King Arthur: Legend of the Sword – Il potere della spada: trama, cast e perché il franchise da sei film non è mai partito
Un re che non sa di essere re, cresciuto tra le prostitute di un porto invece che tra i cavalieri di una corte. È da qui, e non da una sala del trono, che Guy Ritchie fa ripartire una delle leggende più raccontate della cultura occidentale.
King Arthur: Legend of the Sword — in Italia King Arthur - Il potere della spada — è il tentativo del 2017 di trasformare Excalibur in un blockbuster fantasy di scala hollywoodiana, con la stessa energia nervosa e lo stesso montaggio a scatti che avevano reso Snatch e Sherlock Holmes riconoscibili tra mille. Il risultato è un film diviso a metà tra chi lo considera un’operazione gonzo coraggiosa e chi lo liquida come un disastro produttivo da 175 milioni di dollari. Aveva l’ambizione di aprire un franchise di sei film. Non è mai arrivato al secondo capitolo.
Di cosa parla King Arthur - Il potere della spada: la trama dall’inizio
Il film si apre in medias res, con l’assedio finale a Camelot: lo stregone Mordred marcia sull’ultima roccaforte rimasta agli uomini, e Uther Pendragon lo affronta e lo decapita grazie a una spada forgiata da Merlino. È il momento di massimo trionfo di Uther — ed è anche l’innesco del tradimento che segue subito dopo.
Vortigern, fratello di Uther, brama il trono da tempo. Sacrifica la moglie Elsa alle Sirene per trasformarsi in un Cavaliere Demone, uccide la cognata Igraine e sconfigge Uther in duello. Il piccolo Arthur riesce a fuggire in barca e finisce a Londinium, dove viene cresciuto da un gruppo di prostitute: diventa un giovane capo di strada scaltro e rissoso, tormentato da incubi della notte in cui i suoi genitori sono morti senza che lui vedesse in volto l’assassino.
Anni dopo, Vortigern governa con pugno di ferro e costruisce una torre accanto al castello per accrescere i propri poteri magici. Quando le acque che circondano il castello si ritirano rivelando una spada conficcata nella roccia, ordina che ogni uomo della città sia condotto a tentare di estrarla, sperando di scovare così l’erede legittimo che minaccia il suo potere. Arthur viene catturato proprio durante uno di questi tentativi forzati: estrae la spada — è Excalibur — ma ne viene sopraffatto e sviene. Vortigern, resosi conto di chi ha davanti, gli rivela la sua vera identità prima di condannarlo a morte.
A salvarlo è una maga, allieva di Merlino, che orchestra una fuga insieme a Sir Bedivere, ex generale di Uther ora a capo della resistenza. Portato nel regno delle “Darklands”, Arthur rivive la notte dell’assassinio dei genitori e scopre la verità: fu proprio Vortigern a spingere Mordred contro Camelot, per potersi liberare sia del fratello sia dello stregone rivale e prendersi il trono con le proprie mani. Solo a questo punto Arthur accetta il proprio destino.
Segue una guerriglia contro l’esercito di Vortigern, un tentativo di assassinio fallito e la perdita di diversi alleati, incluso l’amico Back Lack. Frustrato, Arthur tenta persino di disfarsi della spada gettandola in un lago — ma la Dama del Lago gliela restituisce, mostrandogli una visione di cosa diventerà l’Inghilterra sotto il dominio di Vortigern se lui rinuncerà al proprio ruolo. È il punto di svolta psicologico del film: da lì in poi Arthur smette di scappare dalla propria identità.
Passato il momento della rivelazione, il film accelera bruscamente e senza più soste narrative verso lo scontro conclusivo. Il finale è un assedio su due fronti: mentre i ribelli di Bedivere attaccano il castello, Arthur affronta Vortigern — ormai di nuovo trasformato in Cavaliere Demone dopo aver sacrificato la propria figlia Catia — nella torre. Nel corpo a corpo, la visione del padre che gli cede Excalibur gli dà la forza per prevalere. Arthur lascia morire lo zio senza infierire, poi torna tra i suoi: arma cavalieri gli amici che lo hanno seguito fin dall’infanzia e getta le basi della Tavola Rotonda.
