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La terza madre spiegata: il finale della Trilogia delle Tre Madri di Argento

Mater Lachrymarum scatenata su Roma: la conclusione controversa della trilogia iniziata con Suspiria
2007 ⭐ 4.5/10
La terza madre spiegata: il finale della Trilogia delle Tre Madri di Argento
Anno 2007
Regia Dario Argento
Generi Horror
Cast Asia Argento, Moran Atias, Cristian Solimeno, Adam James, Philippe Leroy

Trent’anni dopo Suspiria (1977), la trilogia si chiude.

Trent’anni in cui la seconda madre — Mater Tenebrarum — aveva avuto il suo capitolo con Inferno (1980), e la terza era rimasta in attesa. Mater Lachrymarum, la Madre delle Lacrime, la più potente delle tre, la cui dimora è Roma.

La terza madre (2007) è il film con cui Dario Argento completa quello che aveva iniziato nel 1977. Non è all’altezza di Suspiria. Ma è onesto nel suo tentativo di chiudere un cerchio che aveva aspettato tre decenni.

Le Tre Madri: la mitologia di Argento

La mitologia delle Tre Madri è una delle costruzioni più originali del cinema horror europeo — e quasi interamente una creazione di Argento (con il contributo di Daria Nicolodi per il soggetto originale di Suspiria).

Il punto di partenza è reale: Thomas De Quincey, nel saggio Suspiria de Profundis (1845), aveva descritto tre figure femminili allegoriche — Mater Suspiriorum, Mater Lachrymarum, Mater Tenebrarum — come personificazioni di diverse forme di dolore umano. Argento prese quelle figure letterarie e le trasformò in entità concrete, streghe potentissime che vivevano in edifici specifici in diverse città del mondo.

La logica della trilogia:

  • Suspiria (1977): Mater Suspiriorum, l’accademia di danza di Friburgo. La più elaborata visivamente, la più onirica.
  • Inferno (1980): Mater Tenebrarum, il palazzo di New York. La più oscura e anti-narrativa, influenzata da Mario Bava.
  • La terza madre (2007): Mater Lachrymarum, Roma. La più esplicita nella violenza, la più contemporanea.

Ogni film ha un suo stile e un suo tono. Non condividono personaggi principali — solo la mitologia. Sono capitoli di uno stesso universo più che sequel nel senso convenzionale del termine.

Vale la pena soffermarsi su come Argento abbia elaborato la fonte letteraria nel corso dei trent’anni. In Suspiria, le Madri sono presenti solo per implicazione — il nome di Mater Suspiriorum compare quasi di passaggio, e la strega vera e propria appare solo nel finale e quasi mai in forma chiaramente umana. In Inferno, la mitologia viene esplicitata attraverso il libro di Varelli, ma Mater Tenebrarum rimane largamente fuori campo, una presenza più che un personaggio. La terza madre sceglie di rendere Mater Lachrymarum visibile, fisica, presente — una donna in carne e ossa che cammina per Roma, che parla ai suoi seguaci, che si mostra invece di nascondersi.

Questa progressione dalla suggestione alla presenza è una scelta narrativa che riflette il cambiamento del cinema horror nel mezzo secolo che separa Suspiria dalla Terza Madre. Il pubblico del 1977 era abituato all’horror che si costruiva sull’assenza — su quello che non si vede. Il pubblico del 2007 si aspettava presenza, fisicità, confronto diretto. Argento ha adattato il terzo capitolo al suo tempo, nel bene e nel male.

La trama: l’urna ritrovata e il risveglio di Roma

Sarah Mandy (Asia Argento) è una restauratrice americana che lavora a Roma con il padre Michael Pierce (Adam James), conservatore di arte antica al museo. Quando viene ritrovata nei pressi di Viterbo un’antica urna sigillata, qualcosa di oscuro si scatena: l’urna contiene la tunica di Mater Lachrymarum, la terza e più potente delle Tre Madri.

Il risveglio di Mater Lachrymarum — interpretata da Moran Atias — trasforma Roma in una città in preda al caos: suicidi, violenze, atti di follia collettiva. La strega raduna un esercito di adoratori e demoni. Sarah scopre di avere poteri ereditati da sua madre — una strega bianca — che la proteggono da Mater Lachrymarum e le permettono di combatterla.

