Christ Church College di Oxford, dove Carroll insegnava matematica.
Alice in Borderland c’entra con Alice nel Paese delle Meraviglie? Sì — il nome Arisu è il giapponese di Alice, il Borderland funziona come un Paese delle Meraviglie distorto con regole arbitrarie e carte da gioco come struttura. Il collegamento è esplicito nell’opera di Haro Aso.
Qual è il miglior ordine per vedere tutti gli adattamenti? Leggere i libri → Disney 1951 → Švankmajer 1988 → Burton 2010 → Burton/Bobin 2016 → Syfy 2009 → Fushigi no Kuni no Alice 1983.
La logica matematica di Carroll: il nonsense come sistema
Un aspetto spesso trascurato negli adattamenti visivi di Carroll è che il nonsense del Paese delle Meraviglie non è casuale — è logicamente coerente all’interno delle proprie premesse. Carroll era un matematico e un logico. Il suo nonsense è il risultato di premesse applicate con rigore fino alle loro conseguenze assurde.
La Corsa del Caucus: se tutti hanno bisogno di asciugarsi dopo essere caduti nel lago di lacrime, e il modo più efficiente per asciugarsi è correre, allora tutti devono correre. Ma quanto? Il Dodo risponde che tutti corrono fino a quando si asciugano — il che è logicamente corretto data la premessa. Chi vince? Tutti, perché tutti si sono asciugati. La struttura del ragionamento è impeccabile; solo la premessa è bizzarra.
Humpty Dumpty e il linguaggio: “Quando io uso una parola, quella parola significa esattamente quello che voglio che significhi — né più né meno. " La questione è chi comanda. Carroll stava descrivendo il potere semantico — il fatto che chi controlla il significato delle parole controlla la realtà descritta da quelle parole. È una riflessione sulla retorica politica che nel 1871 era già sofisticata e che nel 2026 suona più attuale che mai.
La Regina di Cuori e il “prima la sentenza, poi il processo”: è una logica assurda dal punto di vista del diritto, ma logicamente coerente se si assume che la Regina abbia ragione per definizione. Se il potere è assoluto, allora la sentenza non ha bisogno del processo — la sentenza È il processo. Carroll satirizzava i sistemi di giustizia in cui la conclusione è nota in anticipo.
Questa qualità logica del testo di Carroll è la ragione per cui resiste a interpretazioni così diverse. Non è un testo vago — è un testo preciso che usa la precisione per arrivare all’assurdo. Ogni adattamento che tradisce questa precisione — che trasforma il Paese delle Meraviglie in un posto semplicemente “strano” invece che in un posto con una sua logica interna — perde qualcosa di essenziale.
Gli adattamenti perduti: versioni che non si trovano facilmente
Oltre agli adattamenti principali analizzati in questa guida, Alice ha una storia di versioni minori, rare e dimenticate che vale la pena menzionare.
Alice in Wonderland (1903): il film più antico di Alice in Wonderland, diretto da Cecil Hepworth e Percy Stow. È uno dei primi film di fiction della storia del cinema — pochi minuti di pellicola silenziosa che mostrano Alice che segue il Bianconiglio. Il film è sopravvissuto ed è disponibile in archivi digitali. Non è un’opera artistica nel senso moderno ma è un documento storico: Carroll era ancora vivo (morì nel 1898) quando il cinema fu inventato, e questa versione fu realizzata solo cinque anni dopo la sua morte.
Alice in Wonderland (1933): versione live-action americana con Gary Cooper come il Cavaliere Bianco e Cary Grant come il Cavaliere Scaramuccia. Un cast straordinario per un film quasi dimenticato — la tecnologia del trucco dell’epoca rendeva i personaggi di Carroll più inquietanti che meravigliosi.
Alice nel paese delle meraviglie (1976): adattamento musicale con Fiona Fullerton, Robert Helpmann e Spike Milligan. Produzione britannica di qualità medio-bassa ma con una colonna sonora originale interessante.
American McGee’s Alice (2000): videogioco che merita menzione per l’influenza sulla reinvenzione dark di Alice nella cultura popolare. Alice adulta, traumatizzata dalla morte dei genitori, è internata in un ospedale psichiatrico e si rifugia nel Paese delle Meraviglie — ma il suo subconscio lo ha trasformato in un incubo. Il design del Paese delle Meraviglie di McGee — dark, industriale, gotico — anticipa visivamente molte delle scelte di Tim Burton nel 2010.
Once Upon a Time in Wonderland (ABC, 2013): spin-off televisivo del franchise Once Upon a Time che porta Alice nel mondo di quella serie. Tre stagioni, poi cancellata. Disponibile su Disney+.
I libri di Carroll: leggere la fonte prima dei film
Prima di qualsiasi adattamento, vale la pena leggere i testi originali di Lewis Carroll:
Alice’s Adventures in Wonderland (1865) è disponibile in italiano in decine di edizioni. La traduzione più nota è quella di Masolino D’Amico (Mondadori). Il testo è breve — poco più di 100 pagine — e si legge in una sera. Le illustrazioni originali di John Tenniel sono parte integrante dell’opera: Carroll e Tenniel lavorarono insieme e le immagini non sono decorazioni ma interpretazioni.
Through the Looking-Glass (1871) è il sequel, leggermente più lungo e strutturato sulla logica degli scacchi. Include Humpty Dumpty, il Cavaliere Bianco, i Gemelli Tweedledee e Tweedledum. La poesia che apre il libro — Jabberwocky — è un capolavoro di nonsense che Carroll costruì usando parole inventate che suonano come se avessero senso: “brillig”, “slithy toves”, “gyre and gimble in the wabe”. Tradurre Jabberwocky in italiano è una delle sfide di traduzione più celebrate nella letteratura.
Carroll aprì un buco nel 1862 e non lo ha mai chiuso.
Ogni decade manda qualcuno a vedere cosa c’è dall’altra parte: Disney mandò una bambina che cantava, Burton mandò una donna che imparava a scegliere, Švankmajer mandò qualcuno che non tornerà mai del tutto, Willing mandò un’agente speciale in una distopia, il Giappone mandò un’Alice che parlava con la voce di Cristina D’Avena.
Tutti trovano qualcosa di diverso. Il testo è abbastanza grande da contenerli tutti.
Probabilmente non smette qui.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.