Il film si apre con una didascalia che riassume in poche righe l’intera cosmologia della storia: “Per secoli uomini e maghi vissero fianco a fianco in pace, finché l’ascesa dello stregone Mordred non rivolse la sua ambizione oscura contro gli uomini, marciando sull’ultima roccaforte rimasta… Camelot”. È un espediente narrativo tipico del fantasy epico, ma applicato con la stessa economia di parole con cui Ritchie apriva le sue commedie criminali: bastano due frasi per stabilire la posta in gioco, poi la macchina narrativa parte senza più fermarsi.
I personaggi principali e il cast: chi sono davvero
Charlie Hunnam (Arthur) era la prima e unica scelta di Guy Ritchie per il ruolo fin dall’agosto 2014, quando l’attore era già noto per Sons of Anarchy. Prima di lui, secondo le cronache dell’epoca, per il ruolo femminile principale era in trattative Elizabeth Olsen, sostituita poi da Àstrid Bergès-Frisbey nel ruolo della Maga — un personaggio che, curiosamente, nella sceneggiatura originale doveva chiamarsi Ginevra: durante la lavorazione il legame esplicito con il personaggio arturiano canonico è stato eliminato, trasformandola in una figura enigmatica senza nome proprio, semplicemente “la Maga”.
Jude Law interpreta Vortigern, terzo ruolo della sua collaborazione con Ritchie dopo i due film di Sherlock Holmes, dove vestiva i panni ben più eroici del Dr. Watson. Qui è un antagonista freddo e calcolatore, capace di sacrificare la propria famiglia pur di restare al potere — un registro che Law raramente aveva esplorato fino a quel momento.
Eric Bana interpreta Uther Pendragon, presente solo nei primi venti minuti del film ma cruciale per l’impianto emotivo: il suo sacrificio finale, che intrappola la spada nella roccia usando il proprio corpo, è il cardine mitologico da cui parte tutta la vicenda di Arthur.
Djimon Hounsou è Sir Bedivere, il leader della resistenza. L’attore beninese-americano, arrivato al successo con Amistad di Spielberg e con due nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista (In America, Blood Diamond), porta al ruolo la stessa fisicità imponente che il pubblico avrebbe poi ritrovato nei panni di Korath nel Marvel Cinematic Universe e del Fisherman King in Aquaman.
Aidan Gillen interpreta Goosefat Bill, arciere e amico di Bedivere che riprende in seguito la propria identità di Sir William. Per il pubblico internazionale è soprattutto Petyr “Littlefinger” Baelish ne Il Trono di Spade, ruolo che stava ancora interpretando quando è stato girato King Arthur: Legend of the Sword, uscito nella pausa tra la sesta e la settima stagione della serie HBO.
Tra le curiosità di casting, la più citata è quella di David Beckham: l’ex calciatore della nazionale inglese compare in un piccolo cameo nei panni di Trigger, una guardia che sorveglia i prigionieri durante i tentativi forzati di estrarre Excalibur dalla roccia. Nel cast figurano anche Poppy Delevingne (Igraine, madre di Arthur), Katie McGrath (Elsa, moglie sacrificata di Vortigern) e Millie Brady (la principessa Catia, cugina di Arthur, a sua volta sacrificata dal padre nel finale). Curiosamente girava voce, all’epoca dell’annuncio del cast, che anche Idris Elba fosse coinvolto nel progetto: l’attore ha smentito personalmente la notizia durante una sessione di domande e risposte online, definendola un semplice rumor.