Il film segue la struttura del survival horror più che del giallo: Sarah deve sopravvivere e trovare un modo per fermare la strega, mentre Roma intorno a lei precipita nel caos. La logica narrativa è più diretta di Suspiria o Inferno — meno onirica, più immediata — ma anche meno elaborata.

Asia Argento: terza collaborazione col padre

Asia Argento è protagonista per la terza volta in un film del padre — dopo La sindrome di Stendhal (1996) e prima di Dracula 3D (2012) e Occhiali neri (2022) dove apparirà in ruoli minori.

Sarah Mandy è un personaggio diverso da Anna Manni di Stendhal: meno psicologicamente complesso, più funzionale alla trama. È la protagonista che scopre i propri poteri, che combatte il male, che sopravvive — uno schema più convenzionale del horror rispetto al dramma psicologico di Stendhal.

Asia Argento porta al personaggio la sua qualità specifica: un’apertura emotiva che funziona anche quando il personaggio non ha molto spazio psicologico. La sua Sarah sembra reale anche nelle situazioni più inverosimili — una qualità che non tutti gli attori riescono a portare nel cinema di genere puro.

La presenza di Philippe Leroy come padre di Sarah aggiunge una dimensione di protezione paterna che si rispecchia nella relazione reale tra Dario e Asia Argento — un doppio livello di lettura che il film non esplicita ma che è impossibile non vedere.

Moran Atias: Mater Lachrymarum come bellezza devastante

La scelta di Moran Atias per il ruolo di Mater Lachrymarum è una delle più azzeccate del film.

La terza madre non è deforme — è bellissima. Questo è coerente con la mitologia: le Tre Madri di Argento non sono le streghe grottesche della tradizione fiabesca ma figure di potere primordiale che si manifestano in forme che l’occhio umano non riesce a interpretare correttamente come minaccia. Mater Suspiriorum in Suspiria è un’anziana; Mater Tenebrarum in Inferno è una presenza più che una persona; Mater Lachrymarum è giovane, attraente, circondata da adoratori.

Atias porta al personaggio una qualità di distanza — la bellezza come indifferenza assoluta, la crudeltà come naturale come la respirazione. Non è un villain che vuole qualcosa di specifico: è un’entità che esiste e che, esistendo, distrugge. La performance è limitata dal fatto che il personaggio ha poco spazio per svilupparsi narrativamente, ma visivamente è efficace.

Il confronto con Suspiria: cosa è cambiato in trent’anni

Il confronto con Suspiria (1977) è inevitabile — e La terza madre ne esce in perdita.

La differenza non è solo di qualità cinematografica ma di approccio fondamentale. Suspiria usava la violenza raramente, in modo chirurgico — ogni sequenza di omicidio era un evento visivo elaborato, con musica e colori che la trasformavano in qualcosa di più di una semplice uccisione. La terza madre usa la violenza più spesso e più esplicitamente, avvicinandosi allo splatter — un registro completamente diverso.

In Suspiria l’orrore era nell’atmosfera, nella sensazione crescente che qualcosa di fondamentalmente sbagliato pervadesse ogni spazio del film. In La terza madre l’orrore è più esteriore, più fisico, più immediato — Roma in caos è visivamente rappresentata attraverso scene di violenza di massa che hanno poco della precisione visiva dei lavori di Argento degli anni Settanta.

Questo non significa che La terza madre sia un film irriuscito. Significa che è un film diverso da Suspiria, con ambizioni diverse e strumenti diversi. Valutarlo come sequel-che-avrebbe-dovuto-essere-Suspiria è un errore critico — non è quello che il film tenta di fare.

De Quincey e la radice letteraria: da saggio filosofico a mitologia horror

Prima che Argento facesse di Mater Lachrymarum una strega di carne e sangue, era una figura allegorica su carta.