Il gruppo di amici d’infanzia di Arthur è un altro tassello importante della struttura corale tipica di Ritchie: Kingsley Ben-Adir interpreta Wet Stick, in seguito armato cavaliere come Sir Tristan; Neil Maskell è Back Lack, il cui figlio Blue viene protetto da Arthur per tutto il film; Craig McGinlay interpreta Percy, futuro Sir Percival, e Tom Wu è Kung Fu George, l’amico cinese di Arthur che gestisce una scuola di arti marziali e diventa Sir George. Sono tutti personaggi minori nella leggenda originale, ma Ritchie li tratta come una vera e propria banda di quartiere — lo stesso schema di gruppo affiatato di criminali di poco conto che aveva già usato in Lock, Stock and Two Smoking Barrels e Snatch, qui semplicemente vestito con armature invece che giacche di pelle. Il fatto che ognuno di loro riceva, nel finale, un titolo cavalleresco preciso — Tristano, Percival, George — è il modo in cui il film ricuce la propria banda di strada dentro la mitologia arturiana canonica, restituendo un senso di legittimità storica a personaggi altrimenti inventati di sana pianta per l’occasione.
La genesi travagliata: dal remake di Excalibur al franchise da sei film
La strada che ha portato a questo King Arthur è lunga e piena di falsi partenti. Dopo il King Arthur del 2004 con Clive Owen, Warner Bros. aveva tentato più volte di rilanciare il personaggio: prima con un remake di Excalibur (1981) affidato a Bryan Singer, poi con un progetto dal titolo Arthur & Lancelot che avrebbe dovuto vedere protagonisti Kit Harington (già noto al pubblico per Il Trono di Spade) e Joel Kinnaman rispettivamente nei ruoli di Artù e Lancillotto. Nessuno dei due arrivò mai in produzione: lo studio temeva che nessuno dei due nomi fosse abbastanza forte da reggere un blockbuster, e tentò di sostituirli con attori più bancabili prima di abbandonare l’idea del tutto.
Fu a quel punto che Warner Bros. decise di tentare una strada diversa e molto più ambiziosa: costruire un intero universo cinematografico arturiano, sull’onda del successo dei franchise Marvel, capace di espandersi per sei film seguendo personaggi diversi prima di farli convergere in un unico crossover. Per dirigere il primo capitolo scelsero Guy Ritchie, che secondo quanto riportato dal Guardian desiderava girare un film su Re Artù da anni. Il copione, nato dall’assemblaggio di frammenti di sceneggiature arturiane mai prodotte in precedenza, venne descritto dallo stesso giornale come “una sceneggiatura alla Frankenstein” — cucita insieme da pezzi di progetti diversi più che scritta da zero. È un dettaglio che, con il senno di poi, spiega bene certe incoerenze di tono che i critici avrebbero poi rimproverato al film finito: nasceva già come un compromesso tra visioni diverse, non come un progetto scritto con un’unica direzione chiara fin dall’inizio.
La sceneggiatura ha cambiato pelle più volte durante la lavorazione, e il caso più citato riguarda proprio il personaggio della Maga. Come racconta lo stesso Charlie Hunnam in un’intervista a Den of Geek, il ruolo doveva inizialmente essere quello di Ginevra, ma “in parte per il film, e in parte perché l’attrice stessa suggeriva che sarebbe diventato qualcosa di diverso” la connessione esplicita con Ginevra è stata abbandonata — e Ritchie, secondo Hunnam, ha avuto “la sicurezza e la versatilità di adattarsi”, riconoscendo che l’idea originale non stava funzionando e trasformandola in qualcos’altro.
Le riprese iniziarono nel febbraio 2015 a Windsor Great Park, per poi spostarsi nel Galles del Nord: nell’aprile dello stesso anno la troupe ha lavorato tra Tryfan, Nant Gwynant vicino a Beddgelert e Capel Curig, nella regione dello Snowdonia. A luglio le riprese sono proseguite nelle Highlands scozzesi, tra Shieldaig, Loch Torridon e la zona di Wester Ross, con una giornata di lavorazione anche sull’iconico Quiraing, sull’Isola di Skye. Le scene interne sono state girate ai Warner Bros. Studios di Leavesden, gli stessi che hanno ospitato buona parte della saga di Harry Potter.
Uscita, marketing e la scommessa persa da 310 milioni di dollari
Il percorso verso le sale è stato lungo quanto quello produttivo. Annunciato inizialmente per il 22 luglio 2016, il film è stato spostato prima al 17 febbraio 2017, poi al 24 marzo, e infine fissato al 12 maggio 2017 — una data scelta, secondo le indiscrezioni dell’epoca, anche per evitare la concorrenza diretta con la commedia CHiPs. Il titolo stesso è cambiato in corsa: solo da luglio 2016 il film ha assunto la denominazione definitiva King Arthur: Legend of the Sword.
Warner Bros. ha investito circa 135 milioni di dollari solo in marketing, sommati ai 175 milioni di budget di produzione: una scommessa da oltre 310 milioni complessivi. Il primo teaser trailer, mostrato al Comic-Con di San Diego nel luglio 2016, prometteva un IMAX release poi cancellato. Uno spot esteso è passato durante le finali di conference della NFL nel gennaio 2017, mentre le due sale trailer principali sono uscite a febbraio e aprile dello stesso anno. Alla fine di aprile, AMC Theatres ha organizzato un evento promozionale speciale, “King for a Day”, esteso a circa 200 sale per la forte richiesta di biglietti.
Il responso del box office è stato impietoso fin dal primo weekend. Uscito negli Stati Uniti insieme a Snatched e Lowriders, il film era stato inizialmente proiettato a circa 25 milioni di dollari di incasso in 3.702 sale, ma le stime sono state ridimensionate passo dopo passo: 1,15 milioni dalle anteprime del giovedì sera, appena 5,3 milioni il venerdì, con le proiezioni riviste al ribasso fino a 15 milioni. Il debutto effettivo è stato di 15,4 milioni di dollari, sufficienti solo per il terzo posto al box office nel weekend d’apertura. Deadline Hollywood ha calcolato che, considerando budget di produzione e marketing insieme, il progetto fosse condannato a essere un flop ancora prima dell’uscita, e ha citato un analista finanziario secondo cui “il film sarebbe dovuto costare 60-80 milioni, non oltre 175”. Nel secondo weekend l’incasso è già crollato a 7,2 milioni di dollari, un calo del 53,5%, scendendo al quinto posto in classifica.
A livello internazionale il film ha invece debuttato al primo posto in circa 29 paesi, tra cui la Russia, con un incasso mondiale di apertura di 29,1 milioni di dollari, ma non è bastato a compensare il disastro nordamericano. Il totale finale — 39,2 milioni negli Stati Uniti e Canada, 107 milioni nel resto del mondo, per 148,7 milioni complessivi — ha lasciato a Warner Bros. una perdita netta stimata da Deadline Hollywood in circa 150-153 milioni di dollari, tra i buchi di bilancio più pesanti dello studio in quell’annata. Il progetto del franchise a sei film è stato accantonato nello stesso 2017, senza che venisse mai scritto un secondo capitolo. Ironia della sorte, appena due anni dopo Ritchie avrebbe ottenuto il maggior successo commerciale della propria carriera dirigendo Aladdin per Disney, altro remake in costume ma con un esito finanziario opposto in tutto e per tutto — per poi tornare, subito dopo, al crime movie londinese con The Gentlemen e Wrath of Man, e infine allo spionaggio e alla guerra con Operation Fortune e The Ministry of Ungentlemanly Warfare.
Il film è arrivato in home video l'8 agosto 2017, con uscita simultanea in DVD, Blu-ray, Blu-ray 3D e Ultra HD — proprio l’edizione 3D Steelbook è oggi una delle più diffuse nel mercato dell’usato e del catalogo, spesso la più facile da reperire a prezzo contenuto rispetto alle edizioni 2D standard.