Thomas De Quincey — autore inglese dell’Ottocento noto soprattutto per Confessioni di un mangiatore d’oppio (1821) — scrisse nel 1845 un saggio più oscuro e meno conosciuto: Suspiria de Profundis. In quel testo, De Quincey immaginava tre figure femminili come personificazioni di diverse forme del dolore universale: Mater Suspiriorum (la Madre dei Sospiri, che governa i sospiri dei pazzi), Mater Lachrymarum (la Madre delle Lacrime, che governa il pianto di tutta l’umanità), Mater Tenebrarum (la Madre delle Tenebre, la più giovane e violenta).

De Quincey usava queste figure in senso allegorico — erano modi di pensare al dolore, non entità letterali. Argento le prese e le rese concrete: edifici reali, città reali, rituali reali. È una delle trasposizioni più radicali da letteratura a cinema horror europeo — non un’adattamento fedele ma una colonizzazione dell’immaginario, dove la struttura filosofica diventa ossatura narrativa per qualcosa di completamente diverso.

L’architettura è centrale. Nella trilogia di Argento, ogni Madre abita un edificio specifico — non è casuale che siano tre istituzioni culturali: un’accademia di danza (Suspiria), un palazzo aristocratico (Inferno), una biblioteca-dimora romana (La terza madre). La stregoneria si nasconde nell’istituzione, nel luogo di apprendimento e custodia della cultura. È un’idea perturbante: il potere del male si mimetizza con il potere della cultura.

Daria Nicolodi — che collaborò al soggetto di Suspiria e che fu compagna di Argento per anni — aveva una parte importante nell’elaborazione di questa mitologia. Nel film Daria Nicolodi interpreta lo spirito della madre morta di Sarah, che guida la figlia attraverso i pericoli. La presenza di Nicolodi è quindi sia attoriale che quasi-autoriale: la co-creatrice della mitologia appare come custode spirituale della protagonista nel suo capitolo finale.

Roma come palcoscenico dell’apocalisse

Friburgo per Suspiria. New York per Inferno. Roma per La terza madre.

La scelta delle location nella trilogia non è casuale — ogni città porta con sé un registro emotivo e visivo. Friburgo era fredda, gotica, impermeabile; la Germania di notte come labirinto ostile. New York era verticale e claustrofobica, i palazzi come organismi vivi. Roma è diversa: è la città della storia accumulata, dove ogni palazzo ha secoli di passato, dove il tempo è stratificato visibilmente nelle pietre.

Argento usa Roma con una logica specifica: Mater Lachrymarum non si nasconde nell’oscurità come le due sorelle — si manifesta pubblicamente. Il suo risveglio trasforma Roma in un teatro dell’apocalisse visibile: atti di violenza in pieno giorno, follia collettiva nelle piazze, adoratori in processione nelle strade. La scena dell’apertura, che mostra Rome progressivamente invasa da comportamenti sempre più aberranti, stabilisce un tono da horror urbano contemporaneo molto diverso dall’atmosfera chiusa e asfittica di Suspiria.

C’è una lettura possibile di questa scelta: le prime due Madri governavano dall’interno di edifici — erano potere nascosto, segreto. La Madre delle Lacrime governa dall’esterno — è potere manifesto, pubblico, insopportabile come il pianto che non si riesce a smettere. Le lacrime non si nascondono: si vedono.

Girare a Roma permetteva anche a Argento di tornare alle radici geografiche del suo cinema. La maggior parte dei gialli degli anni Settanta — Profondo Rosso, Tenebre — erano ambientati in Italia. Anche Non ho sonno (2001) era ambientato a Torino e Il cartaio (2004) a Roma. La terza madre si inserisce in questa continuità geografica pur proponendo un registro completamente diverso.

Il cinema horror italiano negli anni 2000: un contesto difficile

La terza madre uscì nel 2007 in un momento non favorevole per il cinema horror italiano.

Il genere, che negli anni Settanta e Ottanta aveva avuto un periodo d’oro con Argento, Lucio Fulci, Mario Bava, Lamberto Bava, si era progressivamente sgretolato nel decennio successivo. Le case di produzione italiane avevano smesso di investire nell’horror; il mercato interno preferiva la commedia; il mercato internazionale era dominato dall’horror americano e, dagli anni Duemila, dal J-horror e dai suoi remake hollywoodiani.