Critica e pubblico: un film che divide
Su Rotten Tomatoes il film si ferma a un modesto 31% di recensioni positive su 279 critiche, con un voto medio di 4,7 su 10; il consenso critico del sito recita: “King Arthur: Legend of the Sword accumula montagne di sfarzo action moderno su una storia antica — e cancella buona parte di ciò che la rendeva un classico”. Su Metacritic il punteggio è 41 su 100, corrispondente a una fascia di recensioni definita “miste o nella media”. Il pubblico è stato però più clemente rispetto alla critica: CinemaScore ha registrato un voto medio B+, e il servizio PostTrak ha rilevato un gradimento del 78% tra gli spettatori del weekend d’apertura — un pubblico composto per il 56% da under 35 e per il 59% da uomini.
Non sono mancate le difese autorevoli. Peter Bradshaw del Guardian ha scritto che “l’Artù allegramente ridicolo di Guy Ritchie è un monarca gonzo, un guerriero-re death metal” e ha lodato l’energia con cui Ritchie “comanda l’attenzione” nonostante i difetti. Di segno opposto Matt Zoller Seitz su RogerEbert.com, che ha assegnato al film una stella e mezza su quattro, criticando il ritmo compulsivo che “non lascia mai il tempo di assorbire un personaggio o un momento”. Ancora più tagliente Michael Phillips del Chicago Tribune, che ha bollato il progetto del franchise da sei film come irrealistico e ha chiuso la propria recensione parafrasando il Re Lear di Shakespeare: “dal nulla non nasce nulla”.
Il Merlino che non si vede mai e le altre critiche al franchise mancato
Una delle osservazioni più ricorrenti nelle recensioni negative riguarda una scelta narrativa precisa: Merlino, pur essendo citato di continuo come artefice della spada e mentore della Maga, non appare mai fisicamente sullo schermo. Chris Hartwell dell’Hollywood Reporter, commentando la delusione per il mancato sequel, ha osservato che il film avrebbe probabilmente funzionato meglio come racconto solista incentrato sull’introduzione di Merlino, piuttosto che come primo mattone di un franchise da sei capitoli costruito prima ancora di sapere se il pubblico l’avrebbe voluto.
Non tutte le letture sono state negative. Alissa Wilkinson di Vox ha scritto che il film è “sorprendentemente buono, e sorprendentemente politico”, leggendo nella storia di un’Inghilterra che si chiude in sé stessa sotto un potere autoritario un’eco della Brexit, votata proprio l’anno prima dell’uscita del film — arrivando a definirlo, in certi momenti, “perfino piuttosto notevole”.
Sul fronte dei riconoscimenti, il film ha ottenuto quattro nomination ai Golden Trailer Awards 2017 (per il trailer “Throne”, per la colonna sonora e il montaggio sonoro del trailer “Story”, e per lo spot TV fantasy-avventura “Rules 60”) e una nomination ai Golden Reel Awards 2017 per il montaggio sonoro musicale — un piccolo bottino di riconoscimenti tecnici che non ha però cambiato la percezione complessiva di un progetto naufragato al botteghino.
Le due letture — quella di Hartwell e quella di Wilkinson — raccontano bene la spaccatura di fondo del film: da un lato un impianto produttivo pensato per generare cinque sequel prima ancora che il primo capitolo avesse dimostrato di funzionare, dall’altro un sottotesto politico più stratificato di quanto il marketing action lasciasse intuire. Un re che deve decidere se accettare un destino che non ha scelto, in un paese che si rifiuta di guardare oltre i propri confini, è un tema che avrebbe potuto reggere un film intero — e forse proprio l’aver provato a farci stare anche l’apertura di un universo condiviso è la ragione per cui nessuna delle due anime del progetto è arrivata fino in fondo.
Lo stile di Guy Ritchie applicato al mito arturiano
Per la panoramica completa su tutti i film diretti da Guy Ritchie, vedi la filmografia completa di Guy Ritchie.