Argento continuava a fare film in questo paesaggio impoverito — ma con budget e struttura produttiva molto diversi da quelli che avevano reso possibili i capolavori degli anni Settanta. Suspiria era stato prodotto con una cura tecnica eccezionale per i colori e la fotografia; Profondo Rosso aveva avuto set elaborati e musica curata in ogni dettaglio. La terza madre fu prodotto con condizioni più modeste — e si vede.

Questo non è un giudizio sul film come oggetto estetico ma una spiegazione del contesto produttivo. Un regista che lavorava con risorse simili a quelle dei suoi anni d’oro avrebbe probabilmente prodotto qualcosa di più vicino a Suspiria. Un regista che lavora in condizioni di produzione ridotte fa scelte diverse — più gore, meno elaborazione visiva, ritmo più immediato — anche per ragioni pratiche oltre che estetiche.

In questo senso, La terza madre va letto anche come documento di un cinema italiano di genere che cercava di sopravvivere con gli strumenti disponibili nel 2007. Non è il Suspiria del 1977. Ma è il film horror italiano più ambizioso di quel decennio — l’unico che provasse a completare una trilogia avviata trent’anni prima, a costruire un universo mitologico in tre capitoli, a mantenere una coerenza narrativa attraverso tre film molto diversi tra loro.

La premiere a Toronto e la critica internazionale

La terza madre debuttò al Toronto International Film Festival il 6 settembre 2007 — una scelta che segnalava l’ambizione del film di raggiungere un pubblico internazionale oltre il circuito del cinema di genere.

La risposta a Toronto fu mista. I critici presenti apprezzarono l’ambizione di completare una trilogia avviata trent’anni prima ma sollevarono obiezioni precise: il CGI — un elemento nuovo nell’estetica di Argento, che nei suoi lavori classici aveva sempre privilegiato effetti pratici — mostrava in diverse sequenze una qualità che non reggeva il confronto con le produzioni contemporanee. Le scene di caos di massa a Roma, in cui la strega raduna i suoi adoratori, erano state realizzate con effetti digitali che la critica trovò “shockingly bad” (il termine usato in più recensioni anglofone). L’horror atmosferico di Suspiria era fatto di rumori, luci e geometrie — qualcosa che la cinepresa poteva catturare. Il caos urbano di La terza madre richiedeva strumenti che il budget del film non permetteva di usare ai livelli necessari.

La distribuzione italiana avvenne il 24 ottobre 2007. Il film ricevette una risposta tiepida dalla critica italiana e trovò il suo pubblico principalmente tra i fan del genere — chi seguiva la filmografia di Argento e voleva vedere la conclusione della trilogia.

Il verdetto critico prevalente nel tempo è stato quello di considerare La terza madre il capitolo più debole delle Tre Madri. Dove Suspiria era visionario e Inferno era onirico, la Terza era esplicita — e l’esplicitezza, senza la precisione visiva che aveva reso memorabili i due capitoli precedenti, lasciava il film esposto in modo che i suoi difetti diventassero più visibili.

Udo Kier e Coralina Cataldi-Tassoni: il cast allargato

Due presenze nel cast meritano attenzione oltre ai nomi principali.

Udo Kier — l’attore tedesco che in cinquant’anni di carriera ha lavorato con Fassbinder, Warhol, Lars von Trier e Paul Morrissey, diventando uno dei volti più riconoscibili del cinema d’autore europeo e dell’horror di qualità — compare in un ruolo nel film. La sua presenza è un segnale del tipo di cinema che Argento vuole fare: Kier è un’icona del genere, la sua apparizione manda un messaggio al pubblico specializzato.

Coralina Cataldi-Tassoni — già protagonista di Opera (1987) di Argento, il film in cui interpretava la giovane soprano tormentata dal killer che la obbligava a guardare gli omicidi — torna nella filmografia del regista in un ruolo nel film. La sua presenza crea un collegamento con la fase d’oro degli anni Ottanta: chi ha visto Opera riconosce il volto e si posiziona mentalmente nel continuum della filmografia argentiana.

Queste presenze sono parte di un codice che il cinema di Argento usa sistematicamente: attori che portano con sé la storia del genere, che funzionano come segnali per lo spettatore informato. Non è solo casting — è costruzione di un sistema di riferimenti interni al genere che il pubblico specializzato legge come parte del testo filmico. La terza madre, in questo senso, è un film costruito non solo per il pubblico generico ma per chi conosce la storia del cinema horror europeo abbastanza da riconoscere cosa significano quei volti sullo schermo.

La mitologia chiusa: il significato del finale

Il finale di La terza madre uccide Mater Lachrymarum — la più potente delle Tre Madri viene sconfitta, e con lei il sistema delle tre streghe viene disfatto.

È una chiusura definitiva. La trilogia iniziata in un’accademia di danza a Friburgo nel 1977 si conclude in una Roma apocalittica nel 2007. Trent’anni di attesa per una risoluzione che non tutti i fan considerano soddisfacente — ma che almeno è una risoluzione, cosa che molte trilogie non hanno il coraggio di offrire.

La terza madre risolve la mitologia più compiutamente di quanto Inferno non avesse fatto — Inferno era più interessato all’estetica che alla narrativa, e aveva lasciato la mitologia più aperta che risolta. La terza madre chiude: le streghe sono morte, il sistema è finito, la trilogia è completata.

L’eredità della trilogia: cosa rimane delle Tre Madri

Valutare l’impatto complessivo della Trilogia delle Tre Madri richiede di separarla dai tre film che la compongono.

Come trilogia, quella delle Tre Madri è una delle costruzioni mitologiche più originali del cinema horror europeo. L’idea di prendere figure allegoriche da un saggio filosofico ottocentesco e trasformarle in streghe che abitano edifici specifici in città reali è genuinamente innovativa — non un adattamento fedele né una reinterpretazione, ma una colonizzazione dell’immaginario letterario che produce qualcosa di completamente diverso dal materiale di partenza.

Suspiria rimane il capolavoro indiscutibile — uno dei film horror più studiati e imitati della storia del cinema, influente su registi da David Lynch ad Ari Aster. Inferno è un oggetto di culto, difficile da vedere ma impossibile da dimenticare. La terza madre è la conclusione controversa — più accessibile degli altri due, più difettosa, ma necessaria per chiudere quello che era stato aperto.

Nel 2018, Luca Guadagnino ha girato un remake di Suspiria — non un adattamento fedele ma una reinterpretazione radicale che usa la stessa struttura narrativa per dire cose completamente diverse sulla danza, la violenza e la storia tedesca degli anni Settanta. È una misura indiretta dell’influenza del film originale: il materiale era abbastanza ricco da generare un’opera che non dipende dall’originale per avere senso.

La Trilogia delle Tre Madri, nel suo complesso, è sopravvissuta alle sue debolezze. Non perché La terza madre le abbia risolte — ma perché Suspiria era abbastanza grande da portarle senza esserne schiacciato.

La colonna sonora: Claudio Simonetti senza i Goblin

La scelta musicale per La terza madre è significativa: Claudio Simonetti, ex-tastierista dei Goblin, torna a collaborare con Argento — ma come solista, non con la formazione completa.

I Goblin erano stati fondamentali per la costruzione dell’identità sonora del cinema di Argento. La colonna sonora di Suspiria (1977) — con il suo prog-rock ipnotico, i ritmi ossessivi, la melodia della canzone delle streghe — era inseparabile dall’esperienza visiva del film. Togliere quella musica a Suspiria significherebbe togliergli metà del suo potere. Lo stesso valeva per Profondo Rosso (1975): i Goblin avevano trasformato il giallo in qualcosa di psicotico e urgente, con bassi profondi e chitarre taglienti.

Con La terza madre, Simonetti propone un approccio diverso: un sound horror elettronico degli anni Duemila, più vicino all’ambient oscuro che al prog-rock. Non c’è la melodia-tema ossessiva di Suspiria — c’è invece una texture sonora più diffusa, meno memorabile singolarmente ma più funzionale come sottofondo continuo.

È una scelta coerente con il tono del film: La terza madre non cerca l’elaborazione di Suspiria, e la sua colonna sonora non cerca di eguagliare quella di Suspiria. Simonetti senza Goblin è un collaboratore diverso rispetto ai Goblin completi — produce qualcosa di più controllato, meno esplosivo, meno immediatamente iconico.