La scelta più radicale del film non riguarda la trama, ma il registro. Ritchie applica alla leggenda di Excalibur gli stessi strumenti narrativi con cui aveva raccontato le bande criminali di Londra in Lock, Stock and Two Smoking Barrels e Snatch: montaggio serrato, flashback che riavvolgono e riscrivono scene appena viste, dialoghi rapidi tra personaggi di strada. Arthur non è un principe educato alla cavalleria, ma un capo di quartiere che gestisce protezioni e piccoli traffici — la sua ascesa al trono somiglia più alla scalata di un boss criminale che al percorso iniziatico di un romanzo cavalleresco.
È una scelta coerente con la carriera di Ritchie ma rischiosa per un blockbuster fantasy da 175 milioni di dollari: il pubblico che si aspettava un’epica in stile Il Signore degli Anelli si è trovato davanti qualcosa di più simile, nei ritmi e nel linguaggio, a un gangster movie con la magia al posto delle pistole. È lo stesso approccio che userà anni dopo in The Ministry of Ungentlemanly Warfare, dove la Seconda guerra mondiale viene raccontata con la stessa energia irriverente delle sue commedie criminali.
Anche la costruzione dell’identità di Arthur segue lo schema tipico dei protagonisti di Ritchie: non un eletto consapevole fin dall’inizio, ma un uomo che rifiuta il proprio ruolo finché la realtà non lo costringe ad accettarlo. È lo stesso arco che il regista userà, con toni molto diversi, anche per Napoleon Solo in The Man from U.N.C.L.E.: un protagonista che si scopre più capace, e più responsabile, di quanto avesse mai voluto ammettere.
King Arthur al cinema: cosa cambia rispetto alle altre versioni
Hollywood aveva già tentato una rilettura “adulta” della leggenda tredici anni prima, con esiti opposti a quelli di Ritchie. Il King Arthur del 2004, diretto da Antoine Fuqua con Clive Owen nei panni del re, Ioan Gruffudd come Lancillotto e Keira Knightley come Ginevra, puntava tutto sulla presunta accuratezza storica: reinterpretava Artù non come un cavaliere medievale ma come un ufficiale romano, un’idea già esplorata in romanzi come il ciclo Warlord di Bernard Cornwell. Il film fu girato tra Irlanda, Inghilterra e Galles, incassò 203,6 milioni di dollari contro un budget di 120 milioni — un risultato modesto ma comunque in attivo, a differenza del capitolo di Ritchie — e ricevette recensioni contrastanti, con la critica che lodava fotografia e colonna sonora ma stroncava l’ambientazione e le scene di battaglia.
Il film di Ritchie prende la direzione esattamente opposta a quella tentata da Fuqua tredici anni prima: non cerca alcuna plausibilità storica, abbraccia apertamente la magia, i mostri e il fantasy puro, e sposta il registro dal dramma in costume all’action stilizzato. Dove il King Arthur del 2004 provava a “smitizzare” la leggenda per renderla più credibile, King Arthur: Legend of the Sword fa l’opposto: la carica di elementi soprannaturali — Sirene, Cavalieri Demone, visioni nelle Darklands — e la racconta con lo stesso montaggio serrato e gli stessi tagli di scena che Ritchie aveva già usato per raccontare rapine e bische clandestine. Sono, di fatto, i due estremi opposti di come Hollywood ha provato a reinventare Excalibur nel ventunesimo secolo: uno tramite la falsa promessa del realismo storico, l’altro tramite l’eccesso dichiarato di fantasy, e nessuno dei due ha convinto abbastanza pubblico da generare un franchise duraturo.
Dove vedere King Arthur - Il potere della spada in Italia
Il film è disponibile in streaming in abbonamento su Sky Go e NOW. Per chi non ha un abbonamento a questi servizi, King Arthur - Il potere della spada si può noleggiare o acquistare in digitale su Apple TV, Amazon Video, Rakuten TV, CHILI e TIMvision. Per chi preferisce il supporto fisico, l’edizione Blu-ray (anche in versione 3D Steelbook) resta reperibile facilmente.

Domande frequenti
Come finisce King Arthur: Legend of the Sword?
Arthur affronta Vortigern nella torre dopo che questo sacrifica la figlia Catia per tornare Cavaliere Demone. Nel duello finale Arthur rivive la visione del padre che gli passa Excalibur, trova la forza per sconfiggere lo zio e lo lascia morire senza infierire. I ribelli vincono, Arthur riprende il trono, arma cavalieri i suoi amici d’infanzia e inizia la costruzione della Tavola Rotonda.
King Arthur - Il potere della spada è tratto da una storia vera?
No, è un adattamento libero delle leggende arturiane medievali (il ciclo bretone, Geoffrey of Monmouth, Le Morte d’Arthur di Malory), non un racconto storico. Guy Ritchie mescola elementi fantasy, magia e un’estetica action molto lontana dal romanzo cavalleresco classico.
Dove vedere King Arthur - Il potere della spada in streaming in Italia?
Il film è disponibile in abbonamento su Sky Go e NOW, oppure a noleggio o acquisto su Apple TV, Amazon Video, Rakuten TV, CHILI e TIMvision.
Perché King Arthur: Legend of the Sword è stato un flop?
Ha incassato 148,7 milioni di dollari nel mondo contro un budget di produzione di 175 milioni, a cui si sono aggiunti oltre 135 milioni di marketing: secondo Deadline Hollywood la perdita netta per Warner Bros. è stata di circa 150 milioni di dollari, tra i flop più pesanti del 2017.
Ci sarà un sequel di King Arthur: Legend of the Sword?
No. Il film doveva aprire un franchise arturiano da sei capitoli, ma dopo l’incasso deludente Warner Bros. ha cancellato ogni seguito nel 2017 stesso.
Chi interpreta Re Artù nel film di Guy Ritchie?
Charlie Hunnam, già protagonista della serie Sons of Anarchy, è stato scelto direttamente da Guy Ritchie fin dal 2014 per interpretare Arthur, un uomo cresciuto tra i bordelli di Londinium senza sapere di essere l’erede al trono.
Chi è il cattivo di King Arthur - Il potere della spada?
Vortigern, interpretato da Jude Law, fratello di Uther Pendragon e zio di Arthur. Usurpa il trono sacrificando la moglie alle Sirene per trasformarsi in Cavaliere Demone e uccide Uther per prendere il potere.
David Beckham è davvero nel cast di King Arthur?
Sì, l’ex calciatore inglese ha un piccolo cameo nel ruolo di Trigger, una delle guardie che sorveglia i prigionieri costretti a tentare di estrarre Excalibur dalla roccia.
King Arthur: Legend of the Sword è adatto ai bambini?
Il film è vietato ai minori di 14 anni in diversi paesi per violenza intensa, immagini horror (il Cavaliere Demone, le Sirene) e alcune scene di sacrificio: non è pensato per un pubblico infantile nonostante il tono da avventura fantasy.
King Arthur - Il potere della spada e The Gentlemen hanno qualcosa in comune?
Sì, oltre alla regia di Guy Ritchie: la struttura action serrata, i dialoghi rapidi tra bande rivali e l’uso di flashback che spiegano il presente sono marchi di fabbrica che Ritchie porta da Snatch fino a The Gentlemen, passando proprio per questo King Arthur.
Quanto è fedele King Arthur: Legend of the Sword alla leggenda originale?
Molto poco nei dettagli: Ritchie conserva solo l’ossatura mitologica (Excalibur, Merlino, la Dama del Lago, la Tavola Rotonda) e la reinventa come una storia di potere usurpato e vendetta, più vicina ai suoi gangster movie che al romanzo arturiano medievale.
Ha fallito nel suo scopo dichiarato — costruire un universo cinematografico arturiano — ma resta un esperimento curioso: cosa succede quando si prende una leggenda medievale e la si tratta come se fosse una rapina di Londra. Forse è proprio in quel disallineamento, più che nel budget o negli incassi, che va cercata la ragione per cui se ne parla ancora.




Commenti
Una piccola coda di lettura: impressioni, reazioni e ritorni sul pezzo.