Per chi viene da Non ho sonno (2001), dove i Goblin erano tornati in formazione completa con la loro potenza originale, La terza madre rappresenta un passo indietro sonoro — ma anche una scelta consapevole di non replicare i momenti passati.

Per una panoramica completa della carriera, dalla trilogia dei gialli all’horror visionario, leggi la guida completa a Dario Argento.

Dove vedere La terza madre in Italia

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Per chi vuole seguire la Trilogia delle Tre Madri in ordine: Suspiria (1977) → Inferno (1980) → La terza madre (2007). I tre film sono visivamente molto diversi ma condividono la mitologia e la logica delle streghe-architettura.


Domande frequenti

La terza madre di cosa parla? Sarah Mandy (Asia Argento) è coinvolta nel risveglio di Mater Lachrymarum a Roma — la più potente delle Tre Madri. La strega scatena caos e violenza nella città; Sarah scopre di avere poteri protettivi ereditati dalla madre.

Chi sono le Tre Madri? Mater Suspiriorum (Suspiria), Mater Tenebrarum (Inferno), Mater Lachrymarum (La terza madre). Tre streghe di potere primordiale che vivono in edifici specifici in diverse città del mondo.

È un sequel diretto di Suspiria e Inferno? Formalmente sì — completa la trilogia. I tre film non condividono personaggi ma la mitologia. Stili molto diversi: Suspiria visivo, Inferno onirico, La terza madre esplicito.

Asia Argento interpreta la protagonista? Sì — terza collaborazione con il padre dopo La sindrome di Stendhal (1996). Apparirà poi in Dracula 3D e Occhiali neri in ruoli minori.

Chi è Mater Lachrymarum? Moran Atias, attrice italo-israeliana. Una strega bellissima, non deforme — l’orrore non nel viso ma nella sua indifferenza devastante.

Il film è più violento di Suspiria? Sì — molto più esplicito nel gore. Si avvicina allo splatter rispetto all’orrore atmosferico dei due capitoli precedenti.

Dove vedere La terza madre in streaming? Su MUBI, acquistabile su Amazon Prime Video e Apple TV. Ordine trilogia: Suspiria → Inferno → La terza madre.

La colonna sonora è dei Goblin? Claudio Simonetti (ex-Goblin) come solista, non la formazione completa.

Quanto dura? 102 minuti.

Il film chiude la trilogia in modo soddisfacente? Dipende dalle aspettative. Risolve la mitologia compiutamente. Non raggiunge il livello visivo di Suspiria — ma non prova neanche a farlo nello stesso modo.

La critica è stata positiva? Mista — apprezzata l’ambizione di completare la trilogia, criticato il divario qualitativo con Suspiria. Divide nettamente i fan fedeli dalla critica mainstream.

Cosa significa Mater Lachrymarum? “Madre delle Lacrime” in latino. La più potente delle tre perché governa il dolore più visibile e fisico: le lacrime come espressione del pianto universale.


La terza madre è il film in cui Dario Argento mantiene il debito più lungo della sua carriera.

C’è una differenza tra i film che si rimpiange di non aver visto e quelli che si è contenti di aver visto nonostante i loro difetti. La terza madre appartiene alla seconda categoria — non perché sia migliore di quello che è, ma perché chiudere la trilogia aveva un valore in sé. Chi aveva visto Suspiria nel 1977 e Inferno nel 1980 aveva aspettato ventisette anni per sapere come finiva la storia delle Tre Madri. Argento ha mantenuto la promessa, anche con strumenti imperfetti.

Trent’anni dopo Suspiria, la trilogia viene chiusa. Non con la stessa bellezza con cui era iniziata — impossibile replicare quello che Suspiria aveva fatto in un momento cinematografico irripetibile — ma con la serietà di chi sa che alcune storie meritano una conclusione, anche imperfetta, anche controversa.

Mater Lachrymarum era in attesa da trent’anni. Aveva il diritto di scatenare il suo caos su Roma, finalmente.

Che il risultato non sia Suspiria non è una colpa — Suspiria era irripetibile nel 1977 e lo rimane. Che il risultato esista, che la storia sia stata chiusa, che le Tre Madri abbiano finalmente tutte e tre il loro film, è già qualcosa che pochi franchise riescono a fare.